Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

martedì 3 settembre 2013

I tweet di Papa Francesco:"Gesù non ha bisogno di eserciti per vincere il male, la sua forza è l’umiltà"

Prima che sia troppo tardi


Terzo  tweet di Papa Francesco oggi: "Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! " (3 settembre 2013)

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Il cardinale Sandri ribadisce la necessità di fermare la spirale di violenza in Siria. 

(Nicola Gori) Fermarsi prima che sia troppo tardi. Perché rispondere alla violenza con la violenza in Siria significherebbe innescare una drammatica spirale che avrebbe «irreparabili sviluppi» per tutta la regione. Ma anche perché i primi a subirne le conseguenze sarebbero i cristiani d’Oriente, che «soffrono con tutto il popolo di quella nazione» e non vogliono essere considerati «stranieri». È il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, in questa intervista al nostro giornale, a raccogliere le preoccupazioni di Papa Francesco e a sostenere il suo forte appello per la pace in Siria.
All’Angelus di domenica Papa Francesco ha lanciato un appello per la pace in Siria dai toni particolarmente forti e angosciati. Siamo veramente a un punto di svolta nell’evoluzione della già drammatica situazione nel Paese?
Si può fare finta di niente. Ma non si può non vedere e non ascoltare la sofferenza e il grido di chi geme per la violenza e per la guerra. L’accorato appello del Santo Padre all’Angelus di domenica scorsa è venuto dal cuore di un padre preoccupato per le sorti dell’intera umanità. Di fronte alla corsa alle armi, che ha ulteriormente inasprito l’estenuante conflitto, e alla concreta possibilità di un ulteriore intervento armato entro il confine siriano, il Papa ha sentito tutta l’urgenza di chiedere che ci si fermi, prima che sia troppo tardi. È prevedibile, infatti, la malaugurata conseguenza di un coinvolgimento di altri Paesi nel conflitto con irreparabili sviluppi. Per questo egli si è rivolto indistintamente a tutti: a chi ha le armi, cominciando da quelle di distruzione di massa, e a chi le fornisce! A tutti ha chiesto di fermarsi. Ha benedetto le mani di coloro che si impegnano per l’assistenza umanitaria e ha espresso il desiderio che a essi si aggiungano molti altri e sia possibile, più che la guerra, la solidarietà di tanti volontari pronti ad alleviare le sofferenze che colpiscono soprattutto i deboli. A quelli che possono decidere le sorti dell’umanità ha chiesto di agire attraverso il negoziato e la diplomazia e non con le armi. Come ebbe a dire il beato Pontefice Giovanni Paolo II, l’8 ottobre 2000, consacrando l’umanità alla Madonna nel grande giubileo del 2000: «L’umanità possiede oggi strumenti d’inaudita potenza: può fare di questo mondo un giardino o ridurlo a un ammasso di macerie». In realtà le devastazioni vanno avanti senza sosta da più di due anni in Siria e sembra che non si voglia comprendere ciò che è drammaticamente evidente, cioè che di questo passo si può solo precipitare in un baratro. Anche su questo giungerà il giudizio di Dio e della storia.
Il Pontefice ancora una volta ha indicato la via del dialogo e del negoziato per risolvere la situazione in Siria. È ancora possibile comporre le posizioni delle diverse parti in causa e conciliare le esigenze di sicurezza e di stabilità dell’intera regione mediorientale?
Le parole del Papa sono ben lungi dal vago invito moralistico. Sono già un passo concreto indicato ai responsabili. Egli ha ben specificato che quanto stava per dire nasceva “dal suo intimo”, aggiungendo queste parole: «Chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza». Papa Francesco nel silenzio e nella preghiera si è messo in ascolto del proprio cuore, rattristato da tanto dolore. E ha voluto riportare alla voce insopprimibile della coscienza i combattenti, i potenti e l’umanità intera, dicendo: fermatevi in ascolto del cuore e non dell’interesse di una fazione, di un partito, di una alleanza politica, militare o economica. Ascoltare, dunque, per agire! Solo così è possibile «guardare all’altro come ad un fratello». Questa è la strada maestra, questa è l’autentica primavera umana, e perciò realmente anche araba per la Siria, l’Egitto e l’Iraq. Il Medio Oriente è attraversato dalla diversità: popoli ed etnie, religioni e culture (sunniti e sciiti, cristiani di diverse confessioni). E all’interno di questi grandi gruppi vi sono ulteriori suddivisioni. Ma il Medio Oriente è stato per millenni e può ancora essere il luogo ove la diversità impara nel quotidiano a convivere e a costruire l’unità. Però, va incrementata la logica del reciproco rispetto e della testimonianza. In questa prospettiva la stessa presenza degli orientali cattolici vorrebbe essere testimonianza vivente di come la diversità non ostacoli, bensì esalti armonicamente l’unità.
Perché la logica della violenza e della ritorsione non può essere la strada per risolvere la crisi siriana?
La logica della violenza e della ritorsione non è mai una strada da percorrere, perché induce ad una catena di accuse e vendette, che non tengono conto del sangue versato ed aumentano il rancore e l’odio, infrangendo a volte gli stessi vincoli familiari e comunitari. Così facendo la Siria si trasformerà sempre più in un inferno sulla terra. Laddove sono stati compiuti dei crimini, vanno sostenute le istituzioni e i tribunali internazionali chiamati a verificare e a giudicare in modo imparziale la violazione dei diritti della persona umana e dei crimini contro l’umanità.
Nel conflitto siriano i cristiani stanno soffrendo più delle altre realtà perché sono la componente più debole della società. Come aiutarli?
Il libro dell’Apocalisse ci parla dei cristiani come i redenti, coloro che hanno attraversato la «grande tribolazione» e «seguono da vicino l’Agnello, ovunque egli vada». Sentiamo l’attualità di questa parola pensando ai nostri fratelli d’Oriente, così vicini all’Agnello, al Signore Gesù, che nella liturgia, con consapevolezza profonda, celebrano come unico Redentore e al quale cantano la fede con la propria vita. Si pensi a pastori e fedeli uccisi per il fatto di essere cristiani e a quei vescovi e sacerdoti rapiti o spariti nel nulla. Non posso non ricordare i due presuli ortodossi, i due preti cattolici rapiti da mesi e infine padre Dall’Oglio. Anche per questo, secondo l’espressione del Vaticano II, i cristiani d’Oriente sono «i testimoni viventi delle origini» oggi più che mai, perché ci dicono con la vita Chi è la sorgente della speranza per l’uomo. È il Crocifisso, che ha versato il sangue per la pace universale. Proprio perché vogliono continuare ad essere cittadini dell’amata Siria, essi soffrono con tutto il popolo di quella nazione. Ma non vogliono essere considerati stranieri i discepoli di Gesù, che fin dalle origini del cristianesimo vivono in quelle terre condividendone pienamente le gioie e le sofferenze. Vanno sostenuti con la nostra preghiera e aiutati a rimanere amanti della verità e della giustizia. Si può e si deve far di tutto affinché sia possibile l’opera di carità di tanti volontari, cristiani e non, a favore delle famiglie e dei piccoli innocenti e indifesi. Troppo poco si è fatto per garantire corridoi umanitari e qui le responsabilità sono di tutte le parti in conflitto.
I cristiani orientali della diaspora come possono far sentire la loro voce all’opinione pubblica internazionale per favorire il processo di pace?
Per l’amore e l’attaccamento alle proprie radici possono confermare e incrementare l’ammirevole sostegno di cui hanno già dato prova. Li immagino in queste ore tra i primi ad attivarsi nelle diverse nazioni a diffondere le parole del Santo Padre, spendendosi per la maggiore adesione possibile alla giornata di preghiera e di digiuno di sabato prossimo. Ho tanta speranza soprattutto nei giovani, forse più disponibili a mobilitarsi, per amore della giustizia e della pace: anche in questa occasione essi sapranno “fare rumore”, come ha più volte chiesto loro il Papa a Rio nella Giornata Mondiale della Gioventù. Affido senz’altro ai giovani questa mobilitazione per la pace. Sappiano svegliare specialmente gli orientali, quelli che nel mondo ricoprono incarichi di responsabilità e quanti hanno immense possibilità, affinché si uniscano ai più umili, e soprattutto a Papa Francesco, perché sia ascoltato il “grido della pace”.
L'Osservatore Romano

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Associazioni e movimenti laicali in vista della giornata di digiuno e orazione. Per dar forza al grido della pace

