Nella prima Domenica di avvento la liturgia ci propone il Vangelo (Mc 13, 33-37) in cui Gesù invita a vegliare:
Dal Vangelo secondo MarcoIn quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».Su questo brano evangelico ascoltiamo una breve riflessione di don Gianvito Sanfilippo, presbitero della diocesi di Roma:
http://it.radiovaticana.vaQuesta prima parte dell’Avvento c’invita a prepararci alla venuta finale del Signore, la cosiddetta Parusia. Cristo la inaugura per ognuno di noi di fatto nel giorno della nostra morte, rinominato dai cristiani "Dies natalis", il giorno della nascita definitiva al cielo. Questo tempo ci esorta a contemplare le “cose ultime” che ci riguardano, quelle più importanti perché ineludibili: la morte, il Giudizio che ne seguirà, il premio del Paradiso e il rischio della condanna eterna. La parola chiave utilizzata dall’evangelista per superare con successo questi “esami finali” è vigilanza: siamo esortati a non dormire, a stare svegli! È una forma di reattività, di prontezza dell’anima per saper interpretare il linguaggio misterioso con cui Dio ci parla quotidianamente nei fatti che ci accadono, e per agire con la forza e la libertà di chi può amare. Quest’attitudine propriamente cristiana è frutto dell’ascolto della parola, della preghiera continua, della catechesi e della vita sacramentale. Prendere alla leggera questa esortazione equivale ad “addormentarsi dentro”, senza più percepire la presenza di Dio, rischiando l’insensibilità e la noia spirituale, fino all’avversione a Dio. Nell’Avvento, Cristo ci viene incontro con affetto e benevolenza per rigenerarci, rinnoviamo ogni giorno l’invocazione: "Vieni Signore Gesù!".
Maria raccomanda che la S. Bibbia sia posta in casa in un posto prominente e che sia letta ogni giorno. "Cari figli! In questo tempo in modo particolare vi invito: pregate col cuore. Figlioli, voi parlate tanto ma pregate poco. Leggete, meditate la Sacra Scrittura e le parole scritte in essa siano per voi vita. Io vi esorto e vi amo perché in Dio troviate la vostra pace e la gioia di vivere. Grazie per aver risposto alla mia chiamata. Messaggio da Medjugorje a Marija del 25/02/12.
sabato 2 dicembre 2017
Avvento
“VEGLIATE, NON SAPETE QUANDO È IL MOMENTO”.

Condannati ad attendere (come innamorati)
(Marco 13,33-37)
I Avvento anno B
“Vegliate, non sapete quando è il momento”. No, il tempo non lo conosciamo, non sappiamo il suo mistero, ci fa paura. Ecco perché lo abitiamo a fatica, spesso scivoliamo con il pensiero nel passato, lasciamo ai pensieri di perdersi in ciò che è stato e loro si lasciano ammaliare volentieri da una materia che ambiguamente si lascia modellare a piacimento. Ambiguo il passato, come il canto di sirene, una trappola. Oppure ci spostiamo nel futuro, ci spingiamo oltre il presente e viviamo proiettati in un altrove che non raggiungiamo mai. Vegliare è prima di tutto risvegliarsi nel presente. Aprire gli occhi e lasciarsi incontrare dal mondo così come è. Vegliare è risorgere nel presente. E riconoscere i dettagli, i profumi e le ombre. Vegliare è ascoltare, toccare, gustare. Vegliare è un respiro profondo a fare spazio al reale, è dilatare l’istante e scoprirlo abitato dall’Infinito. È imparare a riconoscere il Mistero che nasce continuamente nell’istante, è imparare dalla logica di Betlemme dove l’Infinito apre gli occhi e chiede cura. Vegliare è dilatare il tempo presente e renderlo abitabile. Caldo. Accogliente. E starci in questo tempo e in questo spazio, tenendoli insieme. Nascerci dentro. In questo tempo abitato il passato si trasforma in memoria e il futuro in speranza.
“È come un uomo che è partito dopo aver lasciato la propria casa”. Aprire gli occhi nel presente non è però azione indolore, è risvegliarsi a una consapevolezza anche dolorosa: siamo abitati da una Assenza. Il tempo è un vuoto lasciato da un amore che se ne è andato, il tempo presente è mangiatoia, pane spezzato ma anche tomba vuota, segno di un Amore che è passato, che ci chiede cammini nuovi. Ecco perché dormiamo, come dormiranno i discepoli nel Getsemani, ecco perché fuggiamo dal presente, ecco perché chiudiamo gli occhi: perché abbiamo un vuoto dentro, perché Lui è l’Assente, lo Sposo che non torna. Siamo figli di un Vuoto, come tutti gli innamorati: condannati all’attesa. Nel momento esatto in cui facciamo esperienza dell’Amore iniziamo a sentirci mancanti. Vegliare è complesso e impegnativo perché significa fare i conti con quell’inquietudine che ci portiamo dentro. Vegliare è scoprire che abbiamo un deserto dentro, attraversarlo o riempirlo sarà il nostro eterno dubbio. Attraversarlo accettandone l’esistenza, provando a camminare verso la Promessa di un Incontro, chiamarlo Terra Promessa o ritorno alla casa del Padre, accettare di sentirsi pellegrini come in Esodo o come in Emmaus, riconoscere il vuoto e solcarlo e imparare che la nostra vita non è altro da questo: attraversamento. Come magi nel deserto siamo chiamati ad alzare lo sguardo e provare a decifrare le stelle, non chiudere gli occhi ma cercare un sentiero percorribile giorno dopo giorno, e non farlo da soli ma insieme, ed elemosinare costantemente frammenti di senso che troviamo negli uomini di buona volontà: una parola, una poesia, l’interpretazione di un passo biblico, la mano tesa da un fratello, la lacrima versata da un amico… vivere con gli occhi bene aperti per riconoscere le tracce che ci aiutano a fare un passo dopo l’altro in questo Vuoto lasciato dall’Amore Risorto. Interiorizziamo la mangiatoia vuota, lasciamo che questo simbolo d’Avvento scavi dentro di noi. Apra spazi. Che il nostro cuore si senta abitato e vuoto, felice e inquieto, abbracciato e solo. Vegliare è amare questa ombra luminosa che chiamiamo vita. E fuggire la tentazione di chiuderli gli occhi, tentazione di chi non vuol vedere, di chi tutto riempie pur di sbarazzarsi delle domande. E imparare ad uccidere la religione delle risposte, quella che moltiplica gesti di culto, quella che riempie e rassicura. Vegliare, che la nostra sia sempre una fede da deserto: da esodo, da pastori, da discepoli nella notte.
