Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

venerdì 23 settembre 2016

Che sta facendo adesso adesso, in questo momento?


Lettere dal carcere a Munevver - Nazim Hikmet

Che sta facendo adesso
adesso, in questo momento?

É a casa? Per la strada ?
Al lavoro? In piedi? Sdraiata?
Forse sta alzando il braccio?


Amor mio
come appare in quel movimento
il polso bianco e rotondo!


Che sta facendo adesso
adesso, in questo momento?


Un gattino sulle ginocchia
Lei lo accarezza.
O forse sta camminando
ecco il piede che avanza.
Oh i tuoi piedi che mi son cari
che mi camminano sull’anima
che illuminano i miei giorni bui!
-
A che pensa?
-



A me? O forse…chi sa

ai fagioli che non si cuociono.
O forse si domanda
perché tanti sono infelici
sulla terra.
Che sta facendo adesso
adesso, in questo momento?

- Nazim Hikmet - 

Nazim Hikmet (primo a destra) nel Carcere di Bulsa -Turchia


Preghiera dietro le sbarre

«O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.
Sai che non sempre riesco a pensarti con l’attenzione che meriti.
Tu non ti sei dimenticato di me, anche se vivo spesso lontano dalla luce del tuo volto.
Fatti sentire vicino, nonostante tutto, nonostante il mio peccato grande o piccolo, segreto o pubblico che sia.

Dammi la pace interiore, quella che solo tu sai dare.
Dammi la forza di essere vero, sincero; strappa dal mio volto le maschere che oscurano la consapevolezza che io valgo qualcosa solo perché sono tuo figlio. Perdona le mie colpe e dammi insieme la possibilità di fare il bene.
Accorcia le mie notti insonni;

dammi la grazia della conversione del cuore.
Ricordati, Padre, di coloro che sono fuori di qui e che mi vogliono ancora bene, perché pensando a loro, io mi ricordi che solo l’amore da vita mentre l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno le lunghe e interminabili giornate.
Ricordati di me, o Dio, amen»

- Tommaso Notarstefano -




Fotografia: Anonimo dal web



Chi è Jacques Fesch? E' un giovane moderno, che a 24 anni commette un terribile delitto, epilogo di una vita vuota e senza ideali, piena di egoismo e di capricci. Ecco una veloce cronaca del delitto. 
Il 24 febbraio 1954 Jacques entra al mattino nel negozio di un cambiavalute e ordina un quantitativo d'oro. L'uomo si fida perché sa che alle spalle del giovane c'è un opadre facoltoso che può pagare. 
Nel pomeriggio dello stesso giorno Jacquaes torna per prelevare l'oro e approfittando di un momento di disattenzione del cambiavalute lo colpisce alla testa con il calcio della pistola del padre. 
Il cambiavalute reagisce urlando. Jacques fugge e si nasconde in un palazzo vicino fino a che è riconosciuto da un poliziotto accorso sul posto. All'ingiunzione di fermarsi Jacques spara e uccide l'agente di polizia. Intervengono poi altri agenti che lo catturano.
Perché questo delitto assurdo? 
Jacques voleva aprire una propria attività e chiede un grosso prestito al padre che glielo rifiuta. Sa che il figlio ha le mani bucate! Allora Jacques decide di compiere una rapina: di procurarsi i soldi con l'inganno.
Che cosa accade in carcere? 
Viene raggiunto dal cappellano ma egli lo rifiuta dicendo: "Io non ho la fede e non ho bisogno di lei!". Passano i giorni, chiuso tra quattro pareti, solo con la sua disperazione. 
Ma una notte: "Era una sera, nella mia cella... Nonostante tutte le catastrofi che da alcuni mesi si erano abbattute sulla mia testa, io restavo ateo. 
Ora quella sera, ero a letto con gli occhi aperti e soffrivo realmente per la prima volta nella mia vita per le conseguenze del mio delitto; ed è allora che un grido mi scaturì dal petto, un appello di soccorso: "Mio Dio, Mio Dio aiutami!". 
E istantaneamente, come un vento violento, che passa senza che si sappia dove viene, lo Spirito del Signore mi prese alla gola! Ho creduto e non capivo più come avessi fatto prima a non credere. 
La grazia mi ha visitato e una grande gioia s'è impossessata di me e soprattutto una grande pace". 
Quella notte Jacques udì una voce che gli diceva: "Tu ricevi le grazie della tua morte!". Una frase per lui incomprensibile, il cui senso capirà più tardi.
Inizia una nuova vita in Cristo. 
Il cambiamento di questo giovane è qualche cosa di straordinario: è una testimonianza di quanto Dio può operare. "Ora veramente ho la certezza di cominciare a vivere per la prima volta. Ho la pace e ho dato un senso alla mia vita, mentre prima non ero che un uomo morto!". 
Jacques organizza la vita in prigione come la vita in un monastero: si dà un orario per la preghiera, legge libri religiosi e la Bibbia, scrive lettere per dare conforto ai suoi famigliari, che stanno vivendo una grossa crisi, vuole soprattutto poter vivere per riparare il male fatto.
Arriva il giorno del processo: il 3 aprile 1957 si apre il processo che si conclude con la sua condanna a morte. In quel momento capisce la frase: "Tu ricevi le grazie della tua morte!". 
Jacques dopo un iniziale smarrimento vive la sentenza e la condanna come una vocazione ad amare fino in fondo la croce di Gesù. 
Egli desidera prepararsi spiritualmente alla sua morte e desidera salutare da vero cristiano tutti coloro che lo hanno amato e coloro a cui ha fatto del male. Scrive alla moglie e alla sua piccola figlia di 6 anni, si mette in contatto, tramite il suo avvocato anche con la famiglia del gendarme che lui ha ucciso per chiedere il perdono. 
Nonostante il grande cambiamento di vita che stupisce lo stesso presidente della Repubblica a cui era stata inoltrata la domanda di grazia, la sentenza viene confermata per il 30 settembre.



Le ultime ore: l'attesa dell'incontro con Gesù. 
"Ancora soltanto qualche ora di lotta, prima di conoscere Colui che è l'Amore. Oggi sarò in cielo. Cara mamma, innanzi tutto ti devo dire un grosso grazie per tutto l'amore di cui mi hai circondato in questi ultimi mesi... Tu sai che Gesù ha detto nel suo vangelo: Ero carcerato e siete venuti a visitarmi. 
Con queste righe io ti affido la mia bambina e mia moglie. Proteggile assiduamente. Amale in Dio e sii certa che di lassù io vi proteggerò e veglierò su di voi...". 
Alle 5,30 del mattino del 30 settembre le guardie carcerarie che sono venute a prenderlo per l'esecuzione capitale, lo trovano in ginocchio e in preghiera accanto al letto rifatto. 
Si confessa e riceve l'Eucarestia. 
Abbraccia il crocefisso e si avvia verso la ghigliottina... 
Le ultime sue parole: "Signore non abbandonarmi, io confido in te!".






Buona giornata a tutti. :-)


giovedì 22 settembre 2016

SEGNI DEI TEMPI


I SEGNI DEI TEMPI 
-----

"La Chiesa non può che essere sacramento della misericordia di Dio nel mondo, in ogni tempo e verso tutta l’umanità. Ogni cristiano, pertanto, è chiamato ad essere testimone della misericordia, e questo avviene in cammino di santità" (Papa Francesco). 

-----


LA SENTINELLA


L'INGANNO DELLA TECNOLOGIA CHE NON CANCELLA IL PECCATO 

LA TECNOLOGIA NON E' UN PONTE GETTATO TRA LE DIFFICOLTA'. CHI PENSA CHE LO SVILUPPO TECNOLOGICO E I SUOI GADGET CI ALLEGGERISCANO IL PESO DEL SACRIFICIO, DELL'IMPEGNO E DEL SACRIFICIO, IL COMBATTIMENTO QUOTIDIANO, E' INGANNATO DI NUOVO DAL PRINICIPE DI QUESTO MONDO (E QUINDI ANCHE DELLA TECNOLOGIA). IL CASO EMBLEMATICO DELL'OROLOGIO "ACTIVITY TRACKER", SEMPLICE MONITOR SUL QUALE APPAIONO DELLE INFORMAZIONI OGGETTIVE, A CUI PERO' NON POSSIAMO CHIEDERE DI SOSTITUIRE I NOSTRI MUSCOLI E LA NOSTRA MENTE. E CHE INVECE SI RIVELA ADDIRITTURA CONTROPRODUCENTE AI FINI DELLA DIETA (E DELLA SALUTE). COME OGNI SUBDOLA SCORCIATOIA CHE CI PROPONE IL DEMONIO, LA STRADA LARGA INVECE DELLA STRETTA... NON SARA' LO SVILUPPO DELLA MENTE UMANA E DELLA SUA GENIALITA' A CAMBIARE LE SORTI DELL'UOMO ESULE DAL PARADISO E PER QUESTO BISOGNOSO DI AMORE E DI CONVERSIONE. OGNI GIORNO. INSOMMA, NON SARA' UN AGGEGGIO A PLACARE QUELLO CHE NELL'ARTICOLO E' CHIAMATO SENSO DI COLPA - IL MIGLIOR DIETOLOGO DI SEMPRE - E CHE NOI RICONOSCIAMO COME L'ANTICO RIMORSO DELLA COSCIENZA - IL MIGLIORE DIRETTORE SPIRITUALE DI SEMPRE - PER UN "CUORE TORPIDO COME IL GRASSO"....

