Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

lunedì 5 marzo 2012

Lunedì della II settimana di Quaresima

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Un Cristianesimo di carità senza verità 
può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, 
utili per la convivenza sociale, ma marginali. 
In questo modo non ci sarebbe più 
un vero e proprio posto per Dio nel mondo.  
La carità eccede la giustizia, perché amare è donare
offrire del “mio” all'altro; 
la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. 

Benedetto XVI, Caritas in veritate




Lc 6, 36-38 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» .


IL COMMENTO


"Manikos eros" diceva Casabilas, amore folle quello di Dio. E lo stesso Elisabetta della Trinità, quando affermava di credere nel "troppo amore di Dio", per abbandonarsi e non vivere altro che di quella misericordia, la molecola fondamentale della stessa aria che respiriamo. "Mi prostro nella mia miseria e, riconoscendola apertamente, la espongo davanti alla misericordia del mio Maestro" (Elisabetta della Trinità). Prostrati dinanzi al seno materno di Dio. In attesa, come la donna fenicia, come Maria ai piedi di Gesù, come la Maddalena. Aspettando trepidanti la sua misericordia, che si schiuda il suo seno (misericordia traduce il greco oiktirmon che a sua volta traduce l'ebraico rahamin, che indica il ventre, l'utero) e ne sgorghi quel liquido amiotico senza il quale non possiamo essere gestati alla vita celeste. La sua misericordia, l'acqua della vita


Non esiste unità di misura per l'amore di Dio. E noi, quante volte misuriamo il tempo speso per gli altri, il perdono offerto, la quantità di vita consegnata? Sì, perchè in fondo, quel che facciamo è prestare e mai donare. Per chi dona le misure non contano. Il dono non conosce calcoli. Quando nel cuore si comincia a tenere una segreta contabilità, una partita di dare e avere, è il segno che il Cielo è ormai chiuso, e la vita dei figli è divenuta vita di orfani. Come nella parabola del figliol prodigo, che esige dal padre di conteggiare la parte che gli spetta per spendersela in libertà e autonomia. E' proprio questo il primo passo verso la rovina: aver obbligato suo padre a misurare ciò che non ha misura; ed è esattamente quello che, malmostosamente, ha fatto anche il figlio maggiore, quando, preda della gelosia, si è messo a calcolare l'incalcolabile amore del padre. Entrambi non avevano compreso che il tranello antico, quello posto dal demonio ad Adamo ed Eva, era proprio quello di misurare l'eredità, che, da infinita, diviene così qualcosa di finito, esauribile, invidiabile, oggetto di gelosie, avarizia e concupiscenza, di difesa strenua a costo di uccidere l'altro con giudizi e condanne: misurare l'amore del Padre conduce sempre a rinchiuderlo nello spazio angusto della carne, dell'umano, farlo decadere dall'agape all'eros. E' questo, in definitiva, il frutto mortale del peccato, voler accaparrarsi della Grazia, del dono, e ritrovarsi così padroni del nulla, schiavi delle passioni, sempre a corto di pazienza e misericordia, privati di quell'eccedenza d'amore, di quell'amore smisurato che, solo, può compiere la vita. Senza l'agape, i matrimoni restano senza vino, e fanno acqua, incapaci di sopportare l'urto della carne. Senza l'eccedere della carità, le amicizie evaporano, i fidanzamenti si piegano ai compromessi, le relazioni tra genitori e figli divengono campi di battaglia. 


Di fronte alla folla affamata e stanca, il Signore mette alla prova il cuore dei discepoli, come oggi viene a visitare ciascuno di noi. Una folla sterminata, un momento difficile con la moglie, un figlio ribelle, una suocera indurita, un collega geloso, un fidanzato in crisi, di fronte a quello che ci presenta la storia ferita dal peccato, possiamo davvero misurare quello che abbiamo tra le mani? "Che cos'è questo nulla per sfamare tanta gente, per vivere in pienezza e secondo la volontà d'amore del Padre?". Misuriamo, come i discepoli, e ci ritroviamo con cinque pani e due pesci, nulla di fronte all'eccezionalità della necessità. Perchè ogni situazione che siamo chiamati a vivere è eccezionale e necessita un amore smisurato, che, come il Nilo, tracimi dal letto abituale, quello dell'ordinaria amministrazione dei compromessi ipocriti e impauriti, per fecondare e donare la vita. Il peccato ha ferito la storia, per viverla da figli di Dio è necessario un amore che ha vinto il peccato. Occorre un amore senza misura per custodire la castità nel fidanzamento, che superi la passione e il sentimento, per rispettare e custodire l'altro nella purezza di un figlio di Dio, attendendo con pazienza di vedere confermata la volontà di Dio nel matrimonio; è necessario un amore che trascenda ogni calcolo per aprirsi alla vita e vivere la sessualità coniugale abbandonati alla volontà di Dio; un amore più forte della vanità femminile, delle angosce per la precarietà economica, un amore che abbracci la vita consegnandola al suo Autore, affidandola a Colui che la rende eterna, superando i confini della carne. 


Il Vangelo di oggi ci chiama ad abbandonare ogni tentazione di misurare l'amore di Dio, a convertirci, a tornare nella casa del Padre per vivere delle sue cose, il suo "tutto" che è anche il nostro, attingendo senza timore alla fonte inesauribile del suo amore. Il Signore ci chiama a stringerci a Lui, che non ha contato i nostri peccati, e che, senza misura, ci ha amato di un amore incorruttibile. Gesù ci guarda oggi e ci chiede il nulla che abbiamo per trasformarlo in un folle e smisurato amore, capace di eccedere e condurci in una vita nuova, quella dei figli, somiglianti al Padre, allevati nella sua misericordia per essere pura misericordia per ogni nostro prossimo. Chi vive nascosto nel seno del Padre, immerso nella sua misericordia, chi si nutre, istante dopo istante del suo perdono, chi sperimenta, quotidianamente, il suo amore incalcolabile, ha smarrito il giudizio, il suo cuore è ormai intento a succhiare il latte della misericordia e non può preoccuparsi di condannare e pensar male degli altri. I suoi occhi sono intrisi nello sguardo del Signore, non sanno guardare nessuno se non attraverso gli occhi di Dio. E non può amare che con il cuore di Dio, senza timore, perchè il proprio cuore è già nel Cielo e nessuno potrà mai trafugare ciò che non si si può misurare e non si esaurisce esaurisce. Un amore donato nella carne delle proprie ore, spese gratuitamente, senza difendere nulla, senza invidia e gelosia perchè Dio è lo stesso e ama tutti con lo stesso cuore.


