Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

sabato 26 ottobre 2013

«Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti ... a se non vi convertite, ...

Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Takamatsu, 25 Ottobre 2013 (Zenit.org) Don Antonello Iapicca


Andare in Chiesa, frequentarla assiduamente, lustrarla e farci catechismo, anche pregarci tutti i giorni, può non voler dire nulla. Vi si può uscire esattamente come vi si è entrati... leggi tutto






Non maledirmi come il fico,
Anche se sono uguale all'albero sterile,
Per timore che il fogliame della fede
Venga essiccato con il frutto delle mie opere.

Ma fissami nel bene,
Come il tralcio sulla santa Vite,
Di cui si prende cura il tuo Padre celeste
E che, con la crescita, fa fruttificare lo Spirito.

E l'albero che io sono, sterile di frutti gustosi,
Ma fecondo di frutti amari,
Non sradicarlo dalla tua vigna,
Ma cambialo, scavando nel letame.

San Nersès Snorhali, patriarca armeno 1102-1173





Dal Vangelo secondo Luca 13,1-9.

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai».





Il commento


La sapienza consiste nel saper contare i propri giorni, ciascuno come un «kairos», un momento favorevole per «convertirsi». Come «questo preciso momento» in cui le notizie dal fronte della storia ci annunciano terremoti e crisi finanziarie nel mondo, gelosie, invidie e divisioni nei cuori. È vero, la «creazione geme e soffre» a causa del peccato, ma non è impazzita. La cronaca registra il dolore, ma è quello delle «doglie» che annunciano la vita per la quale Dio ha plasmato ogni cosa. Essa risplende come una primizia nei Figli di Dio «piantati» nella vigna del Signore. Nel seno della Chiesa, come pazienti «vignaioli», pastori e catechisti li hanno curati con «zappa» e «concime», la Parola che dissoda con la Verità, e i sacramenti che nutrono del Mistero Pasquale di Gesù. Una storia d’amore che ha accolto anche noi nel seno di una terra di misericordia e tenerezza, grazie e segni, correzioni e consolazioni. Il «terreno» fecondato dal seme benedetto del corpo del Signore, nel quale siamo stati chiamati a crescere e risuscitare con Lui, per presentare al mondo i «frutti» maturi della fede adulta, le opere che annunciano in noi la sua vittoria sulla morte. Il mondo ha bisogno dei nostri «frutti», é questione di vita o di morte. Accanto a noi qualcuno sta per abortire, divorziare, gettare al vento la propria dignità. Forse si tratta della persona più vicina, e non ce ne stiamo accorgendo. Forse è tua moglie, che la tua indifferenza e il tuo egoismo sta uccidendo, come in una lenta eutanasia: goccia a goccia, il disinteresse, la noia, il calo del desiderio asfissiano la relazione. Ti unisci a lei solo quando la carne lo reclama - e chissà perché lo reclama sempre meno, forse la pornografia sta prosciugando la tua anima? o l'attaccamento al denaro ha rapito il tuo cuore? - come quando hai fame e ti mangi un pezzo di pizza; ma per il resto neanche uno sguardo, di quelli speciali, che giungono al cuore per deporvi tenerezza e misericordia... E capita che ormai sono anni che non fate più l'amore, e le parole scivolano sul cuore come gocce di pioggia su un tessuto idrorepellente, e le attenzioni sono riversate su figli, lavoro, cose e denaro; e le ore insieme diventano noiose, con un bisogno d'evasione incipiente che si trasforma in quell'insoddisfazione perenne che ti allontana da tutto e da tutti... Il matrimonio è ferito e non te ne rendi conto; per questo non ricorri alla sua fonte; hai dimenticato che è un sacramento e che non è opera tua; non ti viene in mente che c'è un modo per salvarlo, anzi di risuscitarlo, perché Cristo ha il potere su ogni morte, anche su quelle che porti dentro e non vuoi vedere! Non ti importa perché forse l'hai chiuso in una tomba sulla quale non versi più neanche una lacrima. Ma le persone che ti stanno accanto, moglie e marito, figli e amici, parenti e fidanzati, «soffrono e gemono» a causa dei tuoi peccati, dei miei ... brancolano nel buio, ce ne siamo accorti? Come il mondo, che non capisce, non sa, la morte e il dolore spaventa e si finisce con il fuggirlo. Tuo figlio scappa, l'hai capito? Gli spinelli, i piercing, sono messaggi che ti lancia. Il primo denuncia i suoi peccati e il suo orgoglio. Ma il secondo denuncia te... Il demonio lo sta ingannando e lo tiene per il collo mostrandogli la tua incoerenza, il tuo attaccamento al denaro e alla carriera... Non si tratta di diventare perfetti, di essere impeccabili, no. Si tratta solo di riconoscere la propria debolezza, i propri peccati, e chiedere aiuto a Dio, implorare il suo perdono, e annunciare così a tutti, anche a tuo figlio, la stessa misericordia. Per questo dovremmo chiederci se le persone che ci sono accanto troveranno oggi in noi il discernimento, la Parola di Verità, l’amore di cui hanno diritto? Forse no. Forse, come quei giudei, «abbiamo mangiato e ci siamo saziati» dei segni con i quali il Signore ha «moltiplicato» la nostra povera vita e abbiamo cominciato a «sfruttare» per noi stessi «il terreno» del Padrone. "Sono tre anni", è tanto che stiamo nella Chiesa, e forse ci stiamo approfittando del matrimonio, del ministero sacerdotale, della vita religiosa, dell’amicizia, di Dio stesso. La parabola descrive il tempo di catecumenato della Chiesa primitiva, che non durava però all'infinito. Non si può essere catecumeni a vita... Non si può essere sempre cristiani in prova: la Grazia non ci è data per essere dissipata. Per questo, nella Chiesa primitiva, il Vescovo si informava attraverso degli scrutini pre-battesimali per sapere come procedeva la preparazione del catecumeno. Purtroppo oggi questo non accade quasi mai, anzi, "informarsi, chiedere, correggere" sembrerebbe un giudizio verso i parrocchiani... Il "taglialo" poi, figuriamoci, in tempi di legge sull'omofobia sarebbe un attentato alla libertà di scelta. Tutto questo accade perché abbiamo messo da parte l'amore e la gratuità di Dio; non li conosciamo più, e la confusione regna sovrana. La fede poi, normalmente, è data per scontata. E così i pastori, solo perché la gente ancora frequenta la Chiesa, passano all'incasso chiedendo, a volte esigendo, i "frutti": cercano i catechisti, i lettori, il coro, i volontari per la festa patronale, per l'animazione dell'oratorio, e si buttano i parrocchiani nella girandola del fare, senza pensare che prima viene un essere. Ed è raro chi si chiede se i parrocchiani siano stati formati o no: l'albero non cresce e non fruttifica senza terra, acqua, sole, concime. Per questo è necessaria una pedagogia permanente, una iniziazione cristiana seria, che non dia per scontata la fede, ma che ne accompagni e curi la maturazione. E' fondamentale privilegiare l'incontro personale con Cristo che viene, con amore e per amore, a chiedere i "frutti" dello Spirito Santo in ciascuno di noi. Per aiutarci a vedere con chiarezza in noi, affinché possiamo riconoscerci peccatori e accogliere la "conversione" come una buona notizia. Comunque, anche se non esiste quasi più il catecumenato e una seria iniziazione cristiana degli adulti, Dio continua ad aiutarci: con le liturgie e l'aiuto di pastori e catechisti; o attraverso gli eventi e le persone che, senza aspettarcelo, Dio invia alla nostra vita nei "kairos" favorevoli. E ci chiede conto, per amore, dei "tre anni", del nostro tempo vissuto nella Chiesa. 
In tutti i modi la domanda è la stessa: che ne abbiamo fatto di tutto l'amore seminato nella nostra vita? Forse lo abbiamo pervertito, ed è divenuto questa poltiglia affettiva che abbiamo tra le mani: sempre impauriti, nevrotici, gelosi. Che nessuno ci porti via l'attenzione e la stima degli altri; che nessuno osi essere diverso da quello che abbiamo stabilito; che nessuno ci privi, oggi, della dose di affetto di cui abbiamo bisogno, sempre più massiccia, al limite dell'overdose. Che mio marito non creda di farla franca se non mi accompagna a comprare le scarpe; che la figlia non creda di passarla liscia con quell'atteggiamento supponente; che i miei figli non si illudano, non è possibile che sono già tre settimane che non mi vengono a trovare, che non si preoccupano della mia artrosi, dopo quello che ho fatto per loro. E' vero, stiamo per impazzire, imprigionati nell'impossibilità di ottenere l'affetto del quale ci sentiamo in diritto. Abbiamo tristemente scambiato i "frutti" che siamo chiamati a dare con quelli che esigiamo dagli altri. Per questo il Signore dice perentoriamente:«Taglialo»... E’ una scure questa parola, ed è rivolta a noi. Come mai ancora non è giunta sulla nostra vita per portarsela via? Forse siamo migliori del collega morto all’improvviso o della ragazza rapita, violentata e uccisa? Forse siamo migliori del cugino che ha lasciato moglie e quattro figli e si è messo con una ventenne, sventagliando una raffica di mitra sul cuore dei suoi familiari? Forse sei meglio di quella mamma che ha accoltellato suo figlio di un anno? O forse Dio è un mostro e fa preferenze e vibra la scure scegliendo chi colpire come in una lotteria? «No, vi dico, ma se non vi convertite», la morte sarà per voi un’ingiustizia senza senso come lo è per il mondo. Ecco, il punto fondamentale è, oggi, come ogni giorno, la conversione. Che significa ascoltare la predicazione e la Parola di Dio, accoglierla e lasciare che polverizzi i criteri mondani con i quali guardiamo e interpretiamo i fatti, quelli di cronaca come quelli della nostra storia. Convertirsi significa, soprattutto, permettere a Dio di "tagliare" oggi la mano, il piede e l'occhio che ci scandalizzano, che ci fanno inciampare e ci impediscono la libertà per discernere la volontà di Dio negli eventi. Anche oggi viene il Signore a "tagliare" la parte mondana e corrotta di noi. Gli apriamo? Ci mettiamo in ginocchio chiedendogli aiuto e pietà? O ci chiudiamo nell'orgoglio, difendendoci a spada tratta? Gesù non minaccia un castigo ma profetizza la triste conseguenza riservata a un cuore indurito. Si "perisce" tutti, ma il modo può essere diverso. Si può morire come chi non ha speranza ed è colto impreparato, o con il cuore di una sposa che attende il ritorno dello Sposo. Si può morire con e per amore, o chiusi nell'orgoglio e nell'egoismo che acceca e non ci fa capre nulla di quello che ci accade. Anche oggi può caderci addosso la torre di Siloe, basta una parola del marito... Ma non è detto che ci uccida come uccide chi non se l'aspetta: possiamo "convertirci", lasciare di guardare noi stessi e contemplare l'altro, nel quale è vivo Cristo; e accogliere la stessa parola cattiva con amore, morendoci dentro probabilmente, tanto è dura e ironica. Ma per amore, offrendosi all'altro come Cristo si è consegnato a noi, senza riserve. Allora la torre non ci schiaccerà nella disperazione, ma sarà un'occasione per donarsi e amare. Una bella differenza no? Non siamo migliori di nessuno, non abbiamo alcun diritto per morire santamente, nella storia di ogni giorno come quando esaleremo l'ultimo respiro: «No, vi dico, ma se non vi convertite», il mondo resterà senza speranza e ne chiederò conto a voi. «Convertirci» allora è ricordare che c’è un «taglialo» definitivo che ci aspetta e meritiamo, per i peccati commessi. Dovremmo essere tagliati in questo stesso istante, solo per la mancanza di carità di questa settimana... Ma il "taglialo" è fermo a mezz’aria per la pazienza magnanime di Dio che desidera che tutti si salvino. Lui ci ama follemente, sa tutto di noi, del nostro matrimonio, della nostra incoerenza, della corruzione del nostro cuore ipocrita e ingannato. Sa e non ci giudica; sa e proprio per questo ci ama incondizionatamente. Per questo ci concede ancora quest’«anno» di misericordia, la vita che abbiamo davanti come un giubileo, un tempo favorevole nel quale convertirci: i fratelli che ci amano, i presbiteri che ci accompagnano, la Chiesa intercede per noi, come San Francesco che ottenne dal Papa il primo anno santo per offrire a tutti l'opportunità di salvarsi; o come Mosè che ha interceduto per il Popolo ottenendo pazienza e misericordia. Il "vignaiolo" è pronto ancora "un anno" a "zappare attorno" alla nostra vita e "metterci il concime" per "vedere se porteremo frutto per l'avvenire". C'è ancora una Parola annunciata che illumina gli eventi rivelandoceli come colpi santi di zappa che stravolge le situazioni malate; c'è una Chiesa che ci accoglie e "concima" ogni ambito della vita con la correzione. C'è ancora un "oggi" dove non indurire il cuore, lasciare l'orgoglio e il peccato suo figlio, e abbandonarci all’opera del «vignaiolo».



