Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

domenica 3 novembre 2013

“Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. ...





Chi stenta ad accettare Papa Francesco forse stenta ad accettare la Chiesa, così come il Signore l'ha fondata e il Papa ci aiuta a comprendere.


Takamatsu, 26 Ottobre 2013 (Zenit.org) Don Antonello Iapicca


Ascolti Papa Francesco e ti appare chiaro e compiuto il Vangelo. Ci stupisce, semina sgomento, in fondo abbiamo sempre pensato alla Chiesa come la nostra casa. Calda, accogliente, le cose in ordine, sempre allo stesso posto, e, soprattutto sicura. Allarme, cani e inferriate a presidiare quello che abbiamo costruito...leggi tutto





Quando l’uomo si colloca davanti a Dio in umiltà, 
allora, come per uno straordinario paradosso, Dio lo esalta. 
Dio si china verso la sua bassezza per elevarlo fino a sé; 
gli dona se stesso in eredità; 
lo chiama al possesso dei beni più grandi, 
lo rende partecipe della sua vita, dei suoi doni, 
delle realtà eterne che sono le sole che rendono grande l’uomo.





Dal Vangelo secondo Luca 14,12-14.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. 


Il commento

Ogni relazione, precaria nella friabilità degli affetti e instabile sotto la dittatura degli umori, nasce ferita da un’assenza. Nessuno può dare l'amore che il cuore dell'altro desidera. Invece ci ostiniamo a chiedere al prossimo di saziare i nostri vuoti. «Quando invitiamo amici, fratelli e parenti» ad entrare in comunione con noi ai nostri «banchetti», e sembriamo aprirci alle loro necessità, in realtà «offriamo» sofisticati menù a base di compromessi e ipocrisia; pensieri, parole e gesti come lacci tesi perché ci «invitino a loro volta» nell’intimità. Facciamo dipendere la nostra identità dall’esile filo che ci lega al «contraccambio» degli sforzi profusi per contare qualcosa nel cuore degli altri. Non possiamo vivere senza la loro attenzione, l'indifferenza ci polverizza. Così, ad esempio, diluiamo i «no» che dovremmo dire ai figli e gli permettiamo vestiti e orari inaccettabili, discoteche sature di droga e sesso, vacanze promiscue, gadget costosissimi: li tempestiamo di «inviti» al dialogo per non perdere l'affetto e non dover sopportare ribellione e rifiuto.
Siamo tutti «poveri, storpi, zoppi e ciechi». Abbiamo bisogno di gustare le primizie della «ricompensa» celeste, la vita e l’amore più forti della morte capaci di liberarci dalla paura e dall’esigenza. Il compimento di ogni vita è in Cielo, inutile e dannoso sperare di cambiare i rapporti per perfezionarli qui sulla terra, mentre proprio la precarietà ci impedisce di appropriarcene aprendoci alla beatitudine. Lavorare, studiare, cucinare, lavare e stendere, fare qualunque cosa aspettando o esigendo una ricompensa è stolto e frustrante, perché ci schiaccia sulla carne e ci impedisce di sperare il Cielo. «Beato», invece, è colui che «invita» il prossimo accogliendolo proprio quando non ha nulla per «contraccambiare» perché è allora che il Signore si fa presente provvedendo con più generosità. Siamo chiamati ad “invitare” la moglie quando è più povera e più debole; a perdonarla e a donarci a lei quando la carne la rifiuterebbe perché non vi trova nessuna soddisfazione; come ha fatto Gesù con noi, che ci ha "invitato" quando non avevamo che peccati e ribellioni, non certo qualcosa per contraccambiare. Ma in questo misterioso scambio vi è il Regno di Dio: quando si "invita", cioè quando ci si apre e si accoglie e ci si dona a chi non ci considera, ci giudica e forse ci disprezza, incapace di camminare e vedere, sperimentiamo il Cielo sulla terra! Questo amore è il segno che esiste la vita eterna, infinitamente più grande, libera e felice di quella della carne. Ogni rapporto è un cantiere aperto al dono di Dio; l’unico modo per vivere in pienezza il matrimonio, la famiglia, l’amicizia e il fidanzamento è accogliere insieme al fratello l’«invito» del Signore alla sua mensa della Parola e dei Sacramenti; e qui lasciarsi sfamare ogni istante dai frutti fecondi della sua «risurrezione», sino a giungere alla nostra, quando saremo "giusti" in virtù della "Giustizia" di Dio, sempre e infinitamente misericordiosa.

venerdì 1 novembre 2013

XXXI Domenica del tempo Ordinario C "un uomo, di nome Zacchèo"

Si può sempre ricominciare

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Mi sembra di essere arrivato al punto ultimo della mia vita. Niente è stato ed è buono in questa mia vita. Non ho preso il bene che veniva e sono stato sempre attratto dal male, anche se adesso ci sto male. Dai miei genitori cattolici non ho preso niente. Una vita sbagliata non riesco a buttarla via. È inutile che le dica i particolari, perché penso che lei li conosca bene in tanti uguali a me. Il suo messaggio di domenica passata mi attirava ma mi sembra che per me non ci siano alternative. Per come la conosco lei sorriderà se le dico che non ho ancora trent’anni eppure mi sembra di essere arrivato alla fine.


L’anonimato rigoroso del suo messaggio mi consente di pubblicarlo senza il timore di essere indelicato nei suoi confronti. D’altra parte è in me prepotente il desiderio di darle un segno di speranza e di pace che può darsi anche qualche altro lettore possa ricevere. Sono segni di speranza che non posso ricavare dalla mia vita, perché anch’io sono un povero peccatore e i miei “conti”, come i suoi, sono tutti a svantaggio. Ma ho ricevuto senza nessun mio merito quella Parola della speranza e della pace, che è capace di annullare ogni distanza e di restituire la pace anche alla vicenda più tempestosa e dolorosa. In questo mi sento sostenuto e incoraggiato dalla presenza, dall’esempio e dall’insegnamento di Papa Francesco. Questo mi consente di dirle che il desiderio di Gesù è quello di comunicare la speranza del Vangelo ad ogni situazione umana, anche la più ferita. Non si deve partire dal giudizio morale. Bisogna sempre partire dalla potenza del Vangelo e dal desiderio di Gesù di comunicarlo e regalarlo ad ogni persona, e vicenda e situazione. Anche la più oscura e disperata. E quindi sono a dire a lei , come a me e come a tutti, che si può sempre ricominciare. Anche dalla condizione più lontana e rattristata. Quindi, caro amico e fratello, ricominciamo anche noi. Anch’io. E anche lei. E il Vangelo ricomincia non dove siamo già stati capaci di scrollarci il peso della nostra vita, ma là dove abbiamo bisogno di essere liberati per una speranza nuova.

Buona Domenica a lei e a tutti i nostri cari lettori.