Israele conosceva l'attenzione al forestiero perchè ne aveva fatta l'amara esperienza in Egitto e aveva visto e assaporato la vittoria del braccio di Yahwè disteso a liberarlo. Così l'uomo creato per amare e perdonare, straniero in una terra d'odio e rancore, liberato gratuitamente dalla tirannide dell'oppressore, conoscerà per esperienza l'angustia di chi è ancora straniero in una terra non sua. Saprà perdonare chi non sa perdonare. Non si tratta di cercare e sforzarsi di non giudicare, di non condannare, di allargare la misura del proprio cuore. E' opera impossibile all'uomo. Si tratta di conoscersi, di avere chiaro l'abisso del proprio cuore, e in esso incontrare l'infinita misericordia del Padre. Chi vive ai piedi dell'amore è trasformato a poco a poco in amore misericordioso, capace di giustificare, senza misura. Dal suo grembo, dalle sue viscere, nascerà solo misericordia, in misura traboccante, incalcolabile, la stessa nella quale è rinato, gratuitamente.


Asterio D'Amasea, Vescovo di Amasea nel Ponto,
Omilia protrepticos peri metanoia.

«Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro»

Se volete imitare Dio, a immagine del quale siete stati creati, conformatevi al vostro modello. Voi cristiani, voi che portate un nome che significa amore, imitate la carità di Cristo. Osservate la ricchezza del suo amore per gli uomini. Sul punto di manifestarsi a loro nella sua umanità, ha mandato Giovanni per invitarli alla penitenza e condurli al pentimento e, ancora prima di lui, ha inviato tutti i profeti che hanno insegnato la conversione. Quando poi poco tempo dopo, si è presentato Cristo stesso, ha gridato con la propria voce facendosi avanti in persona: Venne a me tutti voi che siete affaticati e oppressi e io vi consolerò (Mì. 11,28). E quelli che hanno accolto l'invito, come li ha ricevuti? Ha concesso loro, senza difficoltà, n perdono dei peccati e immediatamente li ha liberati dalle loro afflizioni. Il Verbo li ha resi santi, lo Spirito ha 'impresso su di loro il suo sigillo. L'uomo vecchio è stato sepolto ed è nata la nuova creatura, rigenerata per grazia. Di conseguenza l'uomo, che era estraneo, è diventato un intimo, da straniero è diventato figlio; prima escluso, ora è stato 'introdotto nel mistero, è da empio che era è diventato santo.
Se qualcuno, dopo aver ricevuto in dono ricchezze così grandi ed eccezionali, offendesse il suo generoso benefattore noi saremmo senz'altro per lui giudici duri e inflessibili Lo metteremmo subito a morte, senza permettergli di difendere la sua causa, e lo priveremmo non solo di questa vita, ma anche dell'altra. Ma ben diverso è il giudizio del Signore, la cui misericordia è senza limiti. Egli non vuole la morte del peccatore, ma attende la sua conversione. Per questo non vengono puniti quelli che per una volta hanno disprezzato la grazia: la misericordia infatti si aggiunge alla misericordia, e il perdono si unisce all'oblio. Le lacrime versate hanno l'efficacia di un bagno purificatore e i gemiti del pentimento riportano la grazia che per breve tempo era stata perduta...
Voi dunque che siete duri e incapaci di dolcezza imitate la bontà del nostro creatore. Non siate, per i vostri compagni di schiavitù, dei giudici rigorosi e crudeli, nell'attesa che giunga colui che svelerà i segreti dei cuori e che, con la sua potenza, darà a ciascuno il posto che gli spetta nella vita futura. Non pronunciate giudizi severi, per non essere giudicati con severità e per non essere trafitti, come da denti acuti, dalle parole. Mi sembra infatti che le parole del Vangelo: Non giudicate, per non essere giudicati (Mt. 7, 1) vogliano appunto metterei in guardia da questo peccato. Conciò non si vuole escludere la facoltà di valutare le cose con intelligenza e rettitudine: il Vangelo chiama «giudizio» una condanna troppo severa. Noi tuoi giudizi dunque, adopera, per quanto è possibile, un peso leggero, se non vuoi che anche le tue azioni facciano scendere il piatto della condanna quando -la nostra vita sarà pesata dal giudizio di Dio, come su una bilancia... Non rifiutare allora, di usare misericordia, per non essere escluso dal perdono quando anche tu ne avrai bisogno.


Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo 
Primo discorso  per la quarta domenica dopo la Trinità, 1

«Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro»

        E' pericoloso e rischioso che un uomo giudichi un altro uomo; ognuno sia attento a pensare ai suoi peccati. Poiché colui che è la Verità ha detto: «Con la misura con cui misurate sarà misurato a voi». Se sei molto misericordioso, troverai grande misericordia; se lo sei poco, ne troverai poca; se non hai misericordia, non ne troverai per te. Occorre provare ed esercitare la misericordia interiormente, nella propria volontà profonda, in modo da provare compassione profonda e sincera per il proprio prossimo ovunque lo si veda soffrire e da chiedere a Dio con tutto il cuore di consolarlo.
        Se puoi soccorrerlo esteriormente, con qualche consiglio o dono, con parole o fatti, lo farai per quanto ti è possibile. Se non puoi fare molto, fa' comunque qualcosa, un'opera di misericordia interiore o esteriore: digli almeno una buona parola. In questo modo, adempi ciò che gli devi, e troverai un Dio misericordioso.

domenica 4 marzo 2012

"La fede non è una bandiera da portarsi in gloria. E', invece, una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d'inverno".

