Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.
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sabato 2 dicembre 2017

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO“VEGLIATE”

P. MARKO IVAN RUPNIK

                                     “VEGLIATE”

antoniobortoloso.blogspot.it

Prima Domenica di Avvento

Mc 13,33-37

Congregatio pro Clericis
Siamo all’inizio del nuovo anno liturgico ed è interessante vedere come inizio e fine siano così simili
nel contenuto della parola che viene annunciata. La fine indica che il tempo infatti sta entrando nell’ottavo giorno, in una dimensione nuova, passa nel tempo sacro e la storia si trasforma nella storia di Dio, della storia della salvezza per l’uomo e tutto ciò che è lo scenario del mondo passerà in questa trasformazione di un tempo nuovo.
E con lo stesso annuncio comincia il nuovo anno liturgico, cioè il tempo non è quello che sembra, ma bisogna attendere che sfoci in una nuova dimensione che ne riveli la sacralità, la liturgia. La storia perciò non è quella che noi facciamo, ma bisogna che si trasformi nella verità della storia. Si tratta di un passaggio in uno stato definitivo del mondo e l’anno liturgico ci farà camminare in questo confine tra qui e al di là facendo vedere come queste due realtà si incontrano e fondono in uno stato definitivo del mondo e dell’umanità.
In concreto questa prima domenica – è l’anno dell’evangelista Marco – comincia con “vegliate”, “vigilate”, “vegliate”: tre volte viene esplicitamente fatto questo invito che piuttosto è un comando.
Perché bisogna vigilare e vegliare? Perché non si sa quando il padrone viene, e allora ci si può trovare addormentati. Si tratta di vigilare mentre svolgiamo il compito che ci è stato dato per poter riconoscere il padrone quando verrà, se sbagliamo il padrone il compito che stiamo facendo non ha senso. La vigilanza e la veglia vanno orientate in questa dinamica: tra il compito e il padrone che ce l’ha dato e che alla fine viene.
Ecco il passaggio, si tratta di perforare una dimensione nuova nel nostro compito affinché non diventi in se stesso lo scopo rendendo l'uomo oggetto e vittima di quel compito di cui si è persa la dimensione dell'attesa, il padrone non verrà più perché non c’è, abituati come siamo a essere gli unici protagonisti, primi e ultimi, arrivando a credere di poter gestire anche l'aldilà.
Però il vangelo ci dice che l’aldilà è libero, perché per il vangelo di Marco è la manifestazione dell’amore di Dio. In Marco il discorso dell’apocalisse è la chiave di lettura della passione di Cristo.
Poco dopo aver detto di stare attenti e vegliare perché non sappiamo quando viene il padrone ci sono i versetti della sera in cui fu tradito. Ma se viene a mezzanotte? E a mezzanotte fu processato (Mc 14,53-64). Tutto quasi avviene durante la notte e nessuno se ne accorge: anche la Sua nascita avviene nel profondo della notte e, tranne qualche pastore nessuno se ne è accorto perché non vegliavano; gli unici a vegliare, dice il vangelo, erano i pastori, gli altri no. Poi dice: forse viene al canto del gallo. E infatti, al canto del gallo uno non l’ha riconosciuto, l’ha rinnegato. Forse viene al mattino, e nei primi 15 versetti del cap 15 di Mc  dove si svolge il processo di Pilato, mostrano come nessuno l’abbia riconosciuto. Che cosa è la verità? Sta davanti alla verità e non la riconosce. Così che Marco elenca tutti i momenti salienti in cui l’umanità non sarà in grado di riconoscere Cristo nella sua passione, perché questa storia, questo tempo, ha come costituzione la pasqua di Cristo, ma la nostra convinzione del lavoro e del compito pensano che Cristo deve venire con potenza e gloria, così come il nostro compito deve essere di successo, il lavoro di successo, la vita di salute e via dicendo. Sono tutte fissazioni dell’aldiquà e perciò non si riconosce che la gloria e la potenza del Signore che viene è la passione del Figlio e del nostro Salvatore.
Sono questi i due lati della medaglia della storia e vigilare e vegliare significa scrutare e cercare di vedere attraverso questa massiccia logica del mondo la logica di Dio, del suo amore per l’uomo.