È una risposta corale quella che giunge dal laicato cattolico all’invito alla preghiera e al digiuno per la pace in Siria, nel Medio oriente e nel mondo intero. L’Azione cattolica (Ac) italiana, come tutte le Ac del mondo riunite nel Forum internazionale di Azione cattolica, condivide «il grido della pace» di cui Papa Francesco si è fatto interprete nel corso dell’Angelus di domenica scorsa e rinnova «il proprio impegno a essere un anello di quella grande catena di donne e uomini di speranza, di dialogo e di solidarietà che considerano la pace un bene prezioso che supera ogni barriera, da promuovere e tutelare sempre».
Aderendo alla proposta e all’intenzione di Papa Francesco, i ragazzi, i giovani e gli adulti di Ac, parteciperanno alla giornata di digiuno e di preghiera indetta per sabato 7 settembre. «Offriamo la nostra concreta disponibilità a contribuire all’organizzazione in tutte le parrocchie e le diocesi del Paese di questo momento di preghiera e di incontro, alla vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace», si legge in una nota. «Come associazione di laici che opera nella costruzione del bene comune e per la promozione della pace auspichiamo che il nostro Paese e la comunità internazionale accolgano l’esortazione “a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana”».
L’appello del Papa è stato accolto anche da Comunione e liberazione (Cl), che sottolinea come  «non è mai l’uso della violenza che porta alla pace, ma l’incontro e il negoziato». In un comunicato don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl, afferma: «Accogliamo questo pressante invito del Papa e sosteniamo il suo grido — “Mai più la guerra! Un appello che nasce dall’intimo di me stesso!” —, unendoci alla sua preghiera con l’offerta delle nostre giornate, mentre aspettiamo di partecipare con tutti i fratelli e gli uomini di buona volontà alla grande giornata di digiuno e di preghiera convocata per sabato 7 settembre a Roma, aderendo alle iniziative delle diocesi nel mondo».
Analoga adesione è giunta dalla Comunità di Sant’Egidio che accoglie «con riconoscenza e totale sostegno» l’invito di Papa Francesco. «Sabato 7 settembre a Roma in piazza San Pietro, e negli oltre 70 Paesi del mondo in cui è presente e opera, la Comunità — si legge in un comunicato — si riunirà per pregare e per ripetere con forza e convinzione il grido del Papa: “Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza”».
Per Maria Voce, presidente del movimento dei Focolari, impegnata ad Amman, in Giordania, per partecipare all’assemblea generale della Conferenza mondiale delle religioni per la pace e per incontrare i rappresentanti del Movimento dei diversi Paesi dell’area medio-orientale, «due parole s’impongono in queste ore estremamente drammatiche e pericolose: impegno totale nel rispondere a Papa Francesco con la preghiera e il digiuno e gratitudine per aver dato voce ai cuori di milioni di uomini di tutte le fedi e di popoli di tutte le latitudini». In un comunicato, i Focolari rendono noto che gli aderenti al movimento parteciperanno alla giornata indetta dal Papa per il prossimo 7 settembre «unendosi alle forme più varie di preghiera, nelle parrocchie, nelle comunità, sulle strade e nelle case, in centinaia di città del mondo».
La visita di Maria Voce in Giordania, accompagnata dal co-presidente Giancarlo Faletti, si tiene quattordici anni dopo il viaggio di Chiara Lubich ad Amman. Un impegno teso a ribadire — si legge in un comunicato — «l’importanza della presenza del movimento in questa regione, anche dinnanzi alla possibilità di una nuova imminente guerra che tiene il mondo col fiato sospeso per le potenziali conseguenze». Con la speranza, sempre viva, che «la via del dialogo e della negoziazione ponga fine al conflitto e alle violenze in corso in Siria».
In tale scenario, le domande che i membri dei Focolari si pongono «riguardano il futuro dei loro Paesi, ma anche il rapporto con persone di altra religione, le relazioni fra le Chiese cristiane, tante di esse antiche e con una ricca e sovente dolorosa storia alle spalle, il futuro di famiglie e comunità in un momento in cui molti cercano di emigrare in vista di un futuro migliore». Sfide pressanti dove «anche la spiritualità dell’unità tipica dei Focolari, attraverso l’impegno di quanti vi aderiscono, cerca di dare un contributo». Questi giorni di comunione fra rappresentanti dei diversi popoli della regione con la presidente dei Focolari possono rappresentare una svolta, oltre a essere un segno di forte vicinanza e condivisione da parte dei membri del movimento nel resto del mondo.
Maria Voce sta incontrando delegazioni del movimento di varie nazioni del Vicino Oriente e del Nord Africa. Ad Amman sono convenuti laici e religiosi, giovani, adulti e famiglie, provenienti, oltre che dalla Giordania, da Turchia, Cipro, Libano, Siria, Iraq, Egitto, Algeria, Marocco, Tunisia e Terra Santa. Giorni di bilancio, con la possibilità di tracciare una prospettiva futura della presenza del movimento in un’area del mondo che vive realtà drammatiche. Nell’agenda della presidente, fra l’altro, la partecipazione all’incontro islamo-cristiano promosso dal Royal Institute for Inter-Faith Studies insieme a una delegazione di membri del movimento, cristiani e musulmani, nel pomeriggio del 4 settembre.
L'Osservatore Romano

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L'Osservatore Romano
Nel giorno in cui l’Onu certifica che i rifugiati siriani all’estero sono ormai più di due milioni, la minaccia di un inasprimento del conflitto, con conseguenze non valutabili ma certamente spaventose, pende sul popolo siriano e, più un generale, sull’intero Medio Oriente.


Il filo unico e insanguinato che lega le terre dei figli di Abramo


Secondo  tweet di Papa Francesco oggi: "Vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace" (3 settembre 2013)

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Da Gregorio Magno a Karol Wojtyla il «dovere» di parlare contro l’orrore
di Alberto Melloni
in “Corriere della Sera” del 3 settembre 2013
Il modo in cui papa Francesco s’è fatto voce della tragedia di Siria e il gesto che ha annunciato per
sabato hanno un significato che sarebbe riduttivo incasellare nella sequenza delle «rivoluzioni»
bergogliane. Nell’Angelus di domenica ci sono infatti due citazioni teologicamente impegnative sia
per chi le ha fatte sia per chi le ha ascoltate.
Il Papa ha supplicato di porgere l’orecchio al «grido che sale» dalla terra: un movimento che, nella
Scrittura, è quello che porta verso Dio la voce d’Israele in Mizraim (Egitto). Non lo si ritrova, quel
riferimento all’Esodo, nelle tante condanne papali della guerra che papa Francesco domenica poteva
ricalcare. Poteva riferirsi al «dovere di parlare» con cui Wojtyla deplorò inascoltato la guerra nel
2003; alla formula di Pio XII del 1939 per cui «nulla è perduto con la pace» o a quella di Benedetto
XV sulla «inutile strage» del 1917; poteva congiungere come Paolo VI all’Onu nel 1965 il «mai più
la guerra» alla teoria della guerra come conseguenza fatale del peccato. Invece non ha omesso nulla,
ma ha scelto come cifra di riferimento quella del grido che è una citazione dell’Esodo e insieme una
citazione del messaggio con cui Giovanni XXIII nell’ottobre 1962 scongiurò la deflagrazione
atomica ai tempi della crisi di Cuba. Una scelta che dice come Francesco non abbia in mente una
rituale deplorazione, ma voglia andare oltre.
E l’oltre è indicato dall’altra citazione biblica del Vangelo di Marco che disegna il gesto annunciato
per sabato 7. Francesco ha invitato al digiuno e alla preghiera i cristiani — e i capi delle grandi
chiese dovranno prendere posizione. Ma si è rivolto allo stesso titolo anche ai non cristiani (per gli
ebrei è l’indomani di Rosh Hashana, il Capodanno) e agli atei, invitati non in un cortile per esclusi,
ma in una piazza che vuol essere icona dell’unità della famiglia umana in una lotta escatologica
contro la guerra. «Col digiuno e la preghiera», secondo il Vangelo di Marco, non si placa Dio, ma si
caccia quel demonio resistente perfino all’insorgenza messianica e alla santità dell’Inerme.
Proponendo così una sorta di esorcismo del disumano che passa dalla «lectio divina», Francesco
riporta alla mente la predicazione di Gregorio Magno davanti all’assedio dei Longobardi del 593-
594. Mentre incombe la catastrofe Gregorio apre la Scrittura col popolo e vi legge ciò che prima
non appariva, perché «le parole divine crescono con chi le legge».
Cimentarsi in questa lettura è un atto coraggioso. Il mondo di oggi gradisce messaggi brevi, al
limite del vuoto ben confezionato che ad esempio la politica italiana conosce. Francesco dovrà
dimostrare di avere una lettura piena e globale di una serie di crisi che la diplomazia vede come
episodi separati e che le comunità cristiane, alla luce della loro minorità, sanno invece essere l’una
il destino dell’altra. Quello che dal 1989 insanguina l’ex Impero ottomano, e le sue vicinanze, è un
unico grande sisma (dello stesso tipo di quello che avrebbe spappolato l’Europa senza
l’ecumenismo e senza l’euro). Un sisma moltiplicato dalla riapertura di cicatrici confessionali
interne all’Islam che per rimarginarsi richiederanno pochi secoli e che intanto formeranno intere
generazioni alla efferatezza. Le comunità cristiane ortodosse, cattoliche, protestanti sanno grazie
alla loro disseminata irrilevanza quantitativa che senza iniziative serie e audaci (di cui non si vede
traccia e che eccedono l’Onu) la Libia diventerà come la Siria, la Siria come l’Iraq, l’Iraq come
l’Afghanistan e via di questo passo, in una somma di violenza di cui, alla fine, come sempre, si
rischia che paghi il conto Israele anche se dovesse pagare il conto da vincitore. Trovare il filo
politico di questa lettura globale non è il mestiere del Papa: ma se il Papa trova il filo spirituale può
darsi che qualcuno si accorga che quello che lega le terre dei figli di Abramo è un filo unico. Unico 
e insanguinato.

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Vatican Insider
(Andrea Tornielli) Francesco e la giornata di preghiera e digiuno per la pace in Siria sulla scia degli appelli dei Pontefici dell'ultimo secolo e lancia il tweet «Vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace». Che avesse in animo di fare (...)

