Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

venerdì 7 ottobre 2016

445° Anniversario della Battaglia...

leggoerifletto

7 Ottobre 2016 - 445° Anniversario della Battaglia di Lepanto e preghiera alla Vergine del Rosario

7 Ottobre 2016 - 445° Anniversario della Battaglia di Lepanto

Non ci si poteva esimere dal ricordare ancora questa data, solitamente taciuta dai media, ma anche dalla Chiesa recente, tutta presa a scusarsi anche di essersi difesa: ha mutato la vita nel nostro Continente a quel tempo, e per i secoli a venire; e, insieme, ci lascia misurare con inquietudine quanto la situazione nelle nostre terre sia mutata oggi, e di segno opposto.

7 ottobre 1571: San Pio V, il Papa di Lepanto



Da Ludwig von Pastor, “Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo”, Desclée, Roma 1950, vol. 8, pp. 1566-1572

Con indescrivibile tensione aveva Pio V tenuto gli occhi rivolti all’Oriente. 
I suoi pensieri erano continuamente presso la flotta cristiana, i suoi voti la precorrevano di molto. Giorno e notte egli in ardente preghiera la raccomandava alla protezione dell’Altissimo. Dopo che ebbe ricevuto notizia dell’arrivo di Don Juan a Messina, il papa raddoppiò le sue penitenze ed elemosine. Egli aveva ferma fiducia nella potenza della preghiera, specialmente del rosario.
In un concistoro del 27 agosto Pio V invitò i cardinali a digiunare un giorno la settimana ed a fare straordinarie elemosine, solo colla penitenza potendosi sperare misericordia da Dio in sì grande distretta. Sua Santità – così notificò ai 26 di settembre del 1571 l’ambasciatore spagnuolo – digiuna tre giorni la settimana e dedica quotidianamente molte ore alla preghiera: ha ordinato anche preghiere nelle chiese. Per assicurare Roma da un’improvvisa irruzione di corsari turchi, il papa al principio di settembre aveva comandato che si terminasse la fortificazione di Borgo. Soltanto molto rare arrivavano notizie sull’armata cristiana e pertanto alla Curia si stava in penosa incertezza. Fu quindi come una liberazione l’apprendere finalmente ai primi di ottobre l’arrivo della flotta della lega a Corfù.
Giunta ai 13 di ottobre la nuova che la flotta turca trovavasi a Lepanto e che quella della lega si sarebbe messa in movimento il 30 settembre, non v’aveva dubbio che il cozzo era imminente. Il papa, sebbene fermamente fiducioso della vittoria delle armi cristiane, ordinò tuttavia straordinarie preghiere diurne e notturne in tutti i monasteri di Roma: egli poi in simili esercizi andava avanti a tutti col migliore esempio. La sua preghiera doveva finalmente venire esaudita. Nella notte dal 21 al 22 ottobre arrivò un corriere mandato dal nunzio a Venezia Facchinetti e rimise al cardinal Rusticucci che dirigeva gli affari della segreteria di Stato una lettera del Facchinetti contenente la notizia portata a Venezia il 19 ottobre da Giofrè Giustiniani della grande vittoria ottenuta presso Lepanto sotto l’ottima direzione di Don Juan. 



Il cardinale fece tosto svegliare il papa, che prorompendo in lagrime di gioia pronunziò, le parole del vecchio Simeone:”nunc dimittis servum tuum in pace”. Si alzò subito per ringraziare Iddio in ginocchio e poi ritornò in letto, ma per la lieta eccitazione non poté trovar sonno.