QUI UN ALTRO COMMENTO



in attesa del commento da:

IL VANGELO DEL GIORNO 

Uno sguardo alla storia per discernere

DA KAIRO'S

Se non vi convertite!








Vangelo di oggi, 26 ottobre 2013

Luca 13,1-9

In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
Lettura

Da due fatti di cronaca, letti come segni premonitori del giudizio di Dio, Gesù prende spunto per rivolgere un invito alla conversione. Il primo riguarda un episodio di repressione violenta da parte di Pilato che avrebbe fatto uccidere un gruppo di pellegrini della Galilea, mentre si apprestavano a fare i loro sacrifici per il culto, nel tempio. Il secondo concerne, invece, una disgrazia probabilmente capitata a degli operai morti per il crollo di una delle torri delle mura di Gerusalemme. Gesù denuncia la corrispondenza tra peccato e castigo e invita tutti, farisei, zeloti, galilei e abitanti di Gerusalemme, alla conversione. La parabola del fico infruttuoso e della pazienza del padrone sottolinea l’atteggiamento di Dio e la necessità di non rimandare la decisione di cambiare.
Meditazione

Di fronte al male che imperversa nel mondo e alla sofferenza che non trova mai tregua, si è tentati di cercare capri espiatori cui attribuire le responsabilità, ritenendosi al contempo distanti da costoro, perché diversi da loro. Gesù deplora un modo simile di ragionare, che vorrebbe incasellare l’agire di Dio nelle logiche umane, favorendo così l’arroganza religiosa e il fanatismo. Al contrario, Egli invita tutti alla conversione, proponendo un percorso interiore che faccia i conti col male che è dentro ogni uomo, ma anche con l’offerta di grazia da parte di Dio, capace di trasformare la vita. Paradossalmente, proprio il nostro male è ormai il luogo della salvezza: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). Se un discernimento, pertanto, deve essere fatto, non può essere quello che tende a dividere i buoni dai cattivi in nome della giustizia; al contrario, occorre un discernimento che aiuti ad aprire gli occhi per far cambiare vita. L’invito di Gesù ad imparare a riconoscere i segni dei tempi tende proprio a questo: passare dalla sudditanza al male, alla scelta del bene, dal regno della paura a quello della libertà. Così il male perde la sua forza ed è dominato dalla libertà dell’uomo che si rivolge verso Dio, ma anche dalla sua misericordia che tende la mano verso l’uomo. La parabola del fico esplicita un tratto ulteriore dell’agire divino: la pazienza. Gesù ci fa conoscere un Dio che è sempre pronto per accordare all’uomo “ancora un anno” e che continua a prodigarsi per lui, perché lo ama. Di fronte a tanto amore, ciascuno è chiamato a riconoscere l’opportunità che gli è offerta di consegnarsi completamente a Dio, colmando il tempo della pazienza di Dio con passi concreti di conversione.
Preghiera

Signore, rendi anche noi pellegrini nella fede. Ti chiediamo di convertirci a te. Cercheremo il tuo volto in ogni vicenda della vita e non abuseremo della tua pazienza misericordiosa.
Agire

Oggi sarò più consapevole che il volto di Dio posso scoprirlo negli uomini e soprattutto nei poveri.

Meditazione del giorno a cura di S.E. Mons. Pietro Maria Fragnelli, Vescovo di Castellaneta, tratta dal mensile Messa Meditazione, per gentile concessione di Edizioni ART.

venerdì 25 ottobre 2013

Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?

I SEGNI DEI TEMPI

Uno sguardo alla storia per discernere

Venerdì della XXIX settimana del Tempo Ordinario




Giotto. Il bacio di Giuda

Solo l'amore distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. 
Se tutti si segnassero con la croce, 
se rispondessero Amen e cantassero tutti l'Alleluia; 
se tutti ricevessero il battesimo ed entrassero nelle chiese, 
se facessero costruire i muri delle basiliche,
resta il fatto che soltanto la carità 
fa distinguere i figli di Dio dai figli del diavolo. 
Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, 
quelli che non l'hanno non sono nati da Dio. 
È questo il grande criterio di discernimento.
S. Agostino, Commento prima lettera di Giovanni 5, 6-7.





Dal Vangelo secondo Luca 12,54-59.
Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui, perché non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all'esecutore e questi ti getti in prigione. Ti assicuro, non ne uscirai finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo».


