Santa Maria,

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...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.
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domenica 6 maggio 2018

CAMMINO NEOCATECUMENALE, 50° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE.


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Cammino Neocatecumenale.
Il Papa: per annunciare bisogna rinunciare al mondo
Gianni Cardinale sabato 5 maggio 2018
Papa Francesco sul palco a Tor Vergata (Siciliani)
La missione è la “priorità” della “Chiesa oggi”. E per essere missionaria la Chiesa deve essere “svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi e clericalismi”, deve essere “sorella dell’umanità” evitando il “proselitismo”, e deve “amare le culture e le tradizioni dei popoli, senza applicare modelli prestabiliti”.
È stata una piccola enciclica sull’evangelizzazione e la missione il discorso che papa Francesco ha tenuto questa mattina nella spianata di Tor Vergata (TESTO INTEGRALE), a Roma, dove ha avuto luogo l’Incontro del Cammino Neocatecumenale, in occasione del 50° anniversario di fondazione. Davanti a oltre 100milamembri del movimento provenienti da tutto il mondo, papa Francesco ha benedetto le croci e consegnato ai responsabili 34 nuove missio ad gentes che porteranno il Vangelo nelle varie parti del mondo. Inoltre, il Papa ha inviato alcune comunità delle parrocchie di Roma a portare la loro missione di fede e di aiuto nelle periferie della capitale.
All’evento, animato dal fondatore Kiko Arguello, hanno partecipato 16 cardinali e una novantina di vescovi.
Nel suo discorso, interrotto più volte dagli applausi, papa Francesco si è detto “felice” dell’incontro e ha ringraziato Dio e i presenti per “il ‘sì’ che avete detto, per aver accolto la chiamata del Signore a vivere il Vangelo e ad evangelizzare”. “Un grande grazie” poi lo ha rivolto “anche a chi ha iniziato il Cammino neocatecumenale cinquant’anni fa”. E poi “un grazie importante” a quanti stanno per andare in missione. E a questo proposito il pontefice ha voluto appunto dire qualcosa “sulla missione, sull’evangelizzazione, che è la priorità della Chiesa oggi”. Lo ha fatto prendendo spunto da un versetto del Vangelo di Matteo, quando Gesù dice: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”.

“Andate”, dice Gesù. Perché “la missione chiede di partire”, anche se “nella vita è forte la tentazione di restare, di non prendere rischi, di accontentarsi di avere la situazione sotto controllo”. Non è un invito che “autorizza trasferte ridotte o viaggi rimborsati”. Quello di Gesù è “un invito chiaro a essere sempre in uscita, pellegrini nel mondo alla ricerca del fratello che ancora non conosce la gioia dell’amore di Dio”. Ma per andare “bisogna essere agili, non si possono portar dietro tutte le suppellettili di casa”, “bisogna essere leggeri”. Insomma:“per annunciare bisogna rinunciare”. Infatti “solo una Chiesa che rinuncia al mondo annuncia bene il Signore”. Solo una Chiesa “svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi e clericalismi testimonia in modo credibile che Cristo libera l’uomo”. E “chi, per suo amore, impara a rinunciare alle cose che passano, abbraccia questo grande tesoro: la libertà”.
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“Andate”, la parola di Gesù, ha aggiunto il Papa, “ci dice ancora una cosa: che si coniuga al plurale”. Infatti è “pienamente missionario non è chi va da solo, ma chi cammina insieme”. Così nella fede e nella missione “si va avanti insieme, senza isolarsi e senza imporre il proprio senso di marcia, uniti, come Chiesa, coi Pastori, con tutti i fratelli, senza fughe in avanti e senza lamentarsi di chi ha il passo più lento”. E si va avanti “con cura e rispetto per il cammino di ciascuno e senza forzare la crescita di nessuno, perché la risposta a Dio matura solo nella libertà autentica e sincera”.
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A questo punto il Pontefice è passato alla seconda parte del versetto di Gesù riportato da Matteo: “Fate discepoli”. “Ecco la missione” – ha commentato – Non dice: conquistate, occupate, ma ‘fate discepoli’, cioè condividete con gli altri il dono che avete ricevuto, l’incontro d’amore che vi ha cambiato la vita”. Missione è “riscoprirsi parte di una Chiesa discepola”. Perché “la Chiesa è maestra, ma non può essere maestra se prima non è discepola, così come non può esser madre se prima non è figlia”. “Ecco la nostra Madre: una Chiesa umile, figlia del Padre e discepola del Maestro, felice di essere sorella dell’umanità. – ha aggiunto Papa Francesco – E questa dinamica del discepolato – il discepolo che fa discepoli – è totalmente diversa dalla dinamica del proselitismo”. Infatti “non contano gli argomenti che convincono, ma la vita che attrae; non la capacità di imporsi, ma il coraggio di servire”. “E voi – ha proseguito rivolgendosi ai neocatecumenali – avete nel vostro “DNA” questa vocazione ad annunciare vi vendo in famiglia, sull’esempio della santa Famiglia: in umiltà, semplicità e lode. Portate quest’atmosfera familiare in tanti luoghi desolati e privi di affetto. Fatevi riconoscere come gli amici di Gesù. Tutti chiamate amici e di tutti siate amici”.
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“Andate e fate discepoli tutti i popoli”, ha detto Gesù. E “quando Gesù dice tutti sembra voler sottolineare che nel suo cuore c’è posto per ogni popolo”, ha spiegato Papa Francesco. Di qui l’invito ad essere “appassionati di umanità, collaboratori della gioia di tutti”, ad essere “autorevoli perché prossimi, ascoltabili perché vicini”. “Amate le culture e le tradizioni dei popoli, senza applicare modelli prestabiliti. – ha sottolineato – Non partite dalle teorie e dagli schemi, ma dalle situazioni concrete: sarà così lo Spirito a plasmare l’annuncio secondo i suoi tempi e i suoi modi. E la Chiesa crescerà a sua immagine: unita nella diversità dei popoli, dei doni e dei carismi”.
Infine Papa Francesco ha ribadito che il carisma dei neocatecumenali “è un grande dono di Dio per la Chiesa del nostro tempo”. E ha concluso: “Ringraziamo il Signore per questi cinquant’anni. E guardando alla sua amorevole fedeltà, non perdete mai la fiducia: Egli vi custodirà, spronandovi al tempo stesso ad andare, come discepoli amati, verso tutti i popoli, con umile semplicità. Vi accompagno e vi incoraggio: andate avanti! E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!”.

