Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

mercoledì 28 marzo 2012

Mercoledì della V settimana di Quaresima

 Il Vanelo del giorno di Don Antonello Iapicca



La Parola di Dio chiama Abramo. Marc Chagall

Gesù mi sfiorò le spalle e disse: «Bob, perché mi rifiuti?».
Io dissi: «Non ti sto rifiutando.».
E lui: «Allora mi seguirai?».
Gli dissi: «Non ci ho mai pensato prima!».
E lui: «Se non mi stai seguendo, mi stai rifiutando.».

Bob Dylan





Gv. 8, 31-42


In quel tempo, Gesù disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Gli risposero: “Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?”. 
Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!”. 
Gli risposero: “Il nostro padre è Abramo”. 
Rispose Gesù: “Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro”. 
Gli risposero: “Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!”. Disse loro Gesù: “Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato”.




IL COMMENTO 


Le parole di Gesù del Vangelo di oggi sono rivolte a ciascuno di noi, a "quelli che avevano creduto in Lui". E sono parole dure che ci chiamano a conversione. Riguardano la nostra identità, la roccia da cui siamo tratti, nostro Padre. Nel dialogo di Gesù con i Giudei risuonano le parole del profeta Isaia: "guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito, poichè io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai" (Is. 51,1-2). Abramo, il padre della fede. Da essa i giudei sono stati tratti, ne sono un frammento sparso nelle generazioni; come una cava, la fede di Abramo li ha gestati e formati. Essa è il loro Dna, il tratto inconfondibile della loro identità. Esattamente come della nostra, olivastri innestati nell'olivo.


Ma qualcosa è accaduto, un virus ha colpito il Dna, una malattia genetica ha mutato l'identità. Al posto dell'amore l'omicidio. Invece delle opere di Abramo i peccati, le opere di un altro padre. Del peccato sono schiavi, perchè il loro padre è un tiranno assoluto, cancella la libertà illudendo di offrirla a buon mercato. La libertà che è amara schiavitù, quella che sperimentiamo ogni giorno, la libertà di uccidere Cristo, e con Lui la verità. Perchè il peccato è la menzogna e non amare è peccato. Tutto quello che è pensato e compiuto senza amore è peccato. Porta in sè il germe della menzogna ed è destinato a corrompersi. Peccato e morte sono inscindibilmente uniti, come annuncia il Libro della Sapienza (2,23):


Dio ha creato l'uomo per l'immortalità;
lo fece a immagine della propria natura.
Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;
e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.


Generare per la morte. Un padre e una madre nella carne concepiscono e generano un uomo per morire. Così è per i nostri pensieri e per le nostre azioni, quando sono figli della carne. Se non sono celesti, se non procedono dallo Spirito Santo che è amore, non sono autentiche, sanno di menzogna.


Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità,
sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato,
ma non avessi la carità, niente mi giova...."


(1 Cor. 13, 1 ss)


Una vita senza amore è apparenza del vero e menzogna reale. Nel peccato ci ha concepito nostra madre; siamo figli d'una menzogna, è la nostra esperienza. Affanni, preoccupazioni, tutto per nulla. Quello che è generato dal diavolo partorisce illusione e morte. Ne fanno l'esperienza coloro che gli appartengono, per parentela stretta. Una menzogna ha seminato la morte nel mondo, quella che covava nel cuore dei Giudei, quella che alberga nel nostro cuore. Uccidere Cristo, nel marito, nella moglie, in chiunque contesti la nostra vita e attenti al nostro essere, alla nostra dignità. La reazione dei Giudei alle parole di libertà di Gesù palesa il loro cuore. Come quando qualcuno ci annuncia la buona notizia della conversione, la parola di verità che ci dischiude il ritorno alla casa di nostro Padre come figli, liberi e gioiosi, e noi ci rattristiamo, gelosi di quanto abbiamo, e puntiamo i piedi. E spesso non basta, la superbia ferita schiuma ira e l'ira compie quel che non vorremmo: uccidere Cristo! Perchè il Vangelo di oggi si compie alla lettera ogniqualvolta il prossimo si accosta alla nostra vita. Non importa come, se per rimproverarci giustamente o per consigliarci, se per attaccarci o rifiutarci. Ogni persona che si affaccia alla nostra vita è una chiamata alla libertà, è l'incarnazione della Parola di Gesù da custodire e a cui essere fedeli per conoscere la Verità e sperimentare l'autentica libertà. Essa è solo quella dei figli di Abramo, dei figli di Dio. La fede anima i loro cuori, li apre alla speranza e li muove alla carità. I figli di Dio vivono sempre nella casa di loro Padre, sono liberi di amare senza condizione, hanno conosciuto la Verità e possono seguire l'Agnello ovunque egli vada, sono "davvero" discepoli di Gesù.


La sua Parola che è verità risuona nel loro spirito, e si compie in ogni incontro, in ogni relazione. I figli di Dio, in tutti vedono riflesso il volto di Cristo che li chiama ad amare, a perdere la propria vita, a rinnegare i propri schemi, le idee e i pensieri; a cambiare progetti e a gettare nella pattumiera decisioni prese e sul punto d'essere realizzate. I figli di Dio sono liberi come il Figlio, non temono nulla perchè nulla hanno da perdere; la Verità, che è Cristo, è viva in loro, con Lui sono passati all'altra riva, hanno conosciuto la dolcezza, la bellezza, la letizia del suo amore e sanno che nulla e nessuno da esso li potrà mai separare. Come Abramo hanno sperato contro ogni speranza, pur vedendo morta la propria carne per i propri peccati hanno conosciuto la misericordia che ridona la vita ai morti.


I figli di Abramo, come i figli di Dio, stringono tra le braccia Isacco, il figlio della promessa compiuta, la testimonianza della fedeltà di Dio, e la fede ha il suo memoriale indistruttibile. Le loro mani stringono Cristo risorto, lo amano perchè in Lui stringono la loro vita rigenerata, sono guariti dal virus malefico che li aveva deturpati, sono figli nel Figlio, e questo è tutto. Al punto che possono salire il Moria nella notte della fede, tremare e fissare negli occhi il cuore del loro cuore, quell'affetto, quella persona, quel desiderio, quel sogno, quel progetto, ed essere pronti a sacrificare tutto - a fare sacro, a separare e offrire a Dio - e scoprire di avere gli stessi occhi di Abramo che fissavano Isacco sull'erta del sacrificio, quelli di Dio fissi in quelli del Figlio sul crinale del Golgota. I figli di Abramo, come Isacco, come i figli di Dio, offrono la propria gola al Padre, entrano nell'assurdo estremo confidando che Dio sul monte provvede. Sempre. I figli di Dio mostrano la fede sulla terra.


Scriveva Franz Werfel: “per chi ha fede nessun miracolo è necessario, per chi non ha fede nessun miracolo è sufficiente.” Perchè il miracolo autentico è la fede, ed Isacco è il miracolo figlio dell'ascolto obbediente di suo padre, della fede che vine dalla predicazione. I figli ascoltano, lo Shemà è la loro stessa vita: "Ascolta Israele!", ascolta e vivrai. Ascolta e sarai libero. Ascolta e vedrai la Verità vincere la morte, la Parola fatta carne discendere negli inferi della menzogna nei quali precipitiamo tante volte, e distruggere il suo potere e liberarci dai suoi lacci. Ascoltare la Sua Parola è l'unica salvezza. La Sua Parola è il seme che ci fa rinascere a vita nuova, il Vangelo annunciato è l'unica nostra speranza. Rimanere nella Sua Parola è l'unica garanzia d'immortalità. Ascoltare ed amare, perchè ogni nostro pensiero ed ogni nostra azione diventino fonti di vita, quella sperimentata da Abramo, l'eterna vita dei figli di Dio, la giustizia di misericordia che salva ogni generazione.