La mattina seguente si recò a S. Pietro per nuova calda preghiera di ringraziamento, ricevendo poscia gli ambasciatori e cardinali ai quali disse che ora dovevansi fare nel prossimo anno gli sforzi estremi per continuare la guerra turca. In quest’occasione egli alludendo al nome di Don Juan ripeté le parole della Scrittura: “fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Ioannes”. (…) Tanto Colonna quanto il papa avevano chiara coscienza di quanto mancasse ancora per raggiungere la grande meta dell’abbattimento della potenza degli ottomani: ambedue erano così concordi sui passi da intraprendersi che Pio V associò il suo esperimentato ammiraglio ai cardinali deputati per gli affari della lega, che dal 10 dicembre tenevano quasi ogni giorno coi rappresentati di Spagna, Requesens e Pacheco, e cogli inviati di Venezia due sedute, spesso della durata di cinque ore.
Sotto pena di scomunica riservata al papa tutto era tenuto rigorosissimamente segreto, perché il sultano aveva mandato a Roma degli spioni parlanti italiano. Nelle consulte ordinate dal papa nei mesi di ottobre e novembre era venuta in prima linea la provvista dei mezzi finanziari; ora trattavasi principalmente dello scopo dell’impresa da compiersi nella prossima primavera. E qui solo malamente i rappresentanti sia di Spagna, sia di Venezia potevano nascondere la gelosia e avversione, che nutrivano a vicenda. Gli interessi particolari dei due alleati emersero sì fortemente che venne messa in forse qualsiasi azione comune. 
I veneziani volevano servirsi della lega non solo per riavere Cipro, ma anche per fare nuove conquiste in Levante. Filippo II, invece, avverso ad ogni rafforzamento della repubblica di S. Marco, fece dichiarare dal Requesens che la lega doveva in primo luogo muovere contro gli stati berbereschi dell’Africa, perché questi tornassero in possesso della Spagna. In questa proposta i veneziani videro una trappola per impedirli dalla riconquista di Cipro ed esporli al pericolo di perdere anche Corfù mentre la loro flotta combatteva gli stati berbereschi pel re di Spagna. A Venezia ritenevasi ora sicuro che Filippo II volesse trarre il maggior utile possibile nel suo proprio interesse dalle forze della lega.
Non può dirsi con certezza quanto le lagnanze per ciò sollevate siano giustificate. Per giudicare rettamente il re di Spagna va in ogni modo tenuto conto del contegno della Francia, il cui governo fu abbastanza svergognato da proporre al sultano subito dopo la battaglia di Lepanto un’alleanza diretta contro la Spagna. Filippo II era perfettamente a giorno delle trattative che la Francia conduceva non solo col sultano, ma anche cogli ugonotti, i capi della rivoluzione neerlandese e con Elisabetta d’Inghilterra. In conseguenza egli doveva fare i conti con un contemporaneo attacco d’una coalizione franco-neerlandese-inglese-turca. Non fu pertanto solo gelosia verso Venezia quella che guidò il re cattolico. Del resto lo stesso Don Juan confessò ch’era contro il tenore del patto della lega rinunciare alla guerra contro il sultano a favore di un’impresa in Africa.
Di fronte al contrasto degli interessi spagnuoli e veneziani Pio V continuò a rappresentare la concezione più vasta e sommamente disinteressata: egli pensava alla liberazione di Gerusalemme, a cui doveva precedere la conquista di Costantinopoli. Ma, come scrisse Zúñiga all’Alba il 10 novembre 1571, un colpo efficace nel cuore della potenza ottomana era possibile soltanto in vista di un attacco contemporaneo e all’impensata per terra e per mare. Di qui i continuati sforzi di Pio V per arrivare a una coalizione europea contro i Turchi. Se a questo riguardo nulla era da sperarsi dalla Francia, che nel luglio aveva mandato un ambasciatore in Turchia, egli tuttavia sperava di guadagnare all’idea almeno altre potenze, prima di tutti l’imperatore, poi Polonia e Portogallo. A dispetto di tutti gli insuccessi finallora incontrati egli coi suoi legati e nunzi continuò a spingere sempre a questa meta.

Rivelazione di S. Pio V e vittoria della Lega Santa a Lepanto, Museo Naval, Madrid

Pio V cercava di utilizzare al possibile a questo riguardo il più leggero segno di buona volontà. Così prese occasione dalle frasi generiche, con cui Massimiliano II assicurò di essere disposto ad aiutare la causa cristiana, per dargli l’aspettativa da parte degli alleati di un aiuto di 20,000 uomini a piedi e di 2000 a cavallo. L’imperatore ringraziò ai 25 di gennaio del 1572 dell’offerta deplorando di non potere subito decidersi in un negozio di tale importanza. 
A Roma il duca di Urbino fece risaltare che c’era poco da sperare da Massimiliano ed anzi nulla dai principi tedeschi, specialmente dai protestanti. In un memoriale del papa del gennaio 1572 egli sostenne con buone ragioni l’idea che la guerra dovesse condursi là dove esercito e flotta potessero operare congiunte e dove «noi siamo padroni della situazione», quindi principalmente colla flotta in Levante. 
Se i Turchi venissero attaccati in Europa dall’imperatore e dalla Polonia, tanto meglio; ma la cosa principale è che si attacchi tosto, perché chi semplicemente si difende non combatte; chi vuole conquistare deve andare avanti risoluto.
La lega quindi si volga contro Gallipoli aprendosi così lo stretto dei Dardanelli. Ma per tale impresa era incondizionatamente necessaria una intesa della Spagna con Venezia, mentre invece i loro rappresentanti da mesi altercavano a Roma nel modo più spiacevole. Quando finalmente i veneziani fecero la proposta, conforme alle clausole del patto della lega del maggio 1571, di far decidere dal papa i punti contestati, anche la Spagna non osò fare opposizione.
Decise Pio V che la guerra della lega dovesse continuarsi nel Levante, che nel marzo la flotta pontificia si riunisse con la spagnuola a Messina e s’incontrasse con la veneta a Corfù, donde le tre forze unite dovevano procedere secondo gli ordini dei loro ammiragli, che gli alleati aumentassero, potendolo, le loro galere fino a 250 e procurassero secondo la proporzione prescritta nel patto della lega 32,000 soldati e 500 cavalieri oltre alla corrispondente artiglieria e munizioni e che alla fine di giugno dovessero trovarsi riuniti a Otranto 11,000 soldati (1000 pontifici, 6000 spagnuoli e 4000 veneziani). Ognuno degli alleati doveva preparare vettovaglie per sette mesi. Queste convenzioni vennero sottoscritte il 10 febbraio 1572.
Il 16 Pio V ammonì il gran maestro dei Gerosolimitani di tenere pronte le sue galere a Messina. I preparativi nello Stato pontificio, pei quali il denaro venne procurato principalmente col Monte della Lega, furono spinti avanti sì alacremente che nello stesso giorno si poté inviare ad Otranto 1800 uomini. A Civitavecchia erano pronte tre galere ed altre là erano attese da Livorno. Il papa era tutto pieno del pensiero della crociata: egli viveva e movevasi nel progetto, di cui fin dal principio era stato da solo l’anima.