Il commento


Ce lo «assicura» il Signore, la vita è un cammino «con il nostro avversario» per giungere infine «davanti al Giudice». Ma non è proprio così che siamo abituati a «giudicare questo tempo»; Non sappiamo "discernere" il "kairos", secondo il greco originale, il momento favorevole per "metterci d'accordo" e riconciliarci con le persone care. O meglio, non discerniamo quello che si agita nel nostro cuore, e non riusciamo ad accettare che l'altro è realmente un "avversario" del nostro io. Da una parte il sentimentalismo ci spinge a guardare sentimentalmente le relazioni e sperare da esse quel romanticismo con cui riscaldare il nostro cuore. E' impossibile che proprio l'amore del nostro cuore sia un nemico. Ci poniamo davanti alla storia come quando si guarda l’«aspetto della terra e del cielo» per prevedere il tempo: allo stesso modo che quando «soffia lo scirocco» ci aspettiamo «il caldo», o come da "una nuvola che sale a ponente" ci aspettiamo la pioggia, da una persona cara attendiamo comprensione, rispetto, amore. E quando ciò non «accade» è la fine del mondo, con i suoi terremoti affettivi. «Come mai» non riusciamo a frenarli? Perché siamo intrappolati nell' «ipocrisia». Essa significa doppiezza e falsità, es è quella che definisce le nostre relazioni. Quando l'amore autentico, l'agape gratuita nella quale siamo chiamati a donarci, si trasforma in eros, ovvero egoismo, l'altro diviene un "avversario". Quando superiamo la linea che separa amore ed eros, la relazione si trasforma in una guerra. Si alza la voce, ci afferra il nervosismo, giudichiamo tutto senza pietà. Così, ad esempio, una madre che ha perduto l'orizzonte gratuito dell'amore, comincia a non accettare sua figlia, troppo diversa dai suoi schemi, sfuggevole come un'anguilla dalle sue mire e dai suoi progetti. Non sopporta più il suo modo di parlare, di vestire, di tagliarsi i capelli. Quando l'agape diviene eros entriamo nel territorio dell'ipocrisia: tutto diviene una caricatura dell'amore. A volte esplode la passionalità e la carica erotica della sessualità, più spesso si diviene insopportabili e si stenta a controllarsi. Ciò accade perché dall'altro si comincia ad esigere l'affetto, la riconoscenza, la dedizione. Sempre di più, in un parossismo sfrenato... E allora si diventa anche violenti, verbalmente o fisicamente, sino ad arrivare, in casi estremi, all'omicidio; dopo essere stati lasciati da colei dalla quale si era creduto di poter attingere la vita, tutto finisce, si muore dentro, e per questo si può giungere alla violenza cieca di una bestia ferita. Orgoglio, affettività malata e idolatra, sono un mix esplosivo. E ne facciamo esperienza ogni giorno, dal momento che, ingannati dalla solita menzogna del demonio che ci insinua che Dio non ci ama, ci facciamo dio e ci aspettiamo dall'altro che sia quello che abbiamo "creato" nella nostra concupiscenza: un marito o una moglie, un figlio o una figlia, i genitori, i fidanzati, gli amici, tutti. E finiamo con il credere che il problema sia proprio negli altri che non ci amano e adorano come dio che li ha creati, mentre il marcio è dentro di noi, nel nostro cuore. Siamo "ipocriti", viviamo una vita che non ci appartiene, che non c'entra nulla con la nostra vocazione. Come i farisei «giudichiamo» gli altri senza misericordia per non avere nei nostri riguardi le attitudini e i comportamenti che, ingannati, presumiamo di aver avuto con loro. E come i farisei che, accecati dal disprezzo, non hanno conosciuto la giustificazione di Dio, così anche noi sperimentiamo la «prigione» della gelosia e del rancore, dove siamo condannati a «pagare sino all’ultimo spicciolo» di noi stessi nel tentativo, inutile, di ricostruire le relazioni che abbiamo distrutto.
Ma Dio non ci ha abbandonato al nostro destino perché conosce il peccato di Adamo che ha ferito e sconvolto la natura; non si aspetta quello che non possiamo dare perché la superbia ci ha resi suoi «avversari» come qualunque altro uomo. Senza il suo perdono non possiamo fare nulla. Per questo ha «rivolto contro di sé» (Benedetto XVI) la condanna che ci spettava, inviando il suo Figlio sul nostro cammino per «accordarsi» con noi e «liberarci dal debito» che le nostre opere morte, come «esattori» esigenti, ci contestano: ha pagato per noi l’ultimo spicciolo con l’ultima goccia del suo sangue. Gesù ha amato Giuda camminando con lui ogni giorno per mettersi d'accordo con lui, anzi mettendosi già d'accordo con lui chiamandolo amico proprio quando con un bacio lo tradiva; ha amato noi durante tutta la nostra vita, nella quale ha camminato con noi sapendo che lo avremmo tradito in mille modi... E ci ha sempre perdonato, riconciliandosi con noi anche quando non ne avevamo né voglia né interesse. Gesù è stato al nostro fianco sino ad oggi per destarci alla verità, scoprire d'essere stati suoi "avversari" e lasciarci riconciliare con Lui. Per questo il «discernimento» sulla vita e le persone nasce dall’amore, sa cogliere la verità nella selva delle apparenze. Chi ha conosciuto se stesso scoprendosi identico a Giuda «avversario» del Signore, può accettare senza stupirsi che l’«avversario» si nasconda anche nella persona più cara. Può riconoscere come favorevole per amare proprio «questo tempo» nel quale cammina accanto ai suoi nemici; «giudica da se stesso», dal profondo della propria debolezza amata gratuitamente, dai propri pensieri ormai rinnovati e non più schiavi del mondo e dei suoi criteri; e così sa discernere che è «giusto» «accordarsi» con chi tradisce le sue attese, perché erano solo esigenze dettate dalla concupiscenze di un'affettività malata. Anche noi possiamo allora «procurare» di "restituire" a chi ci è accanto quanto sino ad ora gli abbiamo sottratto. Possiamo offrirci a loro, senza sperare nulla; amarli lasciandoli liberi, nell'amore di Cristo che ha redento noi e loro. È questo il cammino che il Signore ha inaugurato per noi e sul quale ci chiama a seguirlo. L’unico ragionevole perché solo l’amore che raggiunge anche il nemico può ricreare i rapporti logorati dalla carne ammalata. La carità è pioggia anche quando soffia lo scirocco e sole anche quando salgono le nuvole da ponente, è il sovvertimento della natura malata, è il soprannaturale che prende dimora nel naturale, l'impossibile che si fa possibile. Solo chi ha sperimentato questo amore può leggere i cosiddetti segni dei tempi attraverso la sapienza della Croce. Per essa gli avversari sono la carne di Cristo che mendica il nostro amore, l'accoglienza che ci consegna la salvezza e il compimento della nostra vita. La Croce, infatti, quella di Cristo e quella nostra di ogni giorno, è la giustizia di Dio che supera quella ipocrita che ci ha gettato in prigione. A noi accoglierla mentre siamo per via su questa terra, per comparire nell'ultimo giorno davanti al Giudice assolti insieme ai nostri avversari.

giovedì 24 ottobre 2013

"Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro (Gv 11,3.5). "SUSSULTARE DI GIOIA " Tea


LETTURA POPOLARE DELLA BIBBIA
 Facciamo Vita La Parola


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Sussultare di gioia è la luce, che emana dall’icona di Luca 1,39-45. Icona che é fonte d’acqua limpida che mai seccherà, ma sempre ci disseterà perché è Parola di Dio e, acqua viva se vi andremo in novità di vita.


"Beata colei che ha creduto…" . Parola luce che ci guiderà.

Prima voglio chiedervi di fare un esercizio:



Date la mano alla persona che vi è a fianco;



Guardatevi per un momento negli occhi



Attraverso un tocco, una carezza fatele sentire che l’avete compresa, accolta, le volete bene e se é necessario vi riconciliate con lei. 



Ora vi chiedo un altro esercizio, questa volta mentale: 



Dimenticate tutto quanto abbiamo ascoltato, letto su questa pagina. 



Avviciniamoci come se la incontrassimo per la prima volta.



Apriamoci alla novità, senza riserve.



Leggiamo la memoria che la comunità di Luca ci tramanda. Accogliamola nel silenzio, facciamola risuonare in noi…

Elisabetta proclama Maria beata, lo afferma usando un verbo "credere", non il vocabolo "fede". Non dice "beata colei che ha avuto fede". 
La comunità di Luca, qui ha sapore e colore della comunità di Giovanni che in tutto il suo Vangelo non usa il vocabolo "fede", ma sempre il verbo "credere".

"fede", è un sostantivo e può avere sentore di qualcosa definito, come dottrina, dogma, regole, strutture… Sa di statico. Qualcosa che si riferisce all’intelletto, adesione intellettuale.
"credere" è un verbo e parla di processo, di divenire, di camminare, essere sempre in ricerca, in dialogo, confronto e, per essere un verbo indica l’agire, azione in continuo divenire, crescere, maturazione, aperta alla novità, abbandonarsi sulle ali della Divina Ruah.
Con questi sentimenti come donne, uomini, andiamo incontro a queste due donne, ai loro corpi che ci parlano.

Il credere è vissuto da due donne: Elisabetta e Maria. Due donne che avvertono il cambiamento del loro corpo a causa di una gravidanza fuori luogo, fuori tempo. Trasformazione che le interroga: Perché il mio corpo e non il corpo di un’altra donna? Perché il mio corpo vecchio ormai fuori tempo? Perché il mio corpo giovane in un tempo che non era ancora tempo?
Il corpo anziano di Elisabetta si chiude in casa: stupore, gioia, incertezza… 
Il corpo giovane di Maria abbandona Nazareth, prima che, i cambiamenti nel suo corpo siano evidenti e diventi oggetto di bisbigli, sussurri, maldicenze, dubbi, speculazioni e perché no, evitare qualcosa di peggio. ‘Deixar baixar a poera’ dicono da noi…
Il viaggio, i dubbi, i pericoli, i cambiamenti, il silenzio che isola e nasconde…

Anche il corpo dell’anziana Elisabetta era cambiato: la sterile era al sesto mese. In lei pudore e orgoglio si mescolano. Gioia profonda e attenta alla vita che cresce dentro di lei. Vita che esige cambiamenti, che chiede di adeguarsi nel cibo, nel vestito, nel dormire, alla vita in formazione, parte di lei, ma già autonoma e con esigenze personali. 