martedì 3 aprile 2018

«Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione.»

PIETRE VIVE: 



Papa Francesco Regina Coeli 02/04/2018 (testo e video)


REGINA COELI
Piazza San Pietro
Lunedì dell'Angelo, 2 aprile 2018



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il lunedì dopo Pasqua è chiamato “lunedì dell’Angelo”, secondo una tradizione molto bella che corrisponde alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Narrano infatti i Vangeli (cfr Mt 28,1-10, Mc 16,1-7; Lc 24,1-12) che, quando le donne andarono al Sepolcro, lo trovarono aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era stata chiusa con una grande pietra. Invece era aperta; e dall’interno una voce dice loro che Gesù non è lì, ma è risorto.

Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci riferiscono che questo primo annuncio fu dato dagli angeli, cioè messaggeri di Dio. Vi è un significato in questa presenza angelica: come ad annunciare l’Incarnazione del Verbo era stato un angelo, Gabriele, così anche ad annunciare per la prima volta la Risurrezione non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore per comunicare una realtà così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla. Dopo questo primo annuncio, la comunità dei discepoli comincia a ripetere: «Davvero il Signore è risorto. ed è apparso a Simone», (Lc 24,34). È bello questo annuncio. Possiamo dirlo tutti insieme adesso: “Davvero il Signore è risorto”. Questo primo annuncio - “Davvero il Signore è risorto” - richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana.

Quello di oggi è un giorno di festa e di convivialità vissuto di solito con la famiglia. È una giornata di famiglia. Dopo aver celebrato la Pasqua si avverte il bisogno di riunirsi ancora con i propri cari e con gli amici per fare festa. Perché la fraternità è il frutto della Pasqua di Cristo che, con la sua morte e risurrezione, ha sconfitto il peccato che separava l’uomo da Dio, l’uomo da se stesso, l’uomo dai suoi fratelli. Ma noi sappiamo che il peccato sempre separa, sempre fa inimicizie. Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità. È tanto importante in questo nostro tempo riscoprire la fraternità, così come era vissuta nelle prime comunità cristiane. Riscoprire come dare spazio a Gesù che mai separa, sempre unisce. Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione. Senza condivisione fraterna non si può realizzare una comunità ecclesiale o civile: esiste solo un insieme di individui mossi o raggruppati dai propri interessi. Ma la fraternità è una grazia che fa Gesù.

La Pasqua di Cristo ha fatto esplodere nel mondo un’altra cosa: la novità del dialogo e della relazione, novità che per i cristiani è diventata una responsabilità. Infatti Gesù ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Ecco perché non possiamo rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, ma siamo chiamati a occuparci del bene comune, a prenderci cura dei fratelli, specialmente quelli più deboli ed emarginati. Solo la fraternità può garantire una pace duratura, può sconfiggere le povertà, può spegnere le tensioni e le guerre, può estirpare la corruzione e la criminalità. L’angelo che ci dice: “É risorto”, ci aiuti a vivere la fraternità e la novità del dialogo e della relazione e la preoccupazione per il bene comune.