Ti saluto, o Maria, nella dolcezza del tuo gioioso mistero e all'inizio della beata Incarnazione, che fece di te la Madre dei Salvatore e la madre dell'anima mia. Ti benedico per la luce dolcissima che hai portato sulla terra.
O Signora di ogni gioia, insegnaci le virtù che danno la pace ai cuori e, su questa terra, dove il dolore abbonda, fa che i figli camminino nella luce di Dio affinché, la loro mano nella tua mano materna, possano raggiungere e possedere pienamente la meta cui il tuo cuore li chiama, il Figlio del tuo amore, il Signore Gesù.

Ti saluto, o Maria, Madre del dolore, nel mistero dell'amore più grande, nella Passione e nella morte del mio Signore Gesù Cristo e, unendo le mie lacrime alle tue, vorrei amarti in modo che il mio cuore, ferito come il tuo dai chiodi che hanno straziato il mio Salvatore, sanguinasse come sanguinano quelli del Figlio e della Madre. Ti benedico, o Madre del Redentore e Corredentrice, nel purpureo splendore dell'Amore crocifisso, ti benedico per il sacrificio, accettato al tempio ed ora consumato con l'offerta alla giustizia di Dio del Figlio della tua tenerezza e della tua verginità, in olocausto perfetto.

Ti benedico, perché il sangue prezioso che ora cola per lavare i peccati degli uomini, ebbe la sua sorgente nel tuo Cuore purissimo. Ti supplico, o Madre mia, di condurmi alle vette dall'amore che solo l'unione più intima alla Passione e alla morte dell'amato Signore può far raggiungere.
Ti saluto, Maria, nella gloria della tua Regalità.

Il dolore della terra ha ceduto il posto a delizie infinite e la porpora sanguinante ti ha tessuto il manto meraviglioso, che si addice alla Madre dei Re dei re e alla Regina degli Angeli. Permetti che levi i miei occhi verso di te durante lo splendore dei tuoi trionfi, o mia amabile Sovrana, e diranno i miei occhi, meglio di qualsiasi parola, l'amore del figlio il desiderio di contemplarti con Gesù nell'eternità, perché tu sei Bella, perché sei Buona, o Clemente, o Pia, o Dolce Vergine Maria!



Buona giornata a tutti. :-)


giovedì 6 ottobre 2016

"Cara non preoccuparti, a volte mi piace il pane tostato un po' bruciato."



Dopo un lungo e duro giorno di lavoro, mia mamma mise un piatto con salsicce e pane tostato, molto bruciato, davanti al mio papà.Ricordo che stavo aspettando che lo notasse… Nonostante mio padre lo avesse notato, prese un pane tostato, sorrise a mia madre e mi chiese come era andata a scuola.Non ricordo cosa gli risposi, però mi ricordo il vederlo spalmare burro e marmellata sul pane tostato e mangiarlo tutto.Quando mi alzai da tavola, quella sera, ricordo aver sentito mia madre chiedere scusa a mio padre per il pane tostato molto bruciato. Mai dimenticherò quello che gli disse:"Cara non preoccuparti, a volte mi piace il pane tostato un po' bruciato."Più tardi, quella sera, andai a dare il bacio della buona notte a mio padre e gli chiesi se veramente gli piaceva il pane tostato bruciato.Egli mi abbracciò e mi fece questa riflessione:"la tua mamma ha avuto un giorno molto duro nel lavoro, è molto stanca, ed inoltre un pane tostato un po' bruciato non fa male a nessuno".
      La vita è piena di cose imperfette. Imparare ad accettare i difetti e decidere di apprezzare ognuna delle differenze degli altri, è una delle cose più importanti per creare una relazione sana e duratura.La comprensione e la tolleranza sono la base di ogni buona relazione.Sii più gentile di quanto ritieni necessario esserlo perchè tutte le persone, in questo momento, stanno lottando a qualche tipo di battaglia.Tutti abbiamo problemi e tutti stiamo imparando a vivere, ed è molto probabile che non ci basti una vita per imparare il necessario.                                  
  pane-bruciato