E nella casa di Zaccaria le due donne: Elisabetta e Maria s’incontrano. La casa era di Zaccaria come il costume patriarcale esigeva, ma ora in questa casa le protagoniste sono Elisabetta e Maria. Sono loro che occupano lo spazio e lo rendono luogo femminile, spazio sicuro, dove non ci sono domande indiscrete, recriminazioni, preconcetti, giudizi, dubbi, né ma, né se… né vedremo, né consulterò mio marito… solo accoglienza.
L’anziana accoglie la giovane. La giovane si rispecchia nell’anziana. Due corpi di donne che si riconoscono, e vivranno lo spazio della casa non più come uno spazio patriarcale, ma come il luogo femminile, dove abita la fiducia, la confidenza, la verità, che non sempre è verità evidente. Luogo della condivisione dei cambiamenti che stavano avvenendo nei loro corpi. Luogo dove la paura può essere manifestata, così come il dubbio, il timore, l’incertezza del futuro. Luogo di amorosità, sogno, speranza e utopia. Luogo della saggezza dell’anziana, del coraggio giovanile. Luogo dove la saggezza diventa coraggio e il coraggio saggezza.

Permettiamoci, in silenzio di ascoltare le loro voci e farle giungere fino a noi, spogliate e libere da tante altre voci che forse le hanno rese silenziose e mute a noi donne, agli uomini. Ascoltiamole giungere fino a noi, limpide, trasparenti, toccare i nostri corpi, donarci saggezza e coraggio.

Nel ventre, fatto grembo i figli condividono l’esperienza delle loro mamme. Esperienza che è memoria scritta in loro e che li guiderà nel loro cammino.
Per questo i figli sussultano nel grembo, intravvedono il futuro. Nel corpo delle loro mamme l’anticipo del Regno è presente.

Sentiamo nella voce di Elisabetta la voce della comunità lucana: Beata colei che ha creduto!
Ha creduto Maria, ha creduto Elisabetta. Il loro corpo è divento luogo dell’invisibile, dell’amore e nel mistero dell’accoglienza il credere ha preso corpo, è diventato un agire, una presenza.

Elisabetta e Maria ci parlano e ci aiutano a comprendere che credere è un cammino che realizziamo con la bellezza e fragilità del nostro corpo. Le accompagniamo osservando le persone che le stanno attorno:




Zaccaria non ha creduto ai segni dei corpi di Sara e Abramo vecchi che rivivevano nel suo corpo e nel corpo della sposa Elisabetta. Rimase muto, dovette tornare a casa e nella casa ricreando la relazione con Elisabetta ha generato un figlio, ha ritrovato la voce (Lc 1,3-25.59-66)



Elisabetta e Maria si lasciano condurre nel credere dai cambiamenti che si operano nei loro corpi. Segni che suscitano timore, paura, fuga, nella condivisione la casa diventa il luogo del coraggio, del superamento, dell’accoglienza, dell’amorosità che fa fiorire e crescere il credere e il visibile diventa per loro segno dell’invisibile, dell’utopia del Regno.



Il loro credere fa sussultare di gioia i figli, è seme in terreno fecondo, con le loro mamme sognano e avvertono l’utopia del Regno presente.



La casa, il quotidiano, il corpo gravido, il corpo che dà alla luce, il corpo di un bambino, diventano luogo e tempo dell’annuncio della Buona Notizia.



I pastori dai corpi marcati dalla fatica e dall’esclusione accolgono il segno così normale di una donna che ha partorito un figlio, credono e sussultano di gioia. 



Il corpo di Simeone che alimentava il suo pellegrinare nella memoria delle antiche promesse, nel ricordo delle meraviglie del passato si apre al nuovo nell’incontro di un uomo, una donna, un bambino. Credere a questa novità così quotidiana lo fa sussultare di gioia e lo aiuta a vincere la paura della morte, lo proietta nel futuro e crede in una umanità rigenerata, salvata.



Il cammino percorso in ricerca, le incertezze incontrate e affrontate, la pace raggiunta, gli si rivelano attraverso la giovane donna e nel bambino fra le sue braccia. Una fra le tante. S’incontrano, è il tempo della sapienza dell’anziano e della passione giovanile. Negli occhi dell’anziano la giovane legge la missione del figlio, la missione di madre. I corpi comunicano, annunciano e le parole rivelano e sosterranno il credere quando credere diventa difficile, faticoso, quando tutto si compirà (Lc 2,23-35).



Anna, corpo che fu giovane, sposato, ora vedova. Anziana annoverata fra le donne profeta. Non ne ascoltiamo la voce, ma la sua presenza c’immette nel cammino delle matriarche, tende la mano vi colloca Maria.



Tende la mano oggi anche a noi e c’invita a entrare in questa danza dove il corpo dando la mano a altri corpi diventa lieve, e quando il passo vacilla l’altra mano sostiene. Danza del ricordo che si fa memoria e eredità. 


Vuoi entrare anche tu?


Tea Frigerio

LETTERA ALL’AMICA MARTA
Luca 10,38-42

"Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro (Gv 11,3.5).



Carissima Marta,

da tempo volevo scriverti per pronunciare parole che attraversino il tempo e possano raggiungerti in Betania. Scriverti per chiederti scusa. Scriverti per ringraziarti.
Chiederti scusa perché? Ricordi le parole di Luca? "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta." (Lc 10,41-42).
Fin dai tempi delle lezioni di catechismo mi hanno insegnato che queste parole le ha pronunciate Gesù, e, per queste parole, non ti stimavo, sempre ti lasciavo da parte, desiderando essere come Maria: seduta ai piedi di Gesù, silenziosa, ascoltando.
Silenziosa ascoltando, per conquistare la parte migliore, dato che tu eri troppo indaffarata, preoccupata solo con le cose materiali, nel tuo mondo chiuso nelle parete domestiche. Più tardi aggiunsero che eri accomodata, integrata al sistema, al mondo patriarcale. Queste parole mi hanno portato a negarti e a negare me stessa. Desideravo sedere ai piedi di Gesù, silenziosa, ascoltare le parole del Maestro.
Mi dicevano e io stessa mi dicevo: "Maria ha capito che anche la donna può essere discepola, le sue sono le attitudini del discepolo". Capisci perché voglio scusarmi? 
Adesso percepisco che questa era solo una parte della verità e riconosco che davvero Maria mi ha aiutato a scoprire che Gesù ha aperto il cammino del discepolato alle donne. 
Però non sospettavo che la narrazione di Luca nascondesse un conflitto, un tentativo di negarti autorità, di addomesticare il tuo coraggio, di silenziarti. Non sospettavo che c’era in atto un tentativo di banalizzare l’autorità che la comunità dei discepoli e delle discepole amati ti avevano riconosciuto.
Non riuscivo a riconoscere i segnali di questa realtà, anche se erano evidenti nello scritto.
Era nella tua casa che Gesù veniva ospitato (Lc 10,38). Era tua la casa, non di tuo fratello Lazzaro. Nella tua casa, liberamente, senza paura delle chiacchere, superando il tradizionalismo, vincendo preconcetti, ospitavi l’uomo Gesù. La tua casa, era la casa che accoglieva la comunità. La tua casa, era la casa che manteneva viva la memoria della condivisione del pane. Nella tua casa, non nella casa di Maria, nè di Lazzaro si osavano sperimentare i primi passi che conducevano al nuovo. La lidership era tua. Lidership attenta e attiva nell’amministrazione quotidiana, nell’amministrazione del sogno, dell’utopia di nuove relazioni.
Lidership che affiora negli atteggiamenti, nei gesti: tu ospiti, accogli, ma sai anche questionare: "Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?" (Lc 10,40). Mandi notizie: "chi ami è ammalato" (Gv 11,3). Prendi l’iniziativa e richiami perché Gesù ha tardato: "se tu fossi stato qui" (Gv 11,21). Dialoghi, questioni, vai incontro, sei aperta alla novità. Osi gesti, parole riservati agli uomini. Occupi lo spazio, il ruolo che altre comunità riservavano a Pietro: il primato di professare:"Si, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire al mondo" (Gv 11,27).
Osasti perché avevi percepito il vento della novità. Osando ti sei lasciata condurre dalla forza del vento. Osando sei ritornata nel ventre di tua madre e sei rinata, sei risuscitata vivendo le parole: "Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va: così è di chiunque nasce dalla Ruah" (Gv 3,8). Parole che un altro, maestro in Israele, Nicodemo, é stato lento a comprendere. Parole che risuonarono alle tue orecchie, nel tuo cuore, nel tuo corpo. Corpo che anelava a mettersi in piedi, per avere la propria dignità restaurata. La mente e il corpo negavano ciò che la tradizione, i costumi, la cultura, la religione ti obbligavano a vivere. Mente e corpo che intuivano, intravvedevano e ricordavano la memoria di altre donne... 
E quando hai ascoltato le parole di Gesù:"Togliete la pietra! ... Vieni fuori! ... Scioglietelo e laciatelo andare" (Gv 11,39-44) e Lazzaro, tuo fratello amato, ritornò a vivere, riprese a camminare. Hai udito e hai compreso che già avevi rimosso la pietra che ti manteneva nel sepolcro, già eri uscita dalla tomba, già avevi sciolto le bende e tolto il sudario, libera andavi a testa alta: eri risorta.
I discepoli e le discepole amate ti osservavano e riconobbero il tuo coraggio, la tua lidership, la tua diakonia.
Loro riconobbero, ma altri... 
E così cominciarono a diffondere la notizia che eri indaffarata. La diakonia divenne servizio domestico. Lo sguardo attento, la vigilanza nel mantenere viva la memoria e la proposta di Gesù divennero essere indaffarata, preoccupata con faccende domestiche, materiali. E cominciarono ad affermare che il vero valore era sedersi ai piedi di... essere rivolte allo spirituale...
Due sorelle, unite in complicità, per lo stesso sogno, muovendo i primi passi insieme, accogliendo la diversità che era in ognuna di loro: che sorellanza! Che bello! Il patriarcalismo ne ebbe paura e vi ha presentato come antagoniste nel tentativo di negare la tua lidership, Marta.
Marta ora sai perchè desidero ringraziarti, avvicinare il tempo per dirti:



Grazie per aver osato!
Osare per vincere le paure
Osare per vincere la tradizione
Osare che vince l’alienazione.
Parole osate
Atteggiamenti osati
Gesto osati.
Osare superando i preconcetti
Rompere barriere
Aprire orizzonti.
Osare che questiona,
Provoca, indaga, riprende,
interpella, suggerisce, anticipa.
Osare per camminare per strade
che conducono all’incontro.
Osare e pronunciare parole di teologia
Proclamare la fede
Occupare spazi
Assumere la lidership
Inventare il nuovo.
Grazie sorella Marta!

