Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

mercoledì 29 luglio 2015

Anselm Grün ... Non dire mai che i sogni sono inutili perchè inutile è la vita di chi non sa sognare (Jim Morrison).

In contatto - Anselm Grün

Buon Dio, ti ringrazio
per questo nuovo giorno.
Non mi sento ancora del tutto
sveglio per affrontare tutto ciò
che mi sarà richiesto di fare oggi.
Confido però che tu stenda su di me
la tua mano protettrice
e mi dia lo slancio necessario
per il nuovo giorno.
Restami vicino, oggi,
affinchè compia i passi giusti.
Affinchè capisca che cosa mi è d’aiuto oggi
e come posso impegnarmi per la vita.
Aprimi la vita.
Fammi entrare in contatto con la vita,
con me stesso,
ma anche con le persone che incontro.
Togli il velo che talvolta copre
la mia vita, facendomi vegetare.
Voglio vivere da sveglio,
con tutti i sensi.
Voglio gustare la bellezza della vita.
Voglio contribuire a far sì che
per i miei amici oggi sia un giorno
più bello, colorato e allegro.
Benedicimi, perché oggi possa essere
una benedizione per gli altri.

- Anselm Grün - 


Fonte: “Entra in contatto” , Anselm Grün, Ed. Paoline 2005, pagg. 10,11



 La bellezza di cui facciamo l'esperienza nel mondo si trasforma in una traccia lasciata da Dio in questo mondo, perché nonostante tutti i dubbi e l'incredulità della nostra fede possiamo tornare sempre ad avere un'intuizione di Lui e a farne esperienza.  

- Anselm Grün -
da: “Bellezza” Ed. Queriniana



 Attraverso l'amore, la bellezza nascosta viene alla luce. L'amore trasfigura l'altro. O, in altre parole: la persona che amo viene trasfigurata. In lei avviene ciò che è avvenuto in Gesù sul monte Tabor. D'improvviso il suo volto brilla come il sole. Viene in superficie l'essenziale. Si fa visibile la bellezza originaria.  

- Anselm Grün -
da: “Bellezza” Ed. Queriniana

               Jim Morrison           (James Douglas Morrison)


 Se scopro in una persona un po' dell'amore che non si fa schiacciare nemmeno dalla morte, vedo il mistero della bellezza di cui parla Giovanni. 
Non mi rifugio in un mondo di bell'estetismo. 
Guardo la realtà del mio mondo così com'è e vi riconosco ugualmente la gloria di Dio, su cui la violenza e le crudeltà umane non hanno potere. 


- Anselm Grün -
da: “Bellezza” Ed. Queriniana


Buona giornata a tutti. :-)  www.leggoerifletto.it
da leggoerifletto

Santa è Marta perché chiamata a vivere nella fede di Maria.

Santa è Marta perché chiamata a vivere nella fede di Maria



αποφθεγμα Apoftegma

A te mi abbandono. - Gesù, non lasciarmi mai sola quando soffro! 
Tu conosci la mia assoluta nullità, conosci l'abisso della mia miseria. 
La mia debolezza è tanto grande, 
che non c'è davvero da stupirsi se io cadrò, lasciata sola. 
Sono impotente, mio Signore, e non so, da sola, comportarmi bene. 
In te confido, e a te m'abbandono!