 --

Barack Obama ne ha fatto sfoggio involontario ancora martedì durante il suo ultimo discorso davanti all’Assemblea generale dell’Onu. Gesticolando e difendendo la sua visione dell’ordine liberale del mondo, il presidente americano ha più volte lasciato scoperto sotto la manica della camicia il suo ingombrante orologio elettronico, che indossa già da oltre un anno. Gli osservatori di cose tecnologiche lo hanno individuato da tempo: il presidente indossa un Fitbit, non uno smartwatch, ma un “activity tracker”, un apparecchio che misura i passi fatti durante la giornata, i chilometri percorsi, le calorie bruciate in allenamento, la frequenza cardiaca a riposo e sotto sforzo – e che solo incidentalmente dice anche l’ora. Un orologio per sportivi di cui esistono infinite marche e varianti, e che per ora costituisce l’unica categoria di successo di quel variegato mondo di “wearable”, dispositivi indossabili e collegati a internet, che dovrebbe misurare e controllare ogni nostra attività nel futuro ma che non sta davvero sfondando. Secondo il Times, soltanto nel Regno Unito saranno venduti dieci milioni di activity tracker e di smartwatch, che comunque hanno tutti funzione avanzate per il fitness, e questo mese anche Apple, visto che il mercato è fiorente, ha praticamente riorientato il marketing della seconda versione del suo Apple Watch, trasformandolo da strumento per la produttività a compagno per l’attività fisica. Il boom degli activity tracker conforta l’idea, solitamente fondata, che una vita più ricca di dati empirici sia una vita più consapevole. In questo caso, sapere quante calorie consumiamo ogni giorno o quanti chilometri percorriamo (l’orologio di Obama segna anche quante rampe di scale saliamo) dovrebbe contribuire ad avere una vita più sana, a essere più in forma, a perdere peso. Una ricerca dell’Università di Pittsburgh uscita questa settimana e ripresa dal New York Times dice però il contrario: chi usa un activity tracker fa più fatica a perdere peso di chi non lo usa. La ricerca, che ha coinvolto 471 volontari tra i 18 e i 35 anni nell’arco di due anni, ha mostrato come dopo una dieta durata sei mesi e che ha portato tutti i partecipanti alla ricerca a perdere circa 8 chili, i volontari a cui nei mesi successivi è stato dato un activity tracker per valutare e misurare i loro progressi abbiano in media ripreso su più chili (4,5) dei volontari che non avevano addosso nessun misuratore digitale (questi ultimi hanno ripreso soltanto 2 chili di media). La ricerca va in controtendenza rispetto ad altri studi che avevano invece rilevato un effetto positivo degli activity tracker sulla forma fisica, ma che avevano avuto una durata inferiore. I dati andranno approfonditi, anche vista l’età omogenea dei volontari, ma intanto il risultato è sorprendente, anche perché, se inizialmente i ricercatori avevano pensato che quelli che indossavano il tracker erano aumentati di peso perché si muovevano di più e dunque per compensare mangiavano troppo, a guardare bene i dati si nota il contrario: chi indossa braccialetti e orologi da sportivi fa meno sport. I volontari con braccialetto tech “potrebbero essersi concentrati sulla tecnologia e aver perso il focus sul comportamento”, ipotizza John Jakicic, professore a capo della ricerca, e si potrebbe parlare di pensiero magico associato alla tecnologia. Quando si parla di diete e di tenersi in forma, un braccialetto che sforna a ritmo continuo dati, rilevazioni biometriche e nuovi obiettivi di fitness diventa un palliativo, la misurazione continua diventa speranza di far meglio il giorno dopo o accettazione di progressi insufficienti, e alla fine tutto serve a placare il miglior dietologo di sempre, il senso di colpa. (Eugenio Cau, Il Foglio 22 settembre 2016)

--------

PERDONO

La misericordia si esprime, anzitutto, nel perdono: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (v. 37). Gesù non intende sovvertire il corso della giustizia umana, tuttavia ricorda ai discepoli che per avere rapporti fraterni bisogna sospendere i giudizi e le condanne. È il perdono infatti il pilastro che regge la vita della comunità cristiana, perché in esso si mostra la gratuità dell’amore con cui Dio ci ha amati per primo. Il cristiano deve perdonare! Ma perché? Perché è stato perdonato. Tutti noi che stiamo qui, oggi, in piazza, siamo stati perdonati. Nessuno di noi, nella propria vita, non ha avuto bisogno del perdono di Dio. E perché noi siamo stati perdonati, dobbiamo perdonare. Lo recitiamo tutti i giorni nel Padre Nostro: “Perdona i nostri peccati; perdona i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori”. Cioè perdonare le offese, perdonare tante cose, perché noi siamo stati perdonati da tante offese, da tanti peccati. E così è facile perdonare: se Di ha perdonato me, perché non devo perdonare gli altri? Sono più grande di Dio? Questo pilastro del perdono ci mostra la gratuità dell’amore di Dio, che ci ha amato per primi. Giudicare e condannare il fratello che pecca è sbagliato. Non perché non si voglia riconoscere il peccato, ma perché condannare il peccatore spezza il legame di fraternità con lui e disprezza la misericordia di Dio, che invece non vuole rinunciare a nessuno dei suoi figli. Non abbiamo il potere di condannare il nostro fratello che sbaglia, non siamo al di sopra di lui: abbiamo piuttosto il dovere di recuperarlo alla dignità di figlio del Padre e di accompagnarlo nel suo cammino di conversione. (Papa Francesco, Udienza generale 21 settembre 2016)


---------


I "NOVISSIMI" NELL'INTERVISTA DI CAZZULLO AL CARD. RUINI

LE ESPERIENZE TRA LA VITA E LA MORTE CI DICONO CHE E' SBAGLIATO RIDURRE L'AUTOCOSCIENZA AI NEURONI E ALLE LORO ATTIVITA'

Cardinale Ruini, il suo nuovo libro si intitola C’è un dopo?., con il punto interrogativo. Questo significa che neppure lei è assolutamente certo che un dopo. ci sia?
Personalmente sono certo. Ma mi rendo conto che questa certezza è  un dono di Dio, e che nel contesto culturale di oggi può essere difficile raggiungerla..

Lei cita gli studi di Moody e van Lommel sulle esperienze tra la vita e la morte. Le considera la conferma empirica che dopo c’è davvero qualcosa?
Si tratta di esperienze ben documentate. Dimostrano che in qualche caso, molto raro, si può tornare in vita dopo la “morte clinica”, cioè dopo che, per pochi istanti, l’encefalogramma era diventato piatto. La morte . per. un processo, che raggiunge il suo stadio definitivo solo quando il cervello ha perduto irrimediabilmente le proprie funzioni: a quel punto nessuno ritorna indietro. Non ci sono quindi conferme empiriche di un “dopo”. Quelle esperienze ci dicono comunque che è sbagliato ridurre l’autocoscienza ai neuroni e alla loro attività.

Poi il libro ricostruisce la discussione sull’anima, da Tommaso alle neuroscienze; è possibile secondo lei accertarne razionalmente l’immortalità?
Non penso che sia possibile accertare con la sola ragione l’immortalità dell’anima. A mio parere si può accertare però che l’uomo ha un’anima non materiale: altrimenti non si spiegherebbero la nostra capacità di conoscere ciò che è universale e necessario, e la nostra libertà.

Il cristianesimo però parla non solo di immortalità dell’anima, ma di risurrezione della carne. Lei come la concepisce?
Direi di più: il cristianesimo parla anzitutto della risurrezione. Solo nella risurrezione il soggetto umano trova il suo pieno compimento. L’immortalità dell’anima è però indispensabile perché la risurrezione abbia un senso: se qualcosa di me non rimanesse dopo la morte, la risurrezione sarebbe una nuova creazione, che non avrebbe con me alcun rapporto. Riguardo al modo di esistere dei risorti, possiamo dire due cose: la risurrezione è qualcosa di reale, non solo una nostra idea; ma non è qualcosa di fisico, non è un ritorno alla vita di questo mondo..

