Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

domenica 3 aprile 2016

PIETRE VIVE: "La Fede e il nostro rischio di vivere più vivi e ...

PIETRE VIVE





"La Fede e il nostro rischio di vivere più vivi e più felici" di p. Ermes Ronchi - II DOMENICA di PASQUA - anno C

La Fede e il nostro rischio di vivere più vivi e più felici
di p. Ermes Ronchi







Commento
II DOMENICA di PASQUA
- anno C -





San Gregorio Magno scrive: "A noi giovò di più l'incredulità di Tommaso che la fede degli Apostoli." Vediamo come: 
Il Vangelo racconta che erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei Giudei e la prima volta Tommaso non era con loro. Gli altri sono chiusi, Tommaso no, lui va e viene, entra ed esce, in una comunità che è rinchiusa su se stessa gli manca l'aria.
Tommaso è un coraggioso anche verso i suoi amici. Abbiamo visto il Signore, qui, quando tu non c'eri, gli dicono. E lui: se non vedo con i miei occhi non credo.
Tommaso ha la libertà di dissentire, vuole salvare la sua coscienza e la sua intelligenza.
Se Cristo è risorto come fate a restare chiusi qui? 
Una comunità che ha paura, arroccata sulla difensiva, ripiegata su se stessa non può essere testimone di uno che ha vinto la morte.
Tommaso, prezioso nostro compagno di viaggio, e come lui sono preziosi tutti quelli, dentro e fuori la chiesa, che hanno questa mentalità concreta, realistica, grazie a tutti quelli che vogliono vedere, vogliono toccare, che non si accontentano del sentito dire, vogliono una fede che si incida nel cuore.
Tommaso mostra quale grande educatore fosse Gesù Cristo, maestro di umanità, l'aveva formato alla libertà interiore, al soffio dello spirito, all'indipendenza, gli farà anche un piccolo rimprovero, ma dolcemente come si fa con gli amici.
Che bello se anche nella Chiesa fossimo in questo modo educati più alla consapevolezza che  non all'obbedienza, più all'approfondimento della fede, alla libertà di pensiero e di ricerca perché Dio supera infinitamente ogni nostro pensiero su di Lui, Dio non è ciò che diciamo di Lui, Egli è oltre ci innalza, ci illumina, ci allarga, ci libera.
Padre Vannucci diceva "non pensate pensieri pensati da altri" Se io devo ripetere ciò che altri hanno già detto la mia mente e il mio cuore sarebbero uno spreco, mancherà il mio mattone alla costruzione della grande cattedrale che Dio va edificando insieme con noi nel mondo ci sarebbe un vuoto, una disarmonia.
Poi il momento centrale: l'incontro con il Risorto. Quando Gesù invece di imporsi, si propone, si espone alle mani di Tommaso: Metti qui il tuo dito; guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco.
Gesù rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i nostri tempi e la complessità del nostro cuore. Gesù non si scandalizza, si ripropone. 
Gesù si espone con le sue piaghe aperte perché la resurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi,  non ha rimarginato le labbra delle ferite perché la morte di croce non è un semplice incidente da annullare, da cancellare, da superare, ma è qualcosa che deve restare per l'eternità, gloria e vanto di Cristo, il punto più alto, il vertice della rivelazione. Nel cuore del cielo sta, per sempre, carne d'uomo ferita. Nostro alfabeto d'amore, il solo che converte.
Gesù gli dice: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!" Ecco una beatitudine che sento finalmente mia, le altre 10, quelle della montagna le ho sempre sentite difficili, per pochi coraggiosi, per pochi affamati di immenso.
Questa finalmente una beatitudine per tutti, per chi fa fatica, per chi non vede, per chi cerca a tentoni, per chi ricomincia.
Beati quelli che non hanno visto eppure hanno creduto. Beati! grazie a tutti quelli che credono senza bisogno di segni. Beati! che vuol dire stanno in piedi, per una vita verticale anche se è notte, anche se hanno mille dubbi, come Tommaso. 
A quanti credono Dio regala gioia, beatitudine che non significa una vita più facile, ma una vita intensa e appassionata, ferita e luminosa, piagata e guaritrice.
La fede, credetemi o credete a Tommaso e a quanti l'hanno provato è il nostro rischio di essere più vivi e più felici, il nostro rischio di vivere meglio. 

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venerdì 1 aprile 2016

CRISTO RISORTO CORREGGE IL CUORE INDURITO PER APRIRLO ALLA FEDE E SPINGERCI NELLA MISSIONE

Il Vangelo del giorno

Sabato in Albis




αποφθεγμα Apoftegma

Andiamo avanti con speranza!
Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa
come oceano vasto in cui avventurarsi,
contando sull'aiuto di Cristo.
Il Figlio di Dio,
che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell'uomo,
compie anche oggi la sua opera:
dobbiamo avere occhi penetranti per vederla,
e soprattutto un cuore grande 
per diventarne noi stessi strumenti.

Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 16,9-15.

Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.