La Vergine Maria, che in questo tempo pasquale invochiamo con il titolo di Regina del Cielo, ci sostenga con la sua preghiera, affinché la fraternità e la comunione che sperimentiamo in questi giorni di Pasqua, possano diventare nostro stile di vita e anima delle nostre relazioni.

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

nel clima pasquale che caratterizza l’odierna giornata, saluto cordialmente tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli pellegrini, venuti dall’Italia e da varie parti del mondo.

A ciascuno di voi auguro di trascorrere nella serenità questi giorni dell’Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la gioia della Risurrezione di Cristo. Cogliete ogni buona occasione per essere testimoni della pace del Signore risorto specialmente nei riguardi delle persone più fragili e svantaggiate. A questo proposito, desidero assicurare una speciale preghiera per la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, che si celebra oggi.

Invochiamo il dono della pace per tutto il mondo, specialmente per le popolazioni che più soffrono a causa dei conflitti in atto. Rinnovo in particolare il mio appello affinché le persone sequestrate o ingiustamente private della libertà siano rilasciate e possano tornare alle loro case.

Buon Lunedì dell’Angelo! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci e: “Davvero il Signore è risorto”.

Guarda il video


sabato 17 marzo 2018

Il dialetto in paradiso... “La vita cristiana non è un mi piace , ma un mi dono”


Papa Francesco a Pietrelcina...


Preghiera, piccoleZZA e sapienza. 


(Felice Accrocca, Arcivescovo di Benevento) La visita di Papa Francesco a Pietrelcina, nel cinquantesimo anniversario della morte di san Pio e nel centenario dell’apparizione delle stimmate, costituisce per la nostra Chiesa — che per la sua storia conserva un legame speciale con la Chiesa Romana — un’opportunità per divenire, secondo le parole di san Francesco d’Assisi (Lettera a un ministro, 7), «cristiani migliori». Il vescovo della Chiesa di Roma, che nella carità presiede a tutte le altre Chiese, viene a confermarci nella fede, a incoraggiarci nella sequela di Cristo, a indicarci nuove mete per il nostro cammino.San Pio da Pietrelcina è un figlio di questa terra, ha respirato a pieni polmoni la cultura contadina della sua gente, una cultura che va all’essenziale, basata sui fatti più che sulle parole. Qualcuno ha detto che san Pio ha portato il dialetto in paradiso: ebbene, è il nostro dialetto quello che lui ha portato lassù, quello della nostra gente. Perché egli rimase tra noi non solo fino agli anni dell’adolescenza, ma anche tra il 1910 e il 1916, quando — fuori del convento per motivi di salute — risiedette ancora nel suo paese natale. Tra noi fu ordinato sacerdote (a Benevento, il 10 agosto 1910, dal vescovo ausiliare monsignor Paolo Schinosi), a Pietrelcina celebrò la prima messa; a Piana Romana, ricevette quel fenomeno che da tutti è conosciuto come “stigmatizzazione mistica”, interiore; scrivendo infatti al suo ministro provinciale, il padre Benedetto da San Marco in Lamis, l’8 settembre 1911, padre Pio confessava: «Ieri sera mi è successo una cosa che io non so né spiegare né comprendere. In mezzo alla palma delle mani è apparso un po’ di rosso quasi quanto la forma di un centesimo, accompagnato anche da un forte ed acuto dolore in mezzo a quel po’ di rosso. Questo dolore era più sensibile alla mano sinistra, tanto che dura ancora. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore. Questo fenomeno è quasi da un anno che si va ripetendo, però adesso era da un pezzo che più non si ripeteva» (Lettera 44, in Epistolario I, p. 234). La visita del Papa viene, in qualche modo, a sottolineare questo tratto della biografia del santo. Cosa si aspetta la Chiesa beneventana da questa visita? Amiamo pensare che il Papa possa proporci non una ricetta miracolosa (che non esistono!), ma darci criteri validi per vivere il nostro presente e guardare con speranza al futuro. Certo, la nostra Chiesa vanta un glorioso passato: la Janua maior, lo stupendo capolavoro che permette l’accesso alla cattedrale, ne è la testimonianza emblematica; la porta bronzea, infatti, dopo le storie della vita di Cristo e della sua glorificazione, ritrae la consegna del pallio al metropolita beneventano. Da Cristo, tramite Pietro e i suoi successori, deriva dunque l’autorità che il metropolita esercita sui suffraganei, che nelle formelle sottostanti risultano — allora, tra XII e XIII secolo — in numero di ventiquattro. Una storia, quindi, di straordinaria ricchezza. Eppure essa non basta, perché il presente richiede da noi risposte per le quali la ricchezza del passato non può sovvenirci. Non possiamo cullarci su di esso, perché quel passato ormai non c’è più, né possiamo rispondere alle questioni di oggi allo stesso modo di ieri, perché non solo i tempi sono diversi, ma anche le nostre possibilità si sono notevolmente ridotte. Non dev’essere però questo il tempo delle lamentazioni sul presente, un presente al quale si vorrebbe opporre magari la storia passata, come se un tempo tutto funzionasse a meraviglia e oggi invece non andasse bene più niente, perché anche ieri c’erano problemi (e non da poco!) così come adesso, accanto ai problemi, abbiamo grandi ricchezze. La visita di Papa Francesco, inoltre, dice che sempre il Signore ci ha sostenuto mostrandoci i segni della sua benevolenza: uno dei doni grandi di Dio, in effetti, è proprio san Pio da Pietrelcina.La nostra è una terra che soffre, nonostante le sue grandi potenzialità: la bellezza e la ricchezza del territorio e del suo patrimonio artistico-culturale, l’alta qualità dei prodotti eno-gastronomici e artigianali, costituiscono potenzialità notevoli ai fini di una ripresa socio-economica capace di produrre nuovi posti di lavoro in un’area che, proprio a motivo della mancanza di lavoro, va progressivamente spopolandosi. Queste potenzialità vengono però mortificate dalla debolezza delle infrastrutture: tra queste, salta subito all’occhio la precarietà del sistema viario e dei collegamenti ferroviari.I nostri Comuni hanno perciò subito, negli ultimi decenni, una drastica contrazione demografica, alla quale non ha peraltro fatto riscontro una crescita del capoluogo, né questa tendenza accenna ad arrestarsi. Cresce l’età media della popolazione, soggetta a un progressivo invecchiamento: la difficile situazione sociale pone dunque nuovi, ulteriori problemi alla vita pastorale. La visita del successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede (Luca 22, 32) è per noi motivo di speranza: ci aiuterà a vivere meglio il presente e a capire la direzione da prendere in vista del futuro.L'Osservatore Romano
Kairos: 