By leggoerifletto

Il controllo dei media - Noam Chomsky

Il ruolo dei mezzi di comunicazione nella politica contemporanea ci costringe a chiederci in che tipo di mondo e in che genere di società vogliamo vivere e in particolare cosa intendiamo per società democratica. 
Comincerò con il contrapporre due diverse concezioni di democrazia. 
Una definisce democratica la società in cui il popolo ha i mezzi per partecipare in modo significativo alla gestione dei propri interessi e in cui i media sono accessibili e liberi. 
Una definizione di questo tipo si trova anche sul dizionario.
La concezione alternativa è quella che prevede una società in cui al popolo è proibito gestire i propri interessi e i mezzi di comunicazione sono strettamente e rigidamente controllati. 
Questa può apparire una forma di democrazia improbabile, ma è importante comprendere che si tratta della concezione prevalente. E lo è da lungo tempo, non solo nella prassi, ma anche nella teoria. Una lunga storia, risalente alle prime rivoluzioni democratiche moderne nell'Inghilterra del XVII secolo, riflette questa ideologia.
Nelle pagine che seguono mi occuperò del periodo contemporaneo, soffermandomi in particolare sullo sviluppo della seconda concezione di democrazia, e su come e perché il problema dei media e della disinformazione si inserisce in questo contesto.


- Noam Chomsky - 
da "Atti di aggressione e di controllo", Ed. Marco Tropea

La nascita della propaganda

Cominciamo con la prima operazione propagandistica di un governo moderno. Accadde durante l'amministrazione di Woodrow Wilson, che fu eletto presidente nel 1916 con un programma intitolato "Pace senza vittoria". La Prima guerra mondiale infuriava, e la popolazione americana era decisamente pacifista: riteneva che non ci fosse alcun motivo per farsi coinvolgere in un conflitto europeo. L'amministrazione Wilson invece era favorevole alla guerra, perciò doveva trovare un modo per ottenere il consenso popolare al proprio interventismo. Fu dunque istituita una commissione governativa per la propaganda, la Commissione Creel, che nel giro di sei mesi riuscì a trasformare una popolazione pacifista in un popolo fanatico e guerrafondaio, deciso a distruggere tutto quanto appartenesse alla Germania, a trucidare i tedeschi, a entrare in guerra e a salvare il mondo. Fu un grande risultato, il primo di una lunga serie. Già a quell'epoca e nel dopoguerra vennero utilizzate le stesse tecniche per scatenare un incontrollato red scare ("terrore rosso"), come fu chiamato, che riuscì a distruggere i sindacati e a cancellare pericolose abitudini come la libertà di stampa e la libertà di pensiero politico. L'appoggio dei media e del mondo degli affari, che di fatto organizzò e portò avanti gran parte dell'operazione, fu determinante, e il risultato fu un grande successo.
Fra quelli che parteciparono attivamente e con entusiasmo alla propaganda voluta da Wilson c'erano gli intellettuali progressisti, persone del circolo di John Dewey, i quali, come testimoniano i loro stessi scritti dell'epoca, erano molto orgogliosi di poter dimostrare che "i più intelligenti membri della comunità", cioè loro stessi, erano capaci di indurre alla guerra una popolazione riluttante, terrorizzandola e suscitando un fanatismo oltranzista. Il dispiegamento di mezzi fu ingente; per esempio, furono divulgate terribili storie sulle atrocità commesse dai tedeschi, cronache di bambini belgi con le braccia strappate e altri orrori di ogni sorta, che si trovano ancora nei libri di storia. Molte di quelle invenzioni erano frutto del ministero della Propaganda britannico, il cui impegno a quel tempo era finalizzato, come venne precisato nelle deliberazioni segrete, a "indirizzare il pensiero della maggioranza del mondo". Ma soprattutto miravano a controllare il pensiero dei membri più intelligenti della comunità statunitense, che avrebbero poi diffuso la propaganda da loro escogitata e convertito un paese pacifista all'isteria di guerra. Funzionò. Funzionò tutto perfettamente, e fu una lezione: la propaganda di stato, quando è appoggiata dalle classi colte e non lascia spazio al dissenso, può avere un effetto dirompente. Una lezione che Hitler e molti altri appresero a fondo e di cui si tiene conto ancora oggi.

- Noam Chomsky - 
capitolo 3 del libro intitolato "Atti di aggressione e di controllo", Ed. Marco Tropea


“È facile dire che quello che occorre è la Democrazia, ma è meno facile affrontare il fatto indiscutibile che la Democrazia è limitata allorché le risorse e i mezzi di comunicazione sono concentrati in poche mani.”  