CRISTO RISORTO CORREGGE IL CUORE INDURITO PER APRIRLO ALLA FEDE E SPINGERCI NELLA MISSIONE



Anche oggi è per noi l'alba di un nuovo giorno, l'aurora di una vita nuova. La nostra vita, come quella di Maria di Magdala, è una settimana di peccati, sette, e non ne manca nessuno. Sette demoni, la pienezza dei demoni, secondo il significato di questo numero nella Scrittura. Maria aveva sperimentato il tempo senza Cristo, la dura legge di schiavitù di chi è obbligato a servire un padrone che non lascia scampo, che si porta via la vita a brandelli. Sette demoni, sette vizi, peccati capitali. Aristotele li descriveva come "gli abiti del male": superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia. Capo dei capi la superbia, l'idolatria dell'ego; la vita della Maddalena, come la vita di ciascuno di noi, era asservita al proprio ego, a soddisfare le proprie voglie. Dove anche l'amore non è altro che un sentimento catarifrangente, narcisistico, anche quando tocca l'ambito spirituale. La sofferenza dell'uomo è tutta racchiusa in questa innaturale chiusura su se stessi, che macchia anche l'impulso più autentico di donarsi. Maria ha incontrato Cristo, e la sua vita è cambiata; Maria è stata liberata dalle catene dei demoni, era una creatura nuova, primizia e immagine di ogni uomo rinnovato dal potere del Signore. Per questo è a lei che, per prima, Cristo appare risorto, come a sigillare, come una profezia, quanto aveva compiuto in lei. Aveva combattuto e aveva vinto; aveva distrutto il drago dalle sette teste, aveva inaugurato il cammino in una vita nuova, e Maria era la prima discepola ad incamminarsi in quella nuova settimana. Vi è infatti un giorno, il primo dopo il sabato, in cui tutto si fa nuovo, definitivamente nuovo, il giorno di Maria di Magdala, il giorno nel quale ha visto "surrexit Christus spes mea!, risorto Cristo mia speranza". La schiava aveva sperimentato la speranza che non delude, nel perdono e nella libertà. Ora era lei a correre e ad annunciare che la sua esperienza era ormai un dono accessibile a tutti, che la porta della libertà era spalancata per sempre: Cristo mia speranza è risorto, era tutto vero, era vero il perdono, era vero il suo amore, era vera questa vita liberata dai sette demoni. Era vera e autentica la speranza, ed era per tutti, per i suoi fratelli, per gli apostoli, per ogni uomo, per noi oggi




Ma nella società di duemila anni fa, una donna non aveva alcuna autorità, la sua testimonianza non possedeva valore. Ma, soprattutto, il cuore degli Undici, per il lutto ed il pianto, era indurito, non poteva ascoltare la voce dell'Amato nelle parole appassionate di Maria. Gli undici avevano smesso di sperare, erano ancora sopraffatti dalla superbia che, in un subdolo e malefico narcisismo negativo, gli ributtava in faccia la loro debolezza, il loro tradimento. E' la nostra esperienza, quel perverso gioco del demonio che ci inganna e seduce spingendoci a toccare e mangiare dell'albero, che accende la superbia per farci schiavi dei sette demoni; e poi ci lascia nudi, pieni di vergogna inducendoci a disprezzarci e odiarci, facendo proprio del disprezzo di se stessi la carezza avvelenata dell'egoismo più feroce, la stoccata che ci uccide. Ci ritroviamo improvvisamente soli con le nostre debolezze, con i nostri peccati, e ci chiudiamo in una prigione dalla quale è sottratta la speranza. Non cambierò mai, sono debole e incapace, sono solo un uomo, non posso credere a qualcosa che mi faccia superare i miei limiti. E' la durezza di cuore, di un cuore che non ha conosciuto l'amore inginocchiato, umiliato, crocifisso; la durezza di chi ha perduto la speranza di fronte a tanto male, dentro e fuori di sé: la speranza infatti, "in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell’invidia e dell’orgoglio, della menzogna e della violenza. Gesù è passato attraverso questo intreccio mortale, per aprirci il passaggio verso il Regno della vita. C’è stato un momento in cui Gesù appariva sconfitto: le tenebre avevano invaso la terra, il silenzio di Dio era totale, la speranza una parola che sembrava ormai vana" (Benedetto XVI, Messaggio di Pasqua 2012). La durezza del cuore dei discepoli è quella del dolore sedimentato, delle speranze infrante perché troppo umane, quelle che reclamano la scomparsa del male, la palingenesi di ogni ideologia utopica; la durezza stratificata sul cuore di chi non ha ancora conosciuto la misericordia, che non elimina il male ma lo assume sino a farsene divorare per redimere il malvagio. Un cuore così non può credere all'annuncio sconvolgente di Maria: ella rappresenta, agli occhi della carne, un passato ancora irredento, una speranza infranta, la peccatrice perdonata ma non salvata, una ferita rimarginata mentre il morbo maligno è ancora vivo, proprio perché Colui che l'aveva perdonata giaceva morto in una tomba e con Lui la salvezza e il riscatto definitivi; Maria era stata troppo peccatrice, aveva cambiato vita sì, me era pur sempre lei, come lo continuiamo ad essere noi, era necessario un "troppo" amore, ma era svanito ingoiato da un sepolcro. E' morto il Maestro, è morta con Lui anche la misericordia, e l'annuncio di Maria non è altro che un vaneggiamento di chi non sa rassegnarsi all'evidenza, la passione di una donna infatuata.