In attesa dell’ultimo giorno, dove andiamo?
Lei evoca san Paolo, secondo cui saremo con Cristo. subito dopo la morte. 

Ma come? 
Saremo con Cristo, e con Dio Padre, in quanto parteciperemo alla loro vita, saremo conosciuti e amati da loro e a nostra volta li conosceremo e ameremo: non come adesso nel chiaroscuro della fede, ma direttamente nella loro sublime realtà.

Che cosa sappiamo davvero dell’aldilà?
Nella sostanza l’aldilà è Dio stesso: il mistero che ci supera infinitamente. Sarebbe una grossa ingenuità pretendere di poter fare una descrizione anticipata del futuro che ci attende, come se ne avessimo già avuto esperienza. Dell’aldilà possiamo parlare, in qualche modo, solo a partire dal presente, da ciò che portiamo dentro di noi e viviamo in questo mondo: soprattutto a partire da Gesù Cristo, vissuto, morto e risorto per noi. E' lui la via di accesso al mistero di Dio e della nostra sorte eterna..

Lei ha assistito molte persone giunte al passo d’addio. Come si muore?
Si muore in tanti modi, che dipendono da quello che siamo nel profondo e dal genere di persone che ci sono vicine; oltre che, naturalmente, dalla nostra maggiore o minore solidità psichica e dal tipo di infermità che ci conduce alla morte. Mescolata a tutti questi fattori gioca però un grande ruolo anche la fede in Dio e nella vita eterna. Rimane vera cioè la parola di san Paolo: i cristiani sono coloro che hanno speranza. L’ho verificato tante volte negli altri, e incomincio a verificarlo dentro di me..

Lei definisce l’inferno una possibilità concreta e tragica.. Non è vero quindi che l’inferno è vuoto, come si augurava Von Balthasar?
Von Balthasar se lo augurava, non pretendeva di saperlo. Che l’inferno sia una possibilità concreta ce lo ha detto anzitutto Gesç Cristo: non possiamo pensare che Gesù scherzasse quando ammoniva che la via verso la perdizione è spaziosa, mentre è angusta quella verso la vita. Non è detto però che degli esseri umani siano effettivamente dannati: possiamo e dobbiamo sperare di salvarci tutti; ma deve essere una speranza umile, che non presume di noi stessi e si affida alla misericordia di Dio..

Il paradiso lei come se lo immagina?
In estrema sintesi, il paradiso è l’essere per sempre con Dio in Gesù Cristo, e secondariamente con i nostri fratelli in umanità..

L’inferno?
L’inferno, al contrario, è solitudine assoluta, chiusura definitiva a Dio e al prossimo..

E il purgatorio?
Il purgatorio è gioia grandissima di essere amati da Dio, e al tempo stesso è sofferenza che, nell’incontro con Cristo, ci purifica dalle nostre colpe..

Qual è la sorte dei bambini morti senza battesimo?
La Sacra Scrittura non si pone questa domanda. Nel medioevo si affermò la dottrina del limbo, secondo la quale i bambini morti senza battesimo restano privi dell’unione immediata con Dio ma godono di quell’unione con lui che ci appartiene per natura. Oggi però, quando speriamo la piena salvezza anche per i peggiori peccatori, diventa insostenibile escluderne i bambini che sono morti senza colpe personali, non avendo ancora l’uso della ragione. Oggi è questo l’insegnamento della Chiesa..

Come si immagina, tra molto tempo s’intende, la sua vita dopo la morte?
Alla morte e al dopo penso spesso, se non altro perché il mio declino fisico si incarica di ricordarmeli. Cerco di prepararmi pregando di più ed essendo un po’ più buono e più generoso. Soprattutto mi affido alla misericordia di Dio. Per il “dopo” spero di essere accolto nel mistero di amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e di ritrovare tutte le persone che mi hanno amato in questo mondo — a cominciare dai miei genitori — ma anche tutti coloro che ho conosciuto, vivi per sempre nella grande famiglia di Dio. Dato che la curiosità intellettuale non mi ha ancora abbandonato, confido inoltre di scoprire in Dio il senso di tutta la realtà.

E come vorrebbe essere ricordato?
Come una persona semplice, con un forte e forse eccessivo senso del dovere, che ha cercato di servire il Signore e che non ha odiato nessuno.

C’è qualche errore, almeno uno, che ritiene di aver commesso?
Di errori ne ho fatti molti, a cominciare dai miei tanti peccati, e chiedo di cuore perdono a Dio e al mio prossimo. Nelle responsabilità che ho avuto un errore è stato il fidarmi troppo di me stesso..

Spesso le viene rimproverato il caso Welby, il rifiuto del funerale.
Negare a Piergiorgio Welby il funerale religioso è stata una decisione sofferta, che ho preso perchè ritenevo contraddittoria una scelta diversa. Su questo non ho cambiato parere. Ho comunque pregato parecchio perché il Signore lo accolga nella pienezza della vita..

Quale immagine porterà con sé dei Papi che ha conosciuto da vicino? Wojtyła, Ratzinger, Bergoglio?
Karol Wojtyła è il grande santo che ha cambiato in profondità la mia vita: l’immagine che ne ho . quella di un’umanità straordinariamente cresciuta nella luce di Dio. Anche a Joseph Ratzinger devo tanto: vedo in lui un grande maestro, non solo del pensiero ma del rapporto con Dio, e una persona estremamente gentile che mi onora della sua amicizia. Con Jorge Mario Bergoglio ho, logicamente, un rapporto minore perché . diventato Papa quando ero già emerito: . un uomo di profonda fede, che spende tutto se stesso..

Ma questo Papa sta facendo il bene della Chiesa?
Il bene che fa alla Chiesa, e all’umanità, .sotto gli occhi di tutti: non vederlo significa essere prigionieri delle proprie idee e anche dei propri pregiudizi. Personalmente prego il Signore perché l’indispensabile ricerca delle pecore smarrite non metta in difficoltà le coscienze delle pecore fedeli.. (Corriere della sera, 22 settembre 2016)