Domenica 3 novembre 2013









Gesù arriva, alza lo sguardo verso di lui, lo chiama per nome. 
Nulla è impossibile a Dio! 
Da questo incontro scaturisce per Zaccheo una vita nuova: 
accoglie Gesù con gioia, 
scoprendo finalmente la realtà che può riempire 
veramente e pienamente la sua vita. 
Ha toccato con mano la salvezza,
ormai non è più quello di prima 
e come segno di conversione si impegna a donare 
metà dei suoi beni ai poveri 
e a restituire il quadruplo a chi aveva derubato. 
Ha trovato il vero tesoro, 
perché il Tesoro, che è Gesù, ha trovato lui!


Benedetto XVI


Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». 
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».


Il commento
Per Zaccheo l’"Arci-pubblicano”, arci-peccatore, “ricco” e “perduto”, quello fu un giorno speciale. Aveva sentito il suono dello Shofar, la tromba del gran Giorno del Giudizio che inaugurava i dieci giorni del pentimento, nei quali ogni ebreo era chiamato ad andare a casa di chi aveva offeso per riconciliarsi con lui, preparandosi così a Yom Kippur, il Giorno dell’espiazione. Ed era inquieto, come sempre in quei giorni; aveva "frodato e rubato" tanto a molti suoi fratelli tradendoli con gli invasori romani; lo disprezzavano e sfuggivano, ma proprio non riusciva a liberarsi da quella vita.

Quel giorno però, Gerico gli appariva strana, piena di euforia e gioia, nonostante ancora non fossero spuntate le prime stelle che chiudevano il Giorno dell’Espiazione. Non riusciva a collegare la guarigione del cieco sulla porta della sua città, e quel frastuono con quei giorni che avrebbero dovuto essere austeri di lacrime e pentimento; non poteva riconoscere in Gesù il nuovo Giosuè che, proprio al suono dello Shofar, era entrato in Gerico abbattendo le mura dell’egoismo e dell’orgoglio che impedivano anche a lui d’essere felice, votando allo sterminio tutti i peccati.
E così Zaccheo si era messo a “correre avanti” per “vedere quale fosse” quel Rabbì così speciale, mosso dalla curiosità e da una segreta e ancora acerba speranza, perché sentiva che “doveva passare di là”, nella sua vita. Lo aveva visto “attraversare” la città, ma non poteva sospettare che, così, Gesù compiva quanto prescritto dalla Torah, e che stava cercando proprio lui, per riconciliarlo con Dio e con i suoi fratelli. Non era Zaccheo che avrebbe dovuto chiedere perdono? E invece era il Figlio di Dio che si stava facendo peccato per renderlo "puro", come il suo nome significava.
Allo stesso modo oggi Gesù cerca ciascuno di noi, schiavi dei nostri peccati, incapaci di perdonare e di chiedere perdono, ma con un desiderio insopprimibile di “vederlo”, chissà che non succeda anche a noi come a quel fratello che si è appena riconciliato con sua moglie.
Ma, come Zaccheo, cerchiamo Gesù ancora con occhi troppo umani; lo crediamo simile a noi, e pensiamo che per incontrarlo dovremmo fare come siamo abituati con gli altri: “salire” sul “sicomoro” per essere diversi dalla “folla”, cambiare in qualche modo la nostra realtà, che ci sembra inadeguata e di inciampo. Ma Gesù ci stupisce con il suo amore che fa proprio del sicomoro così meschino e ridicolo sul quale ci issiamo, il “katalyma”, come la grotta di Betlemme e il Calvario, - nei cui brani è usato lo stesso termine - il "seno" benedetto dove si rinasce a vita nuova.
Gesù, che conosce il nostro nome come quello di Zaccheo, ci guarda e ci dice: "Puro, scendi subito, che devo fermarmi a casa tua”. Non importa se puri non siamo, i suoi occhi intrisi di misericordia ci vedono già così, “anche noi figli di Abramo”, nonostante tutto; per questo “deve” venire, e “fermarsi” a casa nostra per “purificarci” riconciliandoci con Dio e con i fratelli.
E non c'è tempo di mettere ordine, di spazzare, di prepararci all'incontro, perché Lui ci anticipa sempre. Solo la sua Parola può compiere il Giorno del Perdono: "scendi", convertiti, torna in te, scendi i gradini del cammino che ti conduce al battesimo; "non temere, io ti amo così come sei". Gesù anche oggi è in ginocchio davanti a ciascuno di noi per lavarci ogni peccato; ci guarda dal basso, “alza lo sguardo” e, se ci chiama a “scendere”, è perché Lui è già lì, dove abbiamo “derubato e frodato”. E’ già accanto a nostro marito che abbiamo giudicato, possiamo chiedergli perdono. E’ già dove si trova nostro cugino che ci ha calunniato, possiamo perdonarlo.
Per amarci il Signore non pone condizioni: la conversione è il frutto del suo amore, perché “l'agire segue sempre l'essere”, e l'essere deve essere prima rinnovato. “E il Signore vide proprio Zaccheo. Fu visto e vide; ma se non fosse stato veduto, non avrebbe visto... Siamo stati veduti perché potessimo vedere; siamo stati amati affinché potessimo amare” (S. Agostino, Discorso 174).
Zaccheo, nevrotico e sempre in lotta con se stesso e con i suoi complessi, si è specchiato in Cristo e ha trovato in Lui la pace, la statura ideale per la sua vita: è tornato ad essere il “figlio di Abramo” che s’era “perduto” a causa del peccato. Zaccheo, “cercato” e “salvato” senza condizioni, vede il suo cuore ormai trasformato gratuitamente in una sorgente d'amore, nonostante le “mormorazioni” e lo “scandalo” che sempre provoca una conversione impensata. Liberato da se stesso si dona senza misura ai fratelli, “poveri” come lui.
Accogliendo “oggi” Cristo che si auto-invita nella nostra casa attraverso la Chiesa che ci ammaestra con la Parola e i sacramenti, possiamo vivere in pienezza ogni giorno come Yom Kippur. Era “necessario e conveniente”, come recita il greco originale, che Cristo si “fermasse” nella casa di Zaccheo, come "oggi" nella nostra vita; era “conveniente” per chi ci è accanto, ai quali poter finalmente restituire “quattro volte tanto” quanto abbiamo sottratto ingiustamente; era “conveniente” per il mondo al quale ogni Zaccheo risuscitato può annunciare l’amore di cui aveva diritto, moltiplicato dalla misericordia di Dio.





Regina Mundi con piacere vi propone le riflessioni sul Vangelo di 
Don Fabio Rosini.


«Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».