Quante volte ci ritroviamo in questa situazione, incapaci di credere a quanti ci annunciano che Cristo, unica nostra speranza, è risorto, che i peccati sono perdonati, che quella situazione che ci ha fatto piombare in un lutto pieno di lacrime, è redenta nel sangue di Cristo! Ostinati nel pensare che il matrimonio continuerà così, che quel figlio si perderà sempre più, che non saprò mai amare davvero, che continuerò ad offrire tutto a me stesso in un egoismo insaziabile. I sette demoni sono più forti, lo sono stati sino ad oggi... Ma oggi è un nuovo giorno, oggi il Signore appare a ciascuno di noi e illumina il nostro cuore indurito, e lo scioglie nel suo amore. Oggi per noi è il giorno del perdono, l'inizio di una nuova settimana, di una vita assolutamente nuova. Ed una vita immersa nella misericordia è un annuncio, come la vita di Maria. E, come lei, anche gli Undici sono inviati a proclamare la Buona Notizia ad ogni cuore indurito, in lutto e in pianto; la nostra vita, come la loro, come quella di Maria, trasformata nella fornace dell'amore di Cristo, è un Vangelo vivente; è Cristo stesso che appare, vivo, ad ogni uomo. Lo è naturalmente, in forza del suo amore più ostinato della nostra ostinazione, più duro della nostra durezza; lo è per 'evidenza della sua risurrezione che ci abbraccia mille volte, senza giudicarci, speranza incarnata nelle nostre vite risorte, primizie del Cielo. Capite? Gesù "rimprovera" sì gli apostoli, ma poi li invia ad annunciare il Vangelo! Chi di noi farebbe lo stesso con suo figlio? E' il mistero di un amore davvero più forte del dubbio, dei peccati, degli errori, e pur "correggendo" con la Verità, pur illuminando la realtà di ciascuno, non disprezza né rifiuta nessuno, anzi. L'amore che si dona e trasforma un debole e codardo in un apostolo. Questa è la Pasqua, l'antidoto al veleno della durezza di cuore, dell'incredulità e della disperazione. Tu, oggi, così come sei, raggiunto da Cristo risorto, perdonato e inondato della sua vita, proprio tu da oggi sarai un apostolo, un testimone, un martire di Cristo. E così tuo figlio perso nella droga, e qualunque altro uomo al quale appaia Cristo risorto attraverso l'annuncio della Chiesa. Che missione abbiamo, far risuscitare i traditori in una fedeltà sino alla morte, far passare i peccatori alla vita nuova. Coraggio allora perché laddove appare l'amore, appare Cristo risorto; e dove appare Cristo risorto si fa visibile, e afferrabile, la speranza, per tutti.

ESPERIENZA & TESTIMONIANZA: La Prima Comunità di San Pio V° con Don Giovanni Flammini ... la sua esperienza nel Cammino Neocatecumenale. GROTTAMMARE


Don Giovanni Flammini, la sua esperienza nel Cammino Neocatecumenale

Domenica di Pasqua Vescovo (72)