             «Canti - Emozioni - Preghiera»

«Fiducia - Autenticità - Concretezza»

La freschezza della proposta, il modo garbato e geniale di porgere il Vangelo,

con canti e riflessioni che attingono alla sfera personale e comunitaria, hanno

ancora una volta profondamento coinvolto i numerosi partecipanti alla veglia.

La scenografia,coglieva un aspetto del Cantico 2,14

"Alzati, Tu che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi:

 fammi vedere il tuo viso fammi sentire la tua voce"

I testi "vissuti" di Luigi Verdi,

 le immagini inserite nella semplice

ed efficace scenografia,

sono state arricchite dal sound di Antonio Salis.

Una preghiera corale distinta nei tre tempi della

« Fiducia - Non chiudere le porte alla notte e al vento »

« Autenticità - Torci la tua paglia di grano in corda »

«Concretezza - Torniamo a ricostruire la casa »

Nell'ambito del Vangelo ci piace sottolineare il bellissimo

riferimento alla «Maddalena che 'rompe il vaso

 che contiene l'unguento e con dolcezza accarezza i piedi di Gesù,

prefigurando e coniugando il gesto della

"'lavanda dei piedi"

che Gesù, compirà sei giorni dopo, nel corso della "Cena Domini". »

Sapienza della Parola, che si fa Catechesi viva e fonte di Carità.

La Veglia si è conclusa con un bellissimo dono da parte della Comunità Romena. Una vera "Carezza", sul palmo della mano, utilizzando un profumatissimo unguento, che è stata officiata dai 'Due Parroci, Sacerdoti Ettore e Tindaro.


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 Fonte: www.carlofrancio.net

DA UN ALTRO DEI  BLOG CHE SEGUO

 

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Scriveva Natalia Ginzburg nel 1970: "La fede non è una bandiera da portarsi in gloria. E', invece, una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d'inverno".  
Quanti commenti si potrebbero fare a questa frase...  
Nessuno si deve sentire arrivato in ambito spirituale, ma, come dice S.Paolo, "chi è in piedi guardi di non cadere".


sabato 3 marzo 2012

Sabato della I settimana di Quaresima

Vangelo del Giorno



Chi accoglie il Signore nella propria vita 
e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio. 
Riesce a compiere la volontà di Dio: 
realizzare una nuova forma di esistenza 
animata dall’amore e destinata all’eternità. 
Se siamo veramente consapevoli di questa realtà, 
e la nostra vita ne viene profondamente plasmata, 
allora la nostra testimonianza diventa chiara, 
eloquente ed efficace. 
Un autore medievale ha scritto: 
«Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire, 
mescolato all’amore di Dio
allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore» 
(Giovanni Climaco, Scala Paradisi).

Benedetto XVI, Angelus del 20 febbraio 2012




Mt 5,43-48 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.


IL COMMENTO


Perfezionismo? No assolutamente. La perfezione cristiana, la parola che incontriamo nel vangelo di oggi, è piuttosto il "compimento". Perfetto è colui che è compiuto. "Tutto è compiuto". Sulla Croce. Lì il Signore ha potuto pronunciare queste parole. Il Vangelo di Giovanni cristallizza in un'immagine il compimento: Gesù che si china a lavare i piedi ai Suoi discepoli, amati sino alla fine, letteralmente, sino al compimento. La vita offerta quale perdono. E il perdono è un corpo crocifisso. Il Suo corpo benedetto. La perfezione è distesa tra due braccia aperte in un abbraccio misericordioso. La perfezione sgorga da un cuore squarciato per amore. La Sua vita zampillante sui nostri peccati. Amore allo stato purissimo. Raffinato nel crogiuolo della sofferenza. Vino pigiato nel tino della storia. Ai piedi dei nemici, servo dei malvagi, ultimo dietro l'ultimo uomo. In fondo, alle spalle del peggiore della storia, del più sanguinario, del più abietto. Ultimo per rovesciare la fila, dietrofront!, e gli ultimi, i peccatori, siano i primi, dietro il primo che ha vinto la morte e il peccato ed è entrato trionfante nel Paradiso. L'ultimo, il ladrone crocifisso accanto a Gesù, il primo dietro di Lui: "Oggi sarai con me in paradiso". 


Il mondo - e noi nel mondo - condanna e giustizia ogni nemico. Nel mondo si muove guerra al nemico. Sino all'annientamento. Ma Lui ci dice di amarlo il nemico, e la Sua Parola è verità. E' realtà. Già qui ed ora si compie in noi, nemici di Dio intenti, ogni giorno, ad ammazzare i nemici, smarrendo per via pazienza, perdono e amore. Noi, obesi di malvagità, amati e riamati infinitamente. La nostra vita perduta, riscattata e compiuta nel Suo perdono. Le Sue braccia aperte sono anche oggi il nostro rifugio, la nostra perfezione. Siamo dunque perfetti, compiuti solo nascosti tra le Sue ferite d'amore. "È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.12). Trafitti dalla Sua misericordia diventiamo noi stessi le Sue ferite aperte sul mondo, segno di salvezza, vita e perdono per ogni uomo. Le nostre piaghe quotidiane unite alle Sue piaghe sono la perfezione che salva il mondo. Disprezzati, rifiutati, insultati, derisi, licenziati, trattati ingiustamente sul lavoro, e poi da mogli e mariti, suocere, figli, nipoti, nuore e generi. Lì, inchiodati alla nostra croce siamo perfetti. Laddove nessuno saluta, laddove si cela il sole e si trafuga la pioggia, laddove il mondo cancella gli ingiusti, i figli del Padre celeste offrono la vita, gratuitamente, senza sperare nulla. Laddove il mondo odia, i discepoli dell'Amore amano. La nostra vita è così compiuta sulla Croce, Crocifissi con Lui. "Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può — come ci dice il Signore — diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34)" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.7). E' Lui vivo in noi ad amare ogni uomo, scende in noi all'ultimo posto, servo di questa generazione per aprire il Cielo ad ogni nemico, nel Suo sangue trasformato in amico. Di più, ogni nemico è fratello agli occhi di Cristo. Come lo siamo stati noi, appena un secondo fa... O Ieri. O lo saremo domani. 


"Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione... Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.18). Gli occhi di Dio, che ama tutti donando a tutti il necessario, senza distizione alcuna, sono gli occhi di Gesù posati su questa umanità attraverso i nostri stessi occhi. Lo sguardo d'amore che ha folgorato Matteo, che tutti ci ha coinvolto in un cammino di conversione e di gioia. La quaresima ne è un paradigma, il segno dell'opera di Dio in ciascuno di noi: l'amore che polverizza il vecchio cuore di pietra per donarci un cuore di carne. Il cuore di Cristo. La nostra vita è così trasformata nella Pasqua dei nemici divenuti fratelli. Di Cristo, Suoi coeredi, figli dello stesso Padre, figli della misericordia.




Benedetto XVI. Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro. 
Angelus del 20 febbraio 2011




Cari fratelli e sorelle!


In questa settima domenica del Tempo Ordinario, le letture bibliche ci parlano della volontà di Dio di rendere partecipi gli uomini della sua vita: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» - si legge nel Libro del Levitico (19,1). Con queste parole, e i precetti che ne conseguono, il Signore invitava il popolo che si era scelto ad essere fedele all’alleanza con Lui camminando sulle sue vie e fondava la legislazione sociale sul comandamento «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18). Se ascoltiamo, poi, Gesù, nel quale Dio ha assunto un corpo mortale per farsi prossimo di ogni uomo e rivelare il suo amore infinito per noi, ritroviamo quella stessa chiamata, quello stesso audace obiettivo. Dice, infatti, il Signore: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Ma chi potrebbe diventare perfetto? La nostra perfezione è vivere con umiltà come figli di Dio compiendo concretamente la sua volontà. San Cipriano scriveva che «alla paternità di Dio deve corrispondere un comportamento da figli di Dio, perché Dio sia glorificato e lodato dalla buona condotta dell’uomo» (De zelo et livore, 15: CCL 3a, 83).
In che modo possiamo imitare Gesù? Gesù stesso dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45). Chi accoglie il Signore nella propria vita e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio. Riesce a compiere la volontà di Dio: realizzare una nuova forma di esistenza animata dall’amore e destinata all’eternità. L’apostolo Paolo aggiunge: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3,16). Se siamo veramente consapevoli di questa realtà, e la nostra vita ne viene profondamente plasmata, allora la nostra testimonianza diventa chiara, eloquente ed efficace. Un autore medievale ha scritto: «Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire, mescolato all’amore di Dio, allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore» (GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi, XXX: PG 88, 1157 B), nella totalità della vita. «Grande cosa è l’amore – leggiamo nel libro dell’Imitazione di Cristo –, un bene che rende leggera ogni cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile. L’amore aspira a salire in alto, senza essere trattenuto da alcunché di terreno. Nasce da Dio e soltanto in Dio può trovare riposo» (III, V, 3).
Cari amici, dopodomani, 22 febbraio, celebreremo la festa della Cattedra di San Pietro. A lui, primo degli Apostoli, Cristo ha affidato il compito di Maestro e di Pastore per la guida spirituale del Popolo di Dio, affinché esso possa innalzarsi fino al Cielo. Esorto, pertanto, tutti i Pastori ad «assimilare quel "nuovo stile di vita" che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli» (Lettera Indizione Anno Sacerdotale). Invochiamo la Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, affinché ci insegni ad amarci gli uni gli altri e ad accoglierci come fratelli, figli dello stesso Padre celeste.

venerdì 2 marzo 2012

Ultimo messaggio da Medjugorje


Messaggio della Regina della Pace
per la versione audio clicca qui

Venerdì della I settimana di Quaresima

Vangelo del Giorno

Credere nel Figlio crocifisso significa «vedere il Padre»,
significa credere che l'amore è presente nel mondo
e che questo amore è più potente 
di ogni genere di male in cui l'uomo, l'umanità, il mondo sono coinvolti.
Credere in tale amore significa credere nella misericordia.
Questa infatti è la dimensione indispensabile dell'amore,
è come il suo secondo nome e, al tempo stesso,
è il modo specifico della sua rivelazione ed attuazione 
nei confronti della realtà del male che è nel mondo,
che tocca e assedia l'uomo,
che si insinua anche nel suo cuore e può farlo «perire nella Geenna».
Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia n.7


Mt 5,20-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!”.

IL COMMENTO

La giustizia. Cercare, farsi, volere giustizia. Rivoluzioni, sistemi, ideologie, tutte in nome della giustizia. E le nostre riunioni di condominio, e i turni in ufficio, la scelta dei periodi di ferie, e i furieri in caserma, i professori, gli studenti, primo-secondo-terzo figlio, tribunali e mani pulite, di tutto e di più in nome della giustizia. Tutti a cercare giustizia, mentre tutti, inconsapevomente, siamo già giustificati gratuitamente per mezzo di Gesù, la Giustizia di Dio. L'ingiustizia più grande a far giusti gli ingiusti. La Croce, la Roccia sulla quale si infrange ogni tsunami malvagio di morte. L'amore che fa giustizia d'ogni sofferenza, dolore, peccato.
Sì, perchè qualcuno ce l'aveva con Lui. Il mondo intero aveva "qualcosa contro di Lui". Ogni uomo, avvelenato dagli inganni del demonio, ce l'aveva con Dio. Chi per il dolore, la malattia, il mobbing, il razzismo, i campi di concentramento, le torture, la guerra, la droga, le violenze, i disastri naturali, le incomprensioni, gli affetti che tradiscono, le pugnalate alle spalle da parte di chi credevamo un amico, un fratello, la solitudine aspra: il male spazza via dal cuore e dalla mente dell'uomo il volto di Dio e tutto precipita in un abisso senza senso. E la vita si trasforma in un'enorme ingiustizia: vivere per morire, vivere per soffrire. No. Non è possibile. Dio, se c'è, è un mostro, il peggiore. Viva Barabba allora, viva chi si fa avanti con slogan e sofismi promettendoci di strapparci all'ineludibile sorte del topo. A morte l'ingiusto che ha generato l'ingiustizia.