martedì 13 marzo 2018

semplicemente grazie da...


Prendi il largo

Grazie Francesco, semplicemente grazie


13 marzo 2013: la primavera quell’anno arrivò in anticipo. Francesco era quella primavera, una primavera attesa al punto che nessuno pensava potesse più arrivare.Sono passati 5 anni da quel “buonasera” con il quale la semplicità del cambiamento si manifestò. 5 anni dall’arrivo di quel vento di tenerezza e di gioia che non ha più smesso di soffiare.5 anni di Francesco. Noi di Romena abbiamo pensato che l’occasione fosse giusta per dare concretezza a un’idea che da un po’ ci ballava in testa. Un grazie a Francesco. Un grazie piccolo, dal basso, ma di cuore. Un grazie come una carezza, ma anche come un impegno: l’impegno a accompagnare il suo cammino con il nostro sostegno.Questo grazie è diventato un libro, intitolato Semplicemente grazie, un libro fresco e colorato come una rivista, nel quale abbiamo allargato il nostro Grazie a quello di 18 grandi testimoni del nostro tempo: scrittori, teologi, artisti, poeti, preti di strada, laici e religiosi, daLuigi Ciotti a Alberto Maggi, da Eraldo Affinati a Maurizio Maggiani, da Erri De Lucaa Moni Ovadia. Ognuno di loro ha accettato di raccontare Francesco, offrendo allo stesso tempo la visione di uno spaccato della chiesa, della società, del mondo.Offriamo questo libro (disponibile a Romena, online e in libreria) alla vostra condivisione, per sottolineare insieme il valore per la chiesa e per  tutta la società di questa figura semplice, autentica, vicina, che tocca con mano in ogni gesto, in ogni intervento, i motivi di fondo del cristianesimo.Vi lascio trascrivendo alcuni piccoli estratti dalle interviste e dai contributi del libro

mercoledì 28 febbraio 2018

La Quaresima è un tempo che “aiuta alla conversione”

Papa Francesco:

 nel confessionale nessuna minaccia

 ma il perdono del Padre


©OSSERVATORE ROMANO | AFP
La  Quaresima è un tempo che “aiuta alla conversione”, al riavvicinamento a Dio, al “cambiamento della nostra vita” e questa è una “grazia” da chiedere al Signore.
Gesù chiama con dolcezza e fiducia di padre
Prendendo spunto dalla prima Lettura tratta di Isaia, una vera “chiamata alla conversione”, Francesco nell’omelia della Messa a Santa Marta mostra quale è l’atteggiamento “speciale” di Gesù di fronte ai nostri peccati. “Non minaccia, ma chiama con dolcezza, dando fiducia”. “Su venite e discutiamo” sono le parole del Signore ai capi di Sodoma e al popolo di Gomorra, a cui, spiega il Papa, ha già indicato il “male” da evitare e il “bene” da seguire. Così fa con noi:
Il Signore dice: “Vieni, su. Venite e discutiamo. Parliamo un po’”. Non ci spaventa. E’ come il papà del figlio adolescente che ha fatto una ragazzata e deve rimproverarlo. E sa che se va col bastone la cosa non andrà bene, deve entrare con la fiducia. Il Signore in questo brano ci chiama così: “Su, venite. Prendiamo un caffè insieme. Parliamo, discutiamo. Non avere paura, non voglio bastonarti”. E siccome sa che il figlio pensa: “Ma io ho fatto delle cose…” – Subito: “Anche se i tuoi peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”.
Andare dal Signore a cuore aperto: è padre che aspetta
Il Papa racconta a questo proposito l’esperienza di un cardinale confessore che proprio davanti al peccato che intuisce essere “grosso”, non si sofferma troppo e va avanti, continua il dialogo: “E questo apre il cuore” sottolinea Francesco “ e l’altra persona si sente in pace”. Così fa il Signore con noi , dice: “Venite, discutiamo, parliamo. Prendi la ricevuta del perdono, il perdono c’è”:
A me aiuta vedere questo atteggiamento del Signore: il papà col figlio che si crede grande, che si crede cresciuto e ancora è a metà strada. E il Signore sa che tutti noi siamo a metà strada e tante volte abbiamo bisogno di questo, di sentire questa parola: “Ma vieni, non spaventarti, vieni. Il perdono c’è”. E questo ci incoraggia. Andare dal Signore col cuore aperto: è il padre che ci aspetta.

sabato 20 gennaio 2018

Lettera ai cercatori di Dio LE DOMANDE CHE CI UNISCONO II - LA SPERANZA CHE È IN NOI III - COME INCONTRARE IL DIO DI GESÙ CRISTO 1. FELICITÀ E SOFFERENZA