Santa Faustina Kowalska
    
Una bella faccia tosta Marta. Si "fa avanti", e già si muove male... Tutto in lei è un "farsi avanti", mentre tutto in Maria è un farsi indietro, tanto indietro da "sedersi ai piedi di Gesù". E' il contrasto tra l'atteggiamento di chi si fa discepolo e quello di chi si fa maestro. Maria è discepola, Marta si crede maestra. E le accade come a Pietro, che va avanti a Gesù e gli si mette di traverso per farlo inciampare sul cammino verso la Croce. Anche Marta, "presa dai molti servizi", è schiava del pensiero mondano, sempre ispirato dal tentatore, “shatan”. Entrambi non accettano la propria storia, e cercano di tirare Gesù dalla propria parte, a seguire il proprio "pensiero" e dargli compimento. Ma Gesù non è il giudice che esigeva Marta, non è stato "accolto" nella sua casa per farle giustizia, per soddisfare la sua "cupidigia". Lui è lì per molto di più che aggiustare la sua vita. Luca descrive Marta come "una donna che aveva una sorella", nel senso che la sua vita dipendeva da quella relazione; ciò che la definiva era Maria, e, proprio per questo, dev'essere stata molto difficile la loro relazione. Sembra una scaramuccia come le tante che si incendiano anche nelle nostre case. Eppure nasconde un Vangelo, una Buona Notizia così importante da indurre Luca a scrivere l'episodio e a tramandarlo a ogni cristiano. Quanti di noi soffrono perché "hanno una sorella", o un fratello, o un padre, una madre, una moglie, un figlio che, come Maria per Marta, con la loro attitudine contestano la nostra? Tutti, nessuno escluso; anche il parroco soffre perché "ha un vice-parroco", una suora perché "ha una consorella"... Le relazioni sotto lo stesso tetto sono così importanti da assorbire il nostro cuore. Marta e Maria sono il paradigma di ogni famiglia, e da qui ha inizio tutto. Non a caso Gesù dice che "chi non odia suo padre, sua madre, i suoi fratelli, non può essere mio discepolo" come Maria. Marta era "presa" da qualcosa che l'aveva resa insofferente, ansiosa, alienata; e quindi gravida di giudizi, al punto di rivolgersi al Signore con la presunzione e l'orgoglio di essere nel giusto, ed esigere da Lui la giustizia che sembrava esserle dovuta. Un laccio affettivo l'aveva "presa" e la teneva schiava, come noi. "Presa", infatti, traduce il greco "perispao", che significa letteralmente "essere ansioso”, “vivere in una grande tensione", ma anche "essere distratto". La "diaconia" si era trasformata in un idolo nel quale cercava vita e gratificazione, il "servizio" l'aveva afferrata fin entro il suo intimo, inquinando i suoi "pensieri". Era ormai "distratta" dall'Ospite per il quale era indaffarata, allontanata dallo stesso motivo per cui era indaffarataIl cuore del Vangelo di oggi è nascosto qui: aveva invitato Gesù, accidenti, e ora quell'invito le era diventato pesante. Che cosa era successo? Era successo che la presenza di Gesù, il suo essere l'unico di cui davvero c'è bisogno, la parte buona e migliore della vita, aveva scatenato in lei i demoni che l'avevano "presa" al laccio della menzogna originale. Maria, la sua sorella, la carne della sua carne, era in quel momento divenuta lo specchio della parte migliore di lei stessa; in essa le era annunciata la chiamata e l'elezione che significava la visita di Gesù. Senza dire una parola, "seduta ai piedi di Gesù", Maria stava smascherando il suo uomo vecchio, che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Maria era la discepola che anche Marta era chiamata a diventare. Ma, di fronte a questo, "presa" dall'inganno del demonio, ella resisteva: l'uomo vecchio non accettava di essere rinnegato... E per questo giudicava Maria, perché, in fondo, come sempre accade quando giudichiamo un fratello, Marta stava giudicando e disprezzando se stessa; voleva giustizia da Gesù per giustificare la sua superficialità e durezza di cuore, e non soffrire il cammino della conversione. 
Attenzione però, perché un testo rabbinico del tempo affermava: “Questi sono i lavori che deve fare una donna per il marito: cucire, lavare, cucinare, allattare i bambini, pulire la casa e lavorare la lana...”. E Marta rappresenta proprio il ritratto della donna perfetta... Ora però non aveva più davanti lo sposo della carne, si profilava nella sua vita una nuova relazione, al di là della carne. Era davanti a Lei lo Sposo della sua anima, Colui che era venuto sino a casa sua per donarle l'autentica perfezione. Essa, infatti, non mira a un compimento esteriore della Legge, ma all'amore. E l'amore rivelato in Cristo non sa giudicare... Marta, invece, era ancora nella dimensione limitata della carne, e giunge in quel momento a giudicare addirittura Gesù; erano gli attacchi violenti del demonio che la inducevano a pensare male di Lui: "non ti curi" di me? Hai solo occhi per mia sorella? Non vedi che sto qui penando per accoglierti degnamente, come una perfetta donna della Scrittura, mentre mia sorella se ne sta "seduta" a non far niente? A che cosa le era servito il suo "servizio"? A nulla, anzi a qualcosa sì, a peccare. C'è in questo breve passaggio tutta la tensione e il dramma del parto battesimale: in Marta appare l'uomo della carne visitato da Cristo che lo chiama ad uscire da se stesso, a "sedersi" ai suoi piedi, ad accoglierlo come l'unico Sposo (i piedi, nella Scrittura, fanno anche riferimento agli organi sessuali, non vi scandalizzate). Marta è ancora "presa" dal pensiero del mondo, ma Gesù che ha attirato a sé sua sorella Maria, è come una bomba gettata in quel groviglio di passioni, gelosie, invidie e rancori che albergano nel suo cuore. Dal momento che vi è entrato il Signore, la sua casa - quelle mura nelle quali la carne l'ha fatta da padrona - è destinata a divenire una Chiesa, un'assemblea convocata dalla Parola di Dio, la comunità che ha sperimentato la risurrezione di Gesù, la celebra e la vive nell'amore e nell'unità. Ma Marta l'aveva accolto, e questo era l'importante. Su quel moto sincero e retto del suo cuore Gesù stava cominciando in lei l'opera che l'avrebbe trasformata in una discepola. Basta accogliere, non importa come, poi Gesù fa il resto... Anzi, è fondamentale quel passaggio dove si prende coscienza della propria realtà di peccatori. Il Signore, infatti, non sarebbe potuto scendere a Betania per risuscitare Lazzaro, se prima non vi ci si fosse recato come ospite per smascherare il cuore di Marta e chiamarla a conversione. Oggi la celebriamo come santa perché è stata visitata e amata così com'era, centrata su stessa, orgogliosa e superba. La sua santità che ha brillato nella stupenda professione di fede in Gesù e nella sua resurrezione fatta mentre il suo fratello Lazzaro era ancora morto, inizia qui, dallo svelamento della propria povera realtà (Betania significa "casa del povero"), e dalle parole profetiche di Gesù. Anche per Marta sarebbe arrivato il momento di rinnegare se stessa e di seguire il Signore, esattamente come accadde a Pietro. Anche Marta avrebbe smesso di "farsi avanti" per sedersi ad ascoltare la Parola di Gesù, ma doveva scendere i gradini dell'umiltà, e sperimentare che solo l'amore di Cristo sarebbe potuto scendere e amare la sua piccoezza. Così, anche a noi, che viviamo i nostri rapporti esattamente come Marta, è rivolto lo stesso annuncio: Maria, la Chiesa, la tua comunità concreta, ha scelto la "parte buona", non solo la migliore tra altre buone. Cammina con Maria allora, "cammina sedendoti" come un discepolo ad ascoltare l'unica Parola buona per la tua vita. Ascolta la predicazione della Chiesa, abbraccia la Parola come una sposa, stringiti a Cristo in ogni istante della tua vita, lascia che faccia di te carne della sua carne. Ascolta e vedrai crescere in te la fede sino a divenire adulta, e in essa saprai obbedire alla volontà di Dio, amando oltre te stesso. Coraggio Marta, coraggio a te e a me che, come lei, ci "preoccupiamo" delle cose del mondo e "ci agitiamo" per quello che ci sarà tolto! E' preparata per noi la novità di vita che ha reso libera Maria.