------

VERSO ROSH HASHANAH. IL SUONO DELLO SHOFAR

Uno degli aspetti paradossali dello Shofar, il corno di montone che si suona durante Rosh Hashanah, sta nel fatto che nel capitolo della Torah relativo alla festività noi troviamo soltanto la prescrizione del suono, ma non le istruzioni su come lo Shofar vada suonato. Per conoscere queste regole, i Maestri del Talmud si devono appellare ad altre parti della Torah: e tutto questo non serve ad altro che a sottolineare come l’eco dello Shofar si propaghi nella vita ebraica ben oltre l’angusto limite di due giorni di festa e a spronarci nella ricerca di sempre nuovi significati di un precetto tanto caro al popolo d’Israel. Nel trattato Rosh HaShanah del Talmud le regole relative al suono dello Shofar si deducono dal capitolo della Torah che tratta del Giubileo. In epoche trascorse, allorché tutte le tribù d’Israel abitavano la Terra dei Padri, ogni cinquant’anni ricorreva un’annata speciale, segnata dalla liberazione di tutti gli schiavi e dal ritorno delle terre ai loro primitivi proprietari. L’inizio dell’anno del Giubileo era annunciato, il Giorno di Kippur, dal suono dello Shofar: la Torah prescrive che in quell’occasione si dovesse emettere un suono lungo (Teki’ah), seguito da una serie di suoni brevi e rotti (Shevarim o Teru’ah) e poi da un ultimo suono lungo (Teki’ah). Il suono dello Shofar del Giubileo annuncia la liberazione: cosi, anche il suono di Rosh haShanah di ogni anno simboleggia una liberazione, la liberazione dal giogo delle trasgressioni e dell’istinto del male. Ma vi e un’altra tradizione che noi troviamo nel Sifre, un’antichissima raccolta di Midrashim halakhici sul libro dei Numeri. In esso Moshé riceve da D. il comandamento di farsi delle trombe d’argento con le quali avrebbe guidato Israel nel deserto. Se si fosse trattato di radunare il popolo, avrebbe dovuto suonare la Teki’ah; qualora invece avesse voluto dare ordine di partenza, avrebbe suonato la Teru’ah. Ciò perché il suono disteso è naturalmente adatto a situazioni statiche, mentre per situazioni a carattere dinamico assai meglio si addice il suono spezzato. A Rosh Hashanah la sequela dei suoni è Teki’ah – (Shevarim) Teru’ah – Teki’ah. In un processo di Teshuvah collettiva, in cui una Comunità decide di riappropriarsi della Torah e dei suoi valori, come accade dovunque nei Giorni Penitenziali, la prima cosa da fare è radunare il popolo: non solo in senso fisico, ma anche in senso ideale, sincerarsi cioè che la Comunità sia unita. Senza tale unità non c’è via al progresso. Ma l’unità da sola non basta: ancorché valore positivo, esso è tuttavia di sua natura statico, contemplativo. L’unità di partenza deve essere al servizio di una Comunità dinamica. E il dinamismo spesso si raggiunge solo attraverso lievi rotture di quell’unita di fondo: per carità, nulla di sistematico, ma semmai di metodico e di transeunte. Senza persone che all’interno del gruppo prendano l’iniziativa di muoversi, di creare qualcosa di nuovo, di rompere con la routine, anche a costo di sacrificare per qualche tempo persino il proprio rapporto con il resto della Comunità, ben difficilmente questa potrà progredire. A questo stadio corrisponde il suono centrale dello Shofar, la Teru’ah, suono rotto per definizione. Simboleggia la “crisi di crescenza” della Comunità. L’obbiettivo da raggiungere dev’essere nuovamente l’unità. Non il ritrovamento dell’unita passata, naturalmente, ma il raggiungimento di una nuova unità, fondata sulla sintesi fra la tesi, costituita dalla vecchia compagine (la prima Teki’ah) e l’antitesi, rappresentata dalla crescita nel frattempo intervenuta (la Teru’ah): cosi nasce l’ultima Teki’ah che conclude felicemente ciascun gruppo di suoni, in tempo perché se ne ricominci un altro. Ma non è ancora tutto qui. Perché la crescita è problematica: il suono che ha fatto maggiormente discutere i Chakhamim è proprio la Teru’ah. L’emissione rotta da essa rappresentata corrisponde al lamento prima di affrontare l’incognita della novità (Shevarim, letteralmente “rottura”) o al singhiozzo strepitante di chi piange la routine perduta, la Teru’ah propriamente detta? I Maestri su questo punto non prendono una decisione: le “proteste” devono rimanere entrambe, e cosi noi manteniamo, variamente alternati, tanto il suono di Shevarim che la Teru’ah. Ma la crescita è necessaria. “Il S. sale nella Teru’ah”, afferma l’autore dei Salmi (47,6). Solo attraverso la Teru’ah, sia pure con le piccole lacerazioni che può comportare, si compie la salita. Ma perché questa possa agevolmente avvenire, è giocoforza distinguere fra la Teki’ah che la precede e quella che la segue, giacché vi è una fondamentale differenza fra le due. La seconda Teki’ah, leggi “unita della Comunità”, è compito del suo leader: sta a lui ricrearla dopo aver innovato. Ma la prima Teki’ah, a mio avviso, è responsabilità della Comunità stessa. E’ l’unità che il gruppo deve mettere a disposizione del leader perché questi possa svolgere al meglio il suo lavoro. Il leader non ha alcun obbligo di crearsi da solo tale presupposto, mentre ha il diritto, comune a chiunque lavori, di vedere un prodotto della sua attività: è perciò compito della Comunità far trovare alle sue guide l’unità di fondo necessaria, in ultima analisi, al progresso della Comunità stessa. Chi suona lo Shofar sa bene quanto la prima Teki’ah sia la più difficile da imboccare, ancor più della successiva Teru’ah! “Quando radunerete la Comunità, suonerete la Teki’ah e non la Teru’ah”: se saprete davvero essere uniti, piantati nel suolo come pioli di una tenda (teku’im), osserva R. Moshe Eliakim di Koznitz, nessun ostacolo e nessuna difficoltà avrà più alcun potere su di voi e avrete soltanto occasioni di festa e di letizia: “e nei vostri giorni di gioia e di festa e nei capi-mese suonerete la teki’ah con le vostre trombe…”. Le-shanah Tovah Tikkatevu ve-techatemu. (Alberto Moshe Somekh, rabbino, Pagine Ebraiche, settembre 2012)

-----

UN MATRIMONIO NON E' UNA CRASI 

CONTRAPPASSO DELLA STORIA: NON SARA' IL PROGRESSO DEL NUOVO ORDINE MONDIALE A SALVARE L'UOMO. CE LO DICONO BRAD E ANGELINA, NELLA LORO NORMALISSIMA E DEBOLE UMANITA' CON LE SUE DIFFERENZE INCONCILIABILI.

New York. Il contesto è importante. La notizia delle “differenze inconciliabili” fra Angelina Jolie e Brad Pitt è arrivata non in un momento qualsiasi ma proprio mentre nella caverna di marmo verde dell’Onu Barack Obama stava intonando il più appassionato degli inni al Progresso, all’Ordine Democratico e Liberale, perfezionare l’Umanità e redimere la Storia, e molte altre cose con la lettera maiuscola. Ha tratteggiato un’escatologia umanista, un orizzonte salvifico che si scontra quotidianamente con paturnie nazionaliste, ossessioni per i muri, istinti anti globalizzazione, logiche tribali e faide fra clan. La certezza di Obama, però, è che il Progresso democratico prevarrà infine su questi residuali accidenti della Storia. La Democrazia contiene l’antidoto alle sue stesse patologie: “Questo non significa che le democrazie sono senza difetti. Significa che la cura per ciò che mette in pericolo le nostre democrazie è un maggiore, non minore, coinvolgimento da parte dei nostri cittadini”. A dispetto di tutte le crisi globali, le divisioni e le difficoltà percepite, Obama è certo che la parte più nobile dell’umanità stia prevalendo, e per dimostrarlo illumina un contesto fatto di dati e indicazioni con il segno positivo. “I fatti e la storia sono dalla nostra parte”, ha proclamato. E ancora: “I princìpi dei mercati aperti e della governance responsabile, della democrazia, dei diritti umani e del diritto internazionale che abbiamo forgiato rimangono il più solido fondamento del progresso umano in questo secolo”. Nel consesso onusiano ha superato, spostandosi nella corsia del liberalismo più puro e astratto, anche l’idea dell’eccezionalismo americano: il Progresso non è ancorato a un luogo e a un assetto di governo, ma riguarda l’idea stessa di Umanità, tutti sono coinvolti in questa corsa verso il Mondo Migliore. Dovendo scegliere un testimonial per far risuonare questo messaggio in modo accattivante, a chi pensereste? A una crasi: Brangelina. Non c’è coppia nell’universo occidentale che meglio incarna tutto ciò di cui Obama ha parlato con urgenza e visione ideale. Le campagne umanitarie, i figli adottati, la vita glamour ma responsabile, le campagne a fin di bene, la leggerezza senza frivolezza, la sensualità senza la volgarità, una coppia cosmopolita e plurilingue che si muove fra l’Unesco e gli Oscar, fra i campi profughi e il Gay pride, spaziando da Tomb Raider a Terrence Malick senza sentirsi in difetto o in contraddizione. La chirurgia preventiva di Angelina, che si è sottoposta a una doppia mastectomia per ingannare le cellule che avrebbero potuto modificarsi nel modo sbagliato, è una delle vette di modernità di una coppia che è diventata un archetipo. E mentre Obama celebrava davanti ai potenti della terra l’archè che Brangelina interpreta, la coppia si disfaceva, quel grande progetto che era molto più di un matrimonio o di una macchina da soldi, mostrava la sua profonda fragilità, smentendo con un fatto da copertina più potente di qualunque discorso da Palazzo di vetro quello che il presidente andava dicendo con la sua fredda passione. Mentre lui spingeva avanti la Storia, la loro storia era finita.(Mattia Ferraresi, Il Foglio 22 settembre 2016)