Conferenza Episcopale Italiana 
Lettera ai cercatori di Dio  
audio>>>Presentazione
I - LE DOMANDE CHE CI UNISCONOII - LA SPERANZA CHE È IN NOIIII - COME INCONTRARE IL DIO DI GESÙ CRISTO
1. FELICITÀ E SOFFERENZA6. GESÙ11. LA PREGHIERA
2. AMORE E FALLIMENTI7. IL CRISTO12. L’ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO
3. LAVORO E FESTA8. DIO PADRE, FIGLIO E SPIRITO13. I SACRAMENTI, LUOGO DELL’INCONTRO CON CRISTO
4. GIUSTIZIA E PACE9. LA CHIESA DI DIO14. IL SERVIZIO
5. LA SFIDA DI DIO10. LA VITA SECONDO LO SPIRITO15. LA VITA ETERNA
Questa “Lettera ai cercatori di Dio” è stata preparata per iniziativa della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa. Il Consiglio Episcopale Permanente ne ha approvato la pubblicazione nella sessione del 22-25 settembre 2008.  Frutto di un lavoro collegiale che ha coinvolto vescovi, teologi, pastoralisti, catecheti ed esperti nella comunicazione, la Lettera si rivolge ai “cercatori di Dio”, a tutti coloro, cioè, che sono alla ricerca del volto del Dio vivente. Lo sono i credenti, che crescono nella conoscenza della fede proprio a partire da domande sempre nuove, e quanti - pur non credendo - avvertono la profondità degli interrogativi su Dio e sulle cose ultime. La Lettera vorrebbe suscitare attenzione e interesse anche in chi non si sente in ricerca, nel pieno rispetto della coscienza di ciascuno, con amicizia e simpatia verso tutti.           Il testo parte da alcune domande che ci sembrano diffuse nel vissuto di molti, per poi proporre l’annuncio cristiano e rispondere alla richiesta: dove e come incontrare il Dio di Gesù Cristo? Ovviamente, la Lettera non intende dire tutto: essa vuole piuttosto suggerire, evocare, attrarre a un successivo approfondimento, per il quale si rimanda a strumenti più adatti e completi, fra cui spiccano il Catechismo della Chiesa Cattolica e i Catechismi della Conferenza Episcopale Italiana.       
La Commissione Episcopale si augura che la Lettera possa raggiungere tanti e suscitare reazioni, risposte, nuove domande, che aiutino ciascuno a interrogarsi sul Dio di Gesù Cristo e a lasciarsi interrogare da Lui. Affida perciò al Signore queste pagine e chi le leggerà, perché sia Lui a farne strumento della Sua grazia.X Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesiRoma, 12 aprile 2009, Pasqua di Risurrezione 
(Audio)  Premessa 
Come credenti in Gesù Cristo, animati dal desiderio di far conoscere colui che ha dato senso e speranza alla nostra vita, ci rivolgiamo con rispetto e amicizia a tutti i cercatori di Dio. Li riconosciamo in tanti uomini e donne del nostro tempo, guardando alla situazione di inquietudine diffusa, che non ci sembra possibile ignorare. È un’inquietudine che abbiamo riconosciuta anche in noi stessi e che si esprime nella domanda, presente nel cuore di molti: Dio, chi sei per me? E io chi sono per te?  Ci rendiamo conto che, abitualmente, questa domanda viene espressa con parole molto diverse da quelle appena accennate. Sappiamo anche che a volte è soffocata, disturbata, fraintesa o sembra lanciata inutilmente, verso orizzonti indecifrabili. Abbiamo però l’impressione che l’interrogativo sul mistero ultimo che tutti ci avvolge, e di conseguenza sul senso della nostra esistenza, sia veramente diffuso. Ci preoccupa anzi il dover constatare che a volte e per ragioni diverse esso venga spento sul nascere o corra il rischio di insabbiarsi. È questo che ci ha sollecitati a scrivere una “lettera” a coloro che cercano e spesso faticano a trovare una risposta alle domande più profonde del loro cuore e anche a coloro che non cercano più, rassegnati o delusi. Vorremmo fosse un dialogo tra amici, lo spunto per trovarsi a riflettere insieme con verità e trasparenza. Una “lettera” che è piuttosto un insieme di lettere, un po’ come lo sono alcune dell’apostolo Paolo, per usare un esempio familiare a chi conosce le Sacre Scritture.  Chiediamo a chi leggerà queste pagine di interpretarle come un gesto di amicizia. Le abbiamo intitolate “Lettera ai cercatori di Dio”, perché riteniamo che chi cerca ragioni per vivere, in qualche modo e nel profondo della sua attesa cerchi Dio: vogliamo proporre una strada per incontrare Gesù, il Cristo, il Figlio del Dio vivente venuto fra noi, colui che sovverte i nostri schemi e le nostre attese, ma è anche il solo che riteniamo possa darci l’acqua che disseta per la vita eterna.  
 Si tratta dunque:  - di un invito a riflettere insieme sulle domande che ci uniscono (parte I); - di una testimonianza, tesa a rendere ragione della speranza che è in noi (parte II);  
di una proposta fatta a chi cerca la via di un incontro possibile con il Dio di Gesù Cristo (parte III).  (Audio)
 I
le domande che ci uniscono
            In questa prima parte, cerchiamo di dare uno sguardo al cuore di tutti, capace di andare oltre le apparenze. Constatiamo così la presenza di una diffusa attesa di qualcosa – o di Qualcuno – cui si possa affidare il proprio desiderio di felicità e di futuro, e che sia in grado di dischiuderci un senso, tale da rendere la nostra vita buona e degna di essere vissuta. 
Non possiamo certamente dimenticare che questo sogno di felicità e di futuro viene percepito in modi diversissimi e si manifesta con tanti nomi. Dobbiamo cercare di decifrarlo, organizzandolo intorno ad alcune domande concrete. Abbiamo scelto degli interrogativi, che ci sembrano attraversare eventi, persone, esperienze di gioia e di limite, riconoscibili nella vita di ognuno.  
Si tratta delle domande che riguardano la nostra esistenza, il nostro destino e il senso di ciò che siamo e facciamo, oltre che di tutto ciò che ci circonda. Sono interrogativi che, per essere veramente affrontati, richiedono il coraggio della ricerca della verità e la libertà del cuore e della mente. Come discepoli di Gesù, ci sembra di poter discernere in queste molteplici attese una forte domanda di incontro con il Dio che lui ci ha rivelato.

1. FELICITÀ E SOFFERENZA 
  Siamo cercatori di felicità, appassionati e mai sazi. Questa inquietudine ci accomuna tutti. Sembra quasi che sia la dimensione più forte e consistente dell’esistenza, il punto di incontro e di convergenza delle differenze. Non può essere che così: è la nostra vita quotidiana il luogo da cui sale la sete di felicità. Nasce con il primo anelito di vita e si spegne con l’ultimo. Nel cammino tra la nascita e la morte, siamo tutti cercatori di felicità.Certo, questa esperienza comune si frastaglia in mille direzioni differenti. Tutti possiamo riconoscerci nel bisogno di felicità: ma quale felicità cerchiamo? come la cerchiamo? quali strumenti ce ne assicurano il possesso? e gli altri, in questa appassionata ricerca, che posto hanno?  Qualcuno ha accusato la tradizione cristiana di opporsi alla voglia di felicità, di guardare eccessivamente al futuro dimenticando il presente. Qualche volta è stato contestato ai credenti in Cristo l’eccessivo prezzo da pagare per assicurare la felicità, o si sono loro rimproverati i modelli dal sapore rinunciatario, persino un poco masochista, presentati come condizione per raggiungere la felicità. Qualcuno è arrivato alla decisione di dover liberare l’uomo da Dio per restituirgli il diritto alla felicità.  Le provocazioni ci sfidano e ci aiutano a pensare, facendoci riscoprire alla radice dell’esperienza cristiana la figura di Gesù, che ci ha offerto il volto di un Dio amante della vita e della felicità dell’uomo. Peraltro, le crisi nel rapporto tra vita e felicità non riguardano solo noi cristiani. Chiunque ama la vita e cerca la gioia duratura per sé e per gli altri, non riuscirà certamente ad accontentarsi di proposte che legano la felicità unicamente al possesso, alla conquista, al potere, al solo piacere, all’egoismo personale o di gruppo.