Non provocate la morte con gli errori della vostra vita,
non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani,
perché Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza;
le creature del mondo sono sane,
in esse non c'è veleno di morte,
né gli inferi regnano sulla terra,
perché la giustizia è immortale.


(Sap. 1, 12-16)




Possiamo raccontare la storia. Quando l'ascolto custodisce la verità e la libertà


Quando il maestro spirituale Israel Ba’al Shem Tov, fondatore dello chassidismo, aveva un difficile compito davanti a sé, si recava in un certo luogo nei boschi, accendeva un fuoco e meditava in preghiera. E ciò che aveva deciso di fare realizzava.
Una generazione dopo, quando il suo discepolo dovette assolvere lo stesso compito, si recò nello stesso luogo nei boschi e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, ma conosciamo ancora le preghiere.” E ciò che aveva deciso di fare si realizzò.
Un’altra generazione dopo, quando anche il discepolo del discepolo dovette assolvere lo stesso compito, si recò nello stesso luogo nei boschi e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, non conosciamo più le preghiere, ma conosciamo ancora il luogo nei boschi dove è successo. Dev’essere sufficiente.” E fu sufficiente.
Ma un’altra generazione dopo, quando il discepolo del discepolo del discepolo si sedette nella sua poltrona dorata, nel suo castello, disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco. Non conosciamo più le preghiere. Non conosciamo più il luogo nei boschi dove tutto ciò è successo. Ma possiamo ancora raccontare la storia.”


(da Racconti dei saggi yiddish, Milano, 2010)




San Paciano di Barcellona (? - circa 390), vescovo
Discorso sul battesimo, 6-7, PL 13, 1093-94


« Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero »


Fratelli, nel battesimo, abbiamo avuto una nuova nascita ... « Se noi riponiamo la nostra speranza soltanto in questo mondo, siamo da compiangere più di tutti gli uomini » (1 Cor 15, 19). La nostra vita materiale, come voi medesimi potete osservare, ha la stessa durata di quella delle fiere, degli animali, degli uccelli e magari anche minore. Caratteristica dell'uomo invece è di ottenere quello che Cristo ha dato per mezzo del suo Spirito, la vita eterna, a patto però che non pecchiamo più... « La morte è il salario del peccato : ma dono di Dio è la vita eterna, in Gesù Cristo, nostro Signore » (Rm 6, 23).
Figlioli miei, prima di tutto, ricordate questo : una volta, le nazioni erano sottomesse alle potenze delle tenebre ; ora siamo stati liberati, grazie alla vittoria di Gesù Cristo nostro Signore. Egli ci ha riscattati... Ha liberato quelli che erano legati in ceppi e ha spezzato le loro catene, come Davide aveva profetizzato : « Il Signore solleva quelli che sono caduti, il Signore scioglie quelli che sono legati, il Signore illumina i ciechi » (Sal 145, 7). E ancora : « Hai spezzato le mie catene. A te offrirò un sacrificio di lode » (Sal 115, 16). Siamo stati dunque sciolti dalle nostre catene quando, mediante il sacramento del battesimo, ci siamo raccolti sotto lo stendardo di Cristo... Siamo stati liberati nel nome e col sangue di Cristo...
Perciò, carissimi, ricordiamoci che veniamo lavati una volta sola ; una volta sola veniamo liberati; e una volta sola entriamo nel Regno eterno. Una volta sola sono « beati quelli a cui sono rimesse le colpe e perdonato il peccato » (Sal 31, 1). Tenete ben stretto quello che avete ricevuto, conservatelo nella gioia, non vogliate più peccare. Conservatevi puri e immacolati per il giorno del Signore.

martedì 27 marzo 2012

Martedì della V settimana di Quaresima

Dal Blog "Il Vangelo del Giorno" - Commento e approfondimenti di Don Antonello Iapicca


“L’innalzare” mediante la Croce
costituisce in un certo qual senso la chiave 
per conoscere tutta la verità, che Cristo proclamava.
La Croce è la soglia, attraverso la quale
sarà concesso all’uomo di avvicinarsi 
a questa realtà che Cristo rivela.

Giovanni Paolo II, Messa con gli universitari, 30 marzo 1982




Gv 8,21-30 


In quel tempo, Gesù disse ai farisei: "Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire". Dicevano allora i Giudei: "Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?". 
E diceva loro: "Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati". 
Gli dissero allora: "Tu chi sei?". Gesù disse loro: "Proprio ciò che vi dico. Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui". Non capirono che egli parlava loro del Padre. 
Disse allora Gesù: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite". A queste sue parole, molti credettero in lui. 




COMMENTO 


Spesso e senza rendercene conto guardiamo a Cristo come ad un suicida. Di fronte al suo atteggiamento ne restiamo talmente sconvolti da ritenere che la sua morte in croce volontariamente accettata sia stata un vero e proprio suicidio. Forse non elaboriamo il concetto in maniera così cruda, ma, analizzandoci di fronte alle nostre croci, scopriamo che è esattamente quello che pensiamo. Si tratta della scelta imposta da Pilato alla folla tumultuante: "Volete che vi liberi Gesù o Barabba?". La giustizia umana fondata sulla violenza o l'agnello di Dio che si carica di ogni ingiustizia? Per noi la via intrapresa dal Servo di Yawhè, l'agnello muto che non apre bocca e si lascia umiliare sino ad offrire la propria vita è puro suicidio. "Il Dio in croce è una maledizione scagliata sulla vita, un dito levato a comandare di liberarsene" (F. Nietzsche, La volontà di potenza). Non siamo lontani dal filosofo, quando ci chiudiamo in un rancore sordo e lottiamo contro l'ingiustizia; quando la storia frappone ostacoli e trappole al compimento dei nostri desideri e alla realizzazione dei nostri progetti guardiamo al crocifisso come ad una maledizione e sentiamo, irrefrenabile, l'impulso a liberarci dalla sofferenza. Scegliamo Barabba e ci incamminiamo sul sentiero opposto a quello della Croce. Apparteniamo al mondo e non vi è in noi la vita celeste.


Per questo il Signore dice ai Farisei e a ciascuno di noi che non possiamo andare dove egli va. Non possiamo seguirlo sulla via della Croce, l'assurdo ci spaventa, il dolore ci annichilisce. Anche se frequentiamo la Chiesa e ascoltiamo assiduamente la Parola di Dio e ci accostiamo ai sacramenti, la nostra esistenza sembra basarsi sulle tragiche parole riportate nel libro della Sapienza: "La nostra vita è breve e triste; non c'è rimedio, quando l'uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati" (Sap. 2, 1-2). Dietro al rifiuto della Croce vi è sempre l'incredulità cinica di chi non ha conosciuto Colui che libera dagli inferi. La tomba fa paura, è il luogo della fine. "Non c'è rimedio" e il "caso" governa la storia, dopo la morte "saremo come se non fossimo stati". Se la lapide decreta la fine dovremo lottare con tutte le forze per allontanare la morte il più possibile. Per questo non possiamo accettare un figlio che uccida i nostri progetti su di lui. Non possiamo accettare che la moglie o il marito entrino in crisi e distruggano affetto e dolcezza, l'immagine di matrimonio che abbiamo coltivato e per la quale abbiamo lottato illudendoci fosse amore. Non possiamo accettare la suocera che ci guarda di traverso obbligandoci sempre sulla difensiva. Non possiamo accettare un lavoro che ci umilia, l'ingiustizia di un collega che frustra le nostre iniziative. Non possiamo accettare una malattia che sconvolga i ritmi e inchiodi la vita alla precarietà.