- Noam Chomsky  -



Buona giornata a tutti. :-)

Resposabilità...

il blog di Costanza Miriano

È il tempo della responsabilità personale

DI COSTANZA MIRIANO
2016-10-05_132525
La bambina dopo un pomeriggio di musi mi abbraccia con la consueta grazia da escavatrice e mi scaraventa sul lettone. Poi con la faccia nascosta sotto la mia ascella prosegue:
“La verità è che per tutte le cose brutte che mi succedono – se ho sonno, se non mi piace la merenda, se non mi va di fare i compiti – io preferisco arrabbiarmi con te. È più semplice”.
Guardo mia figlia come se fossi davanti a un prodigio. Ha solo dieci anni, ma ha fatto un passaggio di consapevolezza a cui certi – certe – cinquantenni faticano ad arrivare (e tenderei a pensare che dopo una certa età, salvo miracoli, è difficile che ci si arrivi). Capire che il problema siamo noi e non gli altri è un punto cruciale, direi il punto di svolta della conversione, o della maturazione se vogliamo usare un termine laico.
Ci sono persone che sembrano aver sempre qualcosa da recriminare, ed è sempre colpa di qualcosa o di qualcuno se non sono felici, perché capire che ognuno di noi è responsabile del proprio stato d’animo è davvero un passaggio di maturazione decisivo. E qui siamo ancora sul piano semplicemente umano.
Poi c’è quello di fede, che come sempre non smentisce ma si sovrappone al dato di ragione e di realtà e lo completa: io decido di prendere atto della mia realtà e di abbracciarla facendomene pienamente carico, portando tutto il mio peso (piccolo, come la merenda sbagliata, o grande che sia) e poi magari anche quello di qualcun altro, perché credo fermamente che c’è un Padre che mi ama, che mi dà la grazia di farlo, che mi ama gratuitamente e immeritatamente, e allora tutta la mia realtà è redenta e trasfigurata, tutti i pesi accolti con fiducia sono occasione di guarigione, di redenzione, perché la croce salva ed è preziosa ed è stata studiata al millimetro da Dio, della misura e pesantezza perfetta per noi, perché ci possa salvare. Pur nel mistero del dolore, del dolore innocente in particolare, questo sguardo di bene sulla realtà non ci deve mai mancare, se crediamo nella buona notizia: che la cosa più brutta che ci possa succedere, la morte, è stata sconfitta.
E invece farsi carico e non dare la colpa agli altri è difficile, per esempio nei miei figli maschi questo passaggio l’ho visto avvenire più tardi, non a dieci anni. Perché è faticoso, e i maschi di solito, esclusi i presenti, non hanno questo slancio zelante verso la fatica, e sottolineo di solito. Se la devono fare, la fanno, ma se la possono evitare, meglio (atteggiamento che peraltro spesso li rende più sani di mente di noi femmine, ma questo è ancora un altro argomento).
Insomma, in queste riflessioni in ordine sparso da madre che piega biancheria ed è in piedi da 18 ore, mi è venuto in mente un pensiero che trotterellava indietro, un po’ scostato dal gregge. Mi è venuto in mente che questo invece è per noi credenti, tutti, maschi e femmine, proprio il tempo della responsabilità. Siamo assediati da pressioni mediatiche (e politiche, e, al fondo, economiche) molto forti, tutte in direzione decisamente, ferocemente a volte, anticristiana. Ma anche nella Chiesa, inutile nasconderci dietro un dito, tanti di noi si sentono a volte un po’ lasciati soli da tanti pastori che invece che rafforzarci in questo assedio, tendono piuttosto ad andare incontro al mondo. Il rapporto col mondo è il nodo centrale della questione. Si può andare incontro al mondo senza dimenticare cosa gli si va a portare al mondo, cioè non il nostro povero e incostante amore, ma quello di Cristo? Si può uscire senza dimenticare di custodire i piccoli nella fede che hanno bisogno di pastori (nella fede siamo tutti piccoli, sennò non saremmo di fede, ma uomini di cultura innamorati di una civiltà cattolica dai bei principi, non mendicanti dello Spirito che cercano assetati un incontro col Signore)? Si può accogliere ogni volto, senza accogliere però insieme anche ogni eredità spirituale, ricordando ogni istante che essere cristiani è per forza andare contro corrente, rompere radicalmente con ogni altro modello culturale e interpretativo del mondo?
Questo per noi cristiani è il tempo della responsabilità personale. Custodire meglio che possiamo quello che ci è stato affidato in duemila anni di traditio, cioè di tesori tramandati e passati di mano in mano da generazioni di santi (cioè peccatori consegnati). Vagliare con cura decisioni e comportamenti. Difendere ciascuno, è un’immagine che usa sempre il mio amico Giampaolo, il proprio metro di trincea. Mettere intelligenza e forza e discernimento nella vita spirituale, viverla con più impegno e serietà.
***