QUI IL COMMENTO COMPLETOù



L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi.
Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».
Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».
 (Dal Vangelo secondo Luca 10, 38-42)
 

martedì 28 luglio 2015

Accanto alla zizzania per salvarla.

Inno (CFC)

Nel nuovo giorno che sorge
noi siamo innanzi a te,
lodando il tuo nome o Padre,
la nostra alba si volge
alla fonte nascosta
della tua luce.

Nel pieno giorno che splende
noi siamo innanzi a te,
o sole che ci avvogi;
l’universo ti canta
e lo spirito in noi
continua l’inno.

Se su noi l’ombra discende
noi siamo innanzi a te,
viventi al tuo silenzio;
ma in noi il canto
rinasce in risposta d’amor
alla tua presenza.



Commission Francophone Cistercienne

(da “Messa e Preghiera Quotidiana”, a cura di fratel MichaelDavide, Luglio 2015, EDB)

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Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario


Accanto alla zizzania per salvarla





αποφθεγμα Apoftegma

"Ecclesia... Sancta simul et semper purificanda, 
poenitentiam et renovationem continuo prosequitur", 
è nello stesso tempo santa e ha bisogno, per essere santa, 
di purificazione e cammina sulla strada continua della penitenza, 
che è sempre la sua strada, 
e così trova sempre il rinnovo, sempre necessario.
La Chiesa del Signore, 
che è venuto a cercare i peccatori e ha mangiato alla tavola dei peccatori volutamente, 
non può essere una Chiesa fuori della realtà del peccato, 
ma è la Chiesa nella quale vi sono zizzania e grano.