Tea Frigerio



Insegnante di Sacra Scrittura, è stata coordinatrice del Dipartimento di Pastorale dell'Istituto di Pastorale Regionale (IPAR) e direttrice dello stesso. 
Dal 1985 é membro del CEBI (Centro Studi Biblici), del quale attualmente coordina il Programma di Formazione.
Dal 1999 è anche animatrice del cammino della Lettura Popolare della Bibbia in Italia.
E' autrice di pubblicazioni a carattere biblico sia in Italia che in Brasile

. Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione.



Uno sguardo alla storia per discernere






L'astuto avversario, quando si vede scacciato dal cuore dei buoni,
cerca quanti sono molto amati da loro,
e parla per mezzo di essi con parole carezzevoli:
affinché, penetrato il cuore con la forza dell'amore,
la spada della sua persuasione irrompa facilmente
nelle fortificazioni della rettitudine interiore
S. Gregorio Magno


IL DIALOGO DI EDITH STEIN CON SUA MADRE EBREA 
CUI COMUNICA DI ESSERSI CONVERTITA AL CATTOLICESIMO





Auguste: Sei ancora giovane. Hai il mondo davanti a te.
Edith: Sei tu che mi hai insegnato ad essere buona e giusta. Come cristiana la mia anima appartiene a Dio, a Gesù. Ma come ebrea il mio sangue appartiene al mio popolo.
Auguste: Ho il cuore oppresso dal dolore. Mi domando se sei mia figlia.
Edith: Sono tua figlia. Sono esattamente come te.
Auguste: Edith, la mano forte di un uomo ti è sempre mancata. Tuo padre...
Edith: Si, mi è mancato. Ma ora è diverso, ora la mia anima è promessa.
Auguste: Non ritornare più a casa, Edith. Lasciami morire.
Edith: Non mi vuoi più vedere?
Auguste: No.




Dal Vangelo secondo Luca 12,49-53.



Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».


Il commento
Nel cuore della Chiesa brucia il fuoco dell’amore che Gesù ha «gettato» sulla terra perché anche su di essa si possa compiere la volontà del Cielo. In ogni apostolo «c’è una passione che deve crescere nella fede e che deve trasformarsi in carità che accenda come fuoco anche l’altro» (Benedetto XVI). La stessa “angoscia” sofferta da Gesù fino al “compimento del battesimo” che lo avrebbe inabissato negli inferi a liberare Adamo e ogni uomo, spinge da duemila anni gli apostoli sul «carro di fuoco» della visione del profeta Ezechiele, per annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Quando però una sua interpretazione sentimentale e orgogliosa induce ad adattarlo alle culture e alle mode, si spegne la profezia, si «discredita il cristianesimo» e si inganna il mondo, offrendogli solo una triste edizione rivisitata di ciò che è già suo e non ha potuto salvarlo: “I vostri volti non sono volti di salvati, per questo io non crederò mai al vostro Signore” (J. P. Sartre). Sono i volti di un genitore, un educatore, un prete, una fidanzata, un amico quando accettano un compromesso. Tradiscono l’amore consegnando l’altro alla menzogna e al peccato. Se un padre, laddove appare - magari nascosta da sofismi sottili - una divisione con il figlio circa la volontà di Dio e l'adesione a Cristo, si lascia ingannare e inizia un dialogo teso a smussare e a frammentare la verità, avrà consegnato suo figlio al demonio. Se un parroco accetta che la divisione nella parrocchia sia causata da una mancanza di dialogo e di comprensione, e cercherà un compromesso non individuando i demoni che si nascondono in certe posizioni che vogliono limitare il soffio dello Spirito, spegnerà lo Spirito e lascerà che l'inganno si radichi. Così in moltissimi altri casi, perché la divisione portata da Cristo ci spaventa, stentiamo a crederla possibile; a divisione portata da Cristo ci spaventa, stentiamo a crederla possibile; l'immagine buonista e sentimentale secondo la quale il Signore debba ricucire sempre tutto e a qualunque prezzo ci rende tiepidi e lascia campo aperto ad eresie striscianti, scismi incipienti, divisioni autentiche e laceranti: esse restano come germi infetti coperti da compromessi travestiti di pace e benessere. Ma è necessario che avvengano gli scandali, è necessario che appaiono, tristi e violente, le divisioni: chi ha detto che esse sono sempre un male e che debbano essere prontamente risanate? Ma è il Signore che provoca la divisione, come accade con le novità ispirate dallo Spirito Santo: i carismi, i movimenti, gli ordini religiosi, lo zelo rinnovato nelle parrocchie. E il Papa, oggi Francesco come ieri i suoi predecessori, rivelando che lo stesso Spirito che rinnova la Tradizione assopita soffia nell’Istituzione e nei carismi. E’, infatti, la novità di un amore assoluto e radicale, che reclama per sé tutto, perché tutto di sé ha donato; la novità che, abbiamo visto, raggiunge ogni ambito della vita: sessualità, lavoro, affetti, amicizie... Laddove si fa presente la divisione di fronte al Vangelo appare evidente dove sia la novità e chi la accoglie: "Chi è vicino a me, è vicino al fuoco; chi è lontano da me, è lontano dal Regno! (Vangelo sec. Tommaso, in: Origene, In Jerem. lat., 1 [3], v. 104) Il grigio non è colore cristiano... Per questo, spesso proprio la "divisione" svela il Regno di Dio, e smaschera la sua contraffazione. E' buona solo quella "portata" da Gesù con amore e misericordia; la stessa di un chirurgo che taglia per curare; non certo quella insinuata dal demonio, frutto amaro della superbia e dell'orgoglio, come negli scismi e nei divorzi ad esempio... Il fuoco di Cristo, invece, divide per evitare di ricorrere alle toppe e annuncia il vino nuovo riversato in otri nuovi! Famiglie nuove, amicizie nuove, fidanzamenti nuovi. Tutto santo e libero perché tutto vissuto in Cristo, nella vera pace, la sua pace, che ci attende anche oggi, quella di un amore libero capace di donarsi gratuitamente. L'amore al quale Dio ci torna a chiamare nel mezzo del nostro cuore ormai raffreddatosi, preoccupato più dell’apologia che dell’annuncio. A casa come in Chiesa, con i familiari come tra sacerdoti. La novità del Concilio Vaticano II, come di ogni altro, e i suoi frutti fecondati dallo Spirito Santo: sconvolgono come fuoco la Chiesa, così come ogni figlio provoca un terremoto impensato nella famiglia. 
Il “fuoco” acceso da Gesù sulla Croce riduce in cenere i legami morbosi che si nascondono nei desideri della carne e ; il "fuoco" che la Chiesa sempre riaccende sino agli estremi confini della terra, ci fa liberi di osare, per amore, la fedeltà alla Verità. Occorre osare di fronte al capoufficio rischiando il posto di lavoro, pur di testimoniare la verità universale e ultima che abbiamo sperimentato. Osare la notte quando, unendosi al coniuge, siamo chiamati ad offrire i nostri corpi alla volontà di Dio, ad aprirci alla fecondità e alla vita, accogliendo il terzo, quinto o decimo figlio, per riaffermare il significato assoluto e universale che Dio ha nella nostra storia come in quella del mondo. Occorre osare la castità ed il rispetto nel fidanzamento per annunciare la verità dell'amore crocifisso, l'unico autentico che, nel sacrificio, rivela il dono più grande, puro, disinteressato, quello di Cristo, gioia del loro cuore; osare nell'educazione, lottando con i compromessi affettivi, non temendo il rifiuto e la ribellione, perché i figli o gli studenti o i cristiani affidati siano ogni giorno più conformati e uniti a Cristo, pienezza delle loro aspirazioni. Osare la stolta arrendevolezza della Croce, il non resistere al male che non è in contraddizione con l'affermazione senza smagliature della verità. Perché la Verità è sempre crocifissa, o non sarà Verità, anche se fosse la professione senza se e senza ma dei principi non negoziabili, anche se trovasse il rifiuto violento e la morte eroica. Resterebbe, appunto, una morte eroica, ma non un martirio; la testimonianza, infatti, è sempre l'offerta gratuita e gioiosa della propria vita per amore dell'altro divenuto nemico. Il dogma che abbraccia e infonde vita ad ogni altro dogma è la Croce, l'unico luogo che afferma, senza tema d'essere smentito, la gratuità e l'universalità dell'amore di Dio. Solo Lui, e coloro che a Lui sono uniti, possono osare il dono totale di sé, senza sperare nulla se non la salvezza del mondo. Solo questo amore è credibile, nel senso che solo chi ama il nemico sino a dare la vita per lui conferisce anche al dogma, ai valori e ai principi morali irrinunciabili e non negoziabili, l'autorevolezza dell'autenticità. L'amore, infatti, li rivela "in presa diretta" mentre si realizzano nei cristiani, come connaturali all'uomo, come gli unici che si addicono alla persona, di qualunque razza e cultura. Solo l'amore riesce a far decodificare il grido nascosto nelle mille grida di dolore dell'umanità, riconoscendo in esso il bisogno di un'accoglienza e di un perdono che superi anche le regole della convivenza civile e finanche la legge naturale. E' vero, essa è inscritta nel cuore di ogni uomo, non vi è condizionamento capace di cancellarla sino in fondo, ed è altrettanto vero che, usando della libertà, gli uomini l'abbiano infranta. Tu ed io, non meno di un pagano o di un politeista, di un ateo o di un agnostico. Sottolineare all'infinito questa realtà non serve a nulla, neanche battersi perché venga accettata. Essa sarà rivelata solo in carni e vite capaci di superare i limiti della natura e delle leggi che Dio stesso le ha imposto, andando a ripescare chi, liberamente e orgogliosamente, le ha infrante. La legge naturale risplenderà solo in coloro che compiranno leggi soprannaturali, quelle dell'amore che ha sconfitto la morte, il limite estremo e invalicabile della natura. I cristiani lo possono superare, entrano nel regno dei morti, si aggirano negli inferi e toccano, destano e si caricano dei relitti umani che vi si trovano. Amano senza condizioni chi ha abortito, ucciso, rubato, adulterato; si consegnano ai pedofili, ai terroristi, ai torturatori, agli evasori fiscali, ai corrotti, alla loro moglie e ai loro mariti, gratuitamente, nello stesso modo i cui sono stati amati. In quegli inferi depongono un raggio di speranza, un lampo della luce di Pasqua, la testimonianza credibile della vittoria di Cristo sulla morte e del conseguente perdono di ogni peccato. Non solo, proprio nel buio disperato di chi si disprezza al punto di non saper più vivere secondo natura, la Chiesa osa offrire la possibilità di una vita nuova, la stessa vita di Cristo, quella che scorre nelle sue vene: la vita soprannaturale che include, compie e sublima la legge naturale; il rispetto gioioso di ogni principio non negoziabile, l'affermazione perentoria e incontestabile della vita incastonata nella vita di chi la sta perdendo per puro amore. 