DIOCESI La Prima Comunità di San Pio V (don Giovanni, Don Domenico e 40 laici di cui 13 coppie) ha concluso il Cammino Neocatecumenale nella solenne Veglia Pasquale, presieduta dal Vescovo Carlo Bresciani in Cattedrale.
Prima della Veglia, nel locale della parrocchia della Marina, ciascuno ha ricevuto e vestito la Veste Bianca con la quale tutti hanno poi partecipato alla Veglia.
Don Giovanni, parroco emerito di San Pio V e ora Esorcista della Diocesi, racconta così:
“Tutto iniziò nel pomeriggio di domenica 29 luglio 1983.
Il nuovo Vescovo di allora, mons. Giuseppe Chiaretti (che aveva fatto l’ingresso solenne in Diocesi il 3 luglio) volle andare a celebrare la Messa al nostro Campo Scout di Grottammare.
Durante il viaggio di andata mi fece parlare della nostra Parrocchia. Io ero parroco dal 1980: con soddisfazione parlai degli Scouts, dell’Azione Cattolica, della San Vincenzo, dell’Apostolato delle Preghiera, degli incontri zonali (intensificatisi dopo la Missione del 1982)…. Mi fece parlare molto e mi ascoltava. Ripeteva spesso: “Ma per gli adulti, qualcosa di “continuativo e progressivo”?
Celebrò poi la Messa per i nostri Scouts e rimase a cena con i Lupetti e le Coccinelle. Nel viaggio di ritorno mi propose il Cammino Neocatecumenale. Non conoscevo questa esperienza: in Diocesi mi dedicavo molto ai “Corsi di Cristianità”.
Presi subito contatto con l’amico don Enrico Perfetti, parroco a Porto San Giorgio. Quest’ultimo venne con alcuni laici a un Consiglio Pastorale della nostra Parrocchia, poi presentammo l’iniziativa: alcuni aderirono, altri furono contrari.
Decisi di iniziare le Catechesi per me e per quei giovani e adulti che lo desiderassero.
Vennero i Catechisti della Parrocchia di Sant’Antonio, accompagnati dal santo sacerdotedon Benedetto Loggi. Eravamo una quarantina di persone. Seguii tutte le Catechesi con assiduità e interesse.
Nel dicembre del 1983 nacque la Prima Comunità e Mons. Chiaretti venne a celebrare una delle prime Eucariste nella sala sopra la sacrestia…
Nella Pasqua del 1984 celebrammo la Prima Veglia Pasquale da mezzanotte all’alba nel salone della parrocchia di Sant’Antonio. Negli anni successivi mons. Chiaretti, dopo la Veglia in Cattedrale, veniva a presiedere la Veglia con le nostre Comunità fino all’alba.
Dal 1983 ogni anno abbiamo proposto le Catechesi per tutta la parrocchia: molti hanno ascoltato, qualcuno ha continuato.
Oggi in parrocchia ci sono cinque belle Comunità.
Una frase di Sant’ Agostino è stata la forza per affrontare tante difficoltà a vari livelli “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”. L’essere prete e parroco, non voleva dire di essere già un cristiano adulto nella fede! Ecco perché ho fatto e continuo a fare il Cammino con tanta gratitudine al Signore, che lo ha ispirato, e alla Chiesa che lo ha accolto e approvato.
Mi ha anche illuminato ad accettare il Cammino quanto è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1221: “Dove il Battesimo dei bambini è diventato largamente la forma abituale della celebrazione del sacramento, questa è divenuta un atto unico che, in modo molto abbreviato, integra le tappe preparatorie dell’iniziazione cristiana. Per la sua stessa natura il Battesimo dei bambini richiede un CATECUMENATO POST-BATTESIMALE.
Non si tratta soltanto della necessità di una istruzione posteriore al Battesimo, ma del necessario sviluppo della grazia battesimale nella crescita della persona. E’ l’ambito proprio del Catechismo.”
Nel fare il Cammino ho trovato un modo valido per realizzare nella parrocchia quanto richiede il Catechismo e mi hanno anche aiutato e incoraggiato le parole e gli scritti dei Sommi Pontefici Beato Paolo VI e San Giovanni Paolo II, in particolare gli Statuti approvati l’11 maggio 2008. L’ art. 1 recita: “La natura del Cammino Neocatecumenale viene definita da S.S. Giovanni Paolo II quando scrive: “Riconosco il Cammino Neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni”.
Il Cammino si basa su un tripode che poi è quello della vita cristiana: PAROLA DI DIO, LITURGIA, COMUNITA’.
La Prima Comunità ha percorso tutte le fasi, le tappe e i passaggi proposti dagli Statuti.
Ora c’è (come si dice al Titolo III degli Statuti) l’Educazione permanente della fede: una via di rinnovamento nella parrocchia e il prossimo 19 settembre la Prima Comunità si recherà in Terra Santa…
Sono grato al Signore e ai Catechisti della Parrocchia di Sant’Antonio (Tonino e Anna Rita, Luigi e Paola, Gino e Marina) per l’attenzione che hanno avuto per noi. Facendo il Cammino non mi sembra di aver trascurato di fare il Parroco della Comunità Parrocchiale di San Pio V nei 35 anni di servizio pastorale.
Ringrazio il Signore e, con profonda gratitudine, anche i vari Vicari Parrocchiali, i tanti generosi giovani e adulti della Parrocchia l’Azione Cattolica, lo Scautismo, la San Vincenzo, la Liturgia con i vari Sacramenti celebrati non credo siano stati trascurati….
Il nuovo Parroco Don Giorgio, prendendo possesso di San Pio V nel febbraio dello scorso anno, non ha trovato una parrocchia spenta e vuota. Certamente c’è tanto lavoro pastorale da fare per i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti, gli anziani, le famiglie…ma le forze per lavorare non mancano.
Che Il Signore ci aiuti”.

Enzo Bianchi Commento Vangelo 3 aprile 2016

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Enzo Bianchi Commento Vangelo 3 aprile 2016




 
L’amore fedele del Risorto 3 aprile 2016
II domenica di Pasqua C (in albis)
Commento al Vangelo
di ENZO BIANCHI
dal sito del
 
Monastero di Bose



Gv 20,19-31

19La sera del primo giorno della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Il capitolo finale del vangelo secondo Giovanni,
Gv 20 (Gv 21 è un’aggiunta posteriore), andrebbe letto tutto intero, per comprendere in profondità il primo giorno della settimana, il terzo giorno dopo la morte di Gesù, avvenuta il venerdì (sesto giorno) 4 aprile dell’anno 30 della nostra era. La menzione che quello era “il primo giorno” ritma tutto il racconto: la si ritrova all’inizio del racconto dell’apparizione alla Maddalena (Gv 20,1), all’inizio del racconto dell’apparizione ai discepoli (Gv 20,19) e poi è sottintesa nell’espressione “otto giorni dopo” (Gv 20,26).

Il primo giorno della settimana è il giorno della resurrezione del Signore ma è anche quello in cui il Risorto si rende presente in mezzo ai suoi: è il giorno del Signore, il giorno dell’intervento decisivo di Dio che, risuscitando Gesù, ha vinto la morte. Dal Nuovo Testamento sappiamo inoltre che proprio “il primo giorno della settimana” (
At 20,7; 1Cor 16,2) è quello scelto dai cristiani per essere “nello stesso luogo” (epì tò autó: At 1,15; 2,1.44.47; 1Cor 11,20; 14,23), per essere assemblea di fratelli e sorelle insieme, che sperimentano la venuta del Risorto in mezzo a loro.