“A ciascuno il suo compito, al portiere di vegliare”. Stare nel tempo, risorgere nel presente, scoprire il vuoto e poi presidiare i varchi. Stare sulle porte della vita, dove il dentro e il fuori entrano in contatto, dove i muri perdono la loro arroganza, dove la vita è più vulnerabile, dove si passa, dove la realtà è permeabile, dove è più insicura, dove non ci sono sentenze ma domande, dove si scopre che il limite tra peccato e grazia, tra malati e sani, tra santi e peccatori è divinamente labile. Stare svegli, presidiare i margini. Vegliare è avere il coraggio di tenere gli occhi aperti e stupiti sulla vita nella sua fragile permeabilità: penso alla nascita e alla morte, penso alla malattia e all’innamoramento, penso al crescere, all’educare, all’esperienza del lutto. Penso che tutta la vita abbia in sé un senso di limite che insieme ne indica la finitezza e il passaggio; saggio è chi non si stanca di interrogare il limite. Che poi non è altro che l’esperienza della morte e resurrezione. Vegliare è non chiudere le porte a tutto ciò che ci mette in crisi: volti, idee, punti di vista, crisi, stranieri… Vegliare è non chiudere le porte all’alterità, alla diversità. Vegliare è aprire porte, indebolire i muri.
“Vegliate, non sapete quando il padrone di casa tornerà, se alla sera o a mezzanotte…”. Come sentinelle, come pastori, chiamati a stare nel cuore delle notti. Il deserto è una notte che sembra non aver fine, vegliare nella notte è interrogare il dolore, è fare i conti con il peso della vita, quello che a volte sembra davvero insopportabile. Vegliare, avere fede, è fare i conti con occhi che bruciano mentre scrutano l’abisso del Mistero, il cuore di tenebra della storia, è fare esperienza dell’attraversamento del male e del dolore. Vegliare è diventare custodi delle proprie notti, delle notti del fratello, di quelle del mondo. È diventare custodi, pastori o angeli poco importa, forse sempre entrambi ma comunque custodi. Perché è la custodia del fratello ciò che illumina le tenebre, è imparare dall’errore di Caino: sì, le notti della vita sono spazi di deserto, sono vuoti che parlano dell’Assente, sono occasioni per scegliere la prossimità. All’inizio di questo Avvento impariamo dai pastori del presepe, gente che non ha credito, che non ha potere, gente moralmente discutibile, ladri, sporchi e confusi, uomini che però alzano lo sguardo e decidono di incidere un cammino nella notte. In pochi crederanno alla loro testimonianza e loro stessi dubiteranno, ma nel cuore della notte loro la vita l’hanno trovata. Piangeva e chiedeva cura. Quel pianto metteva tanta nostalgia, come di un amore antico che tornava a bussare. Poi il deserto è rimasto deserto. Però diverso. Il Vuoto era abitato. Dall’altra parte del deserto la vita, adesso, chiamava.
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La morte non è niente.
Sono solamente passato dall'altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.
Henry Scott Holland


domenica 27 novembre 2016
avvento forse è un tempo per sognare qualcosa di nuovo, per decidere di vivere nella luce: insieme?
Se non ora quando’ potrebbe essere l’espressione di Isaia, di Paolo, di Gesù all’inizio di questo nuovo mettersi in cammino vicendevole tra noi e Dio.Ci vuole un vestito apposta, un vestito che sprigioni luce. Lasciamo da parte per un po’ lamenti, piagnistei sui questi tempi. Basta piangersi addosso. Poniamo gesti che gettino semi per il futuro. Semi di luce. Germoglieranno. Ogni giorno al risveglio decidiamo che abito indossare: fermati un istante e decidi anche che vestito metterai ai tuoi occhi: di luce o di buio, colorato o grigio. In alcune sacrestie c’è questa scritta: celebra la messa come fosse la prima, l’ultima e l’unica: sarebbe da mettere questa scritta sullo specchio del lavandino dove ti lavi ogni mattino: vivi questa giornata come se fosse la prima, l’ultima, l’unica! O adesso o mai più!Ogni guerriero della luce ha avuto paura di affrontare un combattimento.Ogni guerriero della luce ha tradito e mentito in passato.Ogni guerriero della luce ha imboccato un cammino che non era il suo.Ogni guerriero della luce ha pensato di non essere guerriero della luce.Ogni guerriero della luce ha mancato ai suoi doveri spirituali.Ogni guerriero della luce ha ferito qualcuno che amava.Perciò è un guerriero della luce: perché ha passato queste esperienze, e non ha perduto la speranza di essere migliore. (Paulo Coelho)L’avvento forse è un tempo per sognare qualcosa di nuovo, per decidere di vivere nella luce: insieme?