Don Fabio RosiniDon Fabio Rosini


Padre Alfredo Fermin
e di Il Vangelo della Domenica di Don Alfredo Fermin
di Don Alfredo Fermin


Anche le orecchie

da qui
La guarigione del cieco ti ha trasmesso un’euforia che non riesci a spiegarti, come avessi convertito, in una volta, tutta la città. Entri trionfante, col seguito dei tuoi discepoli, accolto col clima d’entusiasmo e di curiosità di un evento irripetibile. Per la prima volta, forse, ti lasci cullare da questo sentimento, come avessi bisogno di una lunga carezza di tuo Padre. Due ali di folla alzano grida e esclamazioni di allegria, come al passaggio di un re e della sua corte. Posi lo sguardo ora a destra ora a sinistra, come per rendere partecipi i presenti del momento di pienezza. A un certo punto, ti senti attratto verso un albero che svetta sul ciglio della strada, un sicomoro. Osservi bene l’intrico dei rami e delle foglie, fino a intravedere una figura umana. Ti fermi, causando un contraccolpo comico nella corrente umana che ti segue: ciascuno va a urtare contro colui o colei che lo precede.
Maestro, che ti prende?
Non senti più nulla di quello che accade intorno a te.
Zaccheo, scendi subito! Oggi devo fermarmi a casa tua.
La gente non capisce: solo i più prossimi al bordo della strada si avvedono, seguendo la direzione del tuo sguardo, del fogliame di un albero tutto scompigliato. C’è un uomo che scende lungo il tronco e con un salto deciso tocca terra: un gesto rischioso, perché è basso di statura. La folla non crede ai suoi occhi: è il pubblicano! Si diffonde un mormorio, un darsi di gomito l’un l’altro, un sussurrarsi frasi accompagnate da smorfie di disgusto. Sì, è proprio lui, l’odiato capo degli esattori delle tasse. E’ venuto a rovinare la festa alla città? Sembra tutto predisposto: lui ti conduce a casa sua, tra i commenti piccati della gente: è entrato nella casa di un pagano, ne uscirà contaminato! Ma la voce squillante di Zaccheo si percepisce nitida, dalle prime file di persone accalcate lì davanti.
Ecco, Signore: do metà dei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco il quadruplo.
La tua risposta è quasi gridata, perché possano sentire i più lontani.
Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo.
Il mormorio di prima si trasforma in un frastuono insopportabile: qualcuno freme, vuole entrare nella casa.
Il Figlio dell’uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.
Cade il silenzio; un silenzio impressionate, dopo tanto trambusto. La città dagli occhi aperti è costretta ad aprire anche le orecchie.


XXXI Domenica del tempo Ordinario C - XXXI Domingo del Tiempo Ordinario C










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Lc 19,1-10


In quel tempo, Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io dò la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.






IL COMMENTO




Scendere. Si tratta dell'esatto contrario d'ogni nostro impulso. Figuriamoci se, una volta raggiunto qualcosa, un obiettivo, un risultato, o quello che sia, abbiamo voglia di scendere. Di lasciar perdere. Assolutamente improponibile. E invece si tratta proprio di scendere, di lasciare la posizione conseguita e lasciarsi guidare da un Altro. Lasciare che sia un Altro a condurre le fila della nostra vita. Semplicemente perchè non è Zaccheo che cerca di vedere Cristo. E' Lui che -da sempre- s'è posto in cammino alla ricerca di chi era perduto. Di Zaccheo appunto. Scendere dai progetti, dalle proprie idee e lasciare entrare il Signore. Proprio di questi tempi nei quali guai anche solo a pensare di avere idee non allineate: tutti i convincimenti hanno egual diritto perbacco.


Ma con il Signore no. E' proprio l'esatto contrario, anche in tema di salvezza o santificazione personale. E' inutile tentare d'arrampicarsi, di staccarsi dalla massa: fatica sprecata. Perchè bisogna scendere: Gesù è ai nostri piedi saliti troppo in alto. La nostra perfetta e vera gioia scaturisce dall'ascolto della Sua voce piena di misericordia che ci riporta giù, nella realtà e nel totale abbandono di figli tra le braccia del Padre.


La Sua chiamata libera il cuore sino a restituire tutto quello che avevamo rubato e frodato: l'amore ai fratelli. La carità è il frutto più dolce della gioia di chi è amato gratuitamente dal Signore.




COMMENTO (2)


Il Signore deve passare proprio dalle nostre parti. Il Signore deve fermarsi a casa nostra. Oggi. Perchè allora correre cercando di precederlo? perchè scalare la storia incapaci di accettare la nostra piccolezza e inadeguatezza? Lui sa tutto. Lui ci conosce. Lui conosce il nostro Nome, come appare chiaramente nel Vangelo di questa domenica quando, sorprendentemente, Gesù chiama per nome Zaccheo. Lui sa perfettamente dove ci appollaiamo in attesa di scoprire chi sia questo Dio che ci sconvolge le esistenze.

Lui ci ama, sempre e comunque, a prescindere. Per questo Lui deve, spinto da un'irrefrenabile esplosione d'amore, venire e stare, e restare a casa nostra. Noi inventando modi e scalando alberi per cercare di vederlo, e Lui, calpestando la realissima terra della nostra vita, a dover venire a casa nostra. E non c'è tempo di mettere ordine, di spazzare, non c'è tempo di prepararci all'incontro. Lui ci anticipa. Sempre.

Solo la Sua Parola può cambiare, anche oggi, la nostra vita: "scendi". Torna in te, rientra nella verità e non temere. Gesù vuole stare con noi, con me, con te. Altro non conta. Passato, presente, futuro, tutto è racchiuso in una Parola d'amore: "Non temere, scendi, io ti amo così come sei. Ti ho sempre amato". Ora, subito, senza indugio, altro non ci è chiesto che di scendere dai sogni e dalle fughe alienanti e accogliere il Suo amore esattamente laddove noi siamo. Percorrere il cammino che ci fa scendere dall'albero sul quale, come Adamo ed Eva, abbiamo steso la mano attirati dall'inganno secondo il quale saremmo diventati come dio; percorrere, gradino dopo gradino, il cammino che ci conduce nella discesa alle acque del battesimo, come i catecumeni, nella Chiesa primitiva, percorrevano il catecumenato.

Scendere perchè conviene che oggi Cristo si fermi a casa di ciascuno di noi. Conviene a noi e al mondo. Conviene perchè il suo amore è capace di trasformare un cuore che ha usato tutto per se stesso - amici, sesso, denaro, lavoro, fidanzati e famiglia - in un cuore capace di donarsi, di perdere la propria vita vivendo la stessa vita di Cristo. Il Suo amore infatti può trasformare e trasfigurare tutto di noi, fare della nostra vita un'agape, un unico e intenso atto d'amore, come Zaccheo, amato e per questo trasformato in un amante generoso. Riconciliato con Dio, il pubblicano vede rinnovata e riconciliata anche la propria vita e, laddove aveva abbondato il peccato con la frode, il furto e relazioni egoistiche e rapaci, sovrabbonda ora la Grazia, che fa restituire il maltolto oltre ogni legge e giustizia.