------

IL DOLORE DI ORIANA FALLACI E LA VOCAZIONE INSOPPRIMIBILE DI OGNI DONNA

Una lettera inedita (ma è davvero una lettera? Sembra un Intervento scritto per un’inchiesta) illumina un momento importante della vita di Oriana Fallaci e le origini del suo libro più famoso, Lettera a un bambino mai nato (1975). Il documento fa parte del Fondo Fallaci, l’archivio donato da Edoardo Perazzi, nipote e unico erede della scrittrice, al Consiglio regionale della Toscana. Ne dà notizia, con un servizio di Cristina Manetti, il numero di Panorama oggi in edicola. La «lettera» affronta il tema della pillola anticoncezionale ma racconta anche la storia di un aborto spontaneo. Difficile stabilire quando sia stata scritta ma alcuni indizi lasciano pensare che risalga al 1971-1972. Perazzi Ttestimonia l’esistenza di una redazione precedente, molto simile, appuntata in un quaderno del 1967. Sarebbe quindi escluso che il padre del bambino perduto da Oriana fosse Alekos Panagulis: il loro amore sboccia nel 1973. C’è un dettaglio che però sembra rimandare a Panagulis: la Fallaci dice infatti che il suo compagno «è morto». Comunque sia, la questione riguarda i biografi. Quello che importa sono le parole della Fallaci. Scrive la giornalista: «Non ho mai usato anticoncezionali perché, con la stessa intensità con cui ho sempre detestato e rifiutato il contratto matrimoniale, ho sempre desiderato avere un figlio». Ecco la parte autobiografica: «Uno dei più grandi dolori della mia vita è stato perdere il bambino che io e il mio compagno aspettavamo con orgoglio e allegria. Ed oggi il dilemma di usare o non gli anticoncezionali si pone ancora meno per me in quanto il mio compagno è morto e non considero nemmeno l’eventualità di avere rapporti sessuali con qualcuno che lo sostituisca».  Eutanasia: «La parola eutanasia è per me una parolaccia. Una bestemmia nonché una bestialità, un masochismo. Io non ci credo alla buona-Morte, alla dolce-Morte, alla Morte-che-Libera-dalle-Sofferenze.La Morte è morte e basta». Testamento biologico: «È una buffonata. Perché nessuno può predire come si comporterà dinanzi alla morte (…) Inutile dichiarare che in un caso simile a quello di Terri (SchindlerSchiavo, nda) vorrai-staccare-la-spina, morire stoicamente come Socrate che beve la cicuta. L’istinto di sopravvivenzaè incontenibile, incontrollabile". Diritti umani legati alle questioni di bioetica: «Nella nostrasocietà parlare di Diritti-Umaniè davvero un’impostura, una farisaicacommedia (…) Ne deduco che, per non esser gettati dallarupe, nella nostra società bisogna essere sani e belli e in grado di partecipare alle Olimpiadi o almeno giocare la fottuta partita di calcio». Inequivocabili dichiarazioni pro-life che hanno però generato un mezzo equivoco... l’anticlericale Fallaci aveva trovato come compagna di stradala Chiesa dell’ammiratissimo Ratzinger. Per questo si definiva «atea cristiana». Ne La Forza della Ragione, dopo aver citato Benedetto Croce, la Fallaci spiega cosa intenda: «E lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince. Mi seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio ateismo e il mio laicismo. Parlo del discorso fatto da Gesù di Nazareth, ovvio, non di quello elaborato o distorto o tradito dalla Chiesa cattolica ed anche dalle Chiese protestanti. Il discorso, voglio dire, che scavalcando la metafisica si concentra sull’Uomo. Che riconoscendo il libero arbitrio, cioè rivendicando la coscienza dell’Uomo ci rende responsabili delle nostre azioni, padroni del nostro destino. Ci vedo un inno alla Ragione, al raziocinio, in quel discorso. E poiché ove c’è raziocinio c’è scelta, ove c’è scelta c’è libertà, ci vedo un inno alla Libertà». (IL GIORNALE, 22 SETTEMBRE 2016)

-----

LA DENATALITA' CANCELLERA' UN TERZO DELLA GERMANIA

Con un rapporto a firma di Philip Booth, economista inglese presente a Milano alla convention di Stefano Parisi, il pensatoio londinese Institute of Economic Affaire getta luce sulla “bomba demografica a orologeria dell’Europa”. Il grande collasso. “Mai prima d’ora un paese sviluppato con un alto livello di spesa pubblica e un enorme sistema di sicurezza sociale ha affrontato il tipo di calo demografico che vedremo nelle prossime generazioni”, scrive Booth. Una contrazione senza precedenti. Se gli attuali tassi di fertilità persistono (oggi siamo all’1,3), la Germania perderà 24 milioni di abitanti entro il 2080. Il 31 per cento degli attuali 80 milioni. Questo nelcaso in cui i flussi migratori si interrompano. Se dovessero proseguire, la Germania perderà il venti per cento della sua attuale popolazione. La Grecia, con una perdita del 29 per cento della popolazione, passerà dagli attuali undici a meno di sette milioni di abitanti. La Polonia, con un calo del 25 per cento, passerà dagli attuali 38 a 29 milioni. La Slovenia, con una perdita del 17 per cento, scenderà a un milione e seicentomila abitanti. La parte più grande della popolazione europea si concentrerà in Francia e Gran Bretagna, con il numero di cittadini che raggiungeranno i 78 e gli 85 milioni di abitanti rispettivamente. Le proiezioni indicano che Grecia, Portogallo, Bulgaria, Slovacchia e Lettonia vedranno un terzo delle loro popolazioni scomparire entro il 2080, mentre la Lituania vedrà la più grande caduta proporzionale della popolazione (37,4 per cento) tra gli stati membri della Ue. Ma è il dato tedesco a essere il più sorprendente. Le proiezioni indicano che la Germania sperimenterà più di 64 milioni di morti nel corso del prossimo mezzo secolo e meno di 40 milioni di nascite. La denatalità farà scomparire un pezzo più grande della ex Germania comunista. I dati dell’Institute of Economic Affairs confermano quelli dell’Istituto tedesco di studi demografici, secondo cui la popolazione della Germania diminuirà del venti per cento entro il 2050 e di un altro dieci entro il 2080, per una perdita demografica che è l’equivalente delle popolazioni di Berlino, Amburgo, Monaco di Baviera, Colonia e Francoforte messe assieme. Per dirla con Peter Hahne, “La festa è finita”.I tedeschi opulenti e soddisfatti non sono più interessati al sesso. Lo dice una ricerca dello Stiftung für Zukunftsfragen, pensatoio di Amburgo, che rivela che il sesso arriva ultimo come attività post lavoro fra i tedeschi, dopo tv, internet e fitness. Un quarto degli uomini tedeschi ha detto “no” ai figli. In Italia sono chiamati “bamboccioni”; in Giappone sono noti come “parasaito shinguru-o”, i single parassiti; in Germania, sono i “nesthocker” e non hanno intenzione di lasciare l’“Hotel Mama”. Tutto iniziò nella ricca Germania dell’ovest La demografia resta tabù nella società tedesca e ogni volta che se ne parla torna lo spettro del “numero fa la forza”, l’obolo di Hitler, il “babygeld”, soldo per il bambino. Che ironia! Nella Seconda guerra mondiale, la Germania ha perso milioni di suoi abitanti, uccidendone altrettanti, in una lotta per il “Lebensraum”, lo spazio vitale, mentre oggi perde territorio e pezzi di società a causa della bomba che non fa rumore: l’insipienza demografica. Dal 1972, la Germania non ha visto un solo anno in cui il numero dei neonati ha superato il numero dei morti. Le famiglie hanno cominciato a essere fuori moda in quella che allora era la Germania ovest, quando il paese prosperò e il tasso di fertilità ha cominciato a scendere a circa 1,4 figli per donna e poi praticamente è rimasto lì, ben al di sotto del tasso di 2,1 figli che mantiene stabile una popolazione. Adesso si parla di tante piccole città in Sassonia e Brandeburgo che potrebbero chiudere bottega e diventare città- fantasma, tale e profonda è la contrazione della popolazione tedesca. L’alternativa all’irrilevanza demografica, economica e politica è l’immigrazione, ma non basta che i migranti entrino alla spicciolata. Servono tante ondate come il 2015. L’esperto di demografia Herwig Birg sostiene che la Germania ha bisogno di due milioni di immigrati all’anno per evitare il collasso. Porte aperte per sopperire alle culle vuote. Ma che importa, saranno comunque tutti bravi cittadini tedeschi. (G. Meotti, Il Foglio 22 settembre 2016)

-------


DISPERSIONE, OVVERO CIO' CHE CONNOTERA' LE CITTA' NEL FUTURO

SECCHI: Avremo probabilmente grandi poli metropolitani (megacities), collegati da veloci reti di comunicazione, all’interno di vaste aree «connotate dalla dispersione». Perché ciò che si definisce città diffusa o sprawl, perdurerà anche se le politiche urbane, da noi come in Europa, non hanno considerato questo fenomeno come merita. La città contemporanea oggi è inefficiente ed è «arretrata tecnologicamente». In futuro è certo che subirà trasformazioni così come accadrà allo spazio pubblico che aumenterà per estensione, anche se a gestirlo saranno chiamati soggetti privati. Tuttavia Secchi esclude che a causa della bassa crescita demografica si giunga a densificare la città fino a renderla compatta. Al suo interno si conserveranno «differenti ecologie», tutto vi conviverà tra disuguaglianze e originali forme di socialità, in un processo di continue e inarrestabili modificazioni, di distruzione di valori e comparsa di nuovi. (Il Fatto, 22 settembre 2016)

------

OBO-SAN-BIN: IN GIAPPONE IL MONACO LO TROVI SU AMAZON

COME SEMPRE IL GIAPPONE E' PROFEZIA DEL FUTURO PROSSIMO OCCIDENTALE. COSI' IL RAPPORTO CON DIO TI ARRIVERA' A DOMICILIO DOPO AVER PAGATO CON CARTA DI CREDITO LA SALVEZZA...