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"Una catena d'impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà"

Il Movimento dei Focolari si unisce alla preghiera e al digiuno proposti da papa Francesco per la Siria


«Due parole s’impongono in queste ore estremamente drammatiche e pericolose: impegno totale nel rispondere a papa Francesco con la preghiera e il digiuno e gratitudine per aver dato voce ai cuori di milioni di uomini di tutte le fedi e di popoli di tutte le latitudini».
Così Maria Voce esprime il sentire del Movimento dei Focolari da Amman, in Giordania, dove sta incontrando le comunità dei Focolari dei Paesi di Medio Oriente e Nord Africa. Un mosaico di Chiese (cattolici, copto-ortodossi, greco-ortodossi e greco-cattolici, maroniti, armeni, caldei, siro-ortodossi e siro-cattolici) ed una nutrita rappresentanza di musulmani provenienti dall’Algeria, Marocco, Turchia e Giordania.
Papa Francesco afferma nel suo accorato appello che «non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto» a costruire «la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo: questa è l’unica strada per la pace». Ed è toccante sentire l’eco che arriva da famiglie e giovani della comunità dei Focolari di Aleppo: «Continuiamo nonostante tutto a costruire ponti di amore e unità con gli altri […], seminiamo la speranza nell’umanità sofferente attorno a noi, riempiamo i cuori tristi con la presenza di Dio, facciamo di tutto per portare l’amore agli altri. […] E preghiamo per la pace tanto minacciata nel mondo e nel Medio oriente, soprattutto in Siria, Egitto, Libano ed Iraq e perché trionfi l’amore di Dio nel mondo».
Con tutti gli uomini di buona volontà, gli aderenti dei Focolari intensificano il loro personale impegno con il diffondere e moltiplicare “gesti di pace” cominciando dai propri ambienti, come incoraggia a fare papa Francesco. Inoltre si raccolgono in preghiera quotidiana per la pace alle ore 12, di ogni fuso orario, nei 194 Paesi dove il Movimento è radicato. Il motivo viene sintetizzato da Maria Voce: «Per metterci di fronte a Dio e porci al suo servizio, perché possa usarci come strumenti di pace in tutti i nostri Paesi”.
I membri dei Focolari parteciperanno alla giornata indetta dal Papa per il prossimo 7 settembre per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero,unendosi alle forme più varie di preghiera, nelle parrocchie, nelle comunità, sulle strade e nelle case, in centinaia di città del mondo.

Papa Francesco

Il  tweet di Papa Francesco:
"Gesù, venendo in mezzo a noi trasforma la nostra vita. In Lui vediamo che Dio è amore, è fedeltà, è vita che si dona." (3 settembre 2013)


“Sempre dove è Gesù c’è umiltà, mitezza e amore”. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa ha messo l’accento sulla distinzione tra la “luce tranquilla” di Gesù che parla al nostro cuore e la luce del mondo, una “luce artificiale” che ci rende superbi e orgogliosi. 

L’identità cristiana è “un’identità della luce non delle tenebre”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dalle parole di San Paolo rivolte ai primi discepoli di Gesù: “Voi fratelli non siete nelle tenebre, siete tutti figli della Luce”. Questa Luce, ha osservato il Papa, “non è stata ben voluta dal mondo”. Ma Gesù, ha detto, è venuto proprio per salvarci dal peccato, “la sua Luce ci salva dalle tenebre”. D’altro canto, ha soggiunto, oggi “si può pensare che ci sia la possibilità” di avere la luce “con tante cose scientifiche e tante cose dell’umanità”: 
“Si può conoscere tutto, si può avere scienza di tutto e questa luce sulle cose. Ma la luce di Gesù è un’altra cosa. Non è una luce dell’ignoranza, no! E’ una luce di sapienza e di saggezza, ma è un’altra cosa che la luce del mondo. La luce che ci offre il mondo è una luce artificiale, forse forte - più forte è quella di Gesù, eh! - forte come un fuoco d’artificio, come un flash della fotografia. Invece, la luce di Gesù è una luce mite, è una luce tranquilla, è una luce di pace, è come la luce nella notte di Natale: senza pretese”.

E’, ha detto ancora il Papa, una luce che “si offre e dà pace”. La luce di Gesù, ha proseguito, “non fa spettacolo, è una luce che viene nel cuore”. Tuttavia, ha avvertito, “è vero che il diavolo tante volte viene travestito da angelo di luce: a lui piace imitare Gesù e si fa buono, ci parla tranquillamente, come ha parlato a Gesù dopo il digiuno nel deserto”. Ecco perché dobbiamo chiedere al Signore “la saggezza del discernimento per conoscere quando è Gesù che ci dà la luce e quando è proprio il demonio, travestito da angelo di luce”:

“Quanti credono di vivere nella luce e sono nelle tenebre, ma non se ne accorgono. Come è la luce che ci offre Gesù? La luce di Gesù possiamo conoscerla, perché è una luce umile, non è una luce che si impone: è umile. E’ una luce mite, con la fortezza della mitezza. E’ una luce che parla al cuore ed è anche una luce che ti offre la Croce. Se noi nella nostra luce interiore siamo uomini miti, sentiamo la voce di Gesù nel cuore e guardiamo senza paura la Croce: quella è luce di Gesù”. 

Ma se, invece, viene una luce che ti “rende orgoglioso”, ha ammonito, una luce che “ti porta a guardare gli altri dall’alto”, a disprezzare gli altri, “alla superbia, quella non è luce di Gesù: è luce del diavolo, travestito da Gesù, da angelo di luce”. Il Papa ha così indicato il modo per distinguere la vera luce da quella falsa: “Sempre dove è Gesù c’è umiltà, mitezza, amore e Croce”. Mai, ha soggiunto, “troveremo un Gesù che non sia umile, mite, senza amore e senza Croce”. Dobbiamo allora andare dietro di Lui, “senza paura”, seguire la sua luce perché la luce di Gesù “è bella e fa tanto bene”. Nel Vangelo odierno, ha concluso, Gesù scaccia il demonio e la gente è persa da timore difronte ad una parola che scaccia gli spiriti impuri:

“Gesù non ha bisogno di un esercito per scacciare via i demoni, non ha bisogno della superbia, non ha bisogno della forza, dell’orgoglio. ‘Che parola è mai questa che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?’ Questa è una parola umile, mite, con tanto amore; è una parola che ci accompagna nei momenti di Croce. Chiediamo al Signore che ci dia oggi la grazia della sua Luce e ci insegni a distinguere quando la luce è di Lui e quando è una luce artificiale, fatta dal nemico, per ingannarci”.

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Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza, aveva detto domenica all’Angelus il Papa. In Siria si rischia la guerra mondiale, ha aggiunto ieri per fare ancora più chiarezza mons. Mario Toso, segretario del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, secondo cui c’è il concreto pericolo che il conflitto “deflagri e si estenda ad altri paesi”. Gli ingredienti, aggiunge a Radio Vaticana, “ci sono tutti”. L’attacco contro Damasco – anche se limitato nel tempo e sferrato per punire l’uso di armi chimiche sulla popolazione civile da parte del regime di Bashar el Assad – è un’opzione che non può neppure essere presa in considerazione, a giudizio della Santa Sede. Mentre le strutture diplomatiche d’oltretevere lavorano per favorire una composizione del conflitto attraverso “l’incontro e il negoziato”, Francesco si prepara alla veglia di preghiera e digiuno di sabato prossimo, cui si unirà “probabilmente” anche il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, la quale ha comunque precisato – se ce ne fosse bisogno – che non si unirà nella preghiera “in quanto laica”. L’obiettivo del gesto di Bergoglio è di mobilitare le coscienze, di riempire il sagrato di San Pietro di uomini e donne (non importa se cristiani, appartenenti ad altre confessioni religiose o atei) convinti che, se non al giudizio di Dio, almeno “a quello della storia sulle nostre azioni non si potrà sfuggire”.
La strategia è chiara ed è stata messa a punto sabato mattina nel corso di un’udienza a Santa Marta cui hanno preso parte i vertici della segreteria di stato, il prefetto della Congregazione per le chiese orientali, il cardinale Sandri, e il Pontefice stesso. Due giorni prima, Francesco aveva ricevuto il re giordano, Abdallah II, per farsi un’idea in prima persona di quale sia la situazione sul campo e degli sviluppi diplomatici. Un Angelus, quello di domenica, in cui il Papa cita Giovanni XXIII e la sua Pacem in terris, ma nel quale pare di riascoltare il “nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra” pronunciato da Pio XII nell’agosto del 1939 e i passaggi più duri e drammatici della Lettera di Benedetto XV ai capi dei popoli belligeranti del 1917, in piena Grande Guerra.
L’attivismo del Papa argentino contro la guerra senza se e senza ma – anche se come reazione all’uso di armi chimiche, condannato esplicitamente domenica da Francesco – è molto di più che preoccupazione per le conseguenze che potranno scaturire dai raid sulla Siria. Bergoglio sta ribaltando il concetto secondo il quale, in casi particolari e circostanziati, l’intervento umanitario sia ammissibile se non addirittura provvidenziale. E’ una rivoluzione che chiude un’epoca durata vent’anni, da quando Giovanni Paolo II scrisse una lettera all’allora segretario generale dell’Onu, Boutros Boutros-Ghali, in cui sosteneva che “l’autorità del diritto e la forza morale dell’Onu costituiscono le basi sulle quali si fonda il diritto d’intervento per salvaguardare la popolazione presa in ostaggio dalla follia mortale dei fautori della guerra”. Ribadiva quanto, l’anno prima, aveva detto intervenendo alla Fao: “Sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici: è un dovere per le nazioni e la comunità internazionale”. Oggi, Francesco archivia il bellum iustum invocato da Karol Wojtyla per salvare Sarajevo e grida dalla finestra dello studio privato del Palazzo apostolico che “non è mai l’uso della violenza che porta alla pace”. Le bombe, insomma, non si possono mai considerare legittime. Neanche se hanno impressa la firma delle Nazioni Unite.
M. Matzuzzi
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“la Repubblica” - Rassegna "Fine settimana"
(Marco Ansaldo) L’appello, il digiuno, due tweet. E poi incontri personali, parole di fermezza, la mobilitazione della sua diplomazia. Jorge Mario Bergoglio prova a lanciare il peso del suo fresco incarico come Pontefice di Santa Romana Chiesa nel tentativo di coagulare, (...)
Bonino, Veronesi e il Gran Muftì di Siria ecco il popolo dei “digiunatori” di Francesco (di Marco Ansaldo in “la Repubblica” - Rassegna "Fine settimana"

Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.