A questo proposito, e, lo prometto, è l’ultimo pensiero non esattamente armoniosamente collegato col resto – a forza di panni sistemati ci avviamo verso la ventesima ora di veglia – volevo ricordare che il 21 ottobre in Senato la Fondazione Rosario Livatino ha organizzato un convegno sull’obiezione di coscienza, un tema col quale presto temo dovremo confrontarci in molti: non solo i medici e i farmacisti sui quali c’è una stretta sul piano amministrativo perché non si oppongano all’aborto, non solo i sindaci ai quali verrà chiesto di celebrare le cosiddette unioni civili, non solo gli insegnanti ai quali verrà chiesto di insegnare “sbagli della mente umana” come le teorie gender. Ma per esempio anche noi genitori, se non ci verrà riconosciuto il diritto al consenso informato e saremo costretti a far frequentare ai nostri figli lezioni di “sbaglio”. Per esempio anche noi sposati, se il nostro matrimonio diventerà una farsa, una volta che dovesse essere equiparato a una qualsiasi altra forma di accompagnamento affettuoso o sessuale, come quello fra due persone dello stesso sesso. Come diceva Rosario Livatino a cui è intitolata la fondazione, il magistrato ucciso dalla mafia e in odore di santità, l’obiezione di coscienza è il riconoscimento del foro interno da parte dello stato laico.
E’ prezioso dunque che il 21 ottobre (è un venerdì) alle 15, alla Camera, nell’ Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari , in Via di Campo Marzio n. 78, a parlarne siano magistrati e giuristi, oltre che medici, farmacisti, dirigenti della pubblica amministrazione, con un occhio a quello che succede in altri paesi europei: dopo il saluto di Piercamillo Davigo parleranno, moderati dai Vice Presidenti del Centro Studi Rosario Livatino Domenico Airoma Alfredo Mantovano Filippo Vari, Grégor Puppinck Direttore dell’European Centre for Law and Justice , Giacomo Rocchi Consigliere della Corte di Cassazione. A seguire le testimonianze sull’obiezione di coscienza di: Massimo Gandolfini, tutti sappiamo chi è, Ermanno Pavesi,Segretario generale della Federazione Internazionale della Associazioni dei Medici Cattolici, Piero Uroda, Presidente dell’Unione Cattolica Farmacisti Italiani, Paolo Maria Floris, Dirigente della Pubblica Amministrazione (nonché CDNF!). La relazione conclusiva sarà di Mauro Ronco Presidente del Centro studi Rosario Livatino.  
 L’ingresso al convegno è libero per tutti, a condizione di : 1)  segnalare la propria partecipazione, con l’indicazione del nome e del cognome, a cerimoniale.adesioni@camera.it o a info@centrostudilivatino.it   (l’ideale è a entrambi). Una volta mandata l’adesione il posto viene riservato, quindi se poi ci si ripensa è necessario informare che non si va più, 2) giungere sul posto non oltre le 14.45 a causa dei necessari controlli di sicurezza, 3) per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta.

***
Lo so, ho buttato là due o tre temi da niente, la responsabilità personale e la conversione, il disorientamento dei fedeli, l’obiezione di coscienza e il convegno… Per ognuno ci vorrebbero due o tre volumi ma ho finito le energie. Confido nei vostri commenti, che sono sempre più intelligenti dei miei spunti.
 Continua a leggere →

sabato 1 ottobre 2016

1 Ottobre. Santa Teresina

Il Vangelo del giorno





αποφθεγμα Apoftegma



Appena do un’occhiata al Santo Vangelo,
subito respiro i profumi della vita di Gesù
e so da che parte correre… Non è al primo
posto, ma all’ultimo che mi slancio…
Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza
tutti i peccati che si possono commettere,
andrei, con il cuore spezzato dal pentimento,
a gettarmi tra le braccia di Gesù,
perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui.

Teresa di Lisieux











L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 18,1-4
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.