In Giappone Amazon ha iniziato a “consegnare” monaci buddisti a domicilio per le commemorazioni religiose dei defunti grazie alla collaborazione, avviata da circa un anno, con una start-up locale, Minrevi. Il servizio si chiama “Obo-san bin” che significa “consegna del monaco” ed è stato molto criticato dai leader religiosi del paese. I monaci che si sono resi disponibili per questo servizio dicono invece che si tratta semplicemente di una soluzione veloce ed economica a un bisogno reale, e che “Obo-san bin” sta contribuendo a preservare le tradizioni buddiste rendendole accessibili a milioni di persone che, in Giappone, per vari motivi si sono allontanate dalla religione o dai suoi rituali. “Obo-san bin” è stato inventato nel 2013 da Minrevi, una start-up con sede a Tokyo che prima di essere ospitata su Amazon aveva costruito una rete di 400 monaci disponibili a offrire i loro servizi: si potevano prenotare tramite il sito oppure per telefono. Minrevi tratteneva circa il 30 per cento del prezzo pagato dai clienti, mentre il resto della tariffa andava direttamente al monaco. Dopo l’accordo con Amazon, Minrevi ha aggiunto altri 100 monaci per soddisfare l’aumento della domanda. La prenotazione del servizio su Amazon funziona come quella di un qualsiasi altro prodotto. Si sceglie una delle quattro opzioni a disposizione e la si aggiunge al carrello. Si specifica che il servizio è disponibile per le commemorazioni (non per i funerali veri e propri) e che la “consegna” ha tempi che vanno dalle tre alle cinque settimane. Ordinare una cerimonia commemorativa di base presso la casa di una persona morta ha un costo fisso che è di 35 mila yen (circa 260 euro). La tariffa più alta è 65 mila yen e prevede anche che al defunto venga assegnato un nome postumo buddista, diverso da quello anagrafico usato in vita. Un rito funebre tradizionale in un tempio, compresa la cremazione del corpo, è invece estremamente costoso e può arrivare anche a superare un milione di yen. Il prezzo medio di una commemorazione è, in media, di 100 mila yen. Akisato Saito, direttore dell’Associazione giapponese buddista, ha criticato l’iniziativa dicendo: «una cosa del genere non succede da nessun’altra parte del mondo. Dobbiamo dire di essere scontenti del modo in cui Amazon tratta la religione». Per i sostenitori del servizio fornito da Amazon, però, il prezzo richiesto dai templi è eccessivo. Dicono infatti che i templi tradizionali hanno in un certo senso trasformato la religione in un business, perché di fatto funzionano come delle imprese pur ricevendo molte agevolazioni fiscali dal governo: per esempio vendono le candele a prezzi altissimi e ricevono donazioni spesso superiori al reale prezzo dovuto dai fedeli. C’è poi il fatto che moltissimi templi buddisti (sono circa 75 mila in tutto il paese) sono in declino e non hanno più contatti con le comunità locali. Jumpei Masano, un portavoce di Minrevi, ha spiegato che molte persone non hanno più alcun legame con il tempio della loro zona e che non sanno a chi rivolgersi o cosa fare quando devono organizzare un funerale: «Allo stesso tempo, sono numerosissimi i monaci che non riescono più a sopravvivere legati ai luoghi di culto, sempre meno frequentati. Abbiamo messo insieme le due necessità e creato un buon servizio». Molti templi stanno infatti scomparendo a causa di un calo delle donazioni e del fatto che la popolazione si sta trasferendo dalle campagne alle città: i templi si trovano soprattutto nelle zone rurali. Il 70 per cento dei giapponesi dice di non essere religioso o di essere ateo, anche se in molti hanno detto di seguire ancora le abitudini religiose soprattutto in occasione di alcune ricorrenze tradizionali o quando muore qualcuno. Amazon non ha voluto fare commenti su questo suo servizio o intervenire nella discussione, scrive il New York Times. Ma lo scorso aprile, rispondendo alle critiche dell’Associazione giapponese buddista, aveva fatto sapere che il suo obiettivo era «fornire quante più informazioni possibili» ai propri utenti in modo che «potessero prendere le loro decisioni». Aveva poi precisato di aver soltanto ospitato i servizi di Minrevi, la quale ha detto di essere «molto soddisfatta» dell’aumento delle richieste ottenuto grazie alla nuova collaborazione.

-------

L’equinozio d’autunno sarà oggi pomeriggio

L'estate finisce alle 14.21, e inizierà l'autunno: il momento preciso si deve al movimento della Terra intorno al Sole.
L’inizio delle stagioni è scandito da eventi astronomici precisi: l’estate e l’inverno cominciano il giorno con i solstizi – in cui le ore di luce al dì sono al loro massimo (estate) o al loro minimo (inverno) – mentre la primavera e l’autunno cominciano il giorno degli equinozi – i momenti in cui la lunghezza del giorno è uguale a quella della notte. Tuttavia, a causa di un fenomeno che si chiama “rifrazione atmosferica”, la luce del Sole è curvata dall’atmosfera: è quella cosa per cui vediamo il Sole qualche minuto prima che sorga effettivamente. Questo vuol dire che in realtà oggi in Italia il dì sarà ancora un po’ più lungo della notte per qualche minuto. Per la vera uguaglianza tra dì e notte sarà tra qualche giorno. Gli equinozi e i solstizi (e le durate del dì e della notte) sono determinati dalla posizione della Terra nel suo moto di rivoluzione intorno al Sole, cioè il movimento che il nostro pianeta compie girando intorno alla sua stella di riferimento. L’equinozio è il momento in cui il Sole si trova all’intersezione del piano dell’equatore celeste (la proiezione dell’equatore sulla sfera celeste) e quello dell’eclittica (il percorso apparente del Sole nel cielo). Al solstizio invece il Sole a mezzogiorno è alla massima o minima altezza rispetto all’orizzonte. Le variazioni del momento in cui avvengono equinozi e solstizi sono causate dalla diversa durata dell’anno solare e di quello del calendario (è il motivo per cui esistono gli anni bisestili, che permettono di rimettere “in pari” i conti). In Italia, la primavera cade tra il 20 e il 21 marzo, l’estate tra il 20 e il 21 giugno, l’autunno tra il 22 e il 23 settembre l’autunno, l’inverno tra il 21 e il 22 dicembre: per capirci, quest’anno l’inverno inizierà il 21 dicembre alle 10.44 del mattino. Oltre alle stagioni astronomiche, poi, ci sono anche quelle meteorologiche: iniziano in anticipo di una ventina di giorni rispetto a solstizi ed equinozi, e durano sempre tre mesi. Indicano, con maggiore precisione, i periodi in cui si verificano le variazioni climatiche annuali, specialmente alle medie latitudini con climi temperati. (IL POST, 22 SETTEMBRE 2016)


-----

mercoledì 21 settembre 2016

"Abissi dell’anima"

In Cammino

Paolo Curtaz,"Abissi dell’anima"