  L’esperienza della fragilità 
  Come credenti, abbiamo una convinzione irrinunciabile, che ci viene dalla nostra esperienza cristiana. Su di essa cerchiamo il confronto con tutti coloro che preferiscono la vita alla morte e cercano la felicità come la qualità profonda di questa stessa vita. La vita è bella nonostante tutte le prove e le disavventure, perché esistiamo e sperimentiamo l’amore.  Non per tutti, certo, è così. La vita è segnata in tutte le sue fasi e le sue forme dalla fragilità: la fragilità del nascituro, del bambino, dell’anziano, del malato, del povero, dell’abbandonato, dell’emarginato, dell’immigrato, del carcerato. In tutte le età ci sono sofferenze fisiche, psichiche, sociali. Come avviene per la felicità, anche l’esperienza del dolore ci accomuna tutti.  Come in ogni situazione umana si sperimenta la fragilità, così ogni ambiente vitale è frutto di un fragile equilibrio. Nei volti delle famiglie ci sono spesso più lacrime da asciugare che sorrisi da raccogliere. Nella vita ci sono sofferenze che arrivano contro ogni nostra aspettativa e ci sono anche sofferenze che nascono dai nostri errori e dalle nostre colpe, quelle che costruiamo con le nostre mani: quando, ad esempio, diamo la prevalenza all’avere sull’essere; quando ci carichiamo di cose inutili; quando diamo la precedenza alle cose sulle persone, agli interessi materiali sugli affetti.  La fragilità rimane una grande sfida: da sempre essa ha suscitato interrogativi, problemi, dubbi. Un personaggio della Bibbia è diventato una sorta di riferimento per coloro che hanno il coraggio di riflettere sul dolore. Si tratta di Giobbe: con il suo nome chiamiamo chi soffre ingiustamente e chi giustamente ha motivi per lamentarsi. Con Giobbe ci chiediamo: perché dobbiamo soffrire e morire?  Molti non conoscono le parole che la Bibbia mette sulle labbra di Giobbe nel momento in cui il contatto con il dolore diventa bruciante. Parole simili, forse, le abbiamo gridate noi stessi, una o tante volte:  Perisca il giorno in cui nacqui… Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e due mammelle mi allattarono? … Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi di illusione e notti di affanno mi sono state assegnate… Ricordati che un soffio è la mia vita, il mio occhio non rivedrà più il bene. 

                           (Giobbe 3,3. 11-12; 7,2-3. 7)  