P. Marko Ivan Rupnik

Fonte:http://www.clerus.va/


www.romena.it

DON MARCO POZZA"L'AVVENTO DI QUEL PORTAOMBRELLI CHE NON SERVE A NIENTE"


Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!» (Matteo 13,33-37).
L'avvento di quel portaombrelli che non serve a niente
don Marco Pozza

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito
dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!» (Matteo 13,33-37).
L'avvento di quel portaombrelli che non serve a niente
Sono vent'anni che mi incuriosisce quando varco la porta di casa. Non è nulla di eccezionale, non ha nulla di eccezionale: è una sorta di porta-ombrelli, di quelli bruttini. Anche un cieco avverte che non era nato per quello. In materia non ho fatto accurate ricerche per scovare la sua originaria destinazione d'uso: nutro il forte sospetto che spartisca il destino di altre cianfrusaglie, quelle quasi-inutili. Siccome, però, apparteneva alle cose-care lasciate dalla nonna (l'aveva fatto-a-mano il nonno prima di partire per l'Africa, come reliquia d'affetti in sua assenza), ci si fa mille riguardi a buttarlo via. "Lascialo lì – intercede di continuo la mamma -: non si sa mai, un giorno potrebbe servire". Finora non è servito, un giorno potrebbe servire. La mamma, da come lo dice, ci crede davvero a quello che dice: «Se non ci metterà troppo, l'aspetterò tutta la vita» (O. Wilde). Un giorno non l'ho più trovato: "Dove l'avete messo?" ho chiesto ai miei. L'avevano portato in garage per spolverarlo: non-vedendolo, mi sono accorto di essermi affezionato ad esso. Il motivo? Adoro la sua capacità di aspettare. Degli oggetti inutili, come quel porta-ombrelli, mi fa impazzire il loro aspettare di diventare utili. D'attendere, umili, che arrivi il loro turno. Se arriverà, quando arriverà.
L'Avvento è la stagione del mio porta-ombrelli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento». È la stagione dell'attesa: quella delle cose lente, che paiono non arrivare mai, che quando arrivano sembrano in forte ritardo. L'attesa – annotava lo scultore Buonarroti – è il futuro che si presenta a mani vuote. Il verbo dell'attesa, poi, è attendere: è verbo di trazione, ha forza di tensione, è freccia d'arco puntata, agguato sul punto d'accadere. È, pure, verbo di desiderio, identica semantica della speranza. In spagnolo "attendere" si dice esperar: in fondo aspettare è anche sperare. L'avvento è, dunque, stagione del desiderio: desiderare è allargare a più-non-posso il cuore, svuotare fino in fondo la sacca, cercare di fare più spazio possibile all'oggetto del desiderio. Quando il mio desiderio s'avvererà – apparendomi sotto forma dell'oggetto sognato – più il mio contenitore è vuoto, più-desiderio potrà contenere. A forza di desiderare, mi sono allenato a migliorare la mia capacità di portata. Che è l'esatto contrario di chi dice che aspettare è tempo-perso: «Aspettare è ancora un'occupazione. È non aspettare niente che è terribile» (C. Pavese). Aspettare il desiderato, quello che, guarda caso, «voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino». Arriva quando arriva.
Nel frattempo – c'è qualcosa di più triste del non aver avuto un'occasione: è averla avuta e non essere stati capaci di coglierla – non resta che il mestiere dell'attesa: «Quello che dico a voi lo dico a tutti: vegliate!» Vegliare è verbo che affatica: occhiaie smunte, ossa stanche, schiena spossata. È restare svegli nel mentre tutt'intorno si dorme, crederci quando più nessuno lo fa, stare in attesa quando l'amore ritarda. E' correre il rischio d'apparire così folli da farsi ridere dietro dal mondo intelligente: "A che serve attendere? - dice quel delinquente di Lucifero – I cristiani hanno tanto tempo da perdere". Non capisce, citrullo come è per natura, che senza l'attesa la sorpresa diventa noia, lo stupore tramuta in abitudine, l'amore in volersi-bene. Perché, se non sto-in-attesa così a lungo - da sentire gli occhi che bruciano, le ginocchia che scricchiolano, il cuore che batte – rischio di fare la fine dei cittadini di Betlemme, proprio nella notte della grande attesa: dicevano tutti d'attendere il Messia, ma quando passò loro così vicino da chiedere "Permesso, posso entrare", per Lui non c'era posto. Posto, invece, ce n'era in abbondanza. Non gli fecero posto perché, pur attendendolo, non furono capaci di riconoscerlo. Peccarono di desiderio: stanchi d'attenderlo, quando Lui passò molto-vicino, fecero una svista, peccarono di vista. Sfuggì ai loro occhi.
L'accolsero gli animali, con i loro pastori: bestie e mestieri tutti d'attesa. "In attesa" è segnaletica d'avvento, annunciazione di arrivo-in-corso: «Vegliate!» È la logica del mio porta-ombrelli: "Attendo. Arriverà anche il mio turno!" (Amen)