Non possiamo seguire il Signore prendendo ogni giorno la nostra Croce e rinnegando noi stessi. Non possiamo perchè non crediamo. Ma l'esito della nostra fuga è il precipitare in un baratro sempre più oscuro. La vendetta non ci consola, il farci giustizia non ci placa, accaparrare tutto per non sentire i rantoli della morte incipiente non ci sazia, offrire ogni cosa alla nostra carne non ci colma di vita. Moriamo nei nostri peccati. La moglie si fa sempre più lontana sino a separarsi da noi, il figlio si dilegua nei suoi errori, il lavoro si trasforma in un inferno sempre più duro, la malattia non regredisce ma sottrae anche le ultime forze. Abbiamo lottato e ci ritroviamo morti più di prima. Scopriamo così che i veri suicidi siamo noi, che vivere la vita come una perenne lotta contro l'ingiustizia è un togliersi la vita a poco a poco. Sperimentiamo amaramente, come il figliol prodigo, e come Adamo ed Eva prima di lui, che fuggire dalla croce per alienarci con interessi e ideali, divertimenti e vizi, significa suicidarsi ogni giorno di più. Scappare dalla Croce si traduce sempre, inevitabilmente, nel peccare.


Moriamo nei nostri peccati perchè è rimasta senza risposta la domanda cruciale: "Tu chi sei?". Solo chi ha conosciuto davvero il Signore non pecca, vive una vita santa crocifissa con Lui. Solo chi, dal buio della tomba, come Lazzaro, ha ascoltato la sua voce capace di dare la vita ai morti, e ha fatto l'esprienza di uscirne risuscitato, può credere e appoggiarsi a Lui per entrare ogni giorno nella sofferenza. Lui è Colui che Egli stesso ha detto di se stesso, il Figlio di Dio che compie l'opera del Padre, la misericordia nascosta nella sua carne che scandalizza per la debolezza. Lui è il Figlio che rinnega la propria volontà per obbedire alla volontà di suo Padre; Lui fa ciò che gli è gradito, amare sino alla fine. "Se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati". Solo chi crede che Lui è Dio, che è l'essere che vince la morte ed il peccato, può passare dalla morte alla vita; possiamo crederlo oggi, contemplando la Croce su cui è innalzato per la nostra salvezza. Crederlo fissando la nostra storia crocifissa ed accogliere la sua parola che ci attira nella sua comunione di vita e misericordia.


Ma anche oggi si rinnova per noi il prodigio; i peccati nei quali siamo morti, quelli che si ripetono giorno dopo giorno, come gocce che scendono da un rubinetto mal chiuso, proprio questi peccati innalzano per noi Cristo davanti ai nostri occhi . E' questo l'assurdo che può trasformare la nostra vita, il peccato stesso, nell'amore sconvolgente di Dio, diventa lo strumento perchè appaia davanti a noi la sua misericordia. I nostri fallimenti, le nostre paure, la Croce che abbiamo preparato per Lui sono oggi il modo folle attraverso il quale Dio ci viene incontro perchè possiamo credere. Morti nei peccati, nei peccati possiamo incontrare la vita.


Dio Crocifisso, la maledizione lanciata contro la vita, "Io sono" consegnato al patibolo e al sepolcro: è questa e nessun'altra la nostra salvezza, la porta sulla pienezza e la gioia. E' l'unico segno, l'opera di Dio, la Sua volontà compiuta: l'amore senza limiti, Lui consegnato a noi senza riserve. Lì, sulla Croce, la Sua che è la nostra. La Sua carne crocifissa in una carne sola con la nostra, ferita, moribonda, distrutta. Lui innalzato al centro della nostra vita, quella di oggi, è il Suo Golgota. La nostra storia, tutta, diventa così il centro della Storia, dove il Suo cuore squarciato ha effuso sangue ed acqua a guarire le nostre ferite. Proprio dove più dura è la sofferenza e più forte è il desiderio di sfuggirla, sperimentare che Lui è, che Lui è Dio, che la sua vita ed il suo amore sono più forti di ogni dolore, di ogni peccato, di ogni morte. La Sua Vita ora a distruggere la nostra morte. Amati, amati, amati. Una porta stretta, la nostra croce. La Via, la Verità, la Vita. Lui, crocifisso per noi. E noi crocifissi con Lui. La Sua Croce ad aprirci il cammino per andare dove Lui ci ha preparato un posto. La nostra vita, assunta nella fede nel suo amore, è il cammino al cielo. Lui torna anche oggi a prenderci e a portarci con Lui. Tutto ciò che in noi non è Lui e appartiene alla terra, tutto quello che ci separa da Lui, è ormai crocifisso nei suoi chiodi e distrutto. E, finalmente liberi, abbandonati al Suo amore possiamo entrare, oggi, con Lui nel Regno di pace, di gioia e di amore. Con Lui scoprire di non essere mai soli, anche nel buio della sofferenza, godere della letizia di chi fa sempre quello che è gradito al Padre.




Sant'Atanasio (295-373), vescovo d'Alessandria, dottore della Chiesa
Discorso sull'incarnazione del Verbo, 21-22


« Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono »


Qualcuno potrebbe domandare : se era necessario che Cristo abbandonasse il suo corpo alla morte per il bene di tutti, perché non l'ha abbandonato semplicemente come qualsiasi uomo, ma si è lasciato crocifiggere ? Era più conveniente per lui deporre il suo corpo dignitosamente, piuttosto che subire una morte ignominiosa. Ma costui si domandi se la sua obiezione non sia troppo umana. Quello che ha fatto il Salvatore è veramente divino e degno della sua divinità per più ragioni.
Anzitutto la morte per cui muoiono gli uomini accade per la debolezza della loro natura : non possono durare a lungo e col tempo deperiscono, si ammalano, perdono le forze e muoiono. Ma il Signore non è debole, è la potenza di Dio, il Verbo di Dio : è la stessa vita. Se avesse deposto il suo corpo in forma privata, su di un letto, al modo comune degli uomini, si sarebbe pensato... che egli non aveva nulla di più degli altri uomini... E poi non sarebbe stato conveniente che soccombesse a una malattia, lui che guariva le malattie degli altri...
Perché allora non ha evitato la morte come ha evitato le malattie ? Egli possedeva un corpo appunto per poter morire, e non conveniva che si sottraesse alla morte impedendo così la risurrezione... Qualcuno dirà : Egli avrebbe dovuto schivare il complotto dei suoi nemici, per conservare il suo corpo del tutto immortale. Costui impari dunque che neppure questo conveniva al Signore. Come non era degno del Verbo di Dio, che è la vita, mettere a morte il suo corpo per sua iniziativa, così non era conveniente che egli sfuggisse la morte che gli veniva dagli altri... Tale atteggiamento non mostrava affatto la debolezza del Verbo, ma lo faceva conoscere come Salvatore e Vita... Il Salvatore non veniva a consumare la propria morte, ma quella degli uomini.




Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Commento al vangelo di Giovanni, 12, 11


« Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono »


Cristo prese sopra di sé la morte, e la inchiodò alla croce, e così i mortali vengono liberati dalla morte. Il Signore ricorda ciò che in figura avvenne presso gli antichi: « E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell'uomo, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna » (Gv 3, 14-15). Gesù allude ad un famoso fatto misterioso, ben noto a quanti hanno letto la Bibbia... Il Signore, infatti, ordinò a Mosè di fare un serpente di bronzo, e di innalzarlo su un legno nel deserto, per richiamare l'attenzione del popolo d'Israele, affinché chiunque fosse morsicato, volgesse lo sguardo verso quel serpente innalzato sul legno. Così avvenne; e tutti quelli che venivano morsicati, guardavano ed erano guariti (Nm 21, 6-9).