E morte è stata, per il Giusto. La Giustizia denudata, fustigata, annichilita, crocifissa. La Giustizia giustiziata su di un patibolo. La Giustizia assassinata e sepolta. La Giustizia discesa agli inferi. L'ingiustizia più grande. Ma proprio in essa Dio ha compiuto il miracolo più grande e sorprendente, distruggendo l'ingiustizia con la giustificazione che salva. Ad ogni uomo preda dell'ingiusto serpente, schiavo del peccato e della morte, è stato svelato l'inganno: il male non è l'ultima parola. Gesù è risuscitato! L'ingiustizia non è il nostro destino autentico, anche se, per i nostri peccati, l'ingiustizia ha preso possesso del mondo. 

Le parole di Gesù non sono esagerate, illuminano il disordine che il demonio ha portato nel mondo. Per antitesi Egli mette a fuoco gli angoli più recessi del cuore dell'uomo, laddove si è annidata la vera ingiustizia. La Legge consegnata a Mosè poneva un argine al male dirompente, era come un pedagogo che doveva condurre alla verità. Aver fatto della Legge, come gli scribi e i farisei, il criterio assoluto della giustizia, della pietà, della relazione con Dio, è come aver scambiato un segnale stradale per il conduttore di una macchina. Non si guida limitandosi a seguire la segnaletica. Occorre destrezza, attenzione, allenamento; occorre una capacità che superi ciò che dicono i cartelli, un'intuizione e una genialità che facciano vedere oltre, prevedere i pericoli, gli imprevisti, le difficoltà non registrate. Così la vera Giustizia non è una semplice teoria di precetti compiuti. La Giustizia a cui ci chiama oggi il Signore è quella che valica la prospettiva legalistica e lascia libero lo sguardo del cuore e della mente di spaziare oltre, inerpicandosi per sentieri sconosciuti, angusti, pericolosi. La vera Giustizia inizia laddove termina la segnaletica, come accade in montagna quando le strade divengono sterrate, tutte fossi e radici. La Legge segnala l'omicidio, il pericolo possibile prima di un incrocio, o di una curva pericolosa. La Legge ci impone di non uccidere, e su questo siamo tutti d'accordo; nessun fariseo ha mai ucciso, come nessuno di noi. Ma quando ci inoltriamo sui sentieri dove non batte il sole, quelli sdrucciolevoli e subdoli del nostro cuore, laddove nessun segnale indica il pericolo di una parola detta con superficialità, di una battuta che cela una calunnia, di un insulto che sembra fotografare la realtà, la giustizia degli scribi e dei farisei mostra i propri limiti. E' a questo segreto velenoso custodito nel cuore che puntano le parole di Gesù. E' qui che sono concepiti i pensieri malvagi che divengono parole come proiettili prima, e azioni ingiuste poi. E' nel cuore che alberga l'ingiustizia, cova il risentimento, è gestata l'incredulità. Chi si adira con il fratello lo ha già ucciso nel proprio cuore; chi lo considera stupido o pazzo ha già assassinato in lui l'immagine di Dio. Nel cuore dell'empio parla il peccato che lo trasforma in avversario di Dio. Un cuore schiavo della menzogna di satana partorirà sempre azioni malvage, senza giustizia perchè fondamentalmente dettate dall'egoismo e dall'orgoglio autosufficiente.

Per questo Gesù non fa distinzione tra omicidio e ira e insulto, perchè tutto proviene dalla stessa radice. E Lui non è venuto a sostenere l'argine malfermo della Legge eretto a difesa contro il male, lasciando una serie di precetti ancor più gravosi. Non è venuto a mettere una pezza sulle crepe di un muro. Lui è venuto a instaurare il Regno di Dio, la sua Giustizia che giunge al fondo del cuore, che non si ferma alla segnaletica delle grandi vie di comunicazione, quell'etica della quale tanti oggi si riempiono la bocca manipolandola a proprio uso e consumo. Gesù ha giustificato con il suo sangue il cuore corrotto dell'uomo, ha sanato la ferita che grondava pus velenoso. Ha reso giusto il cuore ingiusto, rendendolo capace di amare, di lanciarsi sui sentieri impervi e pericolosi che conducono al fratello più lontano, al peccatore, al nemico. Le parole del Vangelo di oggi non sono che una coniugazione della grande e decisiva profezia sull'amore al nemico. E' questa, e solo questa, la Giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei, che compie, colma la Legge perchè la dilata laddove i criteri umani e mondani non possono arrivare, a dare la vita per chi ci odia, ci insulta, ci è avversario davvero. La Giustizia che supera il perimetro legale nel rapporto con la moglie, con i figli, con chiunque; la Giustizia che accetta addirittura che si rompa ogni argine al male, che giunga a sé il veleno dell'ingiustizia, per caricarlo, per prendere su di sé peccati degli altri, in un amore e una misericordia che abbraccia e spegne, nel perdono, ogni fiamma d'ira, ogni menzogna, ogni malvagità.  

Risorto dalla morte, il Signore ci ha cercato, ha fatto di tutto per "mettersi d'accordo con noi", poveri e sperduti come i discepoli di Emmaus, suoi avversari a causa delle nostre umane speranze infrante, dei nostri desideri carnali inesauditi, della stessa Legge che limita la libertà, brandite dal demonio per sedurci e metterci contro Dio; Lui si è fatto accanto, il suo cammino sul nostro cammino per mettersi d'accordo con noi e rifondere il "denaro" che non avevamo, quella vita che doveva "pagare sino all'ultimo spicciolo" per tutto il male e tutta l'ingiustizia; Lui ha consegnato se stesso sino alla fine, all'ultimo respiro per comprare la morte e renderla innocua, e poi distruggerla per sempre. In questa esperienza il cuore arde nel petto di gioia indicibile, come i discepoli a mensa con Gesù, quando riconoscono la sua Giustizia piena di misericordia mentre spezza il suo corpo per amore. Il cuore arde perchè raggiunto dalla Giustizia che salva, libera e per questo sana ogni ferita inferta dall'avversario di Dio e dell'uomo. Il cuore trasformato nella gioia di sentirsi amati, perdonati, giustificati, perchè Lui è risorto. I nostri peccati sono stati distrutti, sepolti nella sua tomba dalla quale è risorto trionfante. Ha chiesto perdono per noi che non sapevamo quello che facevamo. Proprio lì, "prima di offrire il suo sacrificio" sull'altare della croce