Card. Joseph Ratzinger    






La Parabola della zizzania illumina la natura della Chiesa e l'identità dei cristiani: sono figli di un Regno che non è di questo mondo, dove si trovano gomito a gomito con la "zizzania", con i "figli del maligno". E qui Gesù precipita inesorabilmente nel politicamente e religiosamente scorrettissimi: esistono i figli del demonio. Cioè, coloro che ne compiono i desideri, che obbediscono a un padre che è nemico acerrimo di Dio. Sono assassini, e cercano di uccidere Cristo. Intorno a noi c'è il male perché esiste il demonio che, come annuncia l'Apocalisse, cerca il bambino per divorarlo, per farci cioè rinunciare alla primogenitura, all'immagine di Cristo in ciascuno di noi, figli del Regno. E gli attacchi non sono solo quelli del sesso, del denaro, del potere. Esistono i fendenti più subdoli, quelli con cui il demonio cerca di ancorare la menzogna nella mente attraverso l'evidente ragionevolezza della lotta all'ingiustizia. La parabola è come il bozzetto del quadro che Gesù stesso dipingerà con il colore del suo sangue. Con i tratteggi del grano e della zizzania il Signore stava profetizzando l'episodio che sarebbe andato in scena davanti a Pilato, anticipando indirettamente ai discepoli la domanda che il Procuratore avrebbe rivolto al Popolo: "chi volete che vi liberi, Gesù o Barabba?". Il grano o la zizzania? La Chiesa sarà sempre posta al fianco di Barabba, come ciascuno di noi, ogni giorno. E sempre seguirà le orme del suo Signore; di fronte al dilagare delle persecuzioni e del male, ascolterà di nuovo le parole che Gesù rivolse a Pietro nel Getsemani: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada; Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?" (Mt. 26, 52-54). Gesù sapeva infatti che quella "spada" era preparata per Lui, e non per quelli che lo volevano morto. Per Lui, l'unico "seme buono" che il Padre aveva seminato nel seno della Vergine Maria, l'unica "terra buona". Gesù sapeva che "proprio per quello era giunto a quell'ora", perché "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv. 12, 24). Doveva portare frutto e moltiplicare il "seme buono": con la sua morte e la sua resurrezione, infatti, avrebbe seminato nel mondo i "figli del Regno", perché "completassero in loro quello che sarebbe mancato alla sua Passione" in ogni generazione, ovvero carne e sangue da versare per salvare il mondo, la Chiesa martire del suo amore. Sul Golgota era scesa, violenta la "spada" che doveva colpire e purificare il mondo giunto al "colmo delle sue malvagità". 
Ma il Golgota è preparato anche per noi, "figli del Regno" rinati dall'acqua e dal sangue zampillati dal costato di Cristo trafitto dalla "spada". Sappiamo bene che, giudei o greci non importa, tutti eravamo peccatori, "ma siamo stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!" (1 Cor 6,4). Per questo, anche per noi è pronto il flagello: proprio come la zizzania che cresce e si distende quasi a soffocare il grano, ci percuoteranno le ingiustizie, ci feriranno le calunnie con cui ci toglieranno l'onore, con l'inganno ci ruberanno quello che ci appartiene; perfino quelli di casa saranno i nostri nemici, e poi gli amici, i colleghi, i professori che vorranno imporre le loro vuote ideologie, e il governo che vorrà impedirci di annunciare la verità, e la cultura, e i media; esattamente come fu già contro Gesù, e, nei secoli, contro la sua Chiesa. Il mondo sceglierà ancora Barabba, e lo lascerà libero, illudendosi di avere ragione delle ingiustizie con la violenza. Gli aborti si moltiplicheranno, con i divorzi, le guerre e gli abomini. La "spada" giungerà ancora sulla terra, e colpirà i cristiani, come accadde a Nagasaki, dove la bomba atomica fu gettata attraverso l'unico spazio che s'era aperto tra le nuvole, e cadde proprio sul quartiere cristiano, distruggendo la cattedrale e mietendo migliaia di vittime. E' il Mistero Pasquale di Cristo nel quale siamo stati salvati e che si compirà in noi, perché la pazienza di Dio si estenda anche a tuo figlio, a quel collega che ha appena divorziato, a quella cugina che ha abortito, ai signori della guerra e ai mafiosi. La misericordia di Dio, infatti, ci ha "seminati nel campo" per "fiorire e fruttificare": è un immagine profetica del battesimo, "per mezzo del quale siamo stati sepolti con Cristo nella morte, e siamo risuscitati con Lui per camminare in una vita nuova" (Rm 6,4). La morte è vinta, esiste il Regno dei Cieli, ed esiste un giudizio! Il male non trionferà, non si scherza. Lo sappiamo per esperienza... Ma proprio perché scampati alla "spada" solo per la misericordia di Dio, siamo ora inviati ad annunciare e a testimoniare a tutti la stessa misericordia, prendendo su di noi i colpi della "spada", nella consapevolezza che "la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il nemico" che ha seminato con la menzogna i suoi figli nel mondo. Fratelli, con questa parabola il Signore ci invita a tornare al nostro battesimo, per vivere intimamente uniti a Cristo. Mentre il mondo sradica ciò che secondo il suo pensiero avvelenato è zizzania, la Chiesa ama, sino alla fine. Anche oggi siamo inviati a non opporre resistenza "ai figli del maligno"; sì, non andrai a sradicare tuo figlio, né tuo marito, nessuno. Ma dovremo essere profondamente uniti al nostro Sposo, ascoltando la sua voce, nutrendoci della sua stessa vita, perché è l'unico modo per "crescere" nella fede e nell'amore accanto alla zizzania che "cresce" nell'idolatria e nel male, nell'attesa della "mietitura": "Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” " (Benedetto XVI). Non scandalizzatevi, ma accogliete oggi questo "paradosso divino": il grano è accanto alla zizzania per proteggerla sino alla "fine del mondo", per dare, cioè, occasione di convertirsi ai "figli del maligno seminati dal diavolo". Perché, sino all'ultimo istante della loro vita, possano alzare lo sguardo e implorare la misericordia, quell'amore impresso nei fratelli di Cristo. I figli del regno, infatti, sono come il miele per le api, come la dolcezza dell'amore di Cristo tra i pungiglioni della morte che sono i peccati di ogni generazione. L'amore infinito che sperimentiamo nella comunità cristiana è come miele che cola dall'arnia della scuola, del lavoro, del condominio, del mercato; della malattia e della precarietà, di ogni istante che ci è donato. Miele dolcissimo, capace di salvare, per sempre, anche il peggior figlio del maligno, perché non cada nella fornace ardente ed eterna. Il miele di Cristo, che ci attrae e ricrea ogni istante.


QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,36-43) 

In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
Il Vangelo del giorno

lunedì 27 luglio 2015

"Dite ai miei ragazzi che li aspetto in Paradiso"