GESU' E' SCESO ALL'ULTIMO POSTO IN TERRA PER FARE DI OGNI ISTANTE E  LUOGO DELLA NOSTRA VITA IL PRIMO NEL CIELO



Come fu per Santa Teresina di Lisieux, “le nostre immense aspirazioni sono”, anche per noi, “come un martirio”: ne nascono sempre di nuove, mentre la maggior parte di esse restano frustrate. Ma anche quando riusciamo a realizzarne una, proprio nel momento di maggior soddisfazione spunta la solita insoddisfazione a ricordarci che c’è sempre qualcuno di più grande che ha realizzato qualcosa di meglio. Eh sì, perché tutte le “immense aspirazioni”, in fondo, mirano all’unico obiettivo di diventare “i più grandi”. Come Lucifero, che diceva “in cuor suo: Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio, mi siederò sul monte dell'assemblea, nella parte estrema del settentrione, salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all'Altissimo”; e “invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell'abisso!” (cfr. Is. 14,12-15). Vogliamo il primo posto, e ci ritroviamo all’ultimo; ci sforziamo per essere i più grandi, e ci scopriamo ogni volta più piccoli. C’è in noi un irrefrenabile desiderio di primeggiare destinato però a restare incompiuto perché orientato verso l'obiettivo sbagliato. Pensate ai tifosi di una squadra di calcio: conoscete qualcuno che tifi a perdere, sperando cioè che la propria compagine venga umiliata da quella avversaria? No di certo, anzi. Anche un “bambino” si adira e protesta quando vede negare un rigore sacrosanto ai propri beniamini. Può darsi che il padre lo abbia iniziato ad essere tifoso di quella squadra, ma quel pathos, quell’ira che arriva a spaccare qualsiasi cosa trovi davanti, è tutta farina del suo sacco, del peccato nel quale lo ha concepito sua madre... Il rifiuto drastico dell’umiliazione e del secondo posto fa il paio con le “immense aspirazioni” ad essere i più grandi; e ciò accade anche, e soprattutto, nei “bambini”, proprio quelli tra i quali Gesù ha chiamato a sé per parlare del Cielo. Ma se anche quel bambino è un superbo, che significano allora il gesto e le parole di Gesù? Per capire dobbiamo capovolgere completamente la direzione del nostro sguardo, come guardare il mondo sottosopra, dal basso verso l’alto. Provaci un momento, ora, mentre leggi... Se non ci convertiamo, infatti, non entreremo nel Regno dei Cieli; se cioè non cambiamo modo di pensare e guardare i fatti e le persone, cominciando da noi stessi, non ritroveremo mai la porta del Paradiso. Santa Teresina di Lisieux l’ha scoperta al fondo di se stessa, e per questo San Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Dottore della Chiesa, invitando così tutti noi ad ascoltare la sua voce e guardare alla sua esperienza. Illuminata dalla Parola di Dio, Teresina aveva scoperto che l’unica via per entrare nel Regno dei Cieli era quella di sentirsi “chiamare a sé” da Gesù, come un bambino; sentirsi cioè amata così come era, piccola, capricciosa, sbadata, con aspirazioni immense, confuse però con i desideri della propria carne. Aveva capito che proprio nell’orgoglio di un bambino che lotta per diventare il primo tra i fratelli ad essere considerato dai genitori, a mangiare il gelato e ad avere le scarpe da ginnastica, si cela il desiderio santo di essere amato in modo speciale ed esclusivo da Dio. Per questo, esattamente come gli adulti, ottenuto il giocattolo che desiderava ardentemente, dopo averci giocato cinque minuti, un bambino lo lascia in un angolo, mosso da altri e nuovi desideri. Perché nulla ci può appagare se non il cuore del Padre nel quale essere accolti come i primogeniti.