Scesa la sera di quel primo giorno, lo sconforto e lo scoraggiamento regnano nei cuori dei discepoli che non hanno creduto né a Maria di Magdala che ha annunciato loro la resurrezione di Gesù e l’incontro con lui (cf.
Gv 20,18), né al discepolo amato che, al solo vedere il sepolcro vuoto, era giunto alla fede (cf. Gv 20,8). Ma Gesù aveva promesso loro: “Dopo la mia scomparsa, ‘ancora un poco e mi vedrete’ (Gv 16,16; cf. Gv 14,18)”, e fedele alla parola data “viene e sta in mezzo”. Gesù è visto dai discepoli in mezzo a loro, al centro della loro assemblea, come colui che crea e dà unità, che “attira tutti a sé” (cf. Gv 12,32). La comunità cristiana ha così la sua icona autentica: ha il suo centro solo in Gesù risorto, in modo che tutti guardino a lui (cf. Gv 19,37; Zc 12,10).

In quella posizione di Kýrios, di Signore, il Risorto dice allora: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, il saluto messianico, parola efficace che porta pace, vita piena, e scaccia la paura. E affinché le parole siano autenticate dalla sua persona di Maestro, Profeta e Messia conosciuto dai discepoli nella loro vita insieme a lui, Gesù mostra le mani e il fianco che portano ancora i segni della sua passione e morte (cf.
Gv 19,34). Visione paradossale: Gesù è presente con un corpo che non è un cadavere rianimato ma che viene anche a porte chiuse, non obbedendo alle leggi del tempo e dello spazio; un “corpo di gloria” (Fil 3,21), un “corpo spirituale” (1Cor 15,44.46), nel quale però restano i segni della passione, dell’aver sofferto la morte per amore. Sono segni di passione e insieme di gloria, di vittoria sulla morte, segni dell’amore vissuto “fino alla fine, all’estremo” (eis télos: Gv 13,1). A quelli che temono di essere perseguitati, Gesù si mostra come il perseguitato che è rimasto fedele e che, vincitore della morte a causa del suo amore fedele e pieno, può venire in mezzo a loro portando pace, saldezza e forza.

“E i discepoli gioirono al vedere il Signore”. Accade ciò che Gesù aveva profetizzato: “Ora siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà rapirvi la vostra gioia” (
Gv 16,22). In questa nuova situazione della comunità, il Risorto, che aveva promesso di non lasciarla orfana (cf. Gv 14,18) e di donarle un altro Consolatore (cf. Gv 14,16), fa il dono dei doni, il dono per sempre. Ripete il saluto “Pace a voi!” e annuncia: “Come il Padre ha inviato me, anche io invio voi”. I discepoli hanno accolto l’Inviato di Dio, lo hanno seguito e hanno creduto in lui; ora sono anch’essi inviati in tutto il mondo, per essere come lui, Gesù, è stato in tutta la sua vita: testimoni della verità, della fedeltà di Dio, cioè del suo amore per l’umanità. Con la loro vita devono mostrare che “Dio ha tanto amato il mondo da donargli il suo unico Figlio” (Gv 3,16). È solo questione di vivere l’amore di Gesù Cristo per l’umanità: chi è inviato deve diventare volto, bocca, mani, orecchi di chi lo ha inviato, e così i discepoli devono essere corpo di Cristo tra gli altri, nel mondo.

Per essere abilitati a questa missione, devono essere ricreati, rigenerati: occorreva un’immersione nello Spirito santo, occorreva lo Spirito come nuovo soffio nel cuore di carne (cf.
Ez 36,26), occorreva una nuova creazione (cf. Is 43,18-19). Allora Gesù, il Risorto che respira lo Spirito santo, lo effonde sulla sua comunità. Se questo Soffio santo è soffio vitale per Gesù, una volta alitato sui discepoli diventa il loro soffio vitale: un solo Soffio, un solo Spirito in lui e in loro! Noi cristiani, vasi di creta fragili e peccatori (cf. 2Cor 4,7), per dono di Gesù risorto respiriamo lo Spirito santo che a noi dà la vita, perdona i peccati, ci abilita alla vita eterna nel Regno di Cristo. Siamo dunque il corpo di Cristo, il “tempio dello Spirito santo” (1Cor 6,19). Questa per il quarto vangelo è la Pentecoste, la chiesa dono dello Spirito santo alitato dal Risorto. Lo stesso Spirito che ha risuscitato da morte Gesù (cf. Rm 1,4; 8,11) è datore di vita ai discepoli, e da “compagno inseparabile di Cristo” (Basilio di Cesarea), diventa compagno, amico inseparabile per ogni cristiano. È lui, presente in ogni discepolo e discepola, che ricorda le parole di Gesù (cf. Gv 14,26), che lo rende presente e testimonia che egli è il Signore (cf. 1Cor 12,3).

Lo Spirito santo, Spirito di Dio e Soffio di Cristo, ci è donato nella nostra condizione di corpo umano, di carne. Non si dimentichi che nel quarto vangelo la carne (sárx) è il luogo dell’umanizzazione di Dio: “La Parola si è fatta carne” (
Gv 1,14). Per Giovanni la carne non è, come per Paolo, luogo di tentazione e di peccato, ma è luogo non disprezzabile né indegno, perché scelto da Dio per stare con noi e in mezzo a noi. La carne è luogo di conoscenza a servizio della Parola di Dio che la abita: ecco la dimora dello Spirito santo. Per questo, come Gesù è stato concepito carne dallo Spirito santo e da una donna, così anche la chiesa è generata da Spirito santo e da umanità e del soffio dello Spirito fa il suo respiro.