Quale felicità?  Facciamo fatica ad accettare la scuola della sofferenza per scoprire che cosa sia la vita e la felicità. Nonostante tutte le nostre riflessioni e le nostre proteste, infatti, la debolezza, il dolore, la morte rimangono un mistero La cultura moderna, non sapendo dare una risposta a queste sfide, cerca di nasconderle con l’ebbrezza del consumismo, del piacere, del divertimento, del non pensarci. In tal modo, però, si nega il significato profondo della debolezza e della vulnerabilità umane e se ne ignora sia il peso di sofferenza, sia il valore e la dignità: e questo rende interiormente aridi e induce a vivere in modo superficiale.  L’esperienza della fragilità, del limite, della malattia e della morte può insegnarci alcune cose fondamentali. La prima è che non siamo eterni: non siamo in questo mondo per rimanerci per sempre; siamo pellegrini, di passaggio. La seconda è che non siamo onnipotenti: nonostante i progressi della scienza e della tecnica, la nostra vita non dipende solo da noi, la nostra fragilità è segno evidente del limite umano. Infine, l’esperienza della fragilità ci insegna che i beni più importanti sono la vita e l’amore: la malattia, ad esempio, ci costringe a mettere nel giusto ordine le cose che contano davvero.  La fragilità è una grande sfida anche per la fede nel Dio di Gesù Cristo. Il Signore ci ha creati per la vita, per la felicità. Perché, allora, permette il dolore, l’invecchiamento, la morte? Quante domande di fronte a un dolore o a un lutto che fa sanguinare il cuore! Si può perfino dire che la sofferenza e la morte sono la più grossa sfida contro Dio. C’è chi si è dichiarato “ateo” per amore di Dio, per giustificare la sua assenza e il suo silenzio davanti al dolore innocente.  Che cosa possiamo sperare?  Le domande si moltiplicano. Ciascuno ha le proprie. A pensarci bene, cambiano le parole, ma il grido resta, comune e condiviso da tutti: abbiamo una gran voglia di vita, di felicità, di sicurezza e di tranquillità, e il dolore, la fragilità e la morte sembrano fatti apposta per distruggere tutto questo. Dobbiamo rassegnarci? Spegnere la voglia di vita, raffreddando i nostri slanci? Dobbiamo riconoscere che questa non è la nostra casa e rimandare tutto a un dopo, a quando saremo finalmente a casa?  Ma questa casa, lontana e non sperimentabile, c’è davvero o resta un’illusione, più o meno com’è per tanti tentativi che costruiamo con le nostre pretese e che ci lasciano l’amaro in bocca? Qualcuno va oltre, pensando: smettiamola di sognare e accontentiamoci di quello che possiamo avere tra le mani. Pazienza, poi, se dobbiamo sottrarlo, violentemente o astutamente, ad altri. Questa è la vita. Non è più saggio rassegnarsi?  La nostra esperienza quotidiana è spesso tentata di cadere nella rassegnazione e nel cinismo, eppure si spalanca continuamente verso una forte necessità di speranza. Ma che cosa significa sperare? La speranza ha a che fare con la gioia di vivere. Suppone un futuro da attendere, da preparare, da desiderare. Sentiamo che la speranza richiede e suscita unità nel cuore: dà senso e motiva ogni nostro sentimento, ogni nostra aspirazione, ogni nostro progetto. Promuove anche unità nella storia: nelle tante cose che pensiamo e che facciamo ogni giorno ci può essere un filo conduttore che collega e illumina tutto quanto. Se c’è speranza, c’è pazienza e c’è la vigilanza che sa vagliare e spinge all’impegno in ogni cosa.  Non si può vivere senza speranza: sarebbe come vivere senza riuscire a dare una prima iniziale risposta all’interrogativo “perché sono al mondo”? Tutti abbiamo bisogno di un orizzonte di senso, per dire qualcosa di vero sul nostro futuro. Ha senso sperare che ciò che desideriamo si attui; così pure ha senso sperare di avere successo nei singoli aspetti su cui puntiamo. C’è una speranza a livello personale e c’è una speranza a livello storico-cosmico. Il tempo e le circostanze sono importanti per dare un contesto e un contenuto alle nostre speranze.  C’è una speranza che nasce e cresce grazie ai rapporti con le persone; anzi certi rapporti, aperti al dialogo e alla collaborazione, generano speranza, perché ci fanno sentire accolti e cercati e ci stimolano all’azione. Ma è possibile pensare e desiderare la speranza come dono che viene a noi in modo imprevedibile, come intervento non soltanto umano? Un dono che trascende le nostre possibilità, la nostra progettualità, i nostri orizzonti?  Nei momenti più felici, come in quelli più profondi, anche quando sono sofferti, sogniamo una speranza che crede e che ama: la speranza di chi si sente amato, cercato, sostenuto nel quotidiano, in un crescendo di senso, di gioia, di operosità costruttiva, che va oltre la fine di tutto. È questa la speranza che viene da Dio?
http://www.atma-o-jibon.org/file_pdf/CEI_Cercatori_Dio.pdf

Ecco PAPA FRANCESCO: dall'Argentina, il Card. Jorge Mario Bergoglio!
www.atma-o-jibon.org/italiano4/ritagli_francesco

>>>  www.atma-o-jibon.org/italiano/documenti10.htm


venerdì 8 dicembre 2017

Padre Nostro...non lasciarci entrare in tentazione.

“DIO NON CI INDUCE IN TENTAZIONE, LA TRADUZIONE È SBAGLIATA”

Alberto Maggi “Padre Nostro”, tutto da rifare

Mentre fa discutere l’intervento di Papa Francesco che “corregge” il “Padre Nostro” (“Dio non ci induce in tentazione, la traduzione è sbagliata”) su ilLibraio la riflessione del biblista Alberto Maggi.

>>> http://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it/2017/12/alberto-maggi-padre-nostro-tutto-da.html?m=1


giovedì 24 agosto 2017

🌻Con la Gioia nel cuore... 💗Essere felici è...


Il bellissimo discorso di Papa Francesco, che mi hanno appena mandato e assolutamente da leggere e condividere, grazie:

"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo. Solo tu puoi impedirle che vada in declino.In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.

Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.

Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide,  incomprensioni e periodi di crisi.

Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.

Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia.
È attraversare deserti  fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.
È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. 

Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.
È saper parlare di sé.
È aver coraggio per ascoltare un "No".
È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.
È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.

Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.
È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.
È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.
È  avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.
È avere la capacità di dire: “Ti amo”.

Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.

E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così  sarai più appassionato per la vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta.Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.

Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.
Non mollare mai ....
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"
PAPA FRANCESCO🙏💫