La vita la devo a voi - San Giovanni Bosco

All’epoca di don Bosco diventar vecchi non era cosa facile. 
La fame, gli stenti, la povertà, le malattie e le epidemie, le guerre e gli incidenti sul lavoro rendevano cosa molto ardua il superare la soglia dei 70 anni. E la famiglia Bosco non faceva certo eccezione a questa dura realtà. 
Francesco Bosco, padre di Giovanni, muore nel 1817, a soli 33 anni. Antonio, primo figlio di Francesco, si spegne nel 1849, a soli 41 anni. L’altro fratello, Giuseppe, muore nel 1862, a 49 anni. 
Don Bosco invece no: nonostante una vita di incredibili stenti e di continue fatiche che lo rende come un abito logoro, apre gli occhi all’eternità alla bella età di quasi 73 anni, il 31 gennaio 1888. Prodigio dei medici? Certamente no, visto che don Bosco mai si risparmiò fatiche e privazioni per i suoi birichini. Forse piuttosto grazia dei giovani, miracolo di Dio. Luglio 1846. Dopo tre anni di continue peregrinazioni, il nascente oratorio, come i cavoli trapiantati costretto a migrare di luogo in luogo, ha finalmente trovato stabile dimora in Valdocco.
La casa non è grande, le difficoltà economiche sono immense, il lavoro è enorme, ma l’oratorio ha finalmente una casa, si può guardare con speranza al futuro. Accade però l’imprevedibile: don Bosco, appena 31enne, nel pieno delle sue forze, sfinito dal lavoro e dai sacrifici, cade gravemente malato: in pochi giorni è giudicato in punto di morte, la medicina alza bandiera bianca, non vi è nulla da fare. Don Bosco stesso è preparato: “mi rincresceva di abbandonare i miei giovanetti, ma ero contento che terminavo i miei giorni dopo aver dato una forma stabile all’oratorio”. 
Ma i giovani non si arrendono!!! 
La notizia della malattia di don Bosco si diffonde come un fulmine tra le officine ed i cantieri di Torino, in cui lavorano i suoi piccoli amici. Da decine e decine di cuori si innalza a Dio una preghiera continua, semplice, accorata: i giovani, rubando al sonno le ore per la preghiera e spesso digiunando a pane ed acqua nonostante i pesanti lavori cui sono sottoposti, implorano Dio di salvare la vita del loro padre. E Dio li ascoltò.
Quella notte di sabato doveva essere l’ultima della vita di don Bosco, la sentenza dei medici era stata perentoria. Don Bosco racconta: “a tarda notte mi sentii tendenza a dormire. Presi sonno, mi svegliai fuori di pericolo”. Da questo miracolo nasce la promessa: “Io sono persuaso che Dio concesse la mia vita alle vostre preghiere, e perciò la gratitudine vuole che io la spenda tutta a vostro vantaggio, spirituale e temporale. Così prometto di fare, finchè il Signore mi lascerà su questa terra”. 
Ma chi sono questi giganti della preghiera? Sono muratori e scalpellini, lustrascarpe e selciatori, spazzacamini e stuccatori, alcuni torinesi, molti provenienti dalle valli del Piemonte e della Lombardia, in poche parole ragazzi che non avevano più nulla e non erano più di nessuno. Sono questi ragazzi abbandonati, poveri e spesso orfani, invisibili per la società, pericolosi per le autorità, vite trasparenti e insignificanti, a strappare a Dio la Grazia della guarigione di don Bosco.

Concedendo alle loro lacrime la vita del povero don Bosco, Dio scrive in modo indelebile la grandezza di questi cuori, invisibili al mondo, ma infinitamente preziosi e straordinariamente potenti ai Suoi occhi. 
Questa fu la prima preghiera vocazionale. 
Come allora i giovani salvarono don Bosco, così oggi sono i giovani a poter bussare al cuore di Dio per ottenere il dono di nuovi padri che li accompagnino. Qui vive il segreto di ogni vocazione: non vita donata, ma prima di tutto vita ricevuta da Dio, per essere restituita, ridonata a Dio, per la salvezza dei fratelli.



Tenete a memoria, che la solita parola che usa il demonio quando vuole spingerci al male è: Oh! è niente! 

- San Giovanni Bosco - 



Nel 1853 due protestanti tentarono dissuadere Don Bosco dalla pubblicazione delle Letture Cattoliche e minacciarono persino di ucciderlo. 
E Don Bosco: «Ben vedo che le signorie loro non conoscono i preti cattolici, perchè altrimenti non si abbasserebbero a queste minacce. Sappiano dunque che il Sacerdote della Chiesa Cattolica, finchè è in vita lavora volentieri per Dio, e, se mai nel compiere il suo dovere dovesse soccombere, riguarderebbe la morte come la più grande delle fortune, la massima gloria. 
Cessino dunque dalle loro minacce, ché io me ne rido!». 
E li licenziò.
 




Buona giornata a tutti. :-)


leggoerifletto

"Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo".

Lunedì della XVII settimana del Tempo Ordinario





L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo.
Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami».
Un'altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole,
perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: "Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo".
 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 13, 31-35)