Preghiamo per la PACE ... 7 settembre 2013 Giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero.





L'uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. 
Dio ha introdotto la guarigione. 
È entrato in persona nella storia. 
Alla permanente fonte del male 
ha opposto una fonte di puro bene. 
Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, 
oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. 
E questo fiume è presente nelle storia: 
vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi,
i semplici fedeli. 
Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo 
è presente, è forte.


Benedetto XVI






Dal Vangelo secondo Luca 4,31-37

In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità. 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». 
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male. 
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.


Il commento

Abbiamo bisogno dell' "autorità" di Gesù. Senza di essa i demoni e i loro inganni non vengono smascherati; così continuiamo a vivere profondamente insoddisfatti e frustrati, infelici e pieni di giudizi e mormorazioni, senza sapere il perché. Certo, di cause esterne a noi ve ne sono a bizzeffe: l'ingiustizia che non ci lascia neanche un giorno, le malattie, la precarietà economica, il fallimento dei progetti. Soprattutto la mancanza di amore: il non sentirsi amati, accolti per quello che siamo, rispettati e ascoltati, considerati e apprezzati. Siamo "impuri" e non sappiamo da dove ci venga tanta sporcizia. In Israele la purità era compresa in senso rituale e cultuale; per essere puri e poter accedere al culto bisognava tenersi lontani da cose, animali, persone o luoghi che si ritenevano capaci di contagiare e di separare dalla santità di Dio. In modo particolare era impuro quanto legato alla nascita, alla morte, all’alimentazione, alla sessualità. Al centro della vita quotidiana di un ebreo vi era il Libro del Levitico; esso era il Libro che i bambini cominciavano a leggere; per gli ebrei, infatti, è fondamentale quello che un bambino impara da piccolo, da suo padre e da sua madre. La trasmissione della fede avviene quindi attraverso l'insegnamento della Legge di Santità contenuta nel Levitico: "Tu sarai santo perché Io, il Signore tuo Dio sono Santo". Imparando attraverso una serie di regole e precetti cosa concretamente questo significhi, un bambino ebreo acquisisce una retta e autentica antropologia, e scopre la propria identità. Un ebreo sa di essere nato per vivere santamente, semplicemente perché Dio lo ha creato santo a sua immagine e somiglianza. 

La purezza cultuale, dunque, non è fine a se stessa, ma è uno strumento per vivere la vita come una liturgia di santità. Per questo, ad esempio, in ebraico "matrimonio" si dice "santificazione". Dio ha creato l'uomo per essere felice, contemplando e sperimentando il suo amore in ogni cosa. Ma il peccato è entrato nel mondo per invidia del demonio, che, misteriosamente, non si è "accontentato" di essere il più bell'angelo al servizio di Dio. Con una menzogna, ha trascinato l'uomo nella sua invidia, facendolo partecipe della sua "impurità". A causa della menzogna primordiale, infatti, l'uomo ha sperimentato i frutti amari dell'orgoglio, ritrovandosi solo e nudo, ben lontano dalla liturgia di lode e santità del Paradiso. La vita è divenuta fonte di preoccupazione, fatica e mormorazione. L'occhio si è appesantito nella concupiscenza scatenata dalla fame, e gli altri si sono trasformati in prede da afferrare e di cui nutrirsi. In un mondo schiavo del demonio, Israele è stato scelto, "santificato", cioè separato dall'impurità, come una primizia e una profezia della salvezza che sarebbe giunta con il Messia. Attraverso la Torah e la Tradizione, il Popolo ha avuto e ha la missione di testimoniare al mondo che Dio esiste e non ha dimenticato l'uomo. Proprio attraverso la "purezza" della vita ogni ebreo vive secondo la volontà di Dio che lo ha creato santo. Camminando nella Legge egli impara a vedere Dio nel fratello e nella storia. 

I Rabbini insegnavano, infatti, che per vedere Dio occorre accostarsi alla scala che, nel sogno, ha permesso a Giacobbe di vedere il Cielo aperto. Essa era una profezia della scala del Sinai, sulla cui sommità Dio ha consegnato la Torah a Mosè e al Popolo. Ma non solo: al Tempio, accanto all'altare dove si bruciavano i sacrifici, vi era una piccola scala. I sacerdoti che vi salivano e scendevano erano immagine degli angeli che Giacobbe aveva visto nel sogno salire e scendere dalla scala. Per avere un occhio puro capace di vedere Dio è dunque necessario accostarsi alla scala di Giacobbe, attraverso l'ascolto della Legge e l'obbedienza ad essa, accanto all'offerta dei sacrifici all'altare del Tempio. Queste due vie sono come riassunte nell'episodio dell'incontro tra Giacobbe ed Esaù; dopo la notte passata al guado dello Jabbok, dove Giacobbe ha lottato con Dio sperimentando la sua debolezza e la forza di Dio, claudicante e a Lui appoggiato incontra il fratello, di cui aveva una terribile paura. E invece si compie la riconciliazione tra i due, così che per Giacobbe "vedere il volto di Esaù è come vedere il volto di Dio" (cfr. Gen 33,10). La purezza sgorga dunque da un cuore riconciliato che riconosce nel fratello il volto di Dio: l'amore e il perdono sono la sintesi della Torah ricevuta dal Cielo, di cui sono segno e annuncio sulla Terra, il sacrificio autentico e "purificatore". 

Non a caso Gesù si trova, di "sabato" in una "sinagoga". E' proprio lì, nel luogo che rinnova il Sinai e sostituisce il tempio per le liturgie settimanali, che si nasconde "un uomo posseduto da uno spirito impuro". Satana, infatti, ci attira nella sua impurità proprio attraverso le cose sante. Occorre fare bene attenzione: egli sa chi è Gesù, e non lo nasconde: "Io so chi tu sei: il santo di Dio!". Non lo nega, anzi. Ed è quello che fa con tutti noi, chiamati ed eletti come Israele ad essere santi come il nostro Creatore. L'autorità del demonio è quella della menzogna che la superbia desidera ascoltare e della quale si nutre: "fatti dio, non umiliarti, perché Dio non è amore e vuole solo limitarti. Guarda la tua vita, il tuo matrimonio, i figli, il lavoro e i colleghi, il governo e le tasse, la malattia e la sofferenza degli innocenti; guarda le ingiustizie che ti hanno ferito: ha senso tutto questo?". E allora ci presenta Gesù come il "santo di Dio", ma secondo il pensiero del mondo, un taumaturgo che deve risolvere i problemi, cambiare la storia e fare felice il nostro uomo vecchio, corrotto dietro le passioni. Esattamente come lo aveva compreso la carne di Pietro: un secondo dopo averlo confessato come "il Figlio del Dio vivente" grazie all'ispirazione del Padre, di fronte all'annuncio della Croce, "attualizza" carnalmente la professione di fede: "questo non ti accadrà mai". Ecco come il demonio conosce Gesù: come un Messia a cui non accadrà mai di andare a Gerusalemme ad essere rifiutato e crocifisso per risorgere. 

In fondo si tratta delle stesse menzogna sussurrata a Gesù nel deserto. La stessa che ascoltiamo e alla quale crediamo, "nella sinagoga in giorno di sabato" celebrando il culto: magari nella preghiera, a messa, nelle varie attività della parrocchia, nella propria comunità. Nonostante tutto questo siamo "impuri", incapaci di lodare e benedire Dio per la vita, la storia e i suoi eventi, le persone che ci sono donate così come sono. Il demonio ci inchioda all'impurità dell'ipocrisia, che pulisce l'esterno e lascia sporco l'interno. Ciò significa che nonostante tutto quello che facciamo siamo nemici della Croce, come abbiamo ascoltato dal padre della menzogna. Invece del Levitico e del codice di santità abbiamo prestato ascolto alle parole suadente e adulatorie del nemico, e così anche la nostra identità si è offuscata. Non sappiamo più chi siamo, per questo non sappiamo come essere felici. Accogliendo la falsa immagine di Gesù che ci presenta il demonio e rifiutando quella autentica perché crediamo che "venga a rovinarci", perdiamo inesorabilmente il senso della vita indossando una falsa immagine di noi stessi. Come afferma il Padre Cantalamessa, citando un pensiero da lui ascoltato, da persona scadiamo a personaggio: "Il personaggio non è altro che la corruzione della persona. La persona è un volto, il personaggio una maschera. La persona è nudità radicale, il personaggio è tutto abbigliamento. La persona ama l’autenticità e l’essenzialità, il personaggio vive di finzione e di artifici. La persona ubbidisce alle proprie convinzioni, il personaggio ubbidisce a un copione. La persona è, umile e leggera, il personaggio è pesante ed ingombrante".