La Giustizia del Padre è stata, è e sarà sempre la misericordia. Senza di essa niente Cielo. Il suo troppo amore, la sua Giustizia si incarna anche oggi nei giustificati, in tutti noi che, passati attraverso la grande tribolazione, abbiamo lavato le vesti nel sangue dell'Agnello; è la Giustizia superiore a quella degli scribi e farisei, l'amore che fa amico il nemico. L'amore che perdona e giustifica la moglie prima di offrirsi a lei sull'altare che la storia prepara, il suo risentimento, la sua nevrosi, la sua paura; l'amore che giustifica il marito nella sua violenza, che non pretende di cambiarlo, che non esige più attenzioni, ma che si offre in olocausto per lui; l'amore che fa giusto un figlio ingiusto, guadagnandolo con la misericordia, che spesso passa per la verità e la severità non confondiamo... La Giustizia creativa, che, in Dio, supera la Legge come Egli ha fatto consegnado il suo Figlio: eravamo tutti meritevoli di ira, dovevamo essere oggi all'inferno e invece siamo nella Chiesa, salvati, giustificati, colmi di doni che non meritiamo. La Croce di Cristo ha trascinato la Giustizia di Dio al di là del suo stesso limite, sino a giustificare l'ingiustificabile. Il Vangelo di oggi ci rivela la nostra vocazione, ci attrae nella "dinamica creativa" di questa Giustizia nuova, celeste, che inventa forme nuove d'amore, tante quante sono le persone che Dio ha legato alla nostra vita. La Giustizia di Dio che, come disse il Papa in una catechesi, appare nell'episodio dell'intercessione di Abramo per gli abitanti di Sodoma e Gomorra, che egli sente legati a sé, nonostante i loro peccati: "Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio... Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia “superiore”, offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti" (Benedetto XVI, Catechesi del 18 maggio 2011). 

Ecco allora un'aria nuova al condominio, al lavoro, in famiglia e dovunque, l'aria di misericordia che traspare dai figli di Abramo tratti dalla sua stessa fede, i figli della Pasqua di Cristo che li ha introdotti nella libertà di donarsi arditamente senza misura. "Per entrare nella giustizia è necessario uscire da quell'illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l'origine stessa dell'ingiustizia. Occorre, in altre parole, un ‘esodo' più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare" (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2010). Chi ama in questa Giustizia è già nel Regno dei Cieli, vive secondo lo Spirito che lo governa, dove ci si mette d'accordo offrendosi per i peccati dell'altro, perdonando senza condizioni, e non secondo le sentenze dei tribunali, i tavoli sindacali, i "dialoghi costruttivi". Il Regno dei Cieli che fa giustizia di ogni ingiustizia, innanzi tutto quella che ha dipinto Dio come un mostro ingiusto. Il Regno di Dio dove la misericordia che si fa carne e vita nei suoi figli rivela il Cielo, un amore che supera ogni male, che ribatte colpo su colpo ai fendenti del demonio, alla morte frutto del peccato: il Regno dei Cieli che trasfigura anche il cancro di un bambino, uno stupro, un teremoto, un incidente stradale. Il Regno di Dio che apre una finestra sul destino preparato per ogni uomo, più forte di ogni ingiustizia, il Cielo dell'amore eterno e infinito che ha avuto ragione del male e della morte. Il Regno dei Cieli che giustifica Dio agli occhi degli uomini, che accende la fede in mezzo all'assurdo delle tragedie, che induce a sperare contro ogni speranza, che distrugge nella serietà dell'amore la banalità di tanto male. Il Regno dei Cieli qui sulla terra, vivo nei suoi figli che rivelano il Pdre mostrandosi a Lui somiglianti nella Giustizia misericordiosa che rende strumento di salvezza il dolore più grande. Che sia per tutti noi una quaresima di misericordia, per ogni nostro prossimo. Il Cielo sulla terra, verità e giustizia abbracciate e donate ad ogni nostro respiro, come "un'appiglio di bene" (Benedetto XVI) da offrire al Signore per salvare questa generazione: per questo, "i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio" (Benedetto XVI). Il mondo attende con impazienza la Giustizia dei giustificati, l'annuncio che solo la Chiesa può offrire, scrollandosi di dosso compromessi e legalismi mondani. Questa, e solo questa Giustizia salverà l'umanità, eternamente.

Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 211, 5-6 ; SC 116, p. 169

« Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello »

Fratelli, mi rivolgo a tutti voi perché, trovandoci in questi giorni sacri [della Quaresima], non rimangano in piedi le vostre discordie... Forse state parlando nella vostra mente e vi state dicendo : « Vorrei mettermi d'accordo, ma è lui che mi ha offeso... e tuttavia non vuol chiedermi perdono ». Che cosa dirò a costui ?... Bisogna stabilire tra di voi alcuni pacieri.... Tu devi semplicemente essere pronto a perdonargli, proprio pronto a perdonargli con tutto il cuore. Se sei disposto a perdonare, hai già perdonato.
Ma hai ancora una cosa che puoi fare : pregare ; prega per lui, perché ti chieda perdono ; poiché sai che va a suo danno se non lo chiede, prega per lui affinché lo chieda. Dì al Signore nella tua preghiera : « Signore, sai che non ho fatto niente contro quel mio fratello ... e che il suo peccato nei miei confronti danneggerebbe lui se non mi chiede perdono. Quanto a me ti chiedo di cuore di perdonargli ».
Ecco ciò che dovete fare per essere in pace con i vostri fratelli... affinché tutti possiamo far Pasqua con coscienza tranquilla, possiamo celebrare serenamente la passione di colui che, pur non dovendo niente a nessuno, ha saldato il debito al posto dei debitori ; parlo del Signore Gesù Cristo il quale non ha fatto torto a nessuno eppure, per così dire, il mondo intero si è scagliato contro di lui. E invece di esigere gravi punizioni ha promesso dei premi... Abbiamo lui come testimone nei nostri cuori : se abbiamo mancato contro qualcuno, chiediamogli perdono con cuore sincero ; se un altro ha mancato nei nostri confronti, siamo pronti a concedere perdono e preghiamo per i nostri nemici.