Fonte:www.sullastradadiemmaus.it/sezioni-del-sito/vangelo

lunedì 2 ottobre 2017

«Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna». Che vada in-malora il mondo: di un padre così «non ne ho voglia».

Mise sotto-sopra il mondo con un pugno di storie: quasi banali, quotidiane, alla portata dei cervelli che, nel suo peregrinare, Gli chiedevano lumi sul Cielo e sui suoi misteriosi intrecci. Quanti – tra tutti coloro che ebbero grazia di udirle in diretta – di diedero retta, ebbero chiara la percezione che quell'Uomo Nazareno aveva raccontato delle storie perché, tenendole cucite assieme, apparisse loro quale fisionomia avesse il Regno dei Cieli. Altri non vollero capirle, affari-loro: non fu per difetto d'udito bensì per coraggio difettoso, cioè per paura. La paura più arcana, quella che atterrisce gli umani, pancia a terra: dover ammettere che quelle storielle narrano di me, dicono dell'uomo. Storie odiosissime per Satana perché mortali per lui: «Incomincio a capire che vi possa essere gente cui torni piacevole che Gesù sia un fantasma (...) Per un segreto inconfessato desiderio di non ritrovarselo vicino, neanche sulla strada del passato» (P. Mazzolari).
Le storie di Cristo, per accendersi, hanno sempre bisogno di un padre. Per svilupparsi, poi, hanno urgenza che questo padre abbia almeno-almeno messo al mondo due figli. Nei Vangeli non ci può essere gioia se non c'è alternanza: possibilità d'andare, di restare, di rincasare. Figli allevati alla stessa scuola, che nell'età adulta, imboccano strade in-opposizione. E' l'età nella quale papà pare essere un padre-padrone. Dio-padrone: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna». Che vada in-malora il mondo: di un padre così «non ne ho voglia». Tutt'al più, il trucco per farlo stare buono esiste. Un padre amico-del-figlio è sempre garanzia di comodità: «"Sì, signore". Ma non vi andò». Capita che il primo – mascalzone, maledetto, buffone, disobbediente – poi ci ripensi: «Si pentì e vi andò». L'altro, il bambino tutto educato, mica si pente: è ancora convinto che basti aver tirato su la facciata per avere l'abitabilità della sua casa. Della sua fede. I suoi fans mica capiscono che, tolti i peccatori-disobbedienti, i Vangeli si sbriciolano, son carta-straccia, un pugno di sabbia. Sempre così, come nei film d'interpretazione: per riuscire ad interpretare in maniera sublime un grande santo, occorre la coscienza d'esser stati altrettanto grandi-peccatori. Mai-arresi. E' la più bella eresia di chi dà retta al Cristo: ogni tanto occorre sbatterGli la porta in faccia per ritrovare la magia della sua affettuosa presenza: "Non ci vado: non m'interessi più". Conta fino a tre, tanto poi: "Scusa, papà, ci ho ripensato. Vado". E' un gran narratore Cristo: siccome conosce a menadito l'uomo – per trent'anni ha fatto pure Lui il figlio, s'è vestito da garzone di bottega, ha discusso seduto a tavola, ha chiesto lumi sulla sorte del mondo -, allora spiazza il lettore. A fine parabola - «Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?» - confonde le carte in tavola, prendendo per il bavero il cuore e mettendo cuore-lettore spalle al muro: "Parlo di me e di te da soli, hai capito?" Pazzesco: non c'erano due figli nella storia, c'erano i miei due modi di rispondere a Papà. Ero sempre io, lo stesso soggetto: nelle stagioni in cui a casa si sta bene, nelle sere in cui a casa il clima con papà sembra essere diventato irrespirabile. Un solo Padre, tanti modi d'essergli figlio.
Con Dio, due cuori e una capanna. In uno dei due, quello mio, stanno in affitto altri due cuori: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro». Dico-sì tanto poi non vado. Dico-no però poi ci ripenso, io ci vado a lavorare con papà: «Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (C. M. Martini). Così vanno sempre a finire le storie inventate di sana-pianta da Cristo, traendo ispirazione dagli sguardi che Lo incrociano: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». La prima fila sbattuta in ultima, l'ultima portata sul palco. È promemoria di come ragioni Dio: tanto per non confondersi.
(da Il Sussidiario, 30 settembre 2017)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (Matteo 21,28-32). 
da Commento al Vangelo