Quale migliore e più credibile e autentica affermazione "pro life" che quella di chi, per difendere la vita che non muore nella carne destinata a morire, offre la propria di vita, nella certezza di conservarla per l'eternità grazie alla resurrezione di Cristo? Quale maggiore difesa della vita nascente nel seno di una madre che quella di chi accoglie nel suo seno di misericordia madre e figlio, educando e accompagnando con il latte della misericordia e il bastone della Croce? E così per la vita di un anziano, di un malato, per il matrimonio, per le persone gay e per l'educazione, per ogni ambito della vita, soprattutto quelli più insidiati. Soprattutto per le donne, vergini, spose e madri, oggetto del'attacco del demonio più proditorio: sono le donne a dover essere accolte oggi sotto il manto della misericordia, dove possano gridare, piangere, reclamare, per incontrare la gioia del loro compimento in quanto donne che il mondo le ha sottratto. A tutto questo è chiamata la Chiesa; a questo la chiama Papa Francesco, ad osare l'amore che esce verso le periferie dell'esistenza, quelle di chi è indifferente ma soffre indicibilmente, e ai quelli non si può restare indifferenti;a osare l'amore che non si difende, soprattutto quando è percepito, paradossalmente, come odio. Occorre osare anche di vedersi rifiutati da chi ci ha dato la vita; come Edith Stein, che, pur soffrendo nella carne, non ha esitato ad abbandonare la propria religione e sua madre per seguire il Signore. E sarà proprio nella camera a gas del suo "doppio" martirio, come ebrea e come cristiana, che tutto si illuminerà e compirà: nell'amore che la consumava attirava e salvava anche ciò che aveva dovuto abbandonare. La divisione che porta Cristo è il distacco dalla carne che prelude alla comunione eterna: "Cara madre superiora, mi permetta di offrirmi in sacrificio di espiazione per la vera pace: perché il regno dell’anticristo sprofondi, se possibile senza un nuovo conflitto mondiale, e che un nuovo ordine s’impianti". Chi vive in Cristo in Lui sarà perseguitato; dal suo uomo vecchio per cominciare e dal mondo perché un cristiano sarà sempre un segno di contraddizione. La sua vita sarà una profezia che, ovunque giungerà, provocherà la divisione. Gesù Cristo infatti non è un Segretario Onu, né tanto meno un gestore di fitness club o di uno di quei centri di pseudo-spiritualità dove ritrovare se stessi. Con Lui si è catapultati dritti dritti dentro le arene di ogni giorno, e leoni e tigri sono lì ad aspettarci. Ma è proprio questa la vita più piena, buona e vera che fa scaturire il canto di ogni cristiano divorato dai suoi carnefici, il canto nuovo dei martiri di ogni parte del mondo. Il Signore ci chiama ad essere crocifissi con Lui perché il mondo riceva la vita; santi, separati, consacrati, cioè etimologicamente divisi, "pionieri del Cielo" - secondo un altro significato della parola che compare nel Vangelo odierno. Il Cielo offerto anche e proprio a coloro dai quali pareva ci fossimo separati, genitori, figli, sposi, amici, fidanzati. Essere discepolo di Cristo significa essere suo, non ci apparteniamo più. E' questo il senso più profondo delle parole dure e difficili del Vangelo di oggi. Siamo suoi per discendere liberi con Lui nel “battesimo” che ci immerge nel dolore del prossimo perché incontri in noi il suo amore.











mercoledì 23 ottobre 2013

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto. a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.


Uno sguardo alla storia per discernere






Dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso
che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri.
Il debito che il Signore ci ha condonato
è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti
che altri possono avere nei nostri confronti
Benedetto XVI




Dal Vangelo secondo Luca 12,39-48

Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più. 


Il commento 
La fedeltà e la saggezza ci aprono alla beatitudine. Vi sono, nella Storia come nella vita di ciascuno di noi, momenti diversi, come ci insegna Qoelet. Solo un servo sa riconoscere quelli favorevoli, i kairos nei quali donarsi. Non a caso Gesù parla di un "servo", al quale sono dati in "amministrazione" i beni di Dio: nella Chiesa l'unico titolo che abbia valore è lo stesso di Gesù. Nei cristiani riscattati dal mondo scorre lo stesso sangue: "tra di voi non sia" come nel mondo, dove tutto è pretesto per sopraffare e primeggiare. L'opera di Dio compiuta dal Signore consiste nel ricreare in ciascuno il "servo" che era stato pensato e plasmato "in principio" e deturpato dall'orgoglio iniettato dal demonio. La domanda di Gesù su "quale sia il servo fedele e saggio" viene oggi a cercare ciascuno di noi, come, nei secoli, ha cercato i cristiani di ogni generazione. Con essa ci viene chiesto se abbiamo accolto davvero il Signore nella nostra vita, se abbiamo creduto alla predicazione e se abbiamo lasciato libertà allo Spirito Santo di ricrearci a immagine del Servo. Le parole non bastano... Per rispondere occorrono fatti concreti, esperienze reali che disegnino una storia di salvezza e conversione. La "fedeltà e la saggezza" si riferiscono alla Parola ricevuta nella Chiesa. Chi l'ha accolta obbedendo fedelmente ha sperimentato una sapienza nuova condurre la propria vita. La Croce e l'amore rivelato su di essa ha cominciato ad ispirare pensieri, criteri e parole sino a divenire gesti e attitudini. Il "servo" ha preso il posto dell'uomo vecchio, arrogante, orgoglioso e incapace di donarsi. Un "servo" che guarda tutto dal suo posto di "lavoro". I suoi parametri, le sue categorie, la misura con cui giudica la storia sono quelli di un "servo". Dunque, innanzitutto non è viziato dalla cupidigia di un guadagno personale, tutto è per l'utile del Padrone. Tradotto significa che il cristiano rinato nel battesimo, che ha ascoltato l'annuncio e la Parola di Dio e questa ha prodotto frutto in lui, pensa, parla e agisce cercando sempre la volontà di Dio, che è la salvezza di ogni uomo. Per questo, un cristiano ha "discernimento", e vede l'opera di Dio dentro e oltre la realtà, la sua misericordia all'opera per raggiungere ogni uomo e vive al suo "servizio". Allora, chi è il "servo" al quale verrà assegnato il compito di sfamare il popolo al tempo opportuno? Se apriamo la Scrittura troviamo la figura che risponde a questa domanda: Giuseppe, il figlio di Giacobbe. E' lui la profezia del Servo di Yahwè, che nella discesa -ingiusta - agli inferi del tradimento e della prigione, si è mantenuto "fedele" alla chiamata ben chiara sin da piccolo, e "saggio" nel discernere in ogni evento, anche i più tragici, l'opera di Dio: "Non voi mi avete venduto, dirà ai fratelli, ma il Signore mi ha inviato qui prima di voi proprio per sfamare voi, come oggi accade". Giuseppe è figura del Servo di Dio, Gesù, che nella morte di Croce è stato fedele e saggio nel discernere la "necessità" di quell'angusto cammino: "Nessuno mi toglie la vita, ma sono io che la dono", e così è stato. E' vero che le mani degli empi, le nostre, lo hanno crocifisso, ma Lui sapeva che su quel Legno benedetto lo aveva inviato il Padre, prima di noi e per noi. Il Signore “conosceva” la volontà del Padre, sapeva che era giunta la sua ora; negli eventi e nelle persone, nella persecuzione e nel rifiuto leggeva la "necessità e la convenienza" della sua morte: non dubitava, soffriva ed era angosciato, ma non metteva in discussione la missione del chicco di grano che doveva cadere nella terra della nostra vita per divenire pane capace di sfamarci. 