Il personaggio non può che ripetere "basta!" alla verità. Quante volte in famiglia ripetiamo questo stesso "basta!". Quando la moglie si avvicina e ci rimprovera di essere stati troppo severi con i figli; o di essere stati avari e non aver accolto un suo bisogno; quando un figlio immaturo continua i capricci e non sopportiamo di essere molestati e scomodati; quando il Signore ci invita ad aprirci alla vita unendoci al coniuge, e "basta!", sette figli sono più che sufficienti; quando il collega ci calunnia per l'ennesima volta, e "basta!", è giunto il momento di denunciarlo al dirigente; quando il Vescovo cambia ancora il nostro incarico, e "basta!", non faccio in tempo a conoscere le persone; quando una malattia incurabile afferra il corpo, e "basta!", perché soffrire e far soffrire? "Basta!", diciamo a Gesù con il demonio. "Basta! Che cosa vuoi da me???": ho fatto tanti sacrifici, ancora a "rovinare" i miei piani? Ecco, questi sono i pensieri secondo gli uomini e il mondo che abbiamo nella testa. Per questo ogni volta che ci rinchiudiamo a "pensare" non ci accorgiamo di "dialogare" con il demonio. Il cristiano non pensa, prega. Non specula con il suo uomo vecchio, ma si umilia e consegna se stesso al Signore, peccati compresi. Invece ci illudiamo di essere quello che non siamo chiedendo a un "simulacro" e a una caricatura di Gesù quello che non ci darà mai. Per questo siamo in guerra permanente con Dio e con il mondo. Indignati e irosi, con il cuore rancido di insoddisfazione. "Impuri"....

Ma "scende" anche oggi il Signore alla nostra vita, e non si preoccupa di sporcarsi con le nostre impurità. Ci parla, ci tocca, e accade l'impensabile: invece di contaminarsi con la nostra impurità la fa santa! Dove giunge la sua Parola appare l'infinita santità di Dio che attira e purifica brucianod nella verità ogni menzogna. Non è vero che non ci ama, è qui ora, dove nessuno si è mai avvicinato, con misericordia; non una parola di disprezzo, di giudizio, di rifiuto. Anzi. La sua voce scova il demonio e a lui si dirige: è lui infatti il padre che ci ha generati all'impurità, sarebbe inutile parlare con noi. Così accade in ogni esorcismo. Così è chiamato a fare un genitore con i propri figli. Dialogare con loro è pericolosissimo, si rischia di restare invischiati tutti nella stessa menzogna e divenire "impuri", lontani da Dio e dal suo amore. Occorre invece parlare al demonio, smascherare le sue menzogne e intimargli di "tacere", come ha fatto e fa Gesù con noi. 

"Taci!" con tutte le menzogne. Taci, perché la Croce ha distrutto il peccato e ha purificato ogni macchia. Solo la Parola della Croce ha l'"autorità" capace di distruggere quella faldsa del demonio: la luce di bene che da essa promana, la gloria della risurrezione che accoglie e purifica anche il peccato e la morte, apre il cammino a una vita nuova per tutti noi. L'amore di Dio, al contrario della menzogna del demonio, ci libera e "non ci fa alcun male". Solo ci consegna "in mezzo a tutti", come un segno dell'amore e della misericordia di Dio. "In mezzo a tutti" perché in tutti possiamo, con occhio "puro", vedere Dio.




APPROFONDIMENTI




Le virtù da ritrovare e vivere ...e resiste­re "La fortezza"

La fortezza (oltre le crisi)

Se c’è una virtù particolarmente preziosa nei tempi delle crisi, questa è la fortezza. È la capacità di continuare a vivere e resiste­re nelle lunghe e dure avversità. Una forza spirituale e morale alla quale le generazioni passate attribuivano un’enorme importan­za, al punto di chiamarla virtù cardinale. La fortezza consente di non lasciarsi andare quando ci sarebbero tutte le condizioni per farlo. È la fortezza che ci fa resistere nella ri­cerca della giustizia in contesti corrotti; che ci fa continuare a pagare le tasse quando troppi non lo fanno; a rispettare gli altri quan­do non si è rispettati; a essere non violenti in ambienti violenti. Che ci mantiene tempe­ranti anche quando siamo immersi nell’in­temperanza, che ci fa resistere per anni in un posto di lavoro sbagliato, che ci fa resta­re in famiglie e comunità anche quando tut­ti e tutto, tranne la nostra anima, ci dicono di andarcene.

Essa è una virtù accanto alle altre, ma, come e più delle altre virtù cardi­nali, è anche una dimensione o pre-condi­zione per poter vivere tutte le altre virtù quan­do si agisce in contesti difficili, e quando le condizioni difficili durano per molto tempo. È una virtù ancella di tutte le virtù, perché ci fa andare avanti in assenza di reciprocità. Per questo una bella parola che oggi racchiude molti dei significati della fortezza è resilien­za, che dice anche la capacità che ha la per­sona di non mollare, di restare aggrappato al­la parete, di non scivolare giù nei vari pendii di cui è fatta la vita personale e civile. Per questa ragione la fortezza è stata – ed è – la salvezza soprattutto dei poveri, che grazie a questa virtù riescono tante volte a com­pensare l’ingiusta mancanza di risorse, di diritti, di libertà, di rispetto, e a non morire. Li fa resistere durante le lunghe carestie, nel­le interminabili assenze di mariti e figli e­migrati o dispersi nelle tante guerre (esiste un rapporto speciale tra la fortezza e le don­ne). Dà ai tanti Edmond Dantès della storia e del presente, la forza di sperare anche quando rinchiusi in carceri per decenni, so­lo perché poveri. Pure la fortezza conosce la logica parados­sale di ogni virtù.

Ci sono, infatti, dei mo­menti decisivi della vita quando la fortezza deve sapersi tramutare in debolezza per es­sere veramente virtuosa. L’accettazione do­cile di una sventura, di una malattia grave, di un fallimento, di una vedovanza, o la ricon­ciliazione con quell’ultima tappa della vita quando qualcuno (o una voce dentro) ci di­ce che è giunta la nostra ora. La dignità e la forza morale in questi momenti di debolez­za- virtuosa dipendono decisamente da quanta fortezza abbiamo saputo accumula­re durante l’intera esistenza. La fortezza è poi essenziale per resistere e vincere le tentazioni, una parola questa che è uscita dall’orizzonte delle nostre città per­ché troppo vera per essere capita dalla no­stra inciviltà dei consumi e delle scommes­se (in finanza e nei giochi d’azzardo). E in­vece le tentazioni ci sono, e saperle ricono­scere e superare significa non perdersi nella vita.

È la fortezza che fa rifiutare donazioni da imprese immorali, che non fa vendere per speculare una buona impresa familiare che racchiude generazioni di amore, di dolore e di dedizione, che fa capaci di non assecon­dare un innamoramento sbagliato e ritor­nare, fedeli, a casa. L’economia è un brano di vita, e per questo ha bisogno anche della fortezza perché sia vi­ta buona. Ci sono però due ambiti nei quali la fortezza svolge un ruolo essenziale. Il pri­mo riguarda direttamente la vita e la voca­zione dell’imprenditore. Anche se tanta gen­te pensa – e purtroppo scrive anche – esat­tamente il contrario, l’economia di mercato non è un sistema che ricompensa regolar­mente il merito né il talento, o che lo ricom­pensa meglio di altri sistemi (lo sport, le so­cietà scientifiche, la famiglia …).

Nella di­namica di mercato non esiste un rapporto certo tra il comportamento virtuoso del­l’imprenditore (innovazioni, lealtà, corret­tezza, legalità …) e il suo successo sul mer­cato. Questo rapporto spesso c’è, ma può non esserci. I risultati di un’impresa dipen­dono da innumerevoli circostanze, che pos­sono mutare indipendentemente dal con­trollo e dal merito dell’imprenditore o del­l’imprenditrice.

E così può accadere che sforzi meritevoli restino senza ricompensa, e che il premio vada a chi ha meno merito o talento. La sventura può colpire – e ogni tanto colpisce – anche il giusto, anche il virtuoso imprenditore, soprattutto nei tempi della crisi. La coltivazione della virtù della fortezza lo può salvare, lo può aiutare a non arrendersi, e a rilanciare la corsa.

Il secondo ambito è invece tutto interno alle organizzazioni. Quando un’impresa attraversa periodi di vera crisi, soprattutto quelle che coinvolgono le motivazioni profonde delle persone, il suo superamento dipende dalla presenza in questi luoghi di un numero sufficiente di persone con una sufficiente resilienza. Se, infatti, non c’è qualcuno (almeno uno) che andando oltre la logica degli 'incentivi' continua a resistere e a lottare senza badare a orari e 'spreco' di risorse, le crisi aziendali non si superano. L’arte del governo di un’impresa consiste in massima parte nel saper attrarre persone con alti valori di resilienza, nel non lasciarli andar via, e nel far sì che la resilienza­fortezza aumenti nel corso dell’esperienza lavorativa.

La fortezza, infatti, ha bisogno di essere costantemente alimentata, perché se è vero che si impara a essere forti praticando la fortezza, è ancor più vero che essendo una 'virtù di durata', la fortezza è particolarmente soggetta al rischio di esaurimento. Un segnale inequivocabile che la fortezza sta finendo (o è finita) è la comune frase: «Non ne vale più la pena», che dice il non riuscire più a vedere un valore nel travaglio della resistenza. È dunque molto importante non considerare mai la fortezza degli altri (né la nostra) come un tratto immodificabile o come uno stock, perché può appassire e anche morire se la persona non la coltiva (con la vita interiore, con la poesia, con la preghiera…), e se gli altri che la circondano non la rafforzano con espressioni di stima, di condivisione, di apprezzamento, di riconoscenza. Si riesce a resistere a lungo in condizioni di grande difficoltà se non si è soli, in compagnia della virtù degli altri e della propria interiorità abitata.