Nell'incontro con Cristo la vita è sanata sin nelle radici, le relazioni curate e riconciliate, e, alla luce del suo amore e nella sapienza della Croce che schiude orizzonti diversi, guardare alla propria storia senza timore. Quando il Signore entra e si ferma nella nostra casa i frutti della Pasqua non si fanno attendere: ecco le famiglie ricostruite, le amicizie che si fanno a poco a poco pure e sincere, i fidanzamenti casti. Dove giunge il Signore tutto ritrova il senso originario ed autentico. Zaccheo restituisce in modo sproporzionato a significare l'opera sproporzionata della Grazia. Non c'è legge che tenga! Non c'è moralismo che possa tanto, perchè l'agire segue sempre l'essere: "L’etica è conseguenza dell’essere: prima il Signore ci dà un nuovo essere, questo è il grande dono; l’essere precede l’agire e da questo essere poi segue l’agire, come una realtà organica, perché ciò che siamo, possiamo esserlo anche nella nostra attività. E così ringraziamo il Signore perché ci ha tolto dal puro moralismo; non possiamo obbedire ad una legge che sta di fonte a noi, ma dobbiamo solo agire secondo la nostra nuova identità. Quindi non è più un’obbedienza, una cosa esteriore, ma una realizzazione del dono del nuovo essere... Ringraziamo il Signore perché Lui ci precede, ci dà quanto dobbiamo dare noi, e noi possiamo essere poi, nella verità e nella forza del nostro nuovo essere, attori della sua realtà" (Benedetto XVI, Lectio divina con i seminaristi, Cappella del Seminario Romano Maggiore, 12 febbraio 2010).

L'essere in Cristo, come è stato per Zaccheo che lo ha accolto in casa sua, - nella sua intimità, nelle sue cose, nella sua mente e nella sua anima si potrebbe dire - fa agire come Cristo, perchè è l'amore gratuito di Dio che dilata il cuore a dismisura. E spinge il figlio a tornare a riconciliarsi con i genitori, il marito verso la moglie per umiliarsi davanti a lei, l'amico verso l'amico divenuto nemico per amarlo così come è, ciascuno di noi verso la propria storia per restituire, per fare giustizia, ovvero per lasciare che la Grazia operi in modo sproporzionato secondo la giustizia della Croce.

Infatti "Oggi la salvezza è entrata in questa casa", il Signore è entrato nell'intimità di Zaccheo, come nella nostra, come in quella della comunità, della Chiesa, e ha sparso il suo profumo fragrante, quello dell'olio di cui è unto il Messia Salvatore, lo Spirito Santo che trasforma la casa di Zaccheo in viscere di misericordia. Accoglie perchè accolto nelle medesime viscere d'amore, come la Chiesa sempre in conversione, come ciascuno di noi.Gesù, nel desiderare di stare con Zaccheo, lo ha attirato nello stesso desiderio. Il desiderio di Gesù ha creato in Zaccheo il desiderio. L'andare di Gesù verso Zaccheo ha mosso l'andare di Zaccheo verso Gesù. Sguardo e sguardo, desiderio e desiderio, amore e amore.

Quì è nascosto il segreto del cristianesimo, la novità impressionante che porta al mondo. La ricerca di Zaccheo si è risolta nello scoprire di essere a sua volta, e anticipatamente, cercato da Gesù. La ricerca per vedere chi era Gesù è terminata nell'incontro con lo sguardo di Gesù che lo stava cercando. Zaccheo ha visto Gesù e questo ha cambiato la sua vita. "Io penso che chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato e si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie. Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui”. E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo essere, implica anche la gioia del comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà... La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocifisso per noi” (Benedetto XVI, idem...). Stare con il Signore è tutto: quando Gesù chiamò i Dodici fu essenzialmente perchè essi stessero con Lui. Solo poi, e come frutto e conseguenza, per andare a predicare.

Così il Signore, nella casa di Zaccheo riconquistata e strappata al potere del demonio e finalmente divenuta la sua stessa dimora, vi compie ogni Parola della Legge Antica, quel "ma io vi dico" che scaturisce da una giustizia che supera quella dei farisei, la misura smisurata dell'amore di Dio, che depone il perdono e la misericordia laddove non si sarebbe neanche osato sperare. Il suo amore scandalizzante suscita la mormorazione nei giustizieri della carne, i moralisti che presumono di compiere la Legge realizzando precetti che non ne superano i limiti e disprezzano gli altri. Il suo amore ricrea invece dalla morte tutto quanto sembrava perduto, in uno splendore mai conosciuto. Zaccheo è il frutto dell'amore che ha vinto la morte, che ha moltiplicato pani e pesci, che ha placato tempeste, che ha sanato emorragie, lebbra, cecità e sordità. Zaccheo è l'uomo vecchio e perduto ritrovato e ricreato ad immagine del suo Creatore. Zaccheo è immagine di chiunque sia toccato dalla Grazia, trasformato in un figlio del Cielo. In lui è superata e compiuta la legge nell'amore che dona la vita in abbondanza e fa vivere in una gioia che va oltre ogni speranza e aspettativa.

Per questo, nel segno della restituzione e del dono del denaro moltiplicato ai poveri, vediamo come il frutto dell'incontro con il Signore è che tutto ormai trasformato. Però il dono di Zaccheo è frutto del dono anticipato di Dio. Il dono di Zaccheo è frutto del per-dono di Dio: "la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera novità è quanto ha fatto Lui: il Signore ci ha dato se stesso, e il Signore ci ha donato la vera novità di essere membri suoi nel suo corpo. Quindi, la novità è il dono, il grande dono, e dal dono, dalla novità del dono, segue anche il nuovo agire". In Zaccheo, come in ciascuno di noi, esiste dunque come un primo livello ontologico dove "siamo uniti con Lui, che ci ha dato in anticipo se stesso, ci ha già dato il suo amore, il frutto. Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto; il cristianesimo non è un moralismo, non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo, ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico: Dio si dà Egli stesso. Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire e, nel contesto del suo Corpo, nel contesto dello stare in Lui, identificati con Lui, nobilitati con il suo Sangue, possiamo anche noi agire con Cristo" (Benedetto XVI, idem...).

In Zaccheo e in chiunque faccia la sua stessa decisiva esperienza la vita è trasformata in un dono abbondante che colme e reca gioia ad ogni istante perchè "la vera giustizia non consiste in un’obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà se stesso, nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo vive di questa legge, non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo fare questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo dell’amore che non domanda: “questo è ancora necessario oppure proibito”, ma, semplicemente, nella creatività dell’amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare nella gioia del portare frutto; è il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato... Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore sarà reale in noi e porterà frutto" (Benedetto XVI, idem...)