Ma questo ha una ricaduta decisiva nella vita dei cristiani: significa remissione dei peccati, perché l’esperienza della salvezza che possiamo fare qui e ora nella storia, prima della trasfigurazione di tutte le cose nella gloriosa venuta di Cristo, è l’esperienza della remissione dei peccati. Lo cantiamo ogni mattina nel Benedictus: “… per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati” (
Lc 1,77). Ricevere lo Spirito santo è ricevere la remissione dei peccati, cioè vivere quell’azione del Signore che non solo perdona, ma cancella, dimentica i nostri peccato, facendo di noi delle creature nuove (cf. Ger 31,34; Ez 18,22; 33,16). Questa è l’epifania della misericordia di Dio, quell’amore di Dio profondo, viscerale e infinito che, quando ci raggiunge, ci libera dalle colpe e ci ricrea in una novità che noi non possiamo darci! La comunità dei discepoli è la comunità del perdono reciproco, e non solo in quanto comunità che ha la capacità di cancellare il peccato. Questa capacità viene data a tutti i discepoli da Gesù ed essi la mantengono e la esercitano fino a quando sono in comunione con lui per mezzo dello Spirito santo. Si faccia attenzione a non intendere questo testo solo come il fondamento del sacramento della riconciliazione. La capacità di rimettere i peccati, cioè di liberare dalla colpa e di fare misericordia, è data da Gesù a tutti i discepoli: non solo agli Undici, perché nel cenacolo il giorno di Pentecoste ci sono anche le donne, c’è Maria insieme ad altri discepoli e discepole (cf. At 1,13-15; 2,1).

Gesù, “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (
Gv 1,29), battezzando nello Spirito santo (cf. Gv 1,33) i discepoli, li abilita alla sua missione: perdonare, fare misericordia, riconciliare con Dio e con i fratelli e le sorelle. Dalla croce e dalla resurrezione l’umanità è stata riconciliata con Dio, ma tale evento va annunciato a tutti, e i discepoli sono inviati per questo: dove giungono, devono manifestare e far regnare la misericordia di Dio, devono vivere il comandamento ultimo e definitivo dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12), devono rimettere i peccati gli uni agli altri, abilitati dunque a chiedere il perdono dei peccati a Dio. Dove c’è un cristiano autentico, c’è un ministro della misericordia che fa arretrare il male e il peccato e fa regnare la misericordia.

E sia chiaro: le parole di Gesù che accompagnano il gesto del soffiare lo Spirito – “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” – sono espresse attraverso uno stile tipicamente semitico che si serve di due espressioni contrastanti per affermare con più forza una realtà. Non significano dunque un potere che i discepoli potrebbero utilizzare secondo il loro arbitrio e il loro giudizio; al contrario, esprimono con forza che il loro compito è la remissione dei peccati, il perdono, la misericordia, come lo è stato per Gesù, che in tutta la sua vita non ha mai condannato, ma ha sempre detto di essere venuto non per giudicare e condannare (cf.
Gv 8,15; 12,47), ma perché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”, dove questo “come” rimanda anche a uno stile, al punto che potremmo pure parafrasare: “Come io ho rimesso i peccati, anche voi dovete rimetterli; è con questo compito che vi mando”. È ciò che Gesù ha affermato in modo riassuntivo, secondo Luca, all’inizio del suo ministero pubblico nella sinagoga di Nazaret:

Lo Spirito del Signore è sopra di me
perché egli mi ha unto
mi ha inviato ad annunciare ai poveri la buona notizia
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista
a mandare in libertà gli oppressi
ad annunciare l’anno di misericordia del Signore
(
Lc 4,18-19; cf. Is 61,1-2).

Fatta questa esperienza, i discepoli annunciano a Tommaso, non presente alla prima manifestazione del Risorto: “Abbiamo visto il Signore!”. È l’annuncio pasquale che dovrebbe essere sufficiente per accogliere la fede nel Risorto. Ma Tommaso non crede, quelle parole gli sembrano vaneggiamenti inaffidabili, quindi replica con forza: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

Ma “otto giorni dopo”, dunque nel primo giorno della seconda settimana dopo la tomba vuota, ecco Tommaso e gli altri discepoli di nuovo insieme, in quella casa a Gerusalemme. È il primo ma anche l’ottavo giorno, giorno della pienezza, del compimento. I discepoli, che vivono ormai da una settimana in questo nuovo tempo iniziato dalla resurrezione, continuano a dimorare nella paura degli uccisori di Gesù. Dovrebbero con franchezza portare l’annuncio pasquale a tutta Gerusalemme e invece, nonostante l’invio in missione, nonostante il dono dello Spirito santo, restano al chiuso, dominati dalla paura. Ma Gesù si rende di nuovo presente: “Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: ‘Pace a voi!’”. Ecco la fedeltà di Gesù che viene, che è il Veniente tra i suoi anche quando essi non lo meritano e non sono in sua attesa. Egli viene in mezzo ai suoi, non si stanca di venire, facendo rinascere sempre la chiesa e la testimonianza della sua resurrezione. Innanzitutto consegna la pace, “la sua pace, non quella del mondo” (cf.
Gv 14,27), poi si rivolge a Tommaso, “detto Didimo”, il “gemello” di ciascuno noi. Sì, Tommaso è il gemello in cui dovremmo specchiarci nei nostri entusiasmi in cui arriviamo a dire: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11,16), così come nei nostri momenti oscuri, in cui non riusciamo a credere, ad aderire, a mettere fiducia nel Signore. Tommaso è il gemello nel quale c’è, come in noi, la logica del voler vedere per credere, del constatare, dell’avere prove. Tommaso è come noi: quando si profila l’evento della resurrezione, vediamo morte (cf. Gv 11,15-16); quando Gesù annuncia che ci precede, non sappiamo quale sia la via (cf. Gv 14,2-6); quando dobbiamo fidarci della testimonianza dei nostri fratelli e sorelle, vogliamo essere quelli che vedono e decidono…