Ma Lucifero ci ha ingannato con la sua luce di menzogna trascinandoci con lui, in un posto lontanissimo da nostro Padre, quello che è diventata la nostra casa, la famiglia, l’ufficio, la scuola, l’ospedale e il parco giochi. L’ultimo posto dove non sopportiamo vivere perché lì dentro, la luce sinistra di Lucifero ci fa sentire troppo piccoli e deboli per realizzare le nostre aspirazioni ed essere felici. Tutte le nostre sofferenze, infatti, sono in realtà delle frustrazioni generate dal fallimento (significato originale del termine ebraico “peccato”) della volontà di Dio su di noi, amare cioè nell’amore in cui ci ha creati. Ma Dio non ci ha abbandonato nella morte, e Teresina lo aveva sperimentato proprio laggiù, nel posto più irrilevante del Carmelo. Nel buio dell’infermeria, come nella solitudine delle scale da lavare o della cucina dove pelare le patate, aveva incontrato lo Sposo! L’ultimo posto, infatti, è quello dove è sceso Gesù, per riportare in Cielo chi in esso è caduto. Per amore si è umiliato, è diventato cioè un bambino, il più piccolo, per sedersi accanto a tutti noi, bambini piccoli che senza Dio passiamo da una frustrazione all’altra. Se Gesù è sceso all’ultimo posto vuol dire che quello è diventato il primo accanto a Dio! Ecco il segreto della piccola via scoperta da Teresina: il mondo capovolto, convertito a Dio dal suo stesso amore che ha fatto risplendere il Cielo nelle pozzanghere che sono le nostre esistenze. Quello che abbiamo sotto gli occhi nel mondo, le lotte che ci sfiancano ogni giorno per ottenere un posto davanti alla massa, è solo la parodia triste e tragica della realtà; la verità è la piccolezza fragile di un bambino, della creatura che dipende in tutto dal suo Creatore, amata proprio per la sua piccolezza. Più è debole, goffo e insicuro, più è oggetto di tenerezze e attenzioni. Non si può non amarlo, anche quando sbaglia, cade, urla e strepita o si chiude nel silenzio dei sogni infranti. Teresa aveva sperimentato che Dio cerca, predilige e ama la piccolezza, la nostra realtà senza ipocrisie. Per questo, convertirci è cambiare verso allo sguardo del nostro cuore, “diventare come bambini” nel senso letterale di “tornare al principio”, riaccadere qui sulla terra nella storia di ogni giorno come una creazione che nasce dal pensiero originale di Dio su ciascuno di noi. Significa accettare la nostra piccolezza, come Teresa che ha aveva trovato il primo posto all’ultimo del convento, quello dove accogliere l’amore dello Sposo che ci fa grandi nel suo Regno. E’ il testacoda che redime l’uomo sedotto da Lucifero, il mistero dell’amore di Dio che può intuire e sperimentare come una primizia solo chi ha percorso un lungo cammino di umiliazione e verità nel grembo misericordioso della Chiesa. Come accadde a Dante al termine del “cammin di nostra vita”, quando, giunto nel Paradiso, contemplando l’immagine della “Luce etterna” di Dio, “dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige, per che ‘l mio viso in lei era tutto messo”; spiega Franco Nembrini: “dice Dante: quando ho fissato il cuore di Dio, l’intimità di Dio, la sua natura più profonda, laggiù ho visto un volto d’uomo… Ma a me piace pensare che voglia dire anche: ho riconosciuto in quel volto il mio. Ho visto lì la mia vera immagine, la mia vera identità”. Convertirsi è dunque fare l’esperienza di Dante nel Paradiso, quella che ha fatto Teresina nel posto dove, secondo il mondo, non c’è che frustrazione: mentre pelava le patate, o aiutava una suora anziana che la trattava male, o soffriva i dolori lancinanti della tubercolosi, nella tomba di ogni emozione, nel buio del silenzio di Dio, quella “bambina” pregustava il Cielo, si vedeva amata in Dio! Sapeva d’essere la più grande nel cuore di Dio, anche se Egli taceva e la lasciava senza consolazioni, perché quello era il posto dei peccatori dove lo Sposo era disceso per unirsi alla sua sposa. Lì, nel tuo e nel mio posto, l’ultimo perché vero, “già volgeva il mio disio e ‘l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle”: in un letto d’ospedale, nella precarietà della missione, all’ultimo posto dove gli eventi ci umiliano e ci fanno bambini, l’Amore di Dio che muove l’universo, volge, “converte” a Dio il nostro desiderio, le “immense aspirazioni”, e la volontà perché si muovano in comunione con il Cielo, nello stesso amore con cui Dio riempie e dà vita a tutto. Coraggio, Gesù ti chiama a sé proprio perché bambino, e così, in quella pozzanghera che è questa giornata, che è la tua vita e quella di chi ti è accanto, saprai contemplare il Cielo che vi è voluto discendere in Cristo fatto carne della tua carne.



Santa Teresa di Lisieux. Approfondimenti: biografia, spiritualità, scritti

Santa Teresa di Lisieux. Galleria fotografica

Santa Teresa di Gesù Bambino

Le Famiglie della Visitazione
www.famigliedellavisitazione.it

Matteo 18,1-5
1 In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?».2 Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: 3 «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4 Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.5 E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.

Oggi è memoria festosa di Santa Teresa di Gesù Bambino. La nostra Lectio oggi riposa per festeggiare questa piccola Santa, che il Signore ha regalato al nostro tempo così tentato di ambizione e di vanagloria. Noi la custodiamo con affetto nella nostra vita e nella nostra preghiera perché la comunità nella quale il Signore ci ha accolti la venera e l’ama come protettrice insieme ad altri tre grandi discepoli del Signore: S. Ignazio di Antiochia, S. Benedetto e San Francesco d’Assisi. La parola del Vangelo che ho riportato qui è quella che si celebra nella Liturgia di questo giorno. Il diventare come bambini è elemento fondamentale della fede ebraico-cristiana. Dall’elezione divina per il piccolo popolo di Israele fino alla suprema piccolezza di Dio nella Pasqua di Gesù, la piccolezza non è solo una virtù morale, ma è la condizione vera e feconda di ogni vita cristiana. Tutta la nostra vita è dono di Dio per i suoi piccoli figli. Anche la nostra condizione di peccatori ha il suo riscatto e la sua via di salvezza nel nostro invocare incessantemente il Signore e il nostro incessante ringraziarlo per la sua misericordia. Oggi voglio ricordare tutti voi e ringraziare il Signore che ci ha fattoi incontrare nel nostro piccolo quotidiano incontro di ascolto e di preghiera. Dio vi benedica. E voi beneditemi. 
Vostro. Giovanni. Nicolini
 senape1

Le letture e i canti di domenica 2 ottobre 2016


 

la biblioteca