2 Novembre. Commemorazione di tutti i fedeli defunti






E’ il suo Amore che vince la morte e ci dona l’eternità, 
ed è questo amore che chiamiamo «cielo»: 
Dio è così grande da avere posto anche per noi.
Questo vuol dire che di ciascuno di noi 
non continuerà ad esistere solo una parte che ci viene, 
per così dire, strappata, mentre altre vanno in rovina; 
vuol dire piuttosto che Dio conosce ed ama tutto l’uomo, 
ciò che noi siamo. 
E Dio accoglie nella Sua eternità ciò che ora, 
nella nostra vita, fatta di sofferenza e amore, 
di speranza, di gioia e di tristezza, cresce e diviene. 
Tutto l’uomo, tutta la sua vita viene presa da Dio 
ed in Lui purificata riceve l’eternità. 
Il Cristianesimo non annuncia solo una qualche salvezza 
dell’anima in un impreciso al di là, 
nel quale tutto ciò che in questo mondo 
ci è stato prezioso e caro verrebbe cancellato, 
ma promette la vita eterna, 
«la vita del mondo che verrà»: 
niente di ciò che ci è prezioso e caro andrà in rovina, 
ma troverà pienezza in Dio.


Benedetto XVI, Omelia per l'Assunta 15 agosto 2010 




Gv 6,37-40


In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.


IL COMMENTO


Avere lo sguardo immerso in Lui. Il Cielo, la vita oltre la morte. Contemplarlo, e non staccare gli occhi da Lui. Eternamente. I nostri cari, che oggi ricordiamo e per i quali preghiamo, ci hanno preceduto per questa visione. Come quando ti innamori e non smetteresti mai di guardare chi ti ha rapito il cuore. E ne scrivi il nome sul diario, tieni la foto nel portafoglio, e la guardi e la riguardi. E quando ci sei insieme ne vieni preso a tal punto che gli occhi, e con loro tutto te stesso, si ritrovano incollati al suo viso, al suo profilo, alle sue mani, ai suoi occhi, alle sue labbra, alle sue parole. Sì, ti sembra di vederle le sue parole, ti giungono vive e ti danno vita, e gioia, e pace, e desiderio di stare insieme, per sempre. Ecco, così dev'essere il Cielo, e molto di più, e non ce lo possiamo immaginare se non solo attraverso quel che viviamo.


Ed è giusto che sia così, dal momento che Dio si è fatto uomo perchè potessimo conoscerlo e vederlo. Perchè il nostro destino eterno si gioca tutto in uno sguardo, disteso su tutta la vita. Vedere il Signore e credere in Lui: La porta del Cielo. Contemplarlo nelle nostre giornate, saperlo vivo, sperimentarne l'amore e la misericordia. Vedere Gesù oggi è il cammino alla vita celeste. Vederlo come lo vide la Samaritana al pozzo di Giacobbe, nell'ora più calda del giorno, il sole a picco e non si può scappare. Le parole di Gesù a trafiggerle l'anima, la vita srotolata alla luce della Sua voce. La verità, parole di verità e vita, e pace, quella che proviene dal sapersi conosciuti sino in fondo, e per questo amati e accolti, perdonati e santificati.


Vedere Gesù è ascoltarlo raccontarci la nostra vita alla luce del Suo amore. E' "vedere" l'Unico che ci conosce davvero. E ci ama, e sapere che nulla di noi andrà perduto, perchè le Sue mani trapassate dai nostri peccati ci tengono stretti a Lui. Per sempre. Vedere oggi Gesù e credere in Lui è allora la Vita eterna, è l'incontro con Colui per il quale siamo nati ed esistiamo. Vederlo nelle nostre ore, negli eventi che si succedono. Vederlo è ascoltarne la Parola, vera e che si compie nella nostra vita. Vederlo e credere è lasciarci amare. Vederlo in famiglia, al lavoro, a scuola, tra gli amici. Giungere al fondo di ogni umana speranza, scendere laddove non si comprende nulla, nella morte di ogni ragione, dove tutto sembra congiurare contro la logica e vedere il Signore. "Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio": ogni giorno la storia donata dal Padre ci purifica come in un "purgatorio anticipato" perchè i nostri occhi, carnali e spirituali, siano capaci di contemplarlo. Ogni evento, ogni persona, tutto quello oggi ci umilia e ci strappa di dosso armature e difese, ci purifica nel crogiuolo come l'oro. E' il suo amore che si incarna in ogni secondo della nostra vita; amore geloso di noi e della sua stessa opera, perchè possiamo sperimentare che nulla e nessuno potrà mai separarci dal suo amore. Questo è il Cielo, la vita eterna qui ed ora: non perdere mai la pace, in nessuna circostanza. Quando ciò avviene siamo introdotti nella cella del vino, nell'intimità di DIo, nel cuore di Cristo. Laddove la morte si avventa fercoe su di noi si dischiudono le braccia di misericordia del Signore: nulla di noi verrà mai perduto, ma sarà trasfigurato nel suo amore. Vederlo accanto a noi, indossare gli abiti dei fratelli che ci annunciano la Parola, angeli e profeti della Notizia che può cambiare, anche oggi, la nostra vita.


L'amore di Dio riversato nei nostri cuori rende la nostra speranza incrollabile. L'unica speranza che non delude. Il Suo amore, la Sua misericordia. Lui. In questo hanno sperato i nostri cari, e non ne sono stati delusi. Il Cielo celebriamo quest'oggi, nostra patria comune. E se qualcuno dei nostri non dovesse aver sperato in questa vita, se ancora qualcosa avesse bisogno di purificazione, oggi preghiamo per lui, attingendo ai meriti dei Santi, della Vergine Maria. Aggrappandoci, confidenti, alla misericordia di Dio nel Suo Figlio e nostro Signore. Siamo Suoi, la volontà del Padre è che nulla di noi, e nessuno di noi vada perduto. Con Dio non si butta nulla. Tutto è trasformato nella fornace del Suo amore. Ed ogni istante di noi profuma di vita eterna, perchè immerso, istante dopo istante, nella Sua misericordia. Stretti a Lui, insieme con tutti i nostri cari che ci hanno preceduto, camminiamo verso la pienezza di vita che ci attende.












BENEDETTO XVI. "IL FATTO DELLA RISURREZIONE".
Omelia per la Solennità dell'Assunta, 15 agosto 2010.



San Paolo, nella seconda lettura di oggi, ci aiuta a gettare un po’ di luce su questo mistero partendo dal fatto centrale della storia umana e della nostra fede: il fatto, cioè, della risurrezione di Cristo, che è «la primizia di coloro che sono morti». Immersi nel Suo Mistero pasquale, noi siamo resi partecipi della sua vittoria sul peccato e sulla morte. Qui sta il segreto sorprendente e la realtà chiave dell’intera vicenda umana. San Paolo ci dice che tutti siamo «incorporati» in Adamo, il primo e vecchio uomo, tutti abbiamo la stessa eredità umana alla quale appartiene: la sofferenza, la morte, il peccato. Ma a questa realtà che noi tutti possiamo vedere e vivere ogni giorno aggiunge una cosa nuova: noi siamo non solo in questa eredità dell’unico essere umano, incominciato con Adamo, ma siamo «incorporati» anche nel nuovo uomo, in Cristo risorto, e così la vita della Risurrezione è già presente in noi. Quindi, questa prima «incorporazione» biologica è incorporazione nella morte, incorporazione che genera la morte. La seconda, nuova, che ci è donata nel Battesimo, è ««incorporazione» che da la vita. Cito ancora la seconda Lettura di oggi; dice San Paolo: «Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. » (1Cor 15, 21-24).