Che cosa sono i serpenti che morsicano? Sono i peccati che provengono dalla carne mortale. E il serpente innalzato? la morte del Signore in croce. E' stata raffigurata nel serpente, appunto perché la morte proveniva dal serpente (Gen 3). Il morso del serpente è letale, la morte del Signore è vitale. Si volge lo sguardo al serpente per immunizzarsi contro il serpente. Che significa ciò? Che si volge lo sguardo alla morte per debellare la morte. Ma alla morte di chi si volge lo sguardo? alla morte della vita, se così si può dire. E poiché si può dire, è meraviglioso dirlo. Esiterò a dire ciò che il Signore si degnò di fare per me? Forse che Cristo non è la vita? Tuttavia Cristo è stato crocifisso. Cristo non è forse la vita? E tuttavia Cristo è morto. Ma nella morte di Cristo morì la morte... ; la pienezza della vita inghiottì la morte. La morte fu assorbita nel corpo di Cristo. Così diremo anche noi quando risorgeremo, quando ormai trionfanti canteremo: « O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo pungiglione? » (1 Cor 15, 55).

lunedì 26 marzo 2012

Ultimo Messaggio da Medjugorje

per la versione audio clicca qui sotto

http://www.reginamundi.info/medjugorje/25032012.asp



Dato a Marija Pavlovic, il 25 Marzo 2012

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25 marzo. Annunciazione del Signore

IL Vangelo del Giorno




Nazaret ha un messaggio permanente per la Chiesa.
La Nuova Alleanza non comincia nel Tempio, 
né sulla Montagna Santa,
ma nella piccola casa della Vergine,
nella casa del lavoratore,
in uno dei luoghi dimenticati della "Galilea dei pagani",
dal quale nessuno aspettava qualcosa di buono.
Solo partendo da lì 
la Chiesa potrà prendere un nuovo slancio e guarire.

Joseph Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo

APPROFONDIRE




Lc 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.



IL COMMENTO

Maria, l'"
amata"un saluto imprevisto e un turbamento. Un annuncio intrecciato su poche, essenziali parole, e subito è colta da una vertigine, come quando si sale a quote che l'uomo non può sopportare, manca l'ossigeno. E' il turbamento di Maria: in un baleno intuisce che nulla sarebbe stato più come prima. Sino a quel momento Ella era, semplicemente, una fanciulla come tante, vergine promessa sposa di un uomo come tanti, Giuseppe della casa di Davide. Attendeva le nozze, e con esse Grazie e gioia certo, ma ora quelle parole le giungevano inaspettate: perchè ricordarle quanto, in fondo, stava vivendo come ogni ragazza innamorata del suo promesso sposo, nella letizia dell'attesa del giorno delle nozze. Maria, figlia di Sion, per la fede trasmessa dai suoi genitori, per i salmi pregati ogni giorno, per la Torah ascoltata e meditata nel cuore, per la storia viva del suo popolo, sapeva che il Signore era con Lei; ma conosceva anche l'invito profetico alla gioia che giaceva nel cuore di Israele: "Gioisci, Figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme". E forse era proprio l'eco di queste parole a turbarla. La gioia annunciata dal Profeta infatti, non era una gioia qualunque, era quella che sarebbe esplosa all'arrivo del Messia. L'angelo non aveva ancora detto nulla, ma quelle parole così dirette e schiette, illuminavano una realtà, la sua, e faceva tremare i polsi. «Rallégrati, piena di Grazia: il Signore è con te»: la Grazia di cui era ricolma e la gioia a cui era invitata ad abbandonarsi, erano dunque qualcosa di molto più grande di quel matrimonio e di quell'uomo a cui aveva deciso di donare la propria vita. Quel saluto doveva essere speciale, ed Ella lo sapeva; quella voce d'angelo recava il profumo del Cielo, e il Cielo non si muove se non per qualcosa di eccezionale, e tanto bastava per turbarla, e molto. Che c'entrava Lei, fanciulla di Nazaret, con la gioia per il Messia? Che senso aveva tutto questo? 


In quel saluto si condensava una Storia che abbracciava generazioni, una trama fitta di peccati e perdono, e ora quel passato era tutto dentro di Lei, ed era indifesa, piccola, vergine dinanzi al compimento di tutte le parole d'amore e misericordia raccolte dal suo popolo. Che senso aveva, perchè quell'annuncio ripetuto tante volte negli anni ai suoi padri, era ora rivolto a Lei, nel segreto della sua verginità, di nascosto da qualunque altro orecchio. L'annuncio che, nel buio degli anni trascorsi in esilio, e poi schiavi nella propria terra, aveva tenuto in vita la speranza dei suoi fratelli, ora giungeva a Lei, a Lei sola, la più piccola, insignificante ragazza di Israele. Che senso aveva? 


E non v'è risposta. Nessun senso da scoprire, nessuna logica, nessuna spiegazione. Solo un Figlio da accogliere, il Messia da gestare e donare al mondo. Un fatto, un'elezione, un pensiero divino, troppo più grande, e non resta che abbandonarsi, consegnando, senza riserve, tutto se stessi. Al turbamento che in Maria era sorto dall'intuizione di qualcosa che in nulla corrispondeva con la sua vita, la sua persona, la sua storia, l'angelo la invita, semplicemente, a non temere. Maria è dinanzi a un'opera esclusiva di Dio, la più bella, quella decisiva per il destino di ogni uomo. Non è necessario "conoscere uomo", non è frutto della carne, anche se è un'opera che prenderà in Lei la carne per riscattare ogni carne. E' la verginità che serve, la piccolezza, la povertà, quella fanciulla che è Maria in quell'istante, la pienezza dei tempi distillata in quel suo tempo. Dio ha bisogno dell'impossibile per salvare chi nulla e nessuno può salvare. Dio ha bisogno di quella sua verginità, di null'altro. Dio ha bisogno di Lei, la più piccola, la più insignificante, la più sconosciuta. Dio ha bisogno della sua "umiliazione". E di una parola, il frutto del suo cuore immacolato, il frutto della Grazia che schiuda le labbra all'amen decisivo. 

E amen è stato. Un amen sorto dalla gioia e colmo di gioia per ridonare ad ogni uomo la gioia. Maria si è abbandonata alla gioia. Nulla che sappia di sforzo, di rinuncia, di "decisione sofferta", come quelle che tante volte risuonano sulle labbra di chi, ritenendosi un eroe con diritto di medaglia e vitalizio, presenta il suo essere cristiano, prete o religioso con la seriosità dell'"opzione per Dio", in un triste egocentrismo che fa schiavi del fare e dell'essere. "
Il verbo con cui Maria esprime il suo consenso, e che è tradotto con “fiat “ o con “si faccia “, nell'originale, è all'ottativo (génoito), un modo verbale che in greco si usa per esprimere desiderio e perfino gioiosa impazienza che una certa cosa avvenga. Come se la Vergine dicesse: “Desidero anch'io, con tutto il mio essere, quello che Dio desidera; si compia presto ciò che egli vuole“." (Raniero Cantalamessa, Terza predica d'Avvento in Vaticano, 18 dicembre 2009). Maria è la gioia, la letizia liberata dall'annuncio che svela il suo essere più profondo, la sua missione, il senso della sua vita. Il turbamento ha incontrato la gioia, l'unica risposta ad ogni turbamento: sì, il Messia c'entrava eccome con Lei, quella gioia che l'aveva turbata era divenuta la luce della sua anima, la bellezza del suo volto, il candore della sua vita. Maria è la gioia del Messia, il magnificat vivo di un'anima che tutto ha ricevuto. L'allegria di chi è spettatore di un'opera tanto più grande di lui da lasciar fare completamente e senza riserve a Dio. Maria è la gioia della libertà, un amen gioioso di chi ha trovato l'autore della propria vita, l'unico a cui affidarla e consegnarla, nella certezza di non essere deluso: "Amen è parola ebraica, la cui radice significa solidità, certezza; era usata nella liturgia come risposta di fede alla parola di Dio. Con l'“amen “ si riconosce quel che è stato detto come paro­la ferma, stabile, valida e vincolante. La sua traduzione esatta, quando è risposta alla parola di Dio, è questa: “Così è e così sia “. Indica fede e obbedienza insieme; riconosce che quel che Dio dice è vero e vi si sottomette" (Raniero Cantalamessa, ibid.). Maria è l'amen obbediente e per questo gioioso, per una vita finalmente disincagliata dal giogo del proprio io. Maria è il tu totale, dove quel Tu è Dio. Maria è gioia perchè è tutta consegnata all'Onnipotente, segno dell'impossibile che si fa, istante dopo istante, possibile. Maria è gioia perchè vergine, nel cuore, nella mente, nel corpo, lo Shemà dell'amore a Dio con tutto se stessa: sì, l'amore a Dio è, innanzi tutto, la consegna a Lui della propria piccolezza, incapacità, dell'assoluta impossibilità. Per questo, l'amore è naturalmente obbediente a Colui che può laddove noi non possiamo, e quindi fonte di gioia, vera, autentica, inossidabile, la gioia dell'umiltà, della Verità, della pienezza della vita.