Commento al Vangelo di domenica 25 settembre 2016 - Paolo CurtazAbissi dell’animaSe avete lo stomaco debole, lasciate stare. Qui si fa sul serio.Il ricco non ha un nome, è definito da ciò che mangia, da ciò che possiede, dal suo palazzo, dalle sue vesti.  Il racconto lo dipinge con tre pennellate: è ricco, veste di porpora e bisso, banchetta lautamente tutti i giorni.Per noi il cibo non rappresenta una grande preoccupazione se non per ragioni di salute e per evitare gli eccessi.Per la gran parte dell’umanità, oggi, e per la quasi totalità, ieri, cibarsi era la prima inquietudine.Sapere cosa mettere sotto i denti, giorno per giorno, per arrivare al giorno successivo, era il problema primario. Raramente la gente mangiava fino a saziarsi.Il ricco festeggia tutti i santi giorni. È lui la misura del calendario. Lui decide che è festa.Ogni giorno per lui è festivo, e organizza un lauto banchetto.Questa cosa ha talmente colpito l’immaginazione delle prime, affamate comunità cristiane che il banchetto, epulæ in latino, è diventato il carattere distintivo del ricco: epulone, cioè banchettatore, vorace, mangiatore, gaudente.
Il riccoÈ ricco: una condizione rara, allora come oggi. Ma il testo non si sofferma sulla sua condotta morale: non si dice se sia un credente o meno, né se sia una persona corretta, se abbia fatto i denari col malaffare. Forse sale al tempio qualche volta durante l’anno, versa una lauta offerta facendosi ammirare e ricevendo le lodi dei sacerdoti di turno. Veste di porpora e di bisso, che è un lino egiziano pregiato.La porpora è una tintura che si otteneva grazie a dei molluschi che vivono nel mar Rosso e nell’oceano indiano. Ne servono migliaia per tingere la stoffa e l’uso della preziosissima porpora era riservato agli imperatori, ai sacerdoti e, solo in età imperiale, ai ricchi per sfoggiare le loro possibilità economiche. Il ricco, banchettando, ostenta tutta la sua opulenza.
LazzaroInvece un mendicante di nome Lazzaro, era gettato alla sua porta.Così, letteralmente, scrive Luca per sottolineare il contrasto, lo stridore, quell’invece che indica diversità, opposizione e che rimanda, sempre in Luca, alla diversità dell’atteggiamento del samaritano con l’uomo percosso dai banditi rispetto al sacerdote e al levita (Lc 10,33).Invece.Lazzaro è privo di tutto, non ha casa, non ha vestito, non ha salute. È gettato alla porta del ricco, è coperto di piaghe, di ulcere, è passivo, non riesce nemmeno ad allontanare i cani che gli si avvicinano per leccargli le ferite. Gesto di compassione o anticamera della morte, scegliete voi.Possiede solo due cose.Possiede il desiderio di sfamarsi di ciò che cadeva dalla tavola del ricco.L’ultima cosa che resta di lui, annichilito come persona, una “cosa” gettata (bàllo scrive Luca) è il desiderio. Ha molto desiderato. Desidera. È ciò che resta di noi, quando tutto il resto scompare.Tace, Lazzaro. Desidera ma non dice. Forse non ha nemmeno più la forza di parlare. Forse non osa. Forse vuole solo lasciarsi andare. Desidera cibarsi delle briciole cadute dalla tavola del ricco.Possiede un nome. È l’unico personaggio in tutte le parabole, di tutte!, che ha un nome.Il nome, in Israele, indica l’identità profonda, ciò che sei dentro, nella tua anima, nella tua essenza, ciò che Dio rivela a te stesso e che sei chiamato a scoprire.Si chiama Lazzaro. Dio aiuta.
FuneraliLazzaro è il primo a morire, bella forza. E la morte, per lui, è stata una liberazione.Nessun funerale, immaginiamo. Gettato in una fossa comune.A quel punto diventa affare di Dio che manda un corteo di angeli a prelevarlo per portarlo direttamente nell’abbraccio di Abramo. Abramo! Cioè, nella mentalità dell’epoca, Lazzaro passa direttamente al vertice di tutti i giusti, ha scalato in un solo colpo la scala gerarchica.Al tempo di Gesù i rabbini dibattevano: si pensava che la parola di Abramo potesse liberare un ebreo anche dalle fiamme dello Sheol. No, sembra ribattere Gesù, non basta essere ebreo. Bisogna essere vigile. E solidale.Muore anche il ricco e, semplicemente, viene sepolto.Nessuna processione angelica per lui, nessun abbraccio. Solo la comune esperienza della terra che copre il suo corpo e inizia a decomporlo. Mentre la sua anima scende anch’essa nello Sheol, nell’Ade, scrive Luca in greco, la lingua dei vangeli. Il luogo dove si pensava, al tempo di Gesù, finissero i morti.Finisce fra i tormenti, fra le fiamme. Brucia come una scoria.Vede Abramo, sì, ma da lontano. Un’enorme distanza li separa. Un abisso che lui, il ricco, ha scavato.
DialoghiNello Sheol ci si vede, secondo la dottrina del giudaismo.Il ricco vede il povero Lazzaro, ancora silente, ma abbracciato.Abbracciato teneramente. Ottiene l’attenzione dal padre di Israele, da Abramo, il primo fra i cercatori di Dio. Nessuno lo aveva abbracciato, in vita. Ora Abramo se lo tiene vicino.Il ricco è tormentato dalla sete, osa parlare al padre Abramo.Chiede di poter avere una sola goccia d’acqua da parte di Lazzaro, tanta è la sua arsura, o di avvisare i famigliari.No, non è possibile, dice Abramo. Fra noi e voi c’è un abisso.Restiamo allibiti davanti a queste parole. Non sembra anche a voi che Abramo avrebbe potuto essere più misericordioso? E che sarebbe stato un bel finale quello in cui il ricco viene perdonato? Perdonato poi di quale colpa? Di essere ricco?Oppure Gesù, raccontando questa parabola, parla della retribuzione dopo la morte? E che Dio si atteggia a vendicatore e difensore dei poveri? Possibile, in parte, anche se va rimarcato che non si parla né per il ricco né per Lazzaro del loro comportamento morale.E se Lazzaro fosse un fannullone? E ammalato a causa del proprio comportamento dissoluto?E il ricco, invece, nonostante la sua ricchezza, fosse un generoso benefattore?No, non è certamente questo il cuore della parabola.Il ricco non è condannato perché ha oppresso il povero.Ma perché lo ha ignorato.Empietà e durezza di cuore vengono puniti, pietà e rassegnazione, compensati. Esiste una parola-chiave nel racconto. Efficace e drammatica. Abisso.Un abisso separa Abramo, Lazzaro e il ricco. Un abisso invalicabile, che non permette comunicazione, passaggio, salvezza. Un abisso che il ricco ha scavato, giorno dopo giorno, con la sua indifferenza.Abramo quasi si scusa, in imbarazzo. Potrebbe anche aiutarlo, inviargli Lazzaro con un po’ d’acqua. Ma l’abisso impedisce ogni azione.Anche Dio fa quel che può.
Fonte:http://www.tiraccontolaparola.it/

Pubblicato da 

martedì 20 settembre 2016

🌞🙏🍀🔆🌻❤️🙃

Leggo & rifletto

Perseguitati per la Fede

17 gennaio 1954, domenica
Una cornacchia si è seduta in cima ad un alto abete. Si è guardata attorno con espressione autoritaria e ha emesso un grido di vittoria. A questo essere rumoroso sembra davvero che l'abete le debba tutto: la sua esistenza, la sua bellezza slanciata, il verde sempre vivo, la forza nella lotta col vento. 
Questa superbia della Cornacchia è stupefacente. 
Grande benefattrice dell'abete silenzioso! E l'abete neppure trema; sembra che non veda la cornacchia; meditabondo leva i suoi rami verso il cielo. Sopporta tranquillamente l'ospite rumoroso. 
Nulla turba i suoi pensieri, la sua serietà, la sua pace. Tante nubi sono già passate su di lui, tanti uccelli si sono fermati qui! E se ne sono andati, così come tu te ne andrai. 
Questo non è il tuo posto, non ti senti sicura e urlando così cerchi di supplire alla mancanza di forza. 
Io sono cresciuto da questa terra e sono piantato con le mie radici nel suo cuore. E tu, nube passeggera, che getti un'ombra di tristezza sulla mia cima dorata, sei in balia dei venti. Bisogna sopportarti tranquillamente. 
Tu gracchi la tua canzone noiosa, senza anima e povera, poi te ne vai. Che cosa riesci a fare con un urlo? 
Io resto, per perseverare nel raccoglimento, per costruire la mia pazienza, per sopportare turbini e tempeste, per andare sempre più in alto, tranquillamente. Non mi oscuri il sole, non mi affascini, non muti il fine del mio salire. C'era il bosco e voi non c'eravate, non ci sarete e ci sarà il bosco. 
Una favola? Non, non è una favola.

- Stefan Wyszynski - 
da: Appunti dalla prigione


Servo di Dio Stefan Wyszynski Cardinale, Primate di Polonia
Zuzela, Polonia, 3 agosto 1901 - Varsavia, Polonia, 28 maggio 1981

Arcivescovo, Cardinale primate di Polonia, ha svolto un ruolo determinante non solo nella evoluzione dei rapporti tra Chiesa cattolica ed uno Stato a regime comunista, ma nello stesso sviluppo della storia del suo paese durante la Guerra Fredda. Chiamato nel 1948 a reggere le diocesi di Gniezno e Varsavia, come altri prelati degli Stati dell'Est europeo si trovò, negli anni dello stalinismo, impedito di esercitare la propria missione. Nel 1953 ci fu una dura fase di repressione contro la Chiesa; il 25 settembre è arrestato, internato, isolato da ogni contatto è liberato il 28 ottobre 1956. La persecuzione non fece però perdere la serenità di visione al cardinale che, nell'ottobre del 1956, quando la Polonia si ribellò alla dittatura sovietica e si avviò sulla via nazionale al socialismo riaffidando la guida del partito a Gomulka (Rivolta di Poznan), diede prova di notevole sensibilità politica. Wyszynski infatti fu pronto a concordare con Gomulka un modus vivendi tra Stato e Chiesa evitando atteggiamenti che avrebbero potuto accrescere la tensione nel Paese e favorire un intervento armato sovietico. La moderazione del cardinale venne giudicata eccessiva dagli ambienti più conservatori della Curia romana.
Quando il primate polacco, nel 1957, poté compiere il suo viaggio a Roma per rendere visita a papa Pio XII dovette fare alcuni giorni di anticamera. 
Grande amico di papa Giovanni Paolo II, il suo funerale fu un evento nazionale a cui non poté assistere il papa perché ancora ricoverato al Gemelli dopo il celebre attentato. (da Santi e Beati)

"Appunti... 1953-56" date alle stampe 3 settimane prima di morire, sono note personali.