Ora, ciò che san Paolo afferma di tutti gli uomini, la Chiesa, nel suo Magistero infallibile, lo dice di Maria, in un modo e senso precisi: la Madre di Dio viene inserita a tal punto nel Mistero di Cristo da essere partecipe della Risurrezione del suo Figlio con tutta se stessa già al termine della vita terrena; vive quello che noi attendiamo alla fine dei tempi quando sarà annientato «l’ultimo nemico», la morte (cfr 1Cor 15, 26); vive già quello che proclamiamo nel Credo «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».


Allora ci possiamo chiedere: quali sono le radici di questa vittoria sulla morte prodigiosamente anticipata in Maria? Le radici stanno nella fede della Vergine di Nazareth, come testimonia il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato (Lc 1,39-56): una fede che è obbedienza alla Parola di Dio e abbandono totale all’iniziativa e all’azione divina, secondo quanto le annuncia l’Arcangelo. La fede, dunque, è la grandezza di Maria, come proclama gioiosamente Elisabetta: Maria è «benedetta fra le donne», «benedetto è il frutto del suo grembo» perché è «la madre del Signore», perché crede e vive in maniera unica la «prima» delle beatitudini, la beatitudine della fede. Elisabetta lo confessa nella gioia sua e del bambino che le sussulta in grembo: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (v. 45). Cari amici! Non ci limitiamo ad ammirare Maria nel suo destino di gloria, come una persona molto lontana da noi: no! Siamo chiamati a guardare quanto il Signore, nel suo amore, ha voluto anche per noi, per il nostro destino finale: vivere tramite la fede nella comunione perfetta di amore con Lui e così vivere veramente.


A questo riguardo, vorrei soffermarmi su un aspetto dell’affermazione dogmatica, là dove si parla di assunzione alla gloria celeste. Noi tutti oggi siamo ben consapevoli che col termine «cielo» non ci riferiamo ad un qualche luogo dell’universo, a una stella o a qualcosa di simile: no. Ci riferiamo a qualcosa di molto più grande e difficile da definire con i nostri limitati concetti umani. Con questo termine «cielo» vogliamo affermare che Dio, il Dio fattosi vicino a noi non ci abbandona neppure nella e oltre la morte, ma ha un posto per noi e ci dona l’eternità; vogliamo affermare che in Dio c’è un posto per noi. Per comprendere un po’ di più questa realtà guardiamo alla nostra stessa vita: noi tutti sperimentiamo che una persona, quando è morta, continua a sussistere in qualche modo nella memoria e nel cuore di coloro che l’hanno conosciuta ed amata. Potremmo dire che in essi continua a vivere una parte di questa persona, ma è come un’«ombra» perché anche questa sopravvivenza nel cuore dei propri cari è destinata a finire. Dio invece non passa mai e noi tutti esistiamo in forza del Suo amore. Esistiamo perché egli ci ama, perché egli ci ha pensati e ci ha chiamati alla vita. Esistiamo nei pensieri e nell’amore di Dio. Esistiamo in tutta la nostra realtà, non solo nella nostra «ombra». La nostra serenità, la nostra speranza, la nostra pace si fondano proprio su questo: in Dio, nel Suo pensiero e nel Suo amore, non sopravvive soltanto un’«ombra» di noi stessi, ma in Lui, nel suo amore creatore, noi siamo custoditi e introdotti con tutta la nostra vita, con tutto il nostro essere nell’eternità.


E’ il suo Amore che vince la morte e ci dona l’eternità, ed è questo amore che chiamiamo «cielo»: Dio è così grande da avere posto anche per noi. E l’uomo Gesù, che è al tempo stesso Dio, è per noi la garanzia che essere-uomo ed essere-Dio possono esistere e vivere eternamente l’uno nell’altro. Questo vuol dire che di ciascuno di noi non continuerà ad esistere solo una parte che ci viene, per così dire, strappata, mentre altre vanno in rovina; vuol dire piuttosto che Dio conosce ed ama tutto l’uomo, ciò che noi siamo. E Dio accoglie nella Sua eternità ciò che ora, nella nostra vita, fatta di sofferenza e amore, di speranza, di gioia e di tristezza, cresce e diviene. Tutto l’uomo, tutta la sua vita viene presa da Dio ed in Lui purificata riceve l’eternità. Cari Amici! Io penso che questa sia una verità che ci deve riempire di gioia profonda. Il Cristianesimo non annuncia solo una qualche salvezza dell’anima in un impreciso al di là, nel quale tutto ciò che in questo mondo ci è stato prezioso e caro verrebbe cancellato, ma promette la vita eterna, «la vita del mondo che verrà»: niente di ciò che ci è prezioso e caro andrà in rovina, ma troverà pienezza in Dio. Tutti i capelli del nostro capo sono contati, disse un giorno Gesù (cfr Mt 10,30). Il mondo definitivo sarà il compimento anche di questa terra, come afferma san Paolo: «la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Allora si comprende come il cristianesimo doni una speranza forte in un futuro luminoso ed apra la strada verso la realizzazione di questo futuro. Noi siamo chiamati, proprio come cristiani, ad edificare questo mondo nuovo, a lavorare affinché diventi un giorno il «mondo di Dio», un mondo che sorpasserà tutto ciò che noi stessi potremmo costruire. In Maria Assunta in cielo, pienamente partecipe della Risurrezione del Figlio, noi contempliamo la realizzazione della creatura umana secondo il «mondo di Dio».


Preghiamo il Signore affinché ci faccia comprendere quanto è preziosa ai Suo occhi tutta la nostra vita; rafforzi la nostra fede nella vita eterna; ci renda uomini della speranza, che operano per costruire un mondo aperto a Dio, uomini pieni di gioia, che sanno scorgere la bellezza del mondo futuro in mezzo agli affanni della vita quotidiana e in tale certezza vivono, credono e sperano.