Nessun altro poteva entrare in quella Passione per curare le “piaghe che non si lasciano toccare che con mani trafitte da chiodi” (François Mauriac), per inginocchiarsi dinanzi ai piedi che non si lasciano lavare che dal suo sangue. I piedi di Pietro e degli apostoli, i nostri piedi, che hanno lasciato orme di dolore e peccati sino ad oggi, perdonati uno ad uno, sino a quest’ultimo testardamente commesso, perché Gesù ci ama sino “alla fine”. Si è donato senza riserve, carne crocifissa e sangue versato per trasformarci “in una nuova forma di essere, nell'apertura per Dio e nella comunione con Lui” (Benedetto XVI). Questo mistero si rinnova ogni giorno nella Chiesa dove il Signore parla “a noi” per salvare “tutti”. Ci chiede anche oggi se abbiamo “capito” che cosa Egli ha fatto nella nostra vita. Ne va della nostra “beatitudine”, del compimento della nostra vita in terra e in cielo. “Sapendo” che la “volontà del Padrone” è “darci molto” di sé, e "affidarci il molto" del suo amore, “saremo beati” se lo accoglieremo lasciando che il suo Spirito dia morte all'uomo vecchio per far nascere e crescere il nuovo, capace di realizzare il “lavoro” con il quale essere “pronti” in attesa del suo ritorno. Ogni “ora” può essere quella di Cristo che viene a compiersi in noi. Forse tra un momento, forse nella persona più cara, non possiamo saperlo. Siamo infatti “amministratori” dei beni di Dio, non li creiamo noi, nulla ci appartiene; non conduciamo noi la storia. “Fedeltà e saggezza” è amministrare ogni evento e relazione con la giustizia della Croce, seguendo le orme di Cristo; proprio per essersi offerto nell’umiliazione del Calvario, Gesù è stato “costituito” Signore e “capo” per “distribuire” a ogni uomo la “razione” d’amore di cui ha bisogno. Siamo chiamati a seguire il suo “esempio”, senza temere che “il ladro scassini” la casa della nostra vita, perché il Padre ne ha fatto cibo offerto gratuitamente a chi ci è “affidato”. Le sue porte sono sempre spalancate, nella certezza che con il coniuge, i figli, i colleghi e i compagni di scuola, nella missione e nell'evangelizzazione, ovunque il Padre ha preparato momenti favorevoli dove "servire" chi non ha conosciuto o ha dimenticato la misericordia. La paura non si addice ai cristiani, è il sentimento degli "infedeli"; il "loro posto" è nell'ombra, un inferno anticipato, oscuro di menzogna e dissimulazione, sempre angosciati nel terrore di essere smascherati. Il "giorno" e l' "ora" sono inaspettati solo per chi non sa riconoscere il momento favorevole, per chi disprezza superficialmente le occasioni offerte dal Padre. Sono celati solo a chi ha voluto, ostinatamente, chiudere occhi, orecchie e cuore: è ovvio che non veda e non senta nulla; è naturale che non possa amare... Ma noi siamo nati per essere, oggi, il chicco di grano che gli altri aspettano da sempre. Un piccolo e invisibile chicco che, morendo alla propria volontà, è trasformato nel pane fragrante che è il corpo di Cristo risorto, perdono da mangiare gratuitamente. Certo, la croce ci spaventa e sembra “ritardare” l’avvento del Signore. Magari il figlio mangia e se ne va, non ci degna di un grazie e continua la sua vita di sempre. Esattamente come abbiamo fatto noi tante volte; appena usciti dalla messa abbiamo continuato come prima, accidiosi e rancorosi. E, infedeli, abbiamo ricevuto molte percosse, sapendo che la volontà del padrone era ben altra... Benedette percosse, che ci hanno e ci stanno educando, e preparando a consegnare, moltiplicato in frutti squisiti, il "molto" che ci è stato dato. Quante volte abbiamo sperimentato l'amarezza di non poter dare quanto ci era stato richiesto. Perdonati laddove neanche lo speravamo, non siamo stati capaci di perdonare a nostra volta. Ma proprio le "percosse" ricevute, le umiliazioni e i rifiuti, il broncio della moglie e la sfrontatezza dei figli, hanno ammorbidito il nostro cuore e potato i rami secchi di malvagità. E così, con la forza del piccolo seme caduto nella nostra carne, poco a poco, abbiamo imparato a "servire", per pura Grazia. Così accadrà a chi oggi sembra che ci rifiuti, che si approfitti della nostra magnanimità. Dovremo vedere il figlio essere "percosso" dagli eventi, non ci turbiamo e non cominciamo a fremere come genitori schiavi del sentimentalismo. E' necessario, come lo è stato per noi. Tranquilli, il Signore non ritarda, è in perfetto orario, perché le sofferenze e i rifiuti arrivano nel momento stabilito alla stazione prevista. Per noi e per il nostro prossimo, per purificarci e “salare” i beni e così impedirci di vivere “infedelmente”, “percuotendo” con parole e ricatti chi ci è donato per saziare irragionevolmente i nostri istinti. Non siamo più grandi del Padrone che ci ama come amici, siamo "servi" che seguono le sue orme sulla via del Calvario, e il suo cammino è il nostro; passa per dove non vorremmo andare, ma giungerà sicura alla beatitudine che desideriamo.

martedì 22 ottobre 2013

ULTIMI COMMENTI ALLA LITURGIA della 30° DOMENICA DEL T.O. anno C- Resurrexit IN ITALIANO KIKO

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“O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 




Resurrexit IN ITALIANO KIKO ARGUELLO 2013 14 @by@fiore


da Catechista 2.0
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Commento di don Fabio ROSINI al vangelo della 30° Dom. del T.O.  C 

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Casati - 27 ottobre 2013 XXX Tempo Ordinario





Sir 35,12-14.16-18
2 Tm 4,6-8.16-18
Lc 18,9-14

Parabola del fariseo e del pubblicano. Una parabola risaputa, quasi scontata. E quasi scontato sembra da che parte stiamo, dove siamo schierati: dalla parte del pubblicano, e non dalla parte del fariseo, pensiamo.
Ma è poi così vero? È così vero che in qualche misura non assomigliamo al fariseo? O non sarà vero che un po' del pubblicano e un po' del fariseo convivono dentro di noi? Diventa allora importante, per cogliere l'insegnamento della parabola, sottolineare il contesto in cui nasce e quindi dove va a parare la parabola. Il contesto è esplicito. È scritto: "Ora disse anche questa parabola per alcuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri". Se il contesto è questo -la presunzione di essere giusti e il sentirsi superiori agli altri- il dubbio può essere legittimo, dico il dubbio che la parabola in qualche misura non ci riguardi, e che, di conseguenza, sia una grazia che Gesù oggi la racconti a noi. A noi che oggi siamo venuti al tempio a pregare: "Due uomini salirono al tempio a pregare". L'insegnamento della parabola, se stiamo al contesto, non è immediatamente un insegnamento sulla preghiera, ma su un atteggiamento dello spirito che innerva sì la preghiera, ma, ancor prima, innerva la vita. Scrive un biblista: "Ciò che va raddrizzato non è innanzitutto la preghiera (essa è il frutto di qualcosa che la precede), bensì il modo di concepire Dio e la salvezza, se stessi e il prossimo" (B. Maggioni, Le parabole evangeliche, pag. 241). La parabola sembra dunque insegnare che esiste una stretta, strettissima connessione, più di quanto normalmente pensiamo, tra preghiera e vita: da un modo sbagliato di concepire la vita nasce una preghiera sbagliata. Di qui la domanda: come concepisco il mio rapporto con Dio: presumo di essere giusto? Come concepisco il mio rapporto con gli altri: mi sento superiore agli altri? Da come concepisci il rapporto nasce una preghiera giusta o sbagliata. Certo, se tu stai alla fisicità delle parole, non puoi dire che le parole del fariseo, le parole della sua preghiera, o di tante nostre preghiere, siano false. Sono parole vere, dicono il vero: è vero che il fariseo è un osservante, è vero che le cose che dice le ha fatte, è vero che ha fatto anche più dello strettamente comandato: digiuna due volte, e paga la decima addirittura di tutto! Ma com'è il suo cuore nei confronti di Dio? È come se la salvezza uscisse dalle sue mani per andare a Dio: da lui a Dio. Ne è prova l'atteggiamento del corpo: "…stando ritto, pregava fra sé", come se si parlasse addosso, qualcuno traduce "rivolto a se stesso". Dice "Dio", ma è lui al centro. Un po' come facciamo noi, quando diciamo: "cosa credi, mi sono fatto con le mie mani". Se la preghiera è rimandare a Dio le nostre opere buone, è una preghiera sporca, che non ci giustifica. Al contrario il pubblicano attende dall'alto, quasi non c'è fisicamente, non attenua la sua lontananza. Il cielo lo sente così immeritato, così sproporzionato, che neanche con gli occhi osa sfiorarne il mistero. E si batte il petto, lui peccatore, e lo è, dicendo: "O Dio, sii benigno con me peccatore". E Dio fu benigno. Uscì dalla preghiera giustificato. Non presumeva della sua giustizia. E non aveva lo sguardo duro sugli altri. Ecco, potremmo dire -badate bene, è un criterio che raramente viene proposto come discernimento della preghiera- potremmo dire: dal tuo sguardo sugli altri puoi dedurre se la tua è una preghiera sporca, sprecata, che non giustifica. Se il nostro sguardo è di superiorità -"non sono come gli altri e nemmeno come questo pubblicano"-, se ci sentiamo superiori e giudici, giudici spietati, la nostra non è preghiera, anche se le celebrazioni fossero coloratissime, anche se i riti si prolungassero all'infinito. Se l'immagine che diamo come chiesa è quella di chi sta ritto come il fariseo e guarda dall'alto in basso, non c'è preghiera, non c'è giustificazione. Il criterio è: con quale tenerezza guardiamo gli altri, con quanta passione parliamo delle cose terrene. Mi ha colpito una frase di Simone Weil, folgorante per la sua profondità. Scrive: "Non è tanto da come uno parla di Dio che io riconosco se la sua anima è passata attraverso il fuoco dell'amore di Dio, quanto, piuttosto, da come egli parla della cose terrene". Non da come parliamo di Dio, ma da come parliamo e da come guardiamo le cose terrene. Le guardiamo come il fariseo o come il pubblicano? 
Fonte:sullasoglia