Si compia in me l'impossibile: nel grembo di Maria come nella nostra vita. La verginità di Maria è il guscio voluto ed eletto da Dio a dimora del miracolo, del Cielo che si racchiude in un respiro ed una carne di bimbo. La verginità è il sigillo all'impossibilità di Maria ad avere un figlio; in noi, peccatori, è sterilità, ovvero debolezza, impossibilità ad accogliere un seme e a dar frutto, incapacità di amare. Per questo, la vita che oggi abbiamo tra le mani, con i suoi problemi, con le sue ansie, con le sofferenze, è il luogo dove l'annuncio dell'angelo, dopo duemila anni, è ridetto, la buona notizia di un evento imprevedibile. Che cosa vi è di impossibile nella nostra vita? Accettare il marito, la moglie, i genitori, la suocera? Accogliere una nuova vita? Il lavoro? La malattia? La precarietà economica? Noi stessi? Guardiamoci dentro e scopriamo dov'è che il sasso dell'impotenza ci preme sul cuore sino a farlo sanguinare ferito. E' proprio lì, al fondo del dolore e della frustrazione che plana oggi l'annuncio dell'angelo per deporvi il seme dell'impossibile già reso possibile. Vi sarà poi un tempo di gestazione e maturazione sino al frutto maturo, ma oggi, ora, già cambia la nostra vita, nelle parole dell'angelo il Signore stesso viene a prendere dimora dentro di noi, a sciogliere le catene, a riconciliarci, a perdonarci, a farci liberi d'amare e di donarci.
Il turbamento che ci prende difronte alla sproporzione tra quanto ci è annunciato e la povera realtà della nostra vita, è destinato a divenire gioia purissima. Poco importa come siamo fatti, quanti e quali difetti ci appesantiscano l'umore e spengano lo sguardo. Di Maria è detto poco, pochissimo. Solo è annotato il fatto che fosse vergine, di Nazaret, e promessa sposa. Soprattutto, che fosse piena di Grazia. Così è per noi, deboli, con una storia e un luogo che sono la nostra esistenza sino ad oggi, promessi sposi all'eterno amore, essendo stati creati per Lui. Forse oggi non abbiamo proprio nulla per cui gioire, anzi: ebbene, è proprio questa umiliazione che ci caratterizza oggi la fonte dell'unica e autentica gioia; essa infatti è figlia di un cuore che si riconosce finalmente sterile, povero, e proprio per questo oggetto dell'elezione di Dio. L'annuncio che la Chiesa, come l'Arcangelo Gabriele, ci trasmette oggi, ci svela il mistero della nostra vita: Dio ci ha colmati di Grazia, ora, in questo istante, per accogliere, umilmente, il dono dell'impossibile che si rende possibile, nelle pieghe della nostra vita d'ogni giorno. Come non gioire per un amore così grande, per la misericordia infinita di Dio che, nel nulla che siamo, compie l'opera più grande, farci suoi figli nel suo Figlio. Figli di Dio per essere, semplicemente e naturalmente, un segno del Cielo per ogni uomo, cittadini del Regno dove quello che sulla terra la carne rende impotente, è reso possibile dall'amore infinito del Padre.


 


San Giovanni Damasceno (circa 675-749), monaco, teologo, dottore della Chiesa
Omelia sulla Natività della Vergine, 9-10


« Piena di grazia »


Questa donna sarà Madre di Dio, porta della luce, fonte di vita ; annullerà l'accusa che pesava su Eva. Di costei, « i più ricchi del popolo cercheranno il suo volto » (Sal 44, 13). Davanti a questa donna, i re delle nazioni si prostreranno, offrendole doni (Sal 71, 11 ; Mt 2, 11)... Ma la sua gloria è interiore ; è il frutto del suo seno.

Figlia del re Davide e madre del Re dell'universo, capolavoro per il quale gioisce il Creatore (Is 62, 5)... , sarai il vertice della natura. Non sei nata per te, bensì per Dio ; servirai alla salvezza di tutti gli uomini, secondo il disegno di Dio stabilito fin dal principio : l'incarnazione del suo Verbo e la nostra divinizzazione. Tutto il tuo desiderio sta nel nutrirti delle parole di Dio, nel fortificarti della loro linfa, come « olivo verdeggiante nella casa di Dio » (Sal 52, 10), « albero piantato lungo corsi d'acqua », tu l'albero di vita che « ha dato frutto a suo tempo » (Sal 1, 2 ; Ez 47, 12)...

Porta di Dio sempre vergine (Ez 44, 2), le tue mani portano il tuo Dio ; le tue ginocchia sono un trono più alto dei cherubini (Sal 79, 2)... Sei la stanza nuziale dello Spirito (Ct 1, 4), la « città del Dio vivente che rallegrano un fiume e i suoi ruscelli » (Sal 46, 5), cioè l'ondata dei doni dello Spirito. Tutta bella tu sei, diletta di Dio (Ct 4, 7).




Raniero Cantalamessa. L'Amen di Maria.
Terza predica d'Avvento in Vaticano, 18 dicembre 2009



San Paolo dice che Dio ama chi dona con gioia (2 Cor 9, 7) e Maria ha detto a Dio il suo “sì “ con gioia. Il verbo con cui Maria esprime il suo consenso, e che è tradotto con “fiat “ o con “si faccia “, nell'originale, è all'ottativo (génoito), un modo verbale che in greco si usa per esprimere desiderio e perfino gioiosa impazienza che una certa cosa avvenga. Come se la Vergine dicesse: “Desidero anch'io, con tutto il mio essere, quello che Dio desidera; si compia presto ciò che egli vuole “. Davvero, come diceva sant'Agostino, prima ancora che nel suo corpo ella concepì Cristo nel suo cuore.
Ma Maria non disse “fiat” perché non parlava latino e non disse neppure “génoito “ che è parola greca. Che cosa disse allora? Qual è la parola che, nella lingua parlata da Maria, corrisponde più da vicino a questa espressione? Quando voleva dire a Dio “sì, così sia “, un ebreo diceva “amen! “ Se è lecito cer­care di risalire, con pia riflessione, all'ipsissima vox, alla parola esatta uscita dalla bocca di Maria - o almeno alla parola che c'era, a questo punto, nella fonte giudaica usata da Luca -, que­sta deve essere stata proprio la parola “amen “. Ricordiamo i salmi che nella Volgata latina terminavano con l’espressione: “fiat, fiat”?; nel testo greco dei LXX, a quel punto, c’è “genoito, genoito” e nell’originale ebraico conosciuto da Maria c’è “amen, amen”.
Amen è parola ebraica, la cui radice significa solidità, certezza; era usata nella liturgia come risposta di fede alla parola di Dio. Con l'“amen “ si riconosce quel che è stato detto come paro­la ferma, stabile, valida e vincolante. La sua traduzione esatta, quando è risposta alla parola di Dio, è questa: “Così è e così sia “. Indica fede e obbedienza insieme; riconosce che quel che Dio dice è vero e vi si sottomette. E dire “sì “ a Dio. In questo senso lo troviamo sulla bocca stessa di Gesù: “Sì, amen, Padre, perché così è piaciuto a te... “ (cf Mt 11, 26). Egli anzi è l'Amen personificato: Così parla l’Amen... (Ap 3, 14) ed è per mezzo di lui che ogni altro “amen “ di fede pronunciato sulla terra sale ormai a Dio (cf 2 Cor l, 20). Anche Maria, dopo il Figlio, è l’ amen a Dio fatto persona.
La fede di Maria è dunque un atto d'amore e di docilità, libe­ro anche se suscitato da Dio, misterioso come misterioso è ogni volta l'incontro tra la grazia e la libertà. E questa la vera gran­dezza personale di Maria, la sua beatitudine confermata da Cri­sto stesso. “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte” (Lc 11, 27), dice una donna nel Vangelo. La donna proclama Maria beata perché ha portato Gesù; Eli­sabetta la proclama beata perché ha creduto; la donna proclama beato il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: “Beati piuttosto - risponde Gesù - coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Egli aiuta, in tal modo, quella donna e tutti noi, a capire dove risiede la grandezza personale di sua Madre. Chi è infatti che “custodiva“ le parole di Dio più di Maria, della quale è detto due volte, dalla stessa Scrittura, che “custodiva tutte le parole nel suo cuore “? (cf Lc 2, 19.51).