DALL'OMELIA PASQUALE DI MELITONE DI SARDI


"Il Signore pur essendo Dio, si fece uomo e soffrì per chi soffre, fu prigioniero per il prigioniero, condannato per il colpevole e, sepolto per chi è sepolto, suscitò dai morti e gridò questa grande parola: "Chi è colui che mi condannerà? Si avvicini a me" (Is 50,8). Io, dice, sono Cristo che ho distrutto la morte, che ho vinto il nemico, che ho messo sotto i piedi l'inferno, che ho imbrigliato il forte e ho levato l'uomo alle sublimità del cielo; io, dice, sono il Cristo.
Venite, dunque, o genti tutte, oppresse dai peccati e ricevete il perdono. Sono io, infatti, il vostro perdono, io la Pasqua della redenzione, io l'Agnello immolato per voi, io il vostro lavacro, io la vostra vita, io la vostra risurrezione, io la vostra luce, io la vostra salvezza, io il vostro re. Io vi porto in alto nei cieli. Io vi risusciterò e vi farò vedere il Padre che è nei cieli. Io vi innalzerò con la mia destra.
Egli scese dai cieli sulla terra per l'umanità sofferente; si rivestì della nostra umanità nel grembo della Vergine e nacque come uomo. Prese su di sé le sofferenze dell'uomo sofferente attraverso il corpo soggetto alla sofferenza, e distrusse le passioni della carne. Con lo Spirito immortale distrusse la morte omicida.
Egli infatti fu condotto e ucciso dai suoi carnefici come un agnello, ci liberò dal modo di vivere del mondo come dall'Egitto, e ci salvò dalla schiavitù del demonio come dalla mano del Faraone. Contrassegnò le nostre anime con il proprio Spirito e l le membra del nostro corpo con il suo sangue.
Egli è colui che coprì di confusione la morte e gettò nel pianto il diavolo, come Mosè il faraone. Egli è colui che percosse l'iniquità e l'ingiustizia, come Mosè condannò alla sterilità l'Egitto.
Egli è colui che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno. Ha fatto di noi un sacerdozio nuovo e un popolo eletto per sempre. Egli è la Pasqua della nostra salvezza.
Egli è colui che prese su di se le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè e nell'agnello fu sgozzato.
Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato.
Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l'agnello che non apre bocca, egli è l'agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all'uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione
Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l'umanità dal profondo del sepolcro".





Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant'Ambrogio, vescovo

(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324)


Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale? 
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisce quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d'arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3-4).
L'anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64, 3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).







Sono risorto e ora sono sempre con te, ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge. 
Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani 
e sarò presente persino alla porta della morte. 
Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, 
là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce.
Benedetto XVI




Gv 6, 37-40
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Commento

Molto più di un semplice ricordo, la memoria è un’intimità che supera tempo e spazio, il «memoriale» che nella Scrittura giunge a diventare «il presente del passato» (S. Agostino). Quando Israele racconta e celebra gli eventi della sua storia, non resta spettatore sulla loro soglia. Li accoglie compiuti di nuovo nel suo presente mentre è chiamato a farsi contemporaneo di chi li ha vissuti in presa diretta. Come in un appuntamento d’amore, Israele ha incontrato Dio nella memoria del suo agire fedele e misericordioso, imparando ad affidarsi a Lui come un figlio a suo padre. Gesù ha dato compimento all’esperienza del suo Popolo. «Disceso dal cielo» sulla terra, ha vissuto unito al Padre nella memoria della sua volontà, facendone il suo presente dove offrirsi in riscatto per l’umanità. Vi è entrato accogliendo ogni uomo che il Padre gli ha «dato», nessuno escluso, prendendo ciascuno con sé nel suo passaggio dalla morte alla vita.

«Fate questo in memoria di me»: nel cuore della nostra vita il Signore ha deposto la sua memoria. Siamo chiamati a sperimentare nella storia di ogni giorno la Pasqua che celebriamo. A fare della nostra esistenza una memoria costante di Lui e della sua vita, perché il nostro presente ne diventi un riflesso glorioso. A «vedere» il Signore come lo hanno contemplato i discepoli la sera di Pasqua, riconoscendolo dai segni del suo amore per loro. È nel perdono dei peccati che possiamo «vedere» il Signore, e in Lui il volto misericordioso del Padre, origine e destino della vita di ogni uomo. Come è accaduto al figlio prodigo, solo nel riaccendersi della memoria della casa paterna, infatti, si può cominciare a «credere» per vivere ogni giorno come un ritorno, una conversione verso la nostra dimora. Si può desiderare solo ciò che si è conosciuto. Radicati nell’esperienza di non essere stati mai «gettati fuori» ma sempre riaccolti con misericordia, possiamo «credere» in Cristo e sperare il Cielo e la risurrezione nell’ultimo giorno, per noi e per i nostri cari. Li «commemoriamo» oggi, celebrando per loro e con loro il «memoriale della nostra salvezza», la Pasqua del Signore che attira ogni vita nel presente eterno del suo amore, dove nulla di noi va perduto.


1 Novembre. Solennità di Tutti i Santi




Chi stenta ad accettare Papa Francesco forse stenta ad accettare la Chiesa, così come il Signore l'ha fondata e il Papa ci aiuta a comprendere.


Takamatsu, 26 Ottobre 2013 (Zenit.org) Don Antonello Iapicca


Ascolti Papa Francesco e ti appare chiaro e compiuto il Vangelo. Ci stupisce, semina sgomento, in fondo abbiamo sempre pensato alla Chiesa come la nostra casa. Calda, accogliente, le cose in ordine, sempre allo stesso posto, e, soprattutto sicura. Allarme, cani e inferriate a presidiare quello che abbiamo costruito... leggi tutto




Una speranza invincibile e la forza infinita d'una chiamata: la santità è un'elezione, un esser messi a parte per qualcosa di speciale, per abitare la Terra. I santi sono gli eredi della Terra dove scorre latte e miele. Il Cielo. Tra le pieghe della festa di oggi, dietro la santità si scorge la storia di un Popolo. Ad ogni beatitudine si odono le eco dei passi degli umili, dei piccoli, di un resto. I riscattati che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti e le hanno rese candide nel sangue dell'Agnello.