Benedetto XVI. La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo.
Messaggio per la Quaresima 2010

Cari fratelli e sorelle,
Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

Giustizia: “dare cuique suum”

Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).

Da dove viene l’ingiustizia?

L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

Giustizia e Sedaqah

Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

Cristo, giustizia di Dio

L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).

Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.

Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.


Benedetto XVI. L’intercessione di Abramo per Sodoma (Gen 18,16-33)
Catechesi del 18 maggio 2011
Cari fratelli e sorelle,

Il primo testo su cui vogliamo riflettere si trova nel capitolo 18 del Libro della Genesi; si narra che la malvagità degli abitanti di Sodoma e Gomorra era giunta al culmine, tanto da rendere necessario un intervento di Dio per compiere un atto di giustizia e per fermare il male distruggendo quelle città. È qui che si inserisce Abramo con la sua preghiera di intercessione. Dio decide di rivelargli ciò che sta per accadere e gli fa conoscere la gravità del male e le sue terribili conseguenze, perché Abramo è il suo eletto, scelto per diventare un grande popolo e far giungere la benedizione divina a tutto il mondo. La sua è una missione di salvezza, che deve rispondere al peccato che ha invaso la realtà dell’uomo; attraverso di lui il Signore vuole riportare l’umanità alla fede, all’obbedienza, alla giustizia. E ora, questo amico di Dio si apre alla realtà e al bisogno del mondo, prega per coloro che stanno per essere puniti e chiede che siano salvati.

Abramo imposta subito il problema in tutta la sua gravità, e dice al Signore: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (vv. 23-25). Con queste parole, con grande coraggio, Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: se la città è colpevole, è giusto condannare il suo reato e infliggere la pena, ma – afferma il grande Patriarca – sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio.

Se leggiamo, però, più attentamente il testo, ci rendiamo conto che la richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: «E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?» (v. 24b). Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia “superiore”, offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti.

È questa la richiesta di giustizia che Abramo esprime nella sua intercessione, una richiesta che si basa sulla certezza che il Signore è misericordioso. Abramo non chiede a Dio una cosa contraria alla sua essenza, bussa alla porta del cuore di Dio conoscendone la vera volontà. Certo Sodoma è una grande città, cinquanta giusti sembrano poca cosa, ma la giustizia di Dio e il suo perdono non sono forse la manifestazione della forza del bene, anche se sembra più piccolo e più debole del male? La distruzione di Sodoma doveva fermare il male presente nella città, ma Abramo sa che Dio ha altri modi e altri mezzi per mettere argini alla diffusione del male. È il perdono che interrompe la spirale del peccato, e Abramo, nel suo dialogo con Dio, si appella esattamente a questo. E quando il Signore accetta di perdonare la città se vi troverà i cinquanta giusti, la sua preghiera di intercessione comincia a scendere verso gli abissi della misericordia divina. Abramo - come ricordiamo - fa diminuire progressivamente il numero degli innocenti necessari per la salvezza: se non saranno cinquanta, potrebbero bastare quarantacinque, e poi sempre più giù fino a dieci, continuando con la sua supplica, che si fa quasi ardita nell’insistenza: «forse là se ne troveranno quaranta … trenta … venti … dieci» (cfr vv. 29.30.31.32). E più piccolo diventa il numero, più grande si svela e si manifesta la misericordia di Dio, che ascolta con pazienza la preghiera, l’accoglie e ripete ad ogni supplica: «perdonerò, … non distruggerò, … non farò» (cfr vv. 26.28.29.30.31.32).

Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia. Con la voce della sua preghiera, Abramo sta dando voce al desiderio di Dio, che non è quello di distruggere, ma di salvare Sodoma, di dare vita al peccatore convertito.

E’ questo che il Signore vuole, e il suo dialogo con Abramo è una prolungata e inequivocabile manifestazione del suo amore misericordioso. La necessità di trovare uomini giusti all’interno della città diventa sempre meno esigente e alla fine ne basteranno dieci per salvare la totalità della popolazione. Per quale motivo Abramo si fermi a dieci, non è detto nel testo. Forse è un numero che indica un nucleo comunitario minimo (ancora oggi, dieci persone sono il quorum necessario per la preghiera pubblica ebraica). Comunque, si tratta di un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male. Ma neppure dieci giusti si trovavano in Sodoma e Gomorra, e le città vennero distrutte. Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo. Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene. Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19). È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono. Per questo i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio. E nella realtà malata di Sodoma e Gomorra quel germe di bene non si trovava.

Ma la misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allarga ulteriormente. Se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome dell’Onnipotente, che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme: «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò» (5,1). Il numero è sceso ancora, la bontà di Dio si mostra ancora più grande. Eppure questo ancora non basta, la sovrabbondante misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca, e Gerusalemme cade sotto l’assedio del nemico. Bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui: bisogna però che Dio stesso diventi quel giusto. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita.

Cari fratelli e sorelle, la supplica di Abramo, nostro padre nella fede, ci insegni ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia sovrabbondante di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore. Grazie.

giovedì 1 marzo 2012

Giovedì della I settimana di Quaresima

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L'uomo che si priva della preghiera 
è simile a colui che si recide con un coltello 
i tendini e i nervi dei propri arti. 
Cade a terra, incapace di fare il minimo movimento. 
Così è l'anima di colui che non prega: atrofizzata, paralizzata.

San Giovanni Crisostomo

 
Mt 7,7-12

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe?
Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”.