« Piena di grazia »


Questa donna sarà Madre di Dio, porta della luce, fonte di vita ; annullerà l'accusa che pesava su Eva. Di costei, « i più ricchi del popolo cercheranno il suo volto » (Sal 44, 13). Davanti a questa donna, i re delle nazioni si prostreranno, offrendole doni (Sal 71, 11 ; Mt 2, 11)... Ma la sua gloria è interiore ; è il frutto del suo seno.

Figlia del re Davide e madre del Re dell'universo, capolavoro per il quale gioisce il Creatore (Is 62, 5)... , sarai il vertice della natura. Non sei nata per te, bensì per Dio ; servirai alla salvezza di tutti gli uomini, secondo il disegno di Dio stabilito fin dal principio : l'incarnazione del suo Verbo e la nostra divinizzazione. Tutto il tuo desiderio sta nel nutrirti delle parole di Dio, nel fortificarti della loro linfa, come « olivo verdeggiante nella casa di Dio » (Sal 52, 10), « albero piantato lungo corsi d'acqua », tu l'albero di vita che « ha dato frutto a suo tempo » (Sal 1, 2 ; Ez 47, 12)...

Porta di Dio sempre vergine (Ez 44, 2), le tue mani portano il tuo Dio ; le tue ginocchia sono un trono più alto dei cherubini (Sal 79, 2)... Sei la stanza nuziale dello Spirito (Ct 1, 4), la « città del Dio vivente che rallegrano un fiume e i suoi ruscelli » (Sal 46, 5), cioè l'ondata dei doni dello Spirito. Tutta bella tu sei, diletta di Dio (Ct 4, 7).




Raniero Cantalamessa. L'Amen di Maria.
Terza predica d'Avvento in Vaticano, 18 dicembre 2009



San Paolo dice che Dio ama chi dona con gioia (2 Cor 9, 7) e Maria ha detto a Dio il suo “sì “ con gioia. Il verbo con cui Maria esprime il suo consenso, e che è tradotto con “fiat “ o con “si faccia “, nell'originale, è all'ottativo (génoito), un modo verbale che in greco si usa per esprimere desiderio e perfino gioiosa impazienza che una certa cosa avvenga. Come se la Vergine dicesse: “Desidero anch'io, con tutto il mio essere, quello che Dio desidera; si compia presto ciò che egli vuole “. Davvero, come diceva sant'Agostino, prima ancora che nel suo corpo ella concepì Cristo nel suo cuore.
Ma Maria non disse “fiat” perché non parlava latino e non disse neppure “génoito “ che è parola greca. Che cosa disse allora? Qual è la parola che, nella lingua parlata da Maria, corrisponde più da vicino a questa espressione? Quando voleva dire a Dio “sì, così sia “, un ebreo diceva “amen! “ Se è lecito cer­care di risalire, con pia riflessione, all'ipsissima vox, alla parola esatta uscita dalla bocca di Maria - o almeno alla parola che c'era, a questo punto, nella fonte giudaica usata da Luca -, que­sta deve essere stata proprio la parola “amen “. Ricordiamo i salmi che nella Volgata latina terminavano con l’espressione: “fiat, fiat”?; nel testo greco dei LXX, a quel punto, c’è “genoito, genoito” e nell’originale ebraico conosciuto da Maria c’è “amen, amen”.
Amen è parola ebraica, la cui radice significa solidità, certezza; era usata nella liturgia come risposta di fede alla parola di Dio. Con l'“amen “ si riconosce quel che è stato detto come paro­la ferma, stabile, valida e vincolante. La sua traduzione esatta, quando è risposta alla parola di Dio, è questa: “Così è e così sia “. Indica fede e obbedienza insieme; riconosce che quel che Dio dice è vero e vi si sottomette. E dire “sì “ a Dio. In questo senso lo troviamo sulla bocca stessa di Gesù: “Sì, amen, Padre, perché così è piaciuto a te... “ (cf Mt 11, 26). Egli anzi è l'Amen personificato: Così parla l’Amen... (Ap 3, 14) ed è per mezzo di lui che ogni altro “amen “ di fede pronunciato sulla terra sale ormai a Dio (cf 2 Cor l, 20). Anche Maria, dopo il Figlio, è l’ amen a Dio fatto persona.
La fede di Maria è dunque un atto d'amore e di docilità, libe­ro anche se suscitato da Dio, misterioso come misterioso è ogni volta l'incontro tra la grazia e la libertà. E questa la vera gran­dezza personale di Maria, la sua beatitudine confermata da Cri­sto stesso. “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte” (Lc 11, 27), dice una donna nel Vangelo. La donna proclama Maria beata perché ha portato Gesù; Eli­sabetta la proclama beata perché ha creduto; la donna proclama beato il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: “Beati piuttosto - risponde Gesù - coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Egli aiuta, in tal modo, quella donna e tutti noi, a capire dove risiede la grandezza personale di sua Madre. Chi è infatti che “custodiva“ le parole di Dio più di Maria, della quale è detto due volte, dalla stessa Scrittura, che “custodiva tutte le parole nel suo cuore “? (cf Lc 2, 19.51).

sabato 24 marzo 2012

Sabato della IV settimana di Quaresima

Il Vangelo del Giorno




La preghiera: « non la mia, ma la tua volontà »
è veramente una preghiera del Figlio al Padre, nella quale l'umana volontà naturale
è stata tratta totalmente dentro l'Io del Figlio,
la cui essenza si esprime appunto nel "non io, ma tu"
nell'abbandono totale dell'Io al Tu di Dio Padre.
Questo "Io", però, ha accolto in sé 
l'opposizione dell'umanità e l'ha trasformata,
così che ora nell'obbedienza del Figlio 
siamo presenti tutti noi,
veniamo tutti tirati dentro la condizione di figli.

Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II Volume


Gv 7, 40-53 

In quel tempo, all'udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Questi è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Questi è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?». E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo!». Ma i farisei replicarono loro: «Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Disse allora Nicodèmo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea». E tornarono ciascuno a casa sua.