E' Lui che, vittorioso sul peccato e sulla morte, precede i suoi nella Galilea che è il mondo in attesa del Regno. E' Lui il Santo che ci fa santi. Oggi siamo tutti dinanzi alla Terra, come Giosuè. Le parole del Signore ci invitano a non aver paura, ad essere coraggiosi e forti, a non scoraggiarci dinanzi alle difficoltà, ai popoli che abitano la nostra eredità.
Non aver paura di noi stessi, dei nostri peccati, dei nostri limiti, delle nostre debolezze, dei nostri difetti. Sono tanti e numerosi come i Popoli che abitavano la Terra che si dischiudeva dinanzi agli occhi di Giosuè. "Forza e coraggio" gli ripeteva il Signore sull'erta di quel monte, "perché il Signore è con te ovunque tu vada". Forza e coraggio sono l'altra metà della povertà. Solo chi ha conosciuto davvero, come Giacobbe, la propria debolezza, può abbandonarsi con una sconfinata fiducia in Colui che lo chiama.
E' la fede che coniuga nei santi la forza e il coraggio. Israele, il Popolo da cui proveniamo, significa proprio "Forte con Dio". Il santo è il forte con il Più forte. Vive aggrappato a Colui che ha legato il demonio, ha sconfitto uno ad uno i Popoli che usurpavano l'eredità, e con Lui entra a prenderne possesso. Un Popolo santo, separato, consacrato in Colui che lo ha amato di un amore unico, gratuito, infinito. 
Il Signore ci annuncia oggi la beatitudine di chi abita, felice, nella sua Terra. Che ci è data, come primizia, nella Chiesa, il mistero d'amore e comunione che supera ogni nostro limite carnale. Anche oggi, come ad ogni mattino che si apre dinanzi a noi, ci troviamo sul monte con il Signore. E su quel monte ammantato dalla rugiada d'ogni alba della nostra vita, Lui ci chiama ad entrare nella Sua eredità. Ogni aurora che ci accoglie ci dona il Suo Spirito Santo che ci fa figli, coeredi di un Destino meraviglioso.
Lo Spirito di fortezza perché non cediamo al timore dinanzi alla Croce che ci attende. Ecco la nostra vita santa che ci fa santi. Ogni evento in cui ci imbattiamo, ogni persona che incontriamo è la Terra preparata per noi, la nostra eredità. Nostra moglie oggi, così come si sveglierà; nostro marito è la terra che ci farà sante quando tornerà nervoso e intrattabile dal lavoro; nostro figlio che si è appena messo un orecchino; nostra figlia che ha sbattuto la porta e se ne è andata in discoteca; nostra suocera che non ce ne fa passare una, con quel sorrisetto ironico che dice tutto; il collega che ci ha infilzato calunniandoci con il capo reparto. E il cancro che ci ha visitato, la cassa integrazione, lo sfratto.
Ogni fatto della nostra vita ci fa santi, perché in ciascuna ora che segna le nostre esistenze Lui ci precede, combatte per noi come già ha fatto innumerevoli volte nel passato; anche quando eravamo schiavi del peccato in Egitto dove ci ha salvati, redenti, amati d'un amore eterno. Lui ci precede nella camera operatoria e nel dialogo serrato con i figli; perché temiamo di vivere e chiamare gli altri a vivere una vita santa, piena, compiuta nell’amore? Perché ci accontentiamo di galleggiare mentre possiamo essere santi?
Perché c’è una sola possibilità per essere felici, noi e la nostra famiglia, i fratelli, gli amici: essere santi, ovvero lasciarci condurre nella Terra dove consegnarci per amore, nel compimento della promessa che ci ha chiamati alla vita. Desideri la santità per tuo figlio? O piuttosto un lavoro, la salute e altre cosette così? Non desideri che conosca l’amore che lo perdona e lo trasforma in figlio di Dio, in un santo offerto al mondo?
Perché il Signore ha pensato a te e a me, ai nostri figli per condurci per mano al possesso della nostra eredità, la sua stessa santità. Lui, il Santo, ci ha scelti, eletti, e ci chiama. Questa speranza purifica i nostri cuori e le nostre menti e ci fa santi come Lui. Poveri con Lui, afflitti con Lui, miti con Lui, affamati e assetati con Lui, puri, operatori di pace, perseguitati con Lui. Piccoli, deboli, pieni di difetti e di contraddizioni. Eppure santi.
Celebriamo oggi la santità di tutti coloro che ci hanno preceduto in questo cammino, che hanno gustato le primizie della Terra promessa nelle pieghe dell'esistenza quotidiana. I santi, testimoni veraci della Patria che ci attende, ci chiamano oggi ad entrare nel riposo preparato per noi. Qui, ora come siamo e dove siamo, anticipo di quello che, in pienezza, gusteremo con chi ha terminato la corsa prima di noi.
Affrettiamoci dunque ad entrare oggi nella Terra santa che è questa nostra vita. Affrettiamoci ad accogliere il Santo, a lasciarci amare, e che Lui ci faccia santi sulle orme che il suo Popolo ci ha lasciato. La nostra vita, il nostro corpo, tutto di noi è preparato per essere tempio santo per la sua santità. Che il Padre illumini gli occhi della nostra mente per comprendere a quale speranza siamo chiamati, "quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi".











Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio?
Per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie,
né possedere carismi eccezionali.
E' necessario innanzitutto ascoltare Gesù
e poi seguirlo senza perdersi d'animo di fronte alle difficoltà.
L'esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità,
pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce,
la via della rinuncia a se stesso.
L'esempio dei santi è per noi un incoraggiamento
a seguire le stesse orme,
a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio,
perché l'unica vera causa di tristezza
e di infelicità per l'uomo è vivere lontano da Lui.


Benedetto XVI, 1 Novembre 2006





Mt 5,1-12a


In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


Il commento


La santità è una speranza invincibile incastonata nella forza infinita d'una chiamata. Ancora prima di vedere la luce Dio ci ha chiamati alla santità «mettendoci da parte» nel mondo per «ereditare la Terra del suo Regno» e mostrarne a tutti le primizie. «Forza e coraggio, perché Io sono con te ovunque tu vada»: sono le parole del Signore rivolte a Giosuè fermo dinanzi al Giordano; le ripete anche a noi ogni giorno, chiamandoci a passare il guado. Sulla riva opposta vi è la Terra Promessa, la santità compiuta nell’eterno e pieno appartenere al Signore. In mezzo è il torrente di oggi e domani, persone e fatti che Dio ha preparato per noi. Davanti ad esso vi siamo noi con la paura della santità, che è quasi certezza di non farcela. La stessa di Giacobbe dinanzi al guado dello Jabbok, solo e in trappola, e quel fiume oscuro che lo aspettava, come un presagio di morte. 


Giacobbe era un peccatore, ha mormorato e giudicato, ha ingannato e rubato, ma portava sigillata nel fuoco la sua primogenitura; ha lottato con Dio, non ci stava a «perdere la vita». Poi un colpo secco all’anca e non era più quello di prima. Umiliandolo a zoppicare Dio ne aveva fatto un santo. Ora Giacobbe conosceva la propria debolezza benedetta con un nome nuovo, «Israele», che significa «Forte con Dio». Ecco dunque un santo, il più debole con il Più forte. Tu ed io che trasciniamo i piedi, incapaci di tutto ma aggrappati alla sua misericordia. Lo abbiamo visto anche un istante fa, quando per nulla abbiamo sbranato il fratello, per poi chiedergli balbettanti perdono. Se Dio non ci avesse creato friabili come fette biscottate non avrebbe potuto mostrare al mondo la sua santità. Per questo la debolezza è la nostra «beatitudine», anticipo di quella che sazia la moltitudine dei Santi che ci hanno preceduto nel Cielo. Celebrandoli oggi riviviamo il cammino della Chiesa nei secoli, colmi di gratitudine perché è anche la nostra storia. «Santi subito», perché no? «Consolati» quando il mondo è «afflitto». «Sazi» e riconciliati in mezzo agli «affamati di giustizia». «Miti» come agnelli in una società di lupi. «Operatori di pace» mentre il mondo prepara la guerra. «Puri» dove tutto è sporco. «Misericordiosi» con chi ci è nemico e ci «perseguita». «Santi per causa di Cristo», «esultanti e felici» del suo amore che abbraccia la nostra «povertà» per far risplendere negli «insulti e nelle menzogne» il volto santo di Dio.