Le Messe più belle  - Cardinale F.X. Nguyen Van Thuan

Quando sono stato arrestato, ho dovuto andarmene subito, a mani vuote. L'indomani, mi è stato permesso di scrivere ai miei per chiedere le cose più necessarie: vestiti, dentifricio... Ho scritto: "Per favore, mandatemi un po' di vino, come medicina contro il mal di stomaco". I fedeli subito hanno capito. Mi hanno mandato una piccola bottiglia di vino per la Messa, con l'etichetta "medicina contro il mal di stomaco", e delle ostie nascoste in una fiaccola contro l'umidità. [...] Non potrò mai esprimere la mia grande gioia: ogni giorno, con tre gocce di vino e una goccia d'acqua nel palmo della mano, ho celebrato la Messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale! [...] Ogni volta avevo l'opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro. [...] Erano le più belle Messe della mia vita.

F.X. Nguyen van Thuan, vietnamita, quando era Arcivescovo, trascorse tredici anni del suo episcopato in prigione, di cui nove in isolamento. 

qui trovate il link con una breve biografia:



Mia madre - card. Joseph Mindszenty

Un decennio prima della mia terza prigionia avevo scritto queste parole sull'amore materno: «Sarai dimenticato dai tuoi superiori dopo averli serviti; dai tuoi dipendenti, allorché essi non percepiranno più il tuo potere; i tuoi amici, quando verrai a trovarti in difficoltà... Solo tua madre ti attende davanti al portone della prigione. Nella profondità del carcere possiedi soltanto l'amore della madre. Solo lei scende con te laggiù. E se sarai precipitato ancor più in basso del carcere, nell'abisso del penitenziario, della casa dei condannati a morte, solo lei non avrà paura di varcare quella soglia...».
Quando scrivevo quelle parole non pensavo che la mia vecchia madre sarebbe stata l'unica stella nel cielo oscuro della mia prigionia e che lei sola mi avrebbe visitato e abbracciato durante gli otto anni di segregazione in carcere.
Chi è mia madre? Una donna di ottantacinque anni, madre di sei figli, che viveva nella sua casa di Mindszent circondata dal rispetto e dall'amore di quattordici nipoti e altrettanti pronipoti. Al tempo del mio arresto e quando io finii trascinato nel fango, ella aveva settantaquattro anni ed era rimasta vedova da due anni. Anche se proveniva da un ambiente semplice e paesano, si precipitò per aiutarmi e mi stette a fianco fino alla sua morte con intelligenza e con tatto. Fu capace di rintracciarmi nel mondo disumano delle prigioni comuniste. Prima d'allora non aveva mai varcato la soglia di un ministero. Ora invece abbordava i dirigenti del partito che erano giunti al potere in maniera illegale. Ciò fu per lei una croce pesante. Ma dovunque compariva, nei ministeri, in prigione, nel penitenziario, il suo atteggiamento testimoniava la sua forza d'animo.
Mia madre mi visitò ventidue volte durante la mia prigionia. Dei sette diversi posti in cui fui detenuto ella ne vide solo tre: l'ospedale della prigione, Püspökszentlàsló e Felső; Petény. Non potè vedere gli altri quattro.
Per compiere quei viaggi ella aveva coperto una distanza di dodicimila chilometri. E quando Dio la chiamò da questa vita terrena, suo figlio prigioniero non poté prender parte neppure alla sua sepoltura per ripagarla un po' di tante fatiche e di tanti sacrifici.
Era molto triste per l'imminente nuova collettivizzazione delle vigne, dei campi, dei prati e dei boschi della nostra famiglia. Quello che la faceva soffrire non erano in primo luogo le perdite materiali ma l'attaccamento al proprio pezzo di terra che aveva coltivato per tutta una vita. Ciò rappresentava la fine dell'indipendenza delle famiglie; l'educazione dei figli e la santificazione delle domeniche e dei giorni festivi ne avrebbero sofferto.
Il 5 febbraio 1960 ruppi le lenti degli occhiali e non fui in grado di sostituirle subito in quella clausura. Così mi limitai a recitare il rosario e a leggere il messale con l'aiuto di una lente. Come al solito, al memento dei vivi la ricordai, ma avrei già dovuto includerla nel memento dei morti. Verso le undici dello stesso giorno il segretario dell'ambasciata venne a trovarmi con in mano un telegramma. Non lo aveva ancora deposto sul tavolo che io già lo sapevo: mia madre era morta.
In quel giorno oscuro non toccai cibo e non aprii libro; la sua morte mi aveva sconvolto. Recitai la sua preghiera preferita, il rosario. Piansi la sua perdita e poi mi calmai. La gratitudine per averla avuta durante la vita doveva essere più grande del dolore per la sua dipartita verso la patria.
In quelle ore ripensai ai giorni passati a Ostia e alle lacrime versate su sua madre dall'Agostino ormai convertito al cristianesimo.
Durante la notte mia sorella notò un cambiamento e mandò subito a chiamare il parroco. Mia mamma sapeva che era venuta la sua ora. Nella sua mano teneva accesa la candela dei moribondi.
Negli ultimi quarti d'ora aveva pregato con devozione assieme ai famigliari e si era addormentata nell'eternità senza agonia.
Tutti gli anni mia madre soleva passare in preghiera la notte della vigilia di Pasqua al cimitero, in compagnia delle donne del villaggio sue amiche. Solo quando cominciava ad albeggiare ritornavano a casa per preparare i cibi pasquali per la benedizione. La fede nella risurrezione dei morti era profondamente radicata nel suo cuore. Per lei la risurrezione di Cristo e la risurrezione della carne erano due proposizioni di fede strettamente unite, conforme all'insegnamento dell'apostolo Paolo. Sapeva in chi aveva creduto e perciò non sarà delusa; questa è la mia ferma convinzione.
Quanto spesso ho pensato: "...Solo quando giacerà sotto terra capirò veramente il suo valore e la grazia inestimabile che ho avuto in lei". Oggi mi sento non solo povero ma anche profondamente in colpa di fronte a quella tomba, che non ho mai potuto visitare e che verosimilmente non vedrò mai.
Mia madre è stata una santa. In lei e attorno a lei non ho mai visto alcunché di disdicevole, ma solo cose buone e belle. Sono fermamente convinto che ella è felice nell'eternità e sospiro in questa valle di lacrime di poterla un giorno rivedere nella gioia.

- card. Joseph Mindszenty - 
da: Memorie


Servo di Dio Jozsef Mindszenty Cardinale, Primate d’Ungheria
Csehimindszent, Austria-Ungheria, 29 marzo 1892 - Vienna, Austria, 6 maggio 1975

Già Primate d’Ungheria, venne nominato cardinale da papa Pio XII nel 1946. Per la sua tenace opposizione al regime comunista, venne arrestato una prima volta nel 1944 con l'accusa di alto tradimento. Rilasciato l'anno seguente, fu nuovamente incarcerato il 26 dicembre 1948 e condannato all'ergastolo l'anno successivo con l'accusa di cospirazione tesa a rovesciare il governo comunista ungherese. Liberato dopo otto anni di carcere durante la insurrezione popolare del 1956, trovò asilo politico nell'ambasciata americana di Budapest. Per molti anni Mindszenty rifiutò l'invito del Vaticano a trovare riparo presso lo stato pontificio e solo quindici anni dopo, nel 1971, con l'interessamento dell'allora presidente Nixon, poté finalmente lasciare l'ambasciata e raggiungere la Santa Sede. Poco dopo si stabilì a Vienna, dove morì per un arresto cardiaco susseguente ad un intervento chirurgico. Nel 1991 le sue ceneri vennero solennemente trasportate da Mariazell ad Esztergom, città ungherese nella quale fu arcivescovo, per essere tumulate nella cripta della Basilica.
 (Da Santi e Beati)


Buona giornata a tutti. :-)