Si intravede Betlemme, e più in là anche il Golgota, e risplendono di Cielo nelle parabole che il Signore ci annuncia oggi. La grotta adattata a stalla dove Lui è nato, il monte dove l'hanno barbaramente crocifisso. C'è l'odore della piccolezza, dell'insignificanza e dell'irrilevanza secondo il mondo nelle parole di Gesù. E viene da chiedersi perché proprio Lui, Dio fatto carne, è dovuto entrare nel mondo dalla porta di servizio... In fondo, è la stessa domanda che risuona in noi con frequente regolarità quando le vicende della vita ci ricordano i momenti difficili e inaccettabili del passato. Quando un problema, un rifiuto, un'incomprensione ci gettano nello sconforto e, come un'onda possente, si abbatte su di noi la memoria delle umiliazioni e delle ingiustizie che siamo convinti di aver subito. Perché sono cresciuto in questo paese senza nulla di interessante? Perché sono nato in questa famiglia povera a causa della quale non ho potuto studiare? E mai una maglietta griffata, condannato a indossare sempre gli abiti dei fratelli maggiori... Perché non ho potuto studiare? Io, che sarei voluto diventare un medico e invece eccomi dietro un banco a fare il salumiere. O perché tanta ricchezza, a che mi è servita se i miei genitori si sono separati? Perché il carattere chiuso di mio padre, le depressioni continue di mia madre, l'intelligenza superiore di mio fratello? Perché sono stato adottato e mi sono sempre sentito così diverso dagli altri? Perché il diabete che mi ha impedito di mangiare come gli altri? Perché questa dannata malformazione? Se non l'avessi avuta avrei potuto nuotare, giocare a pallone, correre sui prati... Perché sono così basso, o così alto, perché la cellulite che non riesco a sconfiggere? Perché i professori e i compagni mi hanno preso di mira, facendomi passare anni di inferno in quella scuola? Perché la guerra mi ha scacciato dalla mia terra sfregiando la mia infanzia? Perché mio padre è morto quando ero piccolo, e ora tremo davanti a ogni pericolo? Perché mio marito mi ha lasciata per un'altra donna? Perché sono prete in mezzo a tutti questi fallimenti, o in missione in questa terra dura come la pietra, che sembra non esserci speranza alcuna? Perché la mia vita è stata una lurida stalla? Perché questa croce piantata al centro della mia storia? Ecco le domande alle quali nessuno psicologo, nessuna religione orientale, nessuna ideologia sa rispondere. Ecco le domande alle quali risponde oggi il Signore parlandoci del "Regno dei Cieli". Per illuminare quanto ci accade sulla terra ci parla del Cielo. Questa è la prima parola, quella decisiva, con la quale è come se ci prendesse il volto tra le mani per orientare il nostro sguardo verso le "cose di lassù". Nulla di quello che accade sulla terra è fine a se stesso; tutto è legato al destino eterno e celeste per il quale siamo nati. Ma se non sappiamo dove stiamo andando, non sapremo neanche come andarci; non solo, non capiremo neanche il perché dei passi che abbiamo deposto sulla terra, e non avrebbe senso il frammento di terra sul quale ci troviamo oggi. Il demonio ci ha chiuso il Cielo fratelli, e ci ha reso ciechi sulle orme che il Signore ha lasciato sul nostro cammino. Per questo, le parabole di oggi sono la chiave che può aprire le porte della prigione che ci tiene schiavi nella paura della morte; ci svelano, infatti, il segreto che rende rilevante e decisivo chi si sente anonimo, irrilevante e insignificante. Qual'è dunque questo segreto? E' l'essere noto, conosciuto sino in fondo da Gesù, e per Lui essere importante, con un senso e un valore infiniti. Lui è il segreto, il Figlio di Dio che è disceso dal Cielo per fare della nostra terra un frammento del Regno dei Cieli offerto a ogni uomo. Sì, le parabole non ci danno risposte come fanno il mondo, la scuola, internet, gli scienziati e i filosofi. Esse fotografano la realtà con un obiettivo che nessuno saprà mai inventare, capace di catturare in un solo fotogramma il passato e il presente, lasciando aperto il futuro in una profezia destinata a compiersi, al netto della libertà di ciascuno. E la fotografia che ci presenta Gesù è proprio il Regno dei Cieli che "è dentro di noi", perché è Gesù Cristo stesso, morto e risorto per noi, e che ci dona il suo Spirito nella sua Chiesa. Parlandoci del Regno dei Cieli Gesù parla, dunque, di se stesso unito a ciascuno di noi, e così ci svela il senso profondo della nostra storia. Ciò che, infatti, resuscita la nostra vita abbracciandone ogni istante passato, presente e futuro è il rapporto intimo con Gesù, per condividerne la missione e il destino. Il segreto della vita, del suo compimento e della sua pienezza, sta nello scendere con Lui all'ultimo posto. Perché è qui che si trova il Regno dei Cieli, l'opposto dei regni della terra; per questo Gesù ha ammonito così i suoi discepoli che litigavano ambendo ai primi posti: "fra di voi non sia così", cioè, nella comunità cristiana non sia come nel mondo, dove conta chi vince, il migliore, il più simpatico, il più brillante, il più ricco, il più furbo, il primo insomma, e dove chi comanda si fa servire e obbedire. Tra i cristiani, invece, si vive già nel Cielo, dove non esistono più barriere, perché Cristo risorto ha abbattuto ogni muro di divisione. Lassù è il contrario di quaggiù, perché il peccato non ha più potere su chi è stato perdonato e riscattato dal Signore; chi è cittadino del regno dei Cieli vive da risuscitato, libero di amare oltre l'orgoglio, la superbia e l'egoismo. In esso, infatti, vi sono relazioni diverse, dove il primo diventa l'ultimo e lo schiavo di tutti. Ma, confessiamolo, non possiamo comprenderlo. Non ce la facciamo, non ci viene "naturale", perché tutto questo ci appare un'ingiustizia, secondo la "natura" ferita che abbiamo ereditato da nostra madre. Guardiamo i bambini: avete mai visto uno che si