domenica 7 maggio 2017

LA MIA VOCAZIONE È UNA SOMMA DI RISPOSTE-SENZA-CHIAMATA- Il pastore che conduce verso la vita senza confini

antoniobortoloso.blogspot.it

La mia vocazione è una somma di risposte-senza-chiamata
don Marco Pozza  



IV Domenica di Pasqua (Anno A) (07/05/2017)
Vangelo: Gv 10,1-10 
Quella volta capitò più o meno così, parola-più, parola-meno. Adocchiò Simone accartocciato sulla battigia del lago e s'intristì di quella dannata routine: "Simone, per davvero vuoi passare tutta la vita a battere il lago? Perché non tenti l'avventura con me? Sarà difficile, t'avviso. Però io sarò con te. Tu, che fai: ci stai?" Simone mandò gambe all'aria il suo vecchio mestiere, buttò giù dalla torre gli arnesi, Gli andò dietro. Quelle parole così avventuriere erano esche luminose: lui pesce, Cristo pescatore. Aprivano strade, quietavano burrasche, facevano cadere le vecchie mura di Cafarnao. Capitò a Simone ciò che capiterà a milioni di uomini e donne dopo di Lui: quando non s'aspetteranno più nulla da nessuno, sarà proprio allora che comincia la partita: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi, credete al Vangelo» (Mc 1,15). Poco meno di centocinquanta caratteri: tra i granelli fitti di così scarne parole, sta nascosta la rivelazione della più grande vita possibile. Della freschezza più cara: «Duemila anni dopo aver attraversato le sue labbra, la sua parola aveva mantenuto tutta la sua freschezza» (Ch. Bobin). Parole pratiche, dunque di vita-eterna.Parole-agricole: «Io sono la porta delle pecore». Parole-amanti: "L'altro è un farabutto, un millantatore rubacuori". Ancora l'Amore e Lucifero, in coppia, a disposizione: non ci sarà mai gioia senza libertà, anche d'affidare il patrimonio dell'anima nostra allo smargiasso di Satana. È sempre la solita storia, dai tempi delle piramidi. Erano gli anni del faraone paranoico quando Dio acciuffò Israele per i capelli e lo portò a spasso nel deserto: all'orizzonte si stagliava la Terra-Promessa. Israele mica capì che stava viaggiando su ali d'aquila, in carrozze di prima classe: sbraitò contro Dio, mise con le spalle al muro quel povero-cristo di Mosè, rinfacciò al Cielo l'amarcord delle pentole piene di cipolle che gli davano in Egitto. Israele, pur trattato con guanti di velluto, mica capì che la schiavitù è una sicurezza, la libertà è il più grosso rischio. Ciò che Dio, invece, capì fu che era giunto solo a metà dell'opera: aveva tirato-via Israele dall'Egitto, non Gli era riuscito di strappare via l'Egitto dal cuore di Israele. Annate dopo, sotto mentite spoglie, riprenderà la faccenda, per non lasciare nulla incompiuto: Sono io, non quell'altro imbecille, il vostro Buon-Pastore. A bordo-strada, mi farò riconoscere: «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome». Che un pastore chiami le pecore è poca cosa, assai nota: che il pastore chiami ciascuna pecora per nome, pare addirittura eccessivo, una delle troppe esagerazioni di Cristo. Eppure la chiamata - la strana faccenda che gli uomini trattano come vocazione - è questo: sentirsi dare del tu, sapersi chiamati per nome, essere nel mirino di Cristo prima ancora d'accorgersi della sua presenza.La mia, di vocazione, sta tutta qui. È poca-roba: «Credo non perché vedo ma perché sono stato visto» (E. De Luca). Più che fede, la mia è una somma di risposte-senza-chiamata: Iddio mi risponde, io manco lo chiamo. Son fortunato: sono braccato da qualunque parte mi volti, pare impossibile - pur col massimo impegno - scappar fuori da questo recinto. Mi conduce fuori Lui, mai nessuna prigionia tra noi. Alla galera accetta di rischiare la fedeltà, quella mia a Lui: «Le conduce fuori». Le indicazioni, però, le detta Lui, che stiano chiare: «Cammina davanti ad esse». Prima il Pastore, poi la pecora. Ho tentato - in materia di fede vivo a corrente alternata - il contrario: sono andato fuori-strada. Il Vangelo non mente: a ricordarmelo, ci son ferite sulla pelle. Nell'anima, al cuore della nostra storia d'amore. Nei giorni di bel tempo - Lui davanti, io dietro - seguirlo è una danza. Nei giorni di foschia - io davanti, Lui dietro - capisco il suo amore per me: in quei giorni, Dio pare simile a quei bambini che si aggrappano alle gonne della mamma, ficcano le mani dentro il tessuto, si lasciano trascinare ovunque senza che sia possibile sganciarli prima che abbiano ottenuto ciò che vogliono. Impossibile, per me, sganciarLo prima che Lui abbia ottenuto ciò che vuole: che io vada dietro Lui. Che sia tutto suo, lasciandomi però il potere di negarlo.