IL COMMENTO




Nessuno ci ha parlato come Lui. Nessuno è giunto così, sino al più profondo del nostro cuore, sfiorando con dolcezza le nostre più aspre sofferenze. L'autorità dell'amore. Incondizionato e gratuito. Infinito. Proprio quello che aspettavamo, esattamente le parole che, da sempre, abbiamo desiderato ascoltare. E, nell'ascolto, la pace, la veridicità e la credibilità che risuonano da quanto Egli dice. E un Amen che sorge naturale: si, è la Verità, non può che essere così. Il Creatore e la creatura, Lui e noi, oggi, nella Sua Parola, siamo fatti l'uno per l'altro. E' la fede che viene dalla predicazione, le parole del Signore sulle labbra degli apostoli, e inizia il cammino, seguire le sue tracce, e un'esperienza che si fa giorno per giorno più forte, e cresce, e si fa adulta e diviene parola da annunciare sulle nostre labbra, parola autenticata dalla vita, testimonianza che fluisce naturalmente, da chi vive ormai nella Parola fatta carne. Gesù, il Messia che percorre le vie del mondo, oggi come ieri, segno di contraddizione tra i giudei suoi contemporanei come tra i colleghi e amici nostri contemporanei.

Gesù di Nazareth, un interrogativo che scuote e divide. Chi è costui? I libri di Benedetto XVI su Gesù di Nazaret sono basati su un'intuizione fondamentale, desunta dall'esegeta R. Schnakemburg: "Senza il radicamento in Dio la persona di Gesù rimane fuggevole, irreale ed inspiegabile". Per il Papa, senza la comunione con il Padre non si può comprendere nulla della figura di Gesù, ed Egli non può giungere alla nostra vita di oggi. La disputa sulla figura di Gesù che appare nel capitolo 7 del Vangelo di Giovanni si svolge infatti a partire dalla sua origine, contrapponendo il padre terreno al Padre celeste. Se Gesù è figlio di Giuseppe, non può essere Figlio di Dio. Se Gesù viene da Nazaret non può essere il Messia. L'interrogativo su Gesù è così l'interrogativo su suo Padre. Chi non conosce il Padre non può riconoscere Gesù come il Figlio da Lui inviato, il Messia atteso. La testimonianza della Scrittura prepara ma è necessaria la Grazia di un'intimità, la conoscenza del Padre per un dono celeste, una rivelazione gratuita che superi carne e sangue. Come sperimentò Pietro a Cesarea, per accogliere Gesù di Nazaret è necessario che il Padre riveli se stesso e apra gli occhi perchè riconoscano nei lineamenti del Figlio le sembianze di suo Padre. Ma che cosa significa questo? Che cosa mosse Pietro a  professare la fede che è divenuta la fede della Chiesa? 


Gesù è il volto umano di Dio, assomiglia come una goccia d'acqua a suo Padre. Tutte le cose del Padre sono sue, la voce, la parola, le sembianze, i moti del cuore, la compassione, lo zelo e la gelosia. Dio si è fatto carne in Gesù, ed è l'evento che scardina le certezze dei giudei. Chi ha una carne di uomo non può essere Dio. E' la bestemmia più grande, deve essere punita con la morte. E scardina anche le nostre certezze. In questa mia umanità così fragile, in me figlio di Paolo, di Vincenzo, di Giuseppe, non può apparire la vita divina, la santità e l'amore.

Da qui deriva il rifiuto delle "menti" del popolo, sempre d'una spanna più in alto, sapienti secondo la carne e incapaci d'essere semplici. Anche in noi si annidano gli inganni carnali del demonio, il freno tirato sulle apparenze di un povero figlio di falegname, in bottega sino ad ieri e oggi ad insegnare. Troppo semplice per chi ha ormai il cuore diviso. Lo scisma, la divisione di cui parla il Vangelo di oggi (scisma: divisione tra la folla...), i contrasti e la separazione sono a causa di Lui, di quella pretesa piombata nella vita dei giudei, un uomo, un amico, un conoscente che si dice Dio. Lo scisma che appare in noi, come nel popolo. La divisione, opera del diavolo che significa appunto il divisore, sorge dall'incapacità di penetrare il mistero di Gesù, la stessa incapacità di stupore di chi non ha mai sperimentato un amore che sorprende nella sua gratuità. Il mistero di Gesù è la sua intimità con il Padre, un amore abbandonato alla sua volontà al punto che ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo non è altro che l'incarnazione visibile, percepibile e sperimentabile di quel Dio che nessuno ha mai visto. Solo chi ha dimestichezza con lo stringente bisogno di amore, può cogliere questo mistero. Solo la semplicità, la povertà di spirito, l'umiliazione dei giorni, la nudità e l'indigenza dell'anima possono intuire, e desiderare, l'amore capace di rispondere, curare, consolare, perdonare, saziare.

Il paradosso del rifiuto dei giudei si riassume nella maledizione che, secondo loro, pesa sul popolo che non conosce la Legge. Il Popolo che non sa leggere, che soffre, piange, pecca. La maledizione degli impuri, dei pubblicani, delle prostitute, dei ladri, dei pastori, di quanti vivono nell'ombra di morte. Tutti questi non conoscono la Legge, non hanno la forza per osservare i precetti della tradizione, per loro è già troppo il peso di ogni giorno. La storia li ha umiliati, e questo, agli occhi dei capi e degli intelligenti, dei religiosi e dei moralisti, è il segno inequivocabile della maledizione divina. Ma proprio per loro Dio si è fatto maledizione. Per loro Dio ha preso una carne perchè fosse appesa ad un legno, la croce da cui ciascuno di loro, disprezzato e rifiutato, potesse ricevere gratuitamente la benedizione.

Per questo è solo la semplicità del bisogno che può accogliere la luce dell'amore che illumina la Verità e fa semplici le cose. Pane al pane e vino al vino. Amore al peccatore e vita ad un morto. Libertà ad uno schiavo, felicità ad un infelice. La Buona Notizia predicata ai poveri. Il figlio di Giuseppe, il falegname venuto da Nazaret ha carne e sangue, occhi, orecchie e bocca, mani e piedi; attraverso di essi ha ascoltato, guardato, parlato, camminato e toccato e guarito. In Lui Dio ha amato di un amore concreto, quell'amore di Padre visibile nel Figlio è giunto ai poveri, ai maledetti. Sino all'estremo, al dono di quella carne e di quel sangue perchè ogni carne ed ogni sangue fossero attirati nello stesso amore che vince la morte. Gli orfani hanno incontrato il Padre, quel Figlio così umano, così prossimo e buono, misericordioso e compassionevole, ha aperto loro le porte della sua intimità; Gesù ha accolto ogni figlio senza padre, e nel suo amore concreto, che si fa pane da mangiare, in quell'esperienza unica, rivela, presenta, gli fa conoscere suo Padre, l'origine della sua vita. Rivelando se stesso, Gesù accompagna ogni uomo a scoprire anche la fonte della sua esistenza, la stessa del Figlio di Dio. In Lui ogni uomo può scoprire la sua origine, l'unica che coincida con l'aspirazione del suo cuore, con ogni fibra del suo essere, come due pezzi di un puzzle finalmente combacianti, trovati tra i mille provati e riprovati. 