precipita all'ultimo posto? Anche uno solo che, naturalmente, si mette a servizio degli altri bambini? Provate a mettere una vaschetta di gelato, o un piatto pieno di patatine fitte, al centro di una tavola attorno alla quale è seduta una dozzina di bambini... Un attimo, e scoppia la III guerra mondiale, altroché.... E' inutile gridare, perché "nel peccato mi ha concepito mia madre", e l'uomo vecchio appare senza maschere proprio nei bambini. Eppure, il Signore ci invita anche a diventare bambini e a tornare ad essere "piccoli" come loro. Sembra una contraddizione, invece la perla nascosta nelle parabole del Vangelo di oggi brilla proprio in questo paradosso: ciascuno di noi non è altro che "un granello di senapa", "un pugno di lievito". Scoprirlo e accettarlo è la nostra felicità. Perché il Signore ci dice che nella nostra realtà, così com'è, c'è già il compimento della nostra vita. E non è una contraddizione. È scandalo e stoltezza solo per chi non ha conosciuto Cristo. Per questo, nelle parabole, c'è sempre una chiamata a conversione, a smettere cioè di essere ipocriti, a svestirci dell'uomo vecchio, perché il vestito dell'orgoglio è sempre l'ipocrisia, cucito nell'atelier del sarto della menzogna. Solo chi, follemente perché ingannato dal demonio, si crede come Dio non potrà accettare i fallimenti. Solo tu ed io presi al laccio della menzogna ci lasciamo investire dal rimpianto, dalla malinconia e dal rancore che le onde del ricordo di un passato non illuminato portano con sé. Ma Dio si è fatto "granello di senapa", polvere di "lievito", si è fatto più piccolo della nostra piccolezza per farsi accogliere ed entrare in te e in me e distruggere la menzogna. Si è fatto peccato per distruggere il peccato. Le umiliazioni, le frustrazioni, tutti gli eventi e le persone della nostra vita che non abbiamo mai accettato ci rivelano la nostra piccolezza come quella di un "granello di senapa", e polverizzano le nostre illusioni come un "po' di lievito". E guai se così non fosse! Non ci sarebbe il Regno dei Cieli in noi, perché proprio nella piccolezza, nell'insignificanza e irrilevanza, nella Croce che ha marcato la nostra vita, si cela il mistero di Gesù che scende nella nostra realtà. E, in virtù del suo Mistero Pasquale, della sua vittoria sulla morte, proprio la nostra piccolezza è trasformata in un seme gravido di vita e potenza. "La traduzione "è simile" non è esatta; si deve tradurre:"Avviene con il Regno di Dio come con un granello di senape" oppure "con un po' di lievito" (J. Jeremias). Per questo possiamo dire che accade con il Regno dei Cieli come quello che è successo e succede in te e in me quando incontriamo e accogliamo il Signore. Esso, infatti, si radica nel profondo della terra e ha origine da un seme piccolissimo. Inizia da te e da me, da tuo figlio, da mia moglie, dalla nostra storia, perché ha avuto origine dal "seme" che si è fatto "il più piccolo di ogni altro seme", per morire nella terra, risorgere e fare così della sua Croce gloriosa "l'albero" di salvezza, "tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami". Non ci sei anche tu a riposare nel suo amore, al fresco delle sue foglie di misericordia? Il Signore, dunque, ci sta dicendo: "Guardate me e capirete il Regno dei Cieli, ed esso in voi e voi in esso. Ascoltate le parabole e vi contemplerete la mia vita colma d'amore, e voi in me e io in noi, e insieme nel cuore del Padre". Allora, guarda la Chiesa, povera, fragile, debole, con tanti peccatori e incoerenti; guarda che discutono i cristiani, tutto sembrano meno che dei santi.... Stolto, se pensi così! Sono duemila anni che la Chiesa è un seme piccolissimo che diventa, ogni giorno, un albero frondoso dove i poveri e i peccatori trovano riparo. Proprio per essere così piccola, spesso fallimentare in tante terre d'Asia, o minoranza irrilevante come in Europa, sta compiendo la sua missione: muore, annega i peccati dei suoi figli nella misericordia, e, come accadde a Pietro, da questa esperienza di resurrezione, trae zelo, audacia e credibilità per parlare ai piccoli e accogliere tra le sue braccia i peccatori senza speranza. Guai se la Chiesa trionfasse! Guai se fosse una comunità di puri! Chi l'ha pensata così è caduto nell'eresia... Guai se fosse solo belle liturgie, e folle imbambolate, e numeri e successi. Sarebbe uno dei tanti movimenti di massa accecati dall'ideologia... No, essa è santa perché Cristo che è seminato in essa è santo! Essa ha successo perché fallisce secondo i parametri umani, a volte sparendo dai radar della storia, perché triturata nelle profondità della terra, a caricare i peccati di ogni uomo... Lo testimonia la sua storia di persecuzione e martirio, anche ora, e di zelo per le anime, di silenzioso e umile servizio, lontano dai riflettori, una storia splendente intessuta con il povero filo dei suoi membri deboli e peccatori. Allo stesso modo guarda tuo figlio: contempla i suoi difetti, le sue contraddizioni, l'incostanza e l'incoerenza; non temere e non ti fermare, fissa anche i suoi peccati. Ma guardalo oggi con gli occhi di Gesù, attraverso la luce delle sue parabole; guarda il "seme" piccolissimo marcire nella terra, contemplerai contemporaneamente l'albero sul quale molti cercheranno riparo; vedrai i suoi peccati, ma anche la misericordia che lo sta già rigenerando; lo vedrai perfino riposare tra i rami della Croce, offrendo se stesso con Cristo, lui che ora è così egoista e scapestrato. Vedrai quello che il mondo non vede, ciò che nessun padre o madre secondo la carne può distinguere. Nel frantumarsi delle tue aspettative di genitore, come di marito e di moglie, di amica o fidanzato, cade il velo dell'ipocrisia e appare Cristo, il suo amore infinito che lo ha spinto dentro a quel fallimento umano che hai davanti agli occhi. Proprio questo è l'inizio del Regno dei Cieli. In