Infine, la fortezza è indispensabile per conservare la gioia, la letizia e l’allegrezza del vivere in condizione di perduranti difficoltà, malattie, tradimenti. Una delle cose più sublimi al mondo è l’esistenza di persone capaci di gioia vera in condizioni oggettive di grande avversità. Questo tipo di gioia-virtuosa è un inno alla vita, un bene comune che arricchisce tutti coloro che ne sono contagiati. Le qualità della fortezza necessarie per conservare la gioia non sono meno preziose e potenti di quelle che fanno sopportare le difficoltà e il dolore. È questa gioia il sacramento dell’autenticità di ogni virtù, una gioia fragile e forte, che rende il giogo delle lunghe avversità più leggero, persino soave. 
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Luigino Bruni 

Ultimo messaggio di Maria a Medjugorje a Mirjana ...


Messaggio del 2 Settembre 2013
 
 
 
versione audio


Messaggio a Mirjana del 2 settembre 2013


"Cari figli, vi amo tutti. Tutti voi, tutti i miei figli, tutti voi siete nel mio Cuore. Tutti voi avete il mio amore materno e desidero condurre tutti voi alla conoscenza della gioia di Dio. Perciò vi chiamo. Ho bisogno di apostoli umili che con cuore aperto accolgano la Parola di Dio e aiutino gli altri a comprendere con la Parola di Dio il senso della loro vita. Per poterlo fare, figli miei, attraverso la preghiera ed il digiuno dovete imparare ad ascoltare col cuore ed imparare a sottomettervi. Dovete imparare a respingere da voi tutto ciò che vi allontana dalla Parola di Dio e ad anelare solo a ciò che ve la avvicina. Non temete: io sono qui, non siete soli! Prego lo Spirito Santo che vi rinnovi e vi rafforzi. Prego lo Spirito Santo affinché, mentre aiutate gli altri, anche voi stessi guariate. Lo prego affinché attraverso di Lui siate figli di Dio e miei apostoli".
Poi con grande preoccupazione la Madonna ha detto: "Per Gesù, per mio Figlio, amate coloro che Egli ha chiamato e anelate alla benedizione solo di quelle mani che Egli ha consacrato. Non permettete al male di prendere il sopravvento. Ripeto di nuovo: solo con i vostri pastori il mio Cuore vincerà! Non permettete al male di separarvi dai vostri pastori.
 Vi ringrazio".

lunedì 2 settembre 2013

PERCHÉ CREDONO

CREDERE ...credere ...

rosa
IO CREDO, PER CARITÀ, NON C’È CHE DIRE. ANZI, IL CREDO È UNA DELLE MIE PREGHIERE PREFERITE, IN CHIESA MI SPOLMONO A PROCLAMARLO, E PRESTO DIVENTERÒ UNA DI QUELLE VECCHIETTE CHE RIMANGONO INDIETRO DI VARI SECONDI, E VANNO PER CONTO LORO SEMPRE A VOCE UN PO’ TROPPO ALTA. MA LA MIA FEDE FIERAMENTE DECLAMATA REGGEREBBE A QUALSIASI COLPO?
CONOSCO UNA FAMIGLIA CHE SA COSA SIA DAVVERO CREDERE. HANNO UN BAMBINO CHE SOFFRE DI LEUCEMIA DA QUANDO AVEVA TRE ANNI. UN PRIMO TRAPIANTO, ANDATO BENE, UNA RICADUTA. UN SECONDO TRAPIANTO, CON UN’ALTRA TECNICA, ANDATO MIRACOLOSAMENTE BENE. POI DI NUOVO UNA RICADUTA, UN RICOVERO IN UN OSPEDALE LONTANO, LA DIFFICOLTÀ DI GESTIRE I DUE FRATELLINI CHE NEL FRATTEMPO I CORAGGIOSI GENITORI HANNO AVUTO, RIMANENDO APERTI ALLA VITA. ADESSO IL TERZO INTERVENTO (E SPERIAMO IL MIRACOLO DEFINITIVO: LO STIAMO CHIEDENDO A GIOVANNI PAOLO II).
NON HO MAI SENTITO UN’IMPRECAZIONE CHE SIA UNA DA PARTE DI QUESTI GENITORI, MAI UN “PERCHÉ A ME”, MAI UN “MA PERCHÉ DIO PERMETTE QUESTO?”, MAI UN “ALLORA LE PREGHIERE NON SERVONO A NULLA”. IO CHE VADO NEL PANICO PER OGNI DOLORETTO ALLO STINCO DEI MIEI FIGLI (ERA LA BOTTA DATA IN SCIVOLATA ALL’ALBERO DI LIMONI), PER OGNI MAL DI GOLA (PROBABILMENTE IL BAGNO IN PISCINA E L’ARIA CONDIZIONATA IN MACCHINA): “SARANNO I LINFONODI INGROSSATI? QUANTI GIORNI DI VITA GLI RESTERANNO?”
LA CROCE – CHE COMUNQUE È SEMPRE PROVVISORIA – INSEGNA ALL’UOMO LA SUA REALTÀ, CIOÈ CHE SIAMO PICCOLI, IMPOTENTI, DEBOLI, NON IN GRADO DI CONTROLLARE PRATICAMENTE NULLA DELLA NOSTRA VITA. QUESTA È LA VERITÀ. FORSE ORA MENTRE SCRIVO È GIÀ PARTITO L’EMBOLO CHE MI PORTERÀ ALLA MORTE (NEL CASO CHE L’ARTICOLO ESCA POSTUMO, SAPPIATE CHE AMO MOLTO I MUGHETTI, CONFIDO DI RICEVERNE DA QUALCUNO UN RAMOSCELLO, DA MORTA, VISTO CHE MIO MARITO NON LI DISTINGUE DAGLI ALTRI FIORI) MENTRE IO MI ILLUDO DI CONTROLLARE TUTTO DELLA MIA VITA E DI QUELLA DEI MIEI CARI. A VOLTE MI VIENE IL DUBBIO CHE IO CONSIDERI DIO UN BEL COMPLEMENTO A UNA VITA CHE PERÒ FONDAMENTALMENTE GESTISCO DI TESTA MIA.
I GENITORI DI QUEL BAMBINO INVECE SONO DIPENDENTI DA DIO COME UN MALATO DALLA BOMBOLA DI OSSIGENO. È QUELLA È LA NOSTRA VERITÀ. LORO SANNO CHE OGNI GIORNO È GRAZIA, CHE I NOSTRI CAPELLI SONO CONTATI DA UN PADRE CHE CI AMA, SANNO CHE SIAMO NATI PER LA VITA ETERNA. PER QUESTO NON IMPAZZISCONO, PER QUESTO SORRIDONO. PERCHÉ CREDONO.
FONTE: CREDERE

ITE, MISSA EST  " CREDERE "


Sebbene, si sa, una mamma non vada mai in ferie, e anzi, di solito abbia bisogno di una vacanza, dopo, per riprendersi dalla vacanza, può anche capitare di trovare qualche minuto per leggere. Se poi il libro è la storia di Chiara Corbella Petrillo, Siamo nati e non moriremo più, i minuti volano e può capitare di passare la notte in bianco, avvinti dalla storia di questa donna meravigliosa, e del suo coraggioso marito. I loro amici, Simone Troisi e Cristiana Paccini raccontano la storia di Chiara – Credere ne ha già parlato – raccogliendo, proprio come fecero i primi testimoni di Gesù, quello che hanno visto e toccato con mano. 

C’è qualcosa che mi ha colpita più ancora dell’incredibile avventura di due genitori che accolgono due figli malati, uno dopo l’altro, e li accompagnano con amore nelle loro poche ore di vita. Più ancora della decisione di non danneggiare il terzo bambino, sano, che Chiara si trova in pancia quando scopre di avere un tumore. Più ancora della tenacia con cui la mamma si è curata e ha affrontato il dolore, nel primo anno del bambino. Più del racconto della morte accolta col sorriso, e della forza con cui il marito va avanti da solo senza perdere la fede.
Più di tutto, in questo libro prezioso, mi ha colpito il racconto del tormentato fidanzamento, quando i due ragazzi superano le difficoltà che fino ad allora li hanno fatti litigare, prendersi e lasciarsi, comprendendo la cosa più importante: «Se riconosci – dice Enrico – che solo in Dio puoi amare, devi amare Dio più di tua moglie, più di tuo marito. Se cerchi la consolazione nell’amore di una persona che ti sta vicino, stai prendendo una strada sbagliata. Perché la consolazione te la deve dare solo il Signore». Arrivare a capire una cosa così grande, prima ancora di sposarsi! Che meraviglia! Non mi stupisce che il Signore li abbia scelti, Chiara ed Enrico, per essere un segno profetico del vero Matrimonio cristiano. Qualcosa che fa impallidire l’amore romantico e tutto emotivo che va per la maggiore oggi.
Di Costanza Miriano


IL PULCE HA FATTO IL SALTO  <<< 



I giornali lo chiamavano “il baby Vallanzasca”. A 15 anni ha alle spalle un lungo elenco di reati. Rinchiuso nel carcere minorile Beccaria chiede ai cappellani di essere battezzato. L’inizio di un (difficile) cammino di crescita.

vita dietro le sbarre - Alcune immagini della vita quotidiana nel carcere minorile Beccaria di Milano
Vita dietro le sbarre - Alcune immagini della vita quotidiana nel carcere minorile Beccaria di Milano
 (Foto Stefano Pavesi).
 


>>> IL PULCE HA FATTO IL SALTO  <<< 


Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. Nessun profeta è bene accetto nella sua patria. ...Avinu Malkeinu.