Gesù viene però anche per Tommaso, pecora smarrita cercata dal pastore, e anche a lui si fa vedere con i segni del suo amore: le stigmate della sua passione impresse per sempre nella sua carne gloriosa. La carne di Gesù, corpo di uomo, è passata attraverso la passione e morte, e ciò che egli ha vissuto resta anche nella sua carne di corpo glorioso. La resurrezione cancella tutti i segni della morte e del peccato ma non i segni dell’amore vissuto, perché l’amore vince la morte e aver amato ha una forza che trascende la morte. Tutta la cura dei malati che le mani di Gesù hanno praticato, tutte le carezze che egli ha dato, tutto il suo amore vissuto nel cuore, tutte le forze sprigionate dal suo seno sono visibili anche nel suo corpo risorto. Gesù dunque invita Tommaso ad avvicinarsi e a mettere il suo dito in quelle stigmate.

E qui, attenzione, non sta scritto che Tommaso mise il suo dito nei buchi delle mani e nella ferita del costato, ma che disse: “Mio Signore e mio Dio!”. Riconoscendo l’amore vissuto da Gesù, di cui le stigmate sono il segno perenne, Tommaso crede e confessa: “Ho Kýriós mou ho Theós mou!”. Gesù risorto è il Kýrios; di più, è Dio. Il Signore di Tommaso è il Dio di Tommaso. Non c’è confessione di fede più alta in tutti i vangeli. Questa è la proclamazione più piena e schietta: Gesù è il Signore, Gesù è Dio. Ecco perché chi vede Gesù, vede il Padre (cf.
Gv 14,9); ecco perché Gesù è l’esegesi del Dio che nessuno ha mai visto né può vedere (cf. Gv 1,18); ecco perché Gesù è “il Vivente” (Lc 24,5) per sempre. Tommaso non è certo un modello, anche se in lui possiamo riconoscerci. Per questo Gesù gli dice: “Beati quelli che, senza avere visto, giungono a credere”. Non vedendo, non constatando, ma contemplando il Crocifisso, dunque conoscendo il suo amore vissuto, si inizia a credere. Miracoli, visioni, apparizioni non ci fanno accedere alla vera fede. Solo la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, solo l’amore di Gesù di cui il Vangelo è annuncio e narrazione (“segno scritto”, per dirla con la chiusura del vangelo), solo lo stare nello spazio della comunità dei discepoli del Signore, ci possono portare alla fede, ci possono far invocare Gesù quale “mio Signore e mio Dio”.

Tutto questo capitolo 20 del quarto vangelo è un canto alla misericordia del Signore che viene alla sua comunità con il perdono, con la remissione dei peccati, con la pazienza di un Dio che ci ama sempre, anche quando noi non lo meritiamo ed esitiamo a credere in lui.

Commento di Luciano Manicardi: Il Risorto manifesta la sua presenza nel corpo comunitario guarendo con le piaghe delle sue ferite di Crocifisso l’incredulità di Tommaso (vangelo); mostra la sua potenza nelle guarigioni che gli apostoli compiono sul corpo di molti malati (I lettura); svela la sua presenza vivificante al cuore delle comunità cristiane (cf.
Ap 1,13) in un giorno preciso, “il giorno del Signore” (Ap 1,10), la domenica, memoriale della resurrezione nel dipanarsi del tempo e della storia (II lettura). continua a leggere


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GETTARE NELLA VITTORIA DI CRISTO LE NOSTRE SCONFITTE

Il Vangelo del giorno.


αποφθεγμα Apoftegma

Stavolta li incontra sul mare,
luogo che richiama alla mente le difficoltà e le tribolazioni della vita;
li incontra sul far del mattino,
dopo un’inutile fatica durata l’intera nottata.
La loro rete è vuota.
In certo modo, ciò appare come il bilancio della loro esperienza con Gesù:
lo avevano conosciuto, gli erano stati accanto, 
ed Egli aveva loro promesso tante cose.
Eppure ora si ritrovavano con la rete vuota di pesci"


Benedetto XVI

















L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Giovanni 21,1-14.
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.  