quella terra che è il fratello, ma che siamo anche tu ed io, è deposto il seme del Regno, come Gesù nella mangiatoia di una povera e sudicia stalla, apparentemente e ragionevolmente indegna di Lui, come il sepolcro che lo ho ha accolto, l'unico luogo di riposo che ha trovato nel mondo. Il Signore ci chiama ad entrare in questa dinamica, imparando a guardare così anche la missione della Chiesa; essa è sconosciuta alla sapienza secondo la carne, ma annunciata dal Talmud e dal Nuovo Testamento, per i quali il "seme" è immagine della risurrezione. Il seme che muore è già segno del frutto che porterà! Questa sapienza che la Chiesa ci annuncia e ci dona, ci è offerta anche attraverso la nostra esperienza. Come siamo stati perdonati, salvati, riscattati, liberati, giustificati? Ebbene facciamone memoria attraverso la liturgia, la preghiera, l'ascolto della predicazione, la meditazione assidua della Parola di Dio: "guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli" (Dt. 4,9). Come disse Paolo Vl nell'omelia delle beatificazione di Clelia Barbieri: "occorre finezza manzoniana per apprezzare simile scena, gusto francescano, e, diciamo pure, senso evangelico". "Finezza, gusto, senso" ovvero le qualità della fede per avere questo sguardo celeste su ciò che appare terra e fango. Occorre il discernimento che scaturisce dalla "gioia" dell'incontro con Cristo che ha ribaltato ogni prospettiva nell'amore che riscatta il peccatore e lo fa sedere tra i principi della terra. Ma, attenzione, c'è ancora molto da comprendere; ci attende qualcosa di impressionante. Tutto quanto abbiamo visto va ben oltre la nostra salvezza. In quel "seme di senapa" che è la tua e la mia vita, vi sono scritti i nomi di tutti i pagani che Dio ha legato a noi fin dall'eternità. Con noi sono stati deposti nel seno di nostra madre un'infinità di persone. Nell'acqua del battesimo poi, è stata sigillata la nostra missione: con noi sono profeticamente scesi nel fonte tantissimi peccatori, anche il collega che non sopporti, anche il verduraro, anche il vicino che non ti saluta mai. Hai mai pensato a questo mentre ti guardi allo specchio e magari ti disprezzi? Hai mai pensato a questo quando guardi tua figlia, e la giudichi perché é così diversa da te che ti dà ai nervi, disordinata, sbadata, ancora tanto irresponsabile... Quale madre ha pensato a questo appena ha scoperto d'essere incinta? O le è venuta in mente la missione per la quale aveva appena dato alla luce suo figlio? Quale mamma ha sentito un fremito per la grandezza dell'opera che Dio aveva cominciato nel suo bambino piccolo come un "granello di senapa", mentre lo allattava, lo imboccava e lo vedeva crescere come un "albero" e "distendere i suoi rami"? Forse ha sognato per lui un futuro di medico, di marito e padre, forse anche di prete, magari ha sperato che diventasse santo... Ma che in quel bozzolo d'uomo ci fossero impressi il destino e la salvezza di innumerevoli giapponesi, o australiani o kenyoti, con ogni loro nome scritto nel nome di suo figlio, e il giorno dell'appuntamento con lui già fissato dall'eternità, credo che poche madri ci abbiano pensato. Che l'identità di quel bambino era ed è di essere "lievito che una donna", proprio lei, la madre, avrebbe dovuto iniziare a "impastare con tre misure di farina perché tutta si fermenti"... E noi, abbiamo mai pensato che siamo "lievito", e che non c'è altra missione che compia la nostra vita, se non quella di essere "impastati" nel mondo dalla Chiesa nostra Madre? C'è un cammino che ci attende anche oggi, ed è quello che ci nasconde nel mondo pur non essendo del mondo. Ogni giorno Cristo ci condurrà uniti a Lui nelle umiliazioni, nell'irrilevanza, nell'anonimato, nei fallimenti, nelle frustrazioni, nella debolezza, nella solitudine, nell'incomprensione, nelle angosce, nelle sofferenze, nelle contraddizioni e nell'aridità, ovvero nella terra che accoglierà il seme destinato a salvare il pezzo di mondo che ti è affidato, e la farina dove sarà impastato il lievito per "fermentare" il lavoro, la scuola, le relazioni, il mondo intero. Lo aveva compreso bene Santa Veronica Giuliani, fiore e frutto di senapa meraviglioso seminato e triturato nel monastero e sbocciato sul legno della Croce; nella sua esperienza c'è la profezia della nostra: "Mi sento così piena di disgusto, così arida e senza alcun sentimento da sembrar mi impossibile il sopportare più a lungo un tal modo di vivere e in questo stato mi sembra persino un perditempo l'andare dal mio confessore. Ma appena percepisco nel cuore anche il minimo moto di quella misteriosa azione mi sento così trasformata e ripiena di una tale energia che pure nella più grande aridità. Nell'insensibilità e nelle contraddizioni ogni opera mi riesce agevole anche le più difficili". A questo siamo chiamati, e per questo, nostra cura sarà quella di difendere la proprietà del "lievito" e del "seme", ovvero la docilità alla volontà di Dio frutto dell'intimità con Cristo, attraverso l'aiuto amorevole della Chiesa. Proprio l'esegesi delle parabole ci svela tutto questo: la parola tradotta con "annidarsi", infatti, è "un termine tecnico escatologico per indicare l'incorporazione dei pagani nel Popolo di Dio" (J. Jeremias). Ecco, il cerchio delle parabole si chiude: dal Cielo al Cielo attraverso la terra. La missione della Chiesa, la tua e la mia, come quella del "granello di senape": non a caso tutte le varietà di senapa appartengono alle "crocifere", che hanno fiori con quattro sepali e quattro petali disposti a croce! Salvati da Cristo e seduti alla destra del Padre con Lui, siamo chiamati a vivere ogni istante su questa terra regnando sulla Croce con Lui, per offrire a tutti gli uomini uno spicchio del Cielo che illumina ogni storia, perché tra le braccia di Cristo distese sulla nostra vita possano essere accolti nella misericordia.