Il punto di partenza è l'esperienza della fede come realtà.
Il cristianesimo è presenza, il qui ed ora del Signore,
che ci sospinge nel qui ed ora della fede e della vita di fede.
E così diventa chiara la vera alternativa:
il cristianesimo non è teoria, né moralismo, né ritualismo,
bensì avvenimento, incontro con una presenza,
con un Dio che è entrato nella storia e che continuamente vi entra.
Il cristianesimo è avvenimento;
il cristianesimo è incontro con la persona di Gesù Cristo.


Card. Joseph Ratzinger


Dal Vangelo secondo Luca 4,16-30. 

Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 
Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: 
Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, 
e predicare un anno di grazia del Signore. 
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 
Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 
Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 
Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». 
Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 
Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 
ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 
C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». 
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 
si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. 



Il commento

La fede non è un salto nel buio: «Che cosa è infatti il cristianesimo? È forse una dottrina che si può ripetere in una scuola di religione? È forse un seguito di leggi morali? È forse un certo complesso di riti? Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento» (Don Luigi Giussani). La fede, nel cristianesimo, è l’esperienza fondante che continua a ripetersi nell'arco di una vita, come quella offerta da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. In ebraico la parola fede, emunah, non ha il significato che siamo soliti conferirgli: essa rimanda a un sostegno, a qualcosa di fermo su cui poter appoggiarsi: "in Cristo abbiamo come un'àncora della nostra fede" (Eb. 6,19). In quella sinagoga Gesù inaugura la sua missione, laddove era stato “allevato” nello studio della Torah, e aveva appreso, Lui l'Autore della Legge, la fede del suo Popolo. Gesù torna alle origini, alle fonti della sua storia, che è la storia di Dio con il suo Popolo, perché "il punto di partenza (del cristianesimo) è l'esperienza della fede come realtà” (Card. Ratzinger). 


Gesù inizia dunque dalla sua stessa realtà, dall'avvenimento che lo ha introdotto nel mondo. Gesù incarna Dio nella carne di ogni uomo: e lo fa a partire dai suoi parenti, dai suoi amici; dalle strade, le botteghe, le piazze dove è cresciuto, dai luoghi e dalle persone che gli sono più familiari, come una profezia per tutte le Nazaret della storia, anche le nostre. L’annuncio del Vangelo, infatti, svela il mistero dell’appartenenza a Dio di ogni uomo. Ogni realtà nella quale viene proclamata la Buona Notizia diviene come Nazaret, la città del Figlio di Dio, perché essa illumina il passato e il presente con il bagliore della vittoria di Cristo, e cambia il corso della storia dischiudendo un futuro di salvezza. Chiunque ascolti la predicazione si sente familiare e amico di Gesù, protagonista della storia di salvezza con cui Dio ha condotto il suo popolo. La storia di un innamoramento fattosi amore travolgente, sigillato in un'alleanza eterna; ma anche storia di tradimenti, cadute, e perdono e misericordia. Una storia di “schiavitù, oppressione, povertà e cecità”, quella di un resto umiliato, con gli "occhi fissi" su una promessa, nell’attesa ardente del suo compimento. Il “Sabato” per Israele è tutto questo, il compimento delle nozze promesse. Ma, per guardare alla realtà senza pregiudizi e lasciarsi salvare dalla predicazione, occorrono occhi umili e semplici, “occhi fissi su Gesù”. In ebraico il valore numerico delle lettere che formano la parola emunah (fede), corrisponde al valore numerico della parola bambini. Occhi di bambini dunque, sempre in attesa, che, nella tradizione ebraica, si schiudono solo nello Shabbat.


In ebraico shabbat è femminile, e in tutta la simbologia il sabato è paragonato alla sposa. Il canto per eccellenza con cui si accoglie questa festa è Lehà doddì = Vieni mio caro, dalle prime due parole del ritornello che viene ripetuto dopo ogni strofa. Israele viene presentato come uno sposo invitato ad incontrare la sua sposa: “Vieni mio caro incontro alla sposa, accogliamo shabbat”. Nel sabato risuonano le parole del Cantico dei Cantici, e in quel sabato a Nazaret era finalmente giunto lo Sposo. "Secondo il suo solito" Gesù si reca alla sinagoga, ma quel giorno è diverso dal solito. Come da sempre Egli è stato con noi, in ogni istante, "secondo il suo solito"; ma vi è un momento che è diverso, quando tutto acquista il sapore della novità. E' diverso l'istante nel quale risuona l'annuncio del Vangelo, e quel giorno, forse grigio di stanca routine, o zuppo di dolore e lacrime, è trasformato nel Sabato delle nozze, giorno di festa e felicità, per ogni uomo di qualsiasi parte del mondo. Per questo San Paolo dirà "guai a me se non evengelizzassi": sapeva infatti che la stoltezza della predicazione è lo strumento che Dio ha scelto per donare la fede, l'àncora che mette in salvo la vita. 


Ecco dunque lo sposo dietro la grata, eccolo raccogliere il rotolo del Libro, dove è scritta la sua storia e la volontà del Padre. Ecco il corpo preparato per rivelare l'Eterno, l'amore promesso, tante volte donato, e ora vivo davanti ai suoi compatrioti; come oggi è dinanzi a ciascuno di noi Gesù, incarnato nella sua Parola, nei sacramenti, nell’amore e nell’unità, la comunione più forte della morte che fa della Chiesa il suo corpo nella storia. Ecco Gesù, oggi, ora: ci ha raggiunti nella nostra storia, che è anche la sua, e lo possiamo fissare per raccogliere anche solo una goccia della rugiada d’amore che sgorga dal suo cuore. Ecco il sabato compiuto, il riposo agognato, quel volto di ebreo che stilla dolcezza e attira irresistibilmente ogni sguardo. Eccolo consegnare un oggi eterno di misericordia, in quell'istante di duemila anni fa come in ogni istante di ogni vita, terra dissodata dalle vicende della storia di ciascuno, divenuta oggi fertile perché visitata da Lui, zolle fresche dove deporre la Parola già compiuta. Ecco la “libertà, la salvezza, la guarigione”, la gioia che solo la sua presenza nella nostra vita può generare, perché “quando il Signore predica, il cielo si apre, la fame è tolta, le anime dei fedeli si inebriano del nettare celeste” (San Bruno di Segni). Tutta la storia di Israele si fissa in quell'istante, e la nostra in questo giorno, e trova senso e compimento, e benedizione stupita. Ecco la sua voce, quelle parole che chi ce le ha mai dette così?, e l'invito ad alzarci e ad andare con Lui, perché l'inverno della morte e del peccato è passato, è già ora incipiente la primavera della Pasqua, della vita rinata per non morire più. E' Lui che aspettavamo, da sempre, il "più bello tra i figli di Adamo". 


E' Lui il Profeta che oggi spalanca le sue braccia e dilata il suo cuore per sposarci, per attirarci nel suo amore infinito, per dare luce e splendore, sapore e allegria alle nostre esistenze, crocifisse e dolenti che siano. Gesù è il Profeta che illumina "il solito" della nostra vita, la Nazaret dove abitiamo, con la luce del Vangelo, che è la sua stessa presenza nella nostra quotidianità: "L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro" (Joseph Ratzinger). In quel sabato nella sinagoga di Nazaret, era esplosa una bomba: Gesù, il figlio di Giuseppe il carpentiere, l'aveva lanciata nel mezzo dell'assemblea di cui aveva fatto parte tante volte; quel ragazzo che tutti conoscevano aveva appena annunciato che la profezia ascoltata si era compiuta proprio in Lui, proprio in quell'oggi. E che reazione all'ascolto di una cosa simile! E che mistero l'operare di Dio, lasciare trent'anni il suo Figlio inviato per salvare l'umanità nel semplice e umile nascondimento di Nazaret, a vivere una vita normalissima, mescolata a quella dei suoi compatrioti. 


I Vangeli registrano un solo segno all'alba della dell'incarnazione, anch'esso segreto e serbato nel cuore della Vergine Maria. E sospetti, giudizi e dolore per quella giovane Madre. Poi più nulla, giorni uguali a quelli di ogni altro abitante di Nazaret, sino a quel sabato quando dalla bocca di Gesù è esplosa la bomba di una notizia sconvolgente. Dio, infatti, ha voluto avvolgere di mistero l'identità del Figlio per svelare il mistero del cuore dell'uomo. La carne ed il sangue, da soli, non possono vedere Dio e non morire: "Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l'uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive" (Benedetto XVI, Catechesi del 5 maggio 2010). Per vedere Dio e sopravvivere occorre un cuore puro. Da esso, come da una fonte intima, deve scaturire un'acqua pura capace di irrigare i sensi, la ragione e gli affetti per riconoscere le sembianze di Dio nelle persone e negli eventi. Per i concittadini di Gesù si trattava dunque di una questione di cuore, qualcosa che muove la ragione e la sospinge verso un abbraccio che accolga, riconosca, ami davvero. Avevano vissuto con Gesù, ma in fondo per loro era rimasto indifferente; anni passati a contatto con Lui ma non lo avevano amato, e per questo non avevano potuto cogliere il suo mistero, che anzi li aveva scandalizzati generando in loro ira e violenza. Gesù, nel suo mistero, si rivela profeta e profezia, ed è rifiutato. I "figli dello stesso padre" - la parola patria, in greco come in latino e in italiano deriva da padre - non lo possono afferrare e possedere attraverso la carne e il pensiero, perché Egli passa e sfugge ad ogni dominio; l'occhio del loro cuore è impuro, paralizzato sulla soglia del mistero. Accoglierlo significherebbe riconoscere la propria debolezza, il bisogno di purificazione e perdono, umiliarsi e inchinarsi di fronte a qualcosa di più grande, sconosciuto, che nel rivelarsi illumina e sazia. Riconoscerlo nel suo mistero significherebbe riconoscersi peccatori.