IL COMMENTO

Chiedere, cercare, bussare. Chi, che cosa, dove, perchè? La vita non è un quiz, si vive solo accompagnati da certezze, non importa se poche, di fatto ne basta una sola. C'è Uno che pensa a me. C'è Uno che si preoccupa di me. C'è Uno che mi ama, sempre, ovunque. Uno che ama facendo di me un altro se stesso. Uno che mi guarda ed è come se si stesse guardando in uno specchio; Uno che mi ascolta ed è come se stesse tendendo l'orecchio alle parole del proprio cuore; Uno che desidera esattamente ciò che desidero io e, misteriosamente, quel desiderio è proprio il suo; Uno che, per amore, si è spogliato di tutto per essere come me, per fare di me ciò che è Lui, al punto che nulla di me Gli è, in questo istante, indifferente; al punto che tutto di me è, in questo momento, suo, peoccupazione sua, desiderio suo, dolore suo, gioia sua. Per amore, e non per filantropia, per legge o per vana passione. Uno che ha posto il centro della sua vita in questa povera cosa che sono io oggi, e domani, e ogni giorno. Uno che in cambio della gioia che gli era posta innanzi ha scelto l'obbrobrio che ha ghermito la mia vita, sino a farlo diventare il suo obbrobrio per trasformarlo in vittoria. "Quale fu la ragione che tu ponessi l'uomo in tanta dignità? Certo l'amore inestimabile con il quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei; per amore infatti tu l'hai creata, per amore tu le hai dato un essere capace di gustare il tuo Bene eterno". (Santa Caterina da Siena, Il dialogo della Divina provvidenza).

Quest'Uno, quest'Unico che è Dio! E' Dio perchè si è umiliato sino a divenire servo, l'ultimo di tutti gli uomini, perdendone persino le sembianze per me che non so più neanche chi sono, da dove vengo e dove vado, anonimo tra milioni di anonimi. E' Dio perchè si è fatto come la creatura affinchè questa potesse ritornare ad essere se stessa, capace di amare il suo creatore: "La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e non si affida al suo Creatore" (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 19). E' Dio perchè tutto quello che vuole che le sue creature facciano a Lui lo ha fatto a loro, infinite volte: si è fatto uomo, è sceso sino al nulla d'amore provocato dal peccato, sino all'impossibilità di fare agli altri quello che si vorrebbe fatto a se stessi. E lì, uomo tra gli uomini, ha colmato la natura umana della Legge e dei Profeti, dell'essenza della sua Parola, l'amore vittorioso su ogni barriera, capace di donasi, di amare esattamente come il cuore di ogni uomo desidera essere amato 

E' infatti impossibile fare agli altri quel che si desidera fosse fatto a noi. E' impossibile perchè nessun "altro" può amarci come speriamo: desideriamo l'amore nel quale siamo stati creati, l'amore di Dio, senza limiti, senza giudizi, senza esigenze, misericordioso, puro, gratuito, libero. Desideriamo l'amore di Cristo, crocifisso e consegnato senza riserve e senza condizioni, l'amore perfetto, sino alla fine. Per questo Dio si è fatto uomo, prossimo a ciascuno, l'unico "altro" capace di fare a noi esattamente quello che desideriamo. Incontrare il Signore oggi, come l'Uomo che ci consegna quell'amore che bramiamo con ogni fibra del nostro essere, accoglierlo per lasciarci trasformare in Lui, è il compimento della parola del Vangelo di oggi, la pienezza della Legge e dei Profeti. Sperimentare quell'unico amore che vogliamo che gli uomini "facciano" a noi ci trasforma in questo stesso amore, apre le porte a Cristo perchè sia Lui a vivere in noi: "Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione... Così non si tratta più di un «comandamento» dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L'amore cresce attraverso l'amore. L'amore è «divino» perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia «tutto in tutti»" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 18). In questo amore scoprire e conoscere il desiderio divino di Dio rivelato in Cristo che coincide con il nostro desiderio, ci rende capaci di "fare" agli altri lo stesso amore; vivere in Cristo significa vedere compiuto ogni desiderio nell'unico "Uomo" dal quale recarsi a bussare certi che ci sarà sempre aperto, in cui cercare sicuri di trovare, a cui chiedere nella fiducia che ci sarà dato

Per questo è inutile chiedere, bussare e cerare laddove nessuno potrà mai darci quello che il nostro cuore desidera: è inutile e fonte di grandi sofferenze sperarlo dagli "uomini", dalla moglie, dal marito, dai figli, dai genitori, dagli amici, dal fidanzato, dalla fidanzata, dai superiori, da chi è a contatto con noi. Faremmo la fine di quell'uomo aggredito dai briganti e lasciato mezzo morto mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico. Nessuno degli "uomini" da cui ci sarebbe aspettato amore, attenzione e aiuto si è fermato a soccorrerlo, a dargli "quello che avrebbe voluto che facessero per lui". Nessuno tranne uno Straniero, Uno che veniva dal Cielo, e quindi "eretico" per chi fa della carne il suo sostegno, l'unico prossimo capace di "fargli quello di cui aveva bisogno", caricarsi della sua vita per deporla nel seno della misericordia. Per questo Gesù racconta questa parabola al fariseo che lo aveva interrogato su chi fosse il prossimo da amare, concludendo con  parole che fanno eco a quelle del vangelo di oggi: "và e fa anche tu lo stesso". Chi ha conosciuto il Samaritano buono e misericordioso, che ha sperimentato il suo amore farà lo stesso, amerà come ha imparato, sperimentato e conosciuto: "Idem velle atque idem nolle — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell'amore: il diventare l'uno simile all'altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d'amore tra Dio e l'uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall'esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l'abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia". (Benedetto XVI, Deus caritas est, 17).

Per questo occorre bussare, cercare e chiedere con un cuore di bambino, senza timore, con audacia; ancor più forte quando ci troviamo mezzi morti sul ciglio della vita, come neonati affamati nell'ora della poppata. Un bambino infatti, senza alcun pregiudizio, per pura esperienza, si getta nell'amore del padre e chiede, cerca e bussa, senza stancarsi; lui sa come farsi aprire, usa astutamente ogni stratagemma perchè conosce la "fragilità" amorevole del cuore del padre. E quando un bimbo chiede, un padre, pur essendo "cattivo", cioè "schiavo", "prigioniero" del limite angusto della propria carne, dà prontamente cose buone al figlio. E non scambia pani per pietre o pesci per serpenti, pur essendo simili ad una prima occhiata. Non sbaglia