Ecco, deve essere stata proprio questa l'ineffabile esperienza di Pietro a Cesarea; condotto da Gesù sino a quel momento della solenne professione di fede, attraverso la sua presenza, le parole annunciate, i miracoli compiuti, e la stessa ordinarietà della sua vita quotidiana, Pietro scopre in quel rabbì e amico, come in un lampo di luce tra la nebbia, la natura soprannaturale, la sua origine celeste. "Voi, chi dite che io sia?": la domanda su di Lui, in fondo, è anche il quesito circa la stessa identità degli apostoli, ed è un parlare come nessuno ha mai parlato, la domanda sfuggita mille volte e, in quell'istante, giunta finalmente come libertà e verità. Come nella trasfigurazione, Pietro riconosce il Padre nel volto del Figlio, ed è l'approdo, la pace, la rivelazione che illumina la sua vita. Proprio perchè ha conosciuto Gesù come uomo lo può riconoscere come Dio! Proprio perchè lo ha visto tante volte, ha mangiato con lui, ha conosciuto sua madre, sa di dove viene, proprio perchè è un galileo come lui, suo amico, una carne del tutto identica alla sua, Pietro comprende, per una Grazia del Cielo, che tutto ciò che riguarda Gesù riguarda anche lui. In quel mistero di luce, in quel biancore che "nessun lavandaio sulla terra avrebbe potuto conseguire", in quella nettezza e purezza che afferrava quella veste vista infinite volte sporca e poi lavata, Pietro riconosce che l'Onnipotente, il Nome impronunciabile, s'era davvero fatto carne in Gesù; come una veste comune irradia una luce unica. La straordinarietà si stagliava dall'ordinarietà: se Pietro non avesse conosciuto questa non avrebbe accolto l'altra. E così, proprio a partire dall'esperienza della natura, Pietro ha potuto accogliere la rivelazione del soprannaturale, in Gesù, come anche in lui. Il destino che attendeva il Maestro era lo stesso del discepolo, perchè provenienti dalla stessa origine, figli dello stesso Padre. Da questa esperienza, da questa professione, sorgerà poi in Pietro il combattimento, apparirà lo "scisma" nei suoi pensieri: aveva riconosciuto Dio nella carne, ma il suo pensiero non era ancora quello di Dio, lo contrastava e rifiutava la croce. Avrebbe dovuto camminare ancora dietro a Gesù, sino alle rive del Mare di Galilea, sino all'amore figlio del perdono, l'unico capace di accordare la rivelazione celeste con la vita nella carne. Sarà infatti il Figlio risorto dalla morte ad accogliere Pietro nel perdono del Padre, nelle viscere di misericordia che lo libereranno dalla paura e dai limiti carnali per inviarlo sul suo stesso cammino con destino la croce, la vita del figlio nel Figlio diletto nel quale il Padre si compiace.

Così anche il Vangelo di oggi è per noi la Buona Notizia di cui abbiamo bisogno. Se sperimentiamo oggi la stessa maledizione del Popolo, la stessa fatica di vivere che si fa ignoranza della Legge, se i comandamenti sono divenuti per noi un abito che non possiamo indossare, se siamo precipitati a terra e non riusciamo a risolvere nulla, se, come per Pietro, il cammino della croce ci appare assurdo, il Figlio di Giuseppe, Gesù che viene da Nazaret ci viene incontro, ci guarda, ci ama. In Lui possiamo oggi ritrovare ogni centimetro della nostra vita, ogni fallimento della nostra storia; in Lui è aperta per noi, gratuitamente, la porta alla sua intimità con il Padre, la nostra origine che ci illumina il destino identico a quello di Gesù, il mistero pasquale che trasfigura in un fascio di luce la nostra storia; in Lui oggi possiamo trovare pace, nella misericordia e nell'amore.

E' quanto si è compiuto nella notte del Gestemani. L'Abbà pronunciato da Gesù è oggi il nostro Abbà. L'impossibile si è fatto possibile grazie al suo cuore di uomo, alla sua volontà di uomo, alle sue labbra di uomo, alle sue parole di uomo. Il figlio di Giuseppe si compie nel Figlio di Dio, la volontà di Gesù si realizza nella volontà del Messia. In Lui la nostra volontà può convertirsi, tornare ad obbedire alla volontà divina perchè trova cuore, mente, bocca capaci di questo. "Nell'aderire alla volontà divina la volontà umana trova il suo compimento e non la sua distruzione. San Massimo il Confessore dice al proposito che la volontà umana, secondo la creazione, tende alla sinergia (alla cooperazione) con la volontà di Dio, ma a causa del peccato la sinergia si è trasformata in opposizione. L'uomo, la cui volontà si compie nell'aderire alla volontà di Dio, ora sente compromessa la sua libertà dalla volontà di Dio. Vede nel «sì» alla volontà di Dio non la possibilità di essere pienamente se stesso, ma la minaccia per la sua libertà, contro cui egli oppone resistenza. Il dramma del Monte degli ulivi consiste nel fatto che Gesù riporta la volontà naturale dell'uomo dall'opposizione alla sinergia e ristabilisce così l'uomo nella sua grandezza. Nell'umana volontà naturale di Gesù è, per così dire, presente in Gesù stesso tutta la resistenza della natura umana contro Dio. L'ostinazione di tutti noi, l'intera opposizione contro Dio è presente e Gesù, lottando, trascina la natura ricalcitrante in alto verso la sua vera essenzaChristoph Schönborn dice al proposito «che il passaggio dal contrasto tra le due volontà alla loro comunione avviene attraverso la croce dell'obbedienza. Nell'agonia del Getsemani si compie questo passaggio» (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume II). Nella croce lo scisma è ricomposto, la divisione del cuore che dilania la nostra vita è ricomposta nell'unità che è obbedienza alla volontà di Dio. Il contrasto tra le due volontà è risolto nell'Abbà di Gesù, nell'intimità che, solcando la notte della morte, giunge alla luce della risurrezione. E' questo l'amore nel quale siamo attirati, che "trascina la natura recalcitrante" verso il Cielo dove, già oggi, come Gesù e con Gesù, tra le lacrime e l'angoscia del Gestemani, nella carne ferita e maledetta, sperimentare l'intima comunione con il Padre. Nella storia che ci è data oggi, nel Getsemani che oggi ci attende, proprio nell'agonia della nostra carne - la malattia, i tradimenti, la precarietà economica, la difficoltà ad accettare il nostro carattere o il nostro aspetto fisico, anche i nostri peccati - possiamo oggi ascoltare la sua Parola, quella che nessun uomo è capace di pronunciare, quell'Abbà che ci libera e ci fa figli nel Figlio. Nulla di noi, nulla della nostra carne, fosse anche il peccato più grande e radicato, può contro questa parola di Gesù. Accogliendola e facendola nostra, lasciandoci accogliere nella sua intimità, essa ha il potere di distruggere ogni impedimento e ricondurci nel posto che Lui ha preparato per noi: "Oggi sarai con me nel Paradiso!".

E' Lui la nostra Legge fatta carne, la possiamo "studiare" nella nostra stessa carne, la possiamo conoscere nell'esperienza del perdono. E scoprire che proprio dalla Galilea, la nostra terra pagana, è sorto il Messia che ha posto la sua tenda in mezzo a noi, incarnato per noi e per la nostra salvezza. E' la gioia del Suo amore capace di trasformare la maledizione degli uomini in benedizione divina, la divisione in comunione di intimità con il Padre.


Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Peri Archôn, 2, 6, 2 : PG 11, 210-211


« Nessuno gli mise le mani addosso »

Riscontriamo in Cristo contemporaneamente i lineamenti umani comuni alla nostra debolezza di mortali, e i lineamenti divini propri soltanto di quella natura sovrana e ineffabile. Di fronte a ciò, l'intelligenza umana, troppo piccola, è presa da tale ammirazione da non sapere che dire e come orientarsi. Sa che Cristo è Dio, e tuttavia lo vede morire ; se poi lo considera un uomo, ecco che lo vede risorgere col suo bottino di vittoria dopo aver distrutto il regno della morte. La nostra contemplazione, meditando nello stesso Gesù la verità delle due nature, deve procedere con riverente timore, evitando sia di attribuire cose indegne o sconvenienti all'ineffabile essenza divina, sia di considerare gli avvenimenti storici come apparenze illusorie.

In verità spiegare tali cose a intelligenze umane e cercare di esprimere parole, è impresa superiore alle nostre forze e ai nostri meriti e supera l'intelligenza e la parola. Anzi, penso che superi le capacità degli stessi apostoli. Ancor più : la spiegazione di questo mistero trascende probabilmente tutto l'ordine delle potenze celesti.