Non è dunque la familiarità sociale o di sangue che determina la conoscenza. La vedova di Zarepta e Naaman il Siro erano pagani, eppure hanno visto Dio, perché l'indigenza e il bisogno ne avevano purificato il cuore. Può vedere Dio solo l'occhio purificato dal crogiuolo della sofferenza. La vera Patria di Gesù non è la Nazaret geografica e i "suoi" non sono quelli che vi sono nati: la Patria di Gesù è la Croce e i suoi compatrioti sono i peccatori. Per loro si è fatto peccato, con loro ha condiviso il destino di morte per trasformarlo in destino di perdono e di vita. E' questo il mistero celato in Gesù di Nazaret, il Messia sofferente, il Servo di Yahwè umiliato, disprezzato, rifiuto degli uomini, l'agnello che si è caricato di ogni iniquità. Anche noi all'apparire del mistero che avvolge chi ci è vicino, temiamo e ci difendiamo chiudendoci a riccio, rifiutando ciò che sfugge ai nostri criteri collaudati. Amare il mistero celato nell'altro infatti è la condizione perché egli entri a far parte di noi stessi, ci stupisca e coinvolga nel prodigio di cui è profezia. L'amore per il mistero è la condizione per la castità, dei sentimenti come della carne, porta dischiusa alla purezza del cuore capace di vedere trasfigurata la realtà. Si può vivere anni accanto ad una persona, alla moglie, al marito, ai figli, e non aver amato neanche per un giorno il mistero che li avvolge. Siamo indisponibili ad accogliere quanto potrebbe sconvolgere le nostre esistenze, preferiamo presidiare il poco che abbiamo tra le mani, esaltandolo a criterio e verità assoluti. Ci illudiamo di conoscere, mentre ci sforziamo di possedere nella speranza di non perdere quanto vorremmo che ci saziasse. 


E così ci ritroviamo a spingere l'altro sul "ciglio del monte per buttarlo nel precipizio", nell'estremo tentativo di far tacere quel mistero che bussa, tenace, alla porta del nostro cuore. L'esito di ogni possesso infatti, è l'omicidio dell'altro: moglie, marito, chiunque interpelli il nostro cuore, ci svela indigenti e inadeguati, peccatori. Il mistero racchiuso nel prossimo è una chiamata all'amore, e ne siamo sprovvisti. Abbiamo bisogno di un cuore contrito e umiliato, un cuore puro capace di vedere Dio nell'amore incarnato in suo Figlio. Paradossalmente, un cuore puro è un cuore che riconosce d'essere malato, sentina di vizi e fonte di peccato. E lì, nella realtà, riconoscere in Gesù il fratello, il compatriota che ha condiviso la nostra patria di morte. Per il nostro cuore "vedovo e lebbroso" è preparato quest'oggi nel quale Gesù ci annuncia di nuovo la Buona Notizia, la profezia che viene a compiere il Profeta nella sua Patria. E' uno scandalo che si rinnova ogni giorno, quello del Cielo chiuso sui religiosi, sui bravi e a posto, forse sui preti e le suore, ma aperto sui pagani, sui lontani, sui peccatori. Abbiamo occhi per vedere che la fede sta muovendo nostro figlio, nostra moglie, quella persona che abbiamo da sempre disprezzato? Abbiamo lo sguardo limpido per riconoscere l'opera di Dio che risuscita e perdona chi abbiamo giudicato e considerato ormai irrecuperabile? Gesù "passa" tra le nostre invidie e le nostre gelosie, sul ciglio del monte dove lo abbiamo spinto per ucciderlo. Gesù "fa Pasqua" e inaugura un cammino in mezzo ai pregiudizi della carne, quelli che infestano le nostre famiglie, i nostri luoghi di lavoro, studio e svago. E ci indica un "più in là" dove seguirlo, oltre Nazaret, al di là di quello che la carne non può accettare perché malata e terrorizzata dalla morte. Gesù "passa" e ci indica il Cielo.


In ogni persona che si affaccia all'uscio del nostro cuore e bussa alla nostra carne dolente, è nascosto il mistero di Cristo mendicante i nostri peccati; Egli desidera l'unico linguaggio d'amore di cui siamo capaci, quello di chi, vedovo e impuro, può solo inginocchiarsi e consegnargli la propria infermità, per ricevere la sua misericordia rigenerante. Gesù mendica e dona nello stesso momento. Vedere il Messia, il Salvatore, l'amore di Dio nell'altro significa dunque incamminarsi con Lui sul sentiero della Croce, sulla quale consegnargli i nostri peccati, scoprendo in essa la Patria d'amore dove, amati, impariamo ad amare: ah, mio marito è la Patria, l'anticipo di Cielo, il Regno dove "passare" con Cristo al di là della carne, della concupiscenza e dell'egoismo? Sì, il marito, la moglie, il figlio e il collega, Nazaret e molto più di Nazaret: in loro si inaugura l'anno eterno di misericordia, il "condono tombale" di ogni debito, la creazione nuova dove vivere in libertà e amore. "Il vedere si realizza nella sequela, che significa vivere nel luogo dove Gesù dimora. Questo luogo è la sua passione, qui soltanto è presente la sua gloria. Che cos’è accaduto? L’idea del “vedere” ha assunto una dinamica insospettata. Si vede prendendo parte alla passione di Gesù. Acquista così tutto il suo alto significato la profezia: "Guarderanno a colui che hanno trafitto". Vedere Gesù, vedendo in lui allo stesso tempo il Padre, è un atto dell’intera esistenza" (Joseph Ratzinger). Lo abbiamo trafitto, anche oggi; ma ci è data la possibilità di vedere nelle sue ferite la Vita che Egli ci ha offerto ancor prima che gliela strappassimo; oggi possiamo guardare lo Sposo che viene nella sua Patria e accoglierlo perché la trasformi in un giardino di delizie, colmo di frutti maturi, l'amore che vince morte e peccato.








APPROFONDIMENTI




Éloi Leclerc. Non si può impedire al sole di illuminare il mondo


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Avinu Malkeinu

Avinu Malkeinu (più o meno corrispondente al nostro Padre Nostro) è una preghiera ebraica solitamente recitata durante le solennità di Rosh haShanah (Capodanno) e dello Yom Kippur (giorno di espiazione per il ravvedimento dei peccati commessi), così come nei dieci giorni penitenziali che intercorrono tra l’una e l’altra solennità.
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 Nella tradizione ashkenazita è recitato in tutti i giorni di digiuno, invece nella tradizione sefardita si recita solo nei dieci giorni penitenziali fino allo Yom Kippur e nel giorno del digiuno di Godolia (a ricordo dell’uccisione del governatore Gedaliah avvenuta nel 586 a.C.).
Queste sono le prime parole, oltre che il nome, di una parte solenne della liturgia ebrea tradizionale che si recita, oltre che come penitenza, anche come continuazione di un altro importante rito, quello dell’Amidà. Max Janowski, compositore polacco di musica rituale ebraica, traendo spunto dalla preghiera tradizionale oralmente tramandata, ne ha composto una nuova versione, anch’essa molto utilizzata in alcune solennità.


A renderla nota in tutto il mondo ci ha poi pensato Barbra Streisand inserendone la sua struggente versione nell’album Higher Ground del 1997. La nota cantante americana, non nuova a performances in lingua israeliana (già si era cimentata in Haktivah, l’inno israeliano, a conclusione nel 1978 dello “Stars Salute Israel Show”, al cospetto di Golda Meir video-collegata con la quale poi dialogherà amabilmente) ha così aggiunto una sua interpretazione di Avinu Malkeinu a quelle di Svetlana Portnyansky, Ella, Yossi Azulay, Alexandrina Chelu, Sabrina Shalom e altri ancora.
Il testo così recita: “Nostro padre, nostro re, ascolta la nostra preghiera, abbiamo peccato contro di te, abbi compassione di noi e dei nostri figli, aiutaci a porre fine alla pestilenza, guerra e carestia perché tutto l’odio e l’oppressione spariranno dalla terra. Iscrivici nel Libro della Vita. Che il nuovo anno sia un anno buono per noi”.
”Avinu malkeinu sh’ma kolenu Avinu malkeinu chatanu l’faneycha Avinu malkeinu alkenu chamol aleynu V’al olaleynu v’tapenu Avinu malkeinu Kaleh dever v’cherev v’raav mealeynu Avinu malkeinu kalehchol tsar Umastin mealeynu Avinu malkeinu Avinu malkeinu Kotvenu b’sefer chayim tovim Avinu malkeinu chadesh aleynu Chadesh a leynu shanah tovah Sh’ma kolenu Sh’ma kolenu Sh’ma kolenu Avinu malkeinu Avinu malkeinu Chadesh a leynu Shanah tovah Avinu malkeinu Sh’ma kolenu Sh’ma kolenu Sh’ma kolenu Sh’ma kolenu”
Secondo la tesi del rabbino David Ben Israel dell’associazione Esh Hatorà questa preghiera è da considerarsi in stretta relazione con il Padre Nostro cristiano. La sottile differenza sta che il Padre Nostro che gli ebrei recitano in Sinagoga sta in più stretta relazione con Dio ed è semplicemente un riflesso della metaforica condizione di Dio come Padre. Il giudaismo tradizionale, non accetta infatti la condizione messianica di Gesù di Nazareth e la rivelazione di Dio ai popoli prescinde dalla dimostrazione dei miracoli che sarebbero stati fatti da Gesù. Buon Capodanno 5773: che lo shofar annunci Rosh haShanah!