Fonte:  www.sullastradadiemmaus.it





Commento  p. Ermes Ronchi 
IV Domenica di Pasqua – Anno A

Letture: Atti 2,14.36-41; Salmo 22; 1 Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. [...]
Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Per me, una delle frasi più solari di tutto il Vangelo. Anzi, è la frase della mia fede, quella che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l'ascolto: sono qui per la vita piena, abbondante, potente. Non solo la vita necessaria, non solo quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva; vita che rompe gli argini e tracima e feconda, uno scialo, uno spreco che profuma di amore, di libertà e di coraggio.Così è Dio: manna non per un giorno ma per quarant'anni nel deserto, pane per cinquemila persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, perdono per settanta volte sette, vaso di nardo per 300 denari. «Gesù non è venuto a portare una teoria religiosa, un sistema di pensiero. Ci ha comunicato vita ed ha creato in noi l'anelito verso più grande vita» (G. Vannucci).Il Vangelo contiene la risposta alla fame di vita che tutti ci portiamo dentro e che ci incalza.Il primo gesto che caratterizza il pastore vero, datore di vita, è quello di entrare nel recinto delle pecore, chiamare ciascuna per nome (Gesù usa qui una metafora eccessiva, illogica, impossibile per un pastore “normale”, ma il gesto sottolinea il di più, l'amore esagerato del Signore) e poi di condurle fuori. Gesù porta le sue pecore fuori dal recinto, un luogo che dà sicurezza ma che al tempo stesso toglie libertà. Non le porta da un recinto ad un altro, dalle istituzioni del vecchio Israele a nuovi schemi migliori. No, egli è il pastore degli spazi aperti, quello che lui avvia è un processo di liberazione interminabile, una immensa migrazione verso la vita. Per due volte assicura: «io sono la porta», la soglia sempre spalancata, che nessuno richiuderà più, più forte di tutte le prigioni (entrerà e uscirà e troverà...), accesso a una terra dove scorrono latte e miele, latte di giustizia e innocenza, miele di libertà. Più vita.La seconda caratteristica del pastore autentico è quella di camminare davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Non un pastore che grida o minaccia per farsi seguire, ma uno che precede e convince, con il suo andare sicuro, davanti a tutti, a prendere in faccia il sole e il vento, pastore di futuro che mi assicura: tu, con me appartieni ad un sistema aperto e creativo, non a un vecchio recinto finito, bloccato, dove soltanto obbedire. Vivere è appartenere al futuro: lo tiene aperto lui, il pastore innamorato, «il solo pastore che per i cieli ci fa camminare» (D. M. Turoldo).
pietrevive.blogspot.it

sabato 25 febbraio 2017

: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro».