Manicardi 27 ottobre 2013 XXX T.O. C

 Fonte: monasterodibose
domenica 27 ottobre 2013
Anno C
Ger 38,4-6.8-10Sal 39Eb 12,1-4Lc 12,49-57


La vocazione profetica porta Geremia a incontrare opposizioni fino a essere consegnato in mano di altri uomini: il suo destino è nelle mani di altri; la sua vita o la sua morte dipendono da altri: quella verità così essenziale per cui la nostra vita è legata inscindibilmente ad altri e viviamo grazie agli altri, trova in Geremia gettato in prigione e da lì fatto risalire una attestazione drammatica e dolorosa (I lettura).
Il cammino di Gesù di obbedienza al Padre è anche cammino di salita verso Gerusalemme, verso l’immersione (“battesimo”) che lo attende e che egli riceverà quando sarà consegnato nelle mani dei peccatori che lo maltratteranno e le metteranno a morte. Gesù vive l’abbandono nelle mani di Dio conoscendo il tragico destino di chi cade in balia degli uomini e della loro malvagità (vangelo).

Annunciato dal Battista come colui che “battezzerà in Spirito santo e fuoco” (Lc 3,16), Gesù, nei giorni della sua vita terrena, sperimenta l’incompiutezza della sua missione e il caro prezzo che essa comporta. Lo Spirito che scenderà a Pentecoste immergerà i discepoli nel fuoco dello Spirito, ma questo avverrà solo dopo la sua morte e resurrezione; inoltre Gesù stesso riconosce di dover passare attraverso il fuoco dell’immersione nella morte cruenta. Perché l’incendio del Regno divampi occorre prima che egli stesso sia bruciato e consumato da tale fuoco. Venuto per narrare il Dio che è “fuoco divorante” (Dt 4,24), per suscitare la passione per il Regno, per sconvolgere le vite con il soffio impetuoso dello Spirito, per far ardere i cuori con la sua parola bruciante, Gesù incontra coloro che sanno “spegnere lo Spirito”, far tacere la profezia, mortificare la follia per il Signore.

Non c’è altra via, per lui, che ardere e consumarsi egli stesso al fuoco della sua passione per Dio e del suo desiderio di dare comunione e vita agli uomini. Egli stesso diviene fuoco: “Chi è vicino a me è vicino al fuoco, chi è lontano da me è lontano del Regno”, recita un detto di Gesù tramandato da Origene. Il fuoco dona calore e luce ma, nel mentre, consuma e divora. Da quella morte, nasce la nostra vita. Il fuoco che Gesù è venuto a portare e gettare sulla terra è passione di amore e passione di sofferenza. Del resto, chi può conoscere il segreto del fuoco se non chi se ne lascia consumare?

Per quanto enigmatiche, le parole di Gesù sul fuoco che egli è venuto a portare ricordano alla nostra stanca cristianità e alle nostre vecchie chiese che il cristianesimo è vita e fuoco, passione e desiderio, avventura e bellezza. Ha scritto il patriarca di Costantinopoli Atenagora: “Il cristianesimo è la vita in Cristo. E il Cristo non si ferma mai alla negazione, al rifiuto. Siamo noi che abbiamo caricato l’uomo di tanti fardelli! Gesù non dice mai: ‘Non fare, non si deve fare’. Il cristianesimo non è fatto di proibizioni: è vita, fuoco, creazione, illuminazione”.

La venuta di Gesù è anche giudiziale: la sua presenza sollecita una presa di posizione e una scelta e così essa può provocare divisioni: Gesù, infatti, è “segno di contraddizione” (Lc 2,34). La famiglia stessa non sarà esente da tale intervento giudiziale e dalle separazioni che esso opera (cf. Lc 12,51-53). L’urgenza del Regno porta a relativizzare anche l’istituto famigliare che viene traversato e lacerato, come da spada, dalla parola di Gesù che chiede di avere per lui un amore prioritario e di mettere al primo posto le esigenze del Regno (Lc 14,25-26).

E l’oggi storico deve essere giudicato a partire dalla novità escatologica introdotta da Gesù: il Regno di Dio si è fatto vicino. Prima ancora di riconoscere “i segni dei tempi” si tratta di riconoscere il segno del tempo, il segno che il tempo stesso è diventato da quando ha accolto l’evento dell’incarnazione. Esso è occasione di conversione, appello a conversione. Segnato dall’irruzione del Regno, ormai il tempo della storia e dell’esistenza personale di ciascuno è kairòs, momento propizio per la conversione (cf. Lc 13,1-5). È luogo di incontro possibile con il Signore che viene.

LUCIANO MANICARDI





Ronchi 27 ottobre 2013 XXX Tempo Ordinario


Il pubblicano e quel «tu» che salva




(...) «Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo» (...).
Gesù, rivolgendosi a chi si sente a posto e disprezza gli altri, mostra che non si può pregare e disprezzare, adorare Dio e umiliare i suoi figli, come fa il fariseo. Pregare può diventare in questo caso perfino pericoloso: puoi tornare a casa tua con un peccato in più. Eppure il fariseo inizia la preghiera con le parole giuste: O Dio, ti ringrazio. Ma tutto ciò che segue è sbagliato: ti ringrazio di non essere come gli altri, ladri, ingiusti, adulteri. La sua preghiera non è un cuore a cuore con Dio, è un confronto e un giudizio sugli altri, tutti disonesti e immorali. L'unico che si salva è lui stesso. Come deve stare male il fariseo in un mondo così malato, dove è il male che trionfa dappertutto! Il fariseo: un buon esecutore di precetti, onesto ma infelice. Io digiuno, io pago le decime, io non sono... Il fariseo è irretito da una parola che non cessa di ripetere: io, io, io. È un Narciso allo specchio, per il quale Dio non serve a niente se non a registrare le sue performances, è solo una muta superficie su cui far rimbalzare la sua soddisfazione. Il fariseo non ha più nulla da ricevere, nulla da imparare: conosce il bene e il male e il male sono gli altri. Ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Il pubblicano invece dal fondo del tempio non osava neppure alzare gli occhi, si batteva il petto e diceva: Abbi pietà di me peccatore. Due parole cambiano tutto nella sua preghiera, rendendola autentica. La prima parola è tu: Tu abbi pietà. Mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che lui fa, il pubblicano la fonda su quello che Dio fa. L'insegnamento della parabola è chiaro: la relazione con Dio non segue logiche diverse dalle relazioni umane. Le regole sono semplici e valgono per tutti. Se metti al centro l'io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con gli amici, non con Dio. Vita e preghiera percorrono la stessa strada: la ricerca mai arresa di un tu, uomo o Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero, quello che fa fiorire il nostro essere. La seconda parola è: peccatore. In essa è riassunto un intero discorso: “sono un poco di buono, è vero, ma così non sto bene, non sono contento; vorrei tanto essere diverso, ci provo, ma ancora non ce la faccio; e allora tu perdona e aiuta”. Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, non perché più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l'umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a un Altro più grande del suo peccato, che viene e trasforma. Si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua sola onnipotenza.
(Letture: Siracide 35,15-17.20-22Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14).

Fonte: avvenire


Bianchi 27 ottobre 2013 XXX Tempo Ordinario


XXX domenica del tempo Ordinario
27 ottobre 2013

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-57)

Commento di Enzo Bianchi


Omelie dell XXX Domenica T.O. 27 ottobre 2013


vedova-e-giudice-disonestoMettiamo in rete le omelie delle ns. Parrocchie,
della  XXX Domenica del Tempo Ordinario -  Anno  C   -  27 ottobre 2013,
di don Giovanni Nicolini
omelia (file audio mp3 – 18′)
alla Parrocchia Dozza-Calamosco
e di don Francesco Scimè
omelia (file audio mp3 –  20′ )
alla Parrocchia Sammartini, Ronchi-Bolognina, Caselle.