GETTARE NELLA VITTORIA DI CRISTO LE NOSTRE SCONFITTE 


Gli apostoli avevano "visto" il Signore risorto, e "gioito" nel contemplare le sue "mani e il costato" che testimoniavano che Egli era proprio il loro Maestro crocifisso tre giorni prima sul Golgota. Avevano visto molti segni miracolosi che Gesù fece in loro presenza;  ascoltato le parole con le quali li univa a sé e alla sua missione: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi"; ricevuto lo Spirito Santo per mezzo del quale rimettere i peccati. E così, ricolmi dello Spirito Santo, "dopo questi fatti",  Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli partirono per la Galilea, dove "si trovavano insieme" quando "Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade". Sono state fatte molte ipotesi sulla presenza in Galilea degli apostoli, ma io sono persuaso che essi vi si trovassero in obbedienza all'invio del Signore. Avevano sperimentato lo "scandalo" di Gesù e la "dispersione del gregge", ma, proprio per averlo visto risuscitato e aver ricevuto lo Spirito Santo, erano certi che li avrebbe preceduti in Galilea, il luogo della missione. Non a caso Giovanni presenta sette apostoli insieme a Pietro: "è il simbolo della Chiesa che viene mandata alle Nazioni, mentre i Dodici era il simbolo della Chiesa che veniva mandata alle dodici tribù di Israele. Nelle città pagane c'era sempre un consiglio, la "bulé", il "Buletérion", il consiglio dei sette saggi della città che prendevano le decisioni, e adesso abbiamo sette discepoli che sono quelli mandati ai pagani" (F Manns). 

E cosa fanno? "Vanno a pescare" con Pietro, in obbedienza alle parole con le quali Gesù, proprio dopo la pesca miracolosa sulle stesse rive del Mare di Tiberiade, aveva profetizzato a Pietro e agli altri apostoli la missione di pescatori di uomini. Eccoli dunque agli albori della missione nata dalla Pasqua, gettando le reti per pescare i pagani. Ma dovevano impararla come opera di Gesù, scoprendo attraverso la propria debolezza che essa suppone un combattimento quotidiano: anche se "il Battesimo, donando la vita della Grazia in Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio... le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale" (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 405). Con Pietro dobbiamo imparare a passare ogni giorno da "io vado a pescare" a "getto il mio io nell'Io sono di Gesù".  Per questo ci attendono notti di fallimenti dove sperimentare la sconfitta della superbia, l'unico impedimento alla missione. Comprendi allora perché, nonostante la Pasqua, non riesci ancora a perdonare quella persona: la vuoi pescare con gli strumenti e la perizia del pescatore secondo la carne, incapace di pescare le persone... 







Sei triste nonostante la Chiesa stia celebrando la gioia? Perfetto, è il passaggio fondamentale, il segno che il Vangelo si sta compiendo, non il contrario! Coraggio, perché anche oggi la luce dell'alba ci viene incontro per strapparci alla menzogna. Non importa se, in quel fratello che non accettiamo, ancora non riconosciamo Gesù: importa la sua presenza e la domanda che essa ci impone: "Hai qualcosa da mangiare?". Come dire: "Com'è andata la pesca? Hai amato sino a gettarti in mare per pescare dalla morte chi ti è accanto?". L'ostilità e il giudizio che ancora coviamo risponde per noi, vero? No, non abbiamo nulla da offrire. Abbiamo tentato di amare, ma i pesci sono scappati sentendo odore di egoismo e superbia. Davvero puoi rispondere "no" a Gesù? Davvero accetti il fallimento e dici "no" al tuo uomo vecchio? Sarebbe l'indizio che stai risorgendo con Cristo. Non a caso Gesù chiede ai discepoli se hanno del "Prosphagion" - "companatico", cioè qualcosa che accompagni il pane, che è il cibo sostanziale. Per compiere la missione occorre accettare di non esserne gli artefici, ma solo dei servi che non sono più grandi di Colui che li ha mandati. Ciò significa consegnare a Lui i fallimenti del nostro io "ferito" nella sua "natura indebolita e incline al male"; per scoprire che proprio la nostra debolezza costituisce "il companatico" di cui ha bisogno il Signore per accompagnare la sua missione di Pane della vita. 

E come si fa? Ascoltando la predicazione che ci illumina e per obbedire e gettare la nostra vita in Lui, proprio laddove non abbiamo pescato nulla. Che significa, ad esempio, tornare dal fratello che non abbiamo perdonato nell'umiltà di chi conosce la propria debolezza, gettando per questo la rete dalla parte destra della barca, il lato del tribunale dove anticamente sedeva l'avvocato. Occorre cioè lasciarci ispirare e accompagnare dallo Spirito Santo che fa nuove tutte le cose e compie in noi l'amore sino alla fine di Cristo. Come il discepolo amato sperimenteremo allora che "è il Signore" ad agire misteriosamente per mezzo della nostra debolezza nelle persone e negli eventi che incontriamo nella missione. Scopriremo anzi che ha operato ancor prima che uscissimo in mare per pescare; i centocinquantatré grossi pesci presi nel mare della missione, infatti, sono anch'essi il companatico , ovvero il pesce arrostito nell'amore che Gesù ha già preparato per noi sulla riva della Pasqua perché accompagni la sua carne fatta pane che non si corrompe. Non a caso in ebraico "Kaal Aawa", che significa "la comunità dell'amore", ha, secondo la Ghematria (tecnica rabbinica che assegnava ad ogni lettera un valore numerico), ha il valore numerico di centocinquantatré (Copyright F. Manns). La comunità cristiana unita a Lui nell'Eucarestia è il companatico che Gesù ha pensato e scelto per accompagnarlo nella sua missione attraverso le generazioni. Siamo cioè come la rete gettata in mare: è Lui che sa dove, come e quando. Ci è chiesto solo di restare sulla barca dove, pescati anche noi nella rete della comunione che non si spezza perché donata dallo Spirito Santo, obbedire alla Parola del Maestro.