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migrazioni

Tutto-mio o tutto-suo. L'incapacità di Cristo a spartirsi il cuore 

di        don Marco Pozza 

VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (26/02/2017)
Vangelo: Mt 6,24-34 
Parlava così perché non voleva affatto che alcuno Gli andasse dietro con occhi chiusi, ma che ciascuno che tentasse di stargli alle calcagna prima facesse bene i conti coi costi dell'impresa, soprattutto se gli convenisse tentarla. Maneggiava parole feroci, con accenti ferrosi, prospettive rudi: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro». Anche con parole affettuose, di cura, d'intenzione: «Non preoccupatevi. Il Padre vostro sa che ne avete bisogno». Il Regno è materia per gente che sappia dove voler andare: o si sa perché si vive - come annotava il romanziere A. Checov - oppure la vita è uno scherzo idiota. Nessun idiotismo in ciò che Cristo ha in serbo per l'uomo: "Puoi essere di più di quanto tu possa immaginare. Puoi addirittura diventare figlio di Dio". A volerlo! Tutto potranno rinfacciare a Cristo, tutto un giorno gli rinfacceranno: la Croce sarà la summa di ciò che il mondo poteva rinfacciargli. Sarà il massimo della risposta che Dio poteva proporre come risposta agli insulti: "Fà nulla, tornerete a voltare lo sguardo verso di me". Dio ha coraggio: il suo amore chiede l'esclusiva, non si potrà firmare doppia-appartenenza. Vuole che io gli dica "Sei l'unico amore della mia vita". Poi, se lo seguo, capisco il perché: nel suo cuore, nemmeno io sarò mai relativo a nessun altro. Non mi spartirà con nessun altro. Una notizia-bomba: io, l'ultimo arrivato, sono stato scelto come suo collaboratore. Un socio.Prima di partire, dunque, sarà necessario decidersi da che parte stare: con Lui o contro, con l'altro. Quell'altro che, per scompigliare le carte, sembra avere sempre le carte migliori in tasca da giocarsi: "Diventerai come Dio, dammi retta. E' geloso della tua felicità: ti pare affidabile uno così?" Preoccupati, dunque: di allargare il granaio, di procurati amici a destra-e-manca, di tendere lo sguardo a chi, del tuo cuore, vorrebbe fare un capanna. Lucifero è un imprenditore: parla terra-terra, gratta la pancia colpendola, non dice nulla di diverso da ciò che tutti vanno dicendo: in fin dei conti, preoccuparsi di ciò che si mangerà domani pare essere una domanda che è patrimonio di ciascuno. Senza cibo, quella sera, Lui stesso si mise di traverso a moltiplicare pani e pesci perché la gente riuscisse a tenere sveglio il cuore sul Regno. Dov'è, dunque, l'attrattiva temeraria che fece di Cristo uno spericolato equilibrista quaggiù? Sempre al solito posto, cucita su quella che era la speranza più profonda del popolo d'Israele: stare crogiolati nel sorriso di Dio. Diventato carne-e-ossa in Gesù di Nazareth, quel sorriso diventa l'incrocio della scelta, quella da novanta. Quella che fa di un uomo un possibile re o un eventuale schiavo alla mercè del truffaldino. «Non preoccupatevi per la vostra vita (...) Non preoccupatevi dicendo. "Che cosa mangeremo" (...) Non preoccupatevi del domani». Qualcuno, giacché c'è sempre qualcuno a cui piace confondere l'amore con il farsi compagnia, non tarderà a dire che una pacchia così non s'era mai fatta vedere prima di Cristo: "Approfittatene, gente. Correte". Il fatto serio è che è proprio tutto il contrario: tu non ti preoccupare per te. Datti da fare per l'altro. Nel frattempo t'accorgerai che io, il tuo Dio, mi sto prendendo cura di te. Han ragione: è un modo di lavorare-la-terra che non s'era mai visto.Chi cerca alla fine troverà: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». C'è già tutto ciò di cui il mondo necessita: non resta che andarlo a cercare, dargli aria, aprirgli la strada come brace sotto la cenere. Cercare è il contrario di riposare, a patto che il riposo non sia l'approdo dell'essere alla ricerca di Dio. La verità, nei Vangeli, è una presenza: impossibile trattenerla più dell'attimo nel quale si concede. Stare in sua compagnia è starle-in-perpetua-ricerca: il trucco è quello di concedersi cammin facendo all'uomo. Che ritrovi a poco a poco il meglio di sé: il resto «vi sarà dato in aggiunta». E' il guadagno inimmaginabile della speranza cristiana: non la convinzione che tutto andrà bene, ma la certezza che, comunque vada a finire, c'è un senso che abita in ogni cosa. Qualcuno non l'accetterà mai: nel gioco delle libertà ci sta anche questo. La dittatura è sempre stato il governo degli incapaci.
Fonte: www.sullastradadiemmaus.it



 

e da InCammino: don Marco Pozza



domenica 9 ottobre 2016

Liberi di non vedere ciò che è accaduto ...

#InCammino: don Marco Pozza" 


 pregare 800 800 800x510

immagine www.sullastradadiemmaus.it


 Liberi di non vedere ciò che è accaduto 
di don Marco Pozza  
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (09/10/2016) Vangelo: Lc 17,11-19

E' una delle pause più lunghe che il Vangelo serbi nelle migliaia di pagine in cui tratteggia Dio coi suoi misteri: «Gli altri nove dove sono?» (Lc 17,11-19) Una sorta di solitudine affligge il Cristo: è la mancanza di una compagnia, gli manca l'uomo. Era capitata la stessa cosa al Padre, e la reazione fu la stessa: «(Adamo), dove sei?» (Gen 3,9) L'amore è un signore: non chiede "Cos'hai fatto? Dove ti sei ficcato? Ingrato: dopo tutto quello che ho fatto per te". Nessun astio, solo una questione d'interesse, un'intimità: mi manchi. Nessuna domanda è mai indiscreta: le non-risposte, a volte, lo sono. Il Figlio dell'Uomo conosce a menadito gli uomini dall'eternità: vivendoci assieme, però, è come se avesse guadagnato il loro lato ordinario, il romanticismo non è roba sua. Non s'aspetta nulla in cambio: "senza-pretese" è il soprannome del suo amore che non è disposto a mutare, costi quel che costi. Il ritorno di un grazie spontaneo, però, farebbe felice anche il Cielo: «Non si è trovato nessuno all'infuori di questo straniero che tornasse indietro a rendere gloria a Dio?»Guariti, sono tutti tornati ai vecchi mestieri e passatempi d'un tempo. Nel mentre della malattia, i congiunti fendevano l'aria chiedendo loro di sognare per soffrir di meno: "Cosa faresti se, d'improvviso, tu guarissi?" Era un piacere, una sorta di palliativo della malattia, immaginarsi amanti, commercianti, guerrieri. Al bar, in cantina, a far gli uomini-immagine. Scarnificati dalla lebbra, a ciascuno in petto ardeva di poter fare l'impossibile, l'esatto contrario di ciò che invece erano costretti ad essere: gl'immondi, gli impuri, gli schivati. La pietà defunta a dieci metri di raggio dal loro corpo. Un giorno, improvviso, l'inimmaginabile s'avvera. La malattia, sovente, è il paese degli incontri: «Appena li vide, Gesù disse loro: "Andate a presentarvi ai sacerdoti"». Diventa il paese di Dio: a guarirli è il piglio d'una voce-medicinale, la prescrizione è sempre quella di riallacciarsi le scarpe, l'aspettativa è che, camminando, s'accorgano d'essere stati sanati: «La vita di ognuno può starsene descritta dentro qualche cammino fatto a piedi» (E. de Luca). S'alzano, loro che per anni erano stati dei cadaveri arenati sulla spiaggia del mondo. S'accorgono d'essere stati sanati: se ne vanno ciascuno per i fatti suoi. A dar forma alle vecchie chimere sognate nel letto d'ospedale.A tornare è «nessuno all'infuori di questo straniero?» E' un samaritano di brigata, un raddoppio di iella, un doppio-salto-mortale: lebbroso e foresto. Alla domanda del Cristo - «Dove sono?» - il samaritano non risponde. Anche lui era uno di quei dieci pesci-cadaveri arenatisi sulla spiaggia e ributtati in mare: gli parve spontaneo, dopo tutto quello che Cristo aveva fatto per lui, ritornare a dire grazie. In quell'andata-con-ritorno c'è tutta la sua timida fede: quei passi che tornano sono la libera risposta all'amore del Cristo, che giocò d'anticipo. Che, con un raddoppio di sorpresa, gli accredita pure la salvezza: «Alzati e và, la tua fede ti ha salvato». Grandezza di Dio: la sua specialità non è quella di salvare l'uomo, lo vuol mettere in una condizione tale per cui inizi a pensare alla propria salvezza. A guarirlo è stata una parola, a salvarlo un gesto-di-ritorno: «La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla» (E. Schmitt).Le altre nove vite sono riprese esattamente da dove s'erano interrotte: che nessuno sia mai forzato a rendere-grazie all'Amore. La lebbra altro non fu che un infausto intoppo, un'infelice sposalizio, una pagina da voltare per far presto a dimenticare: liberi addirittura d'andare a dire che ci siamo guariti da soli, liberi di negarlo. Potenza della Rivelazione: Cristo, neanche oggi, alza la voce. Il Regno di Dio non è quella sorta di avventura che gli amici stan sognando. E' già qui, così piccolo che quasi nessuno s'accorge. La percentuale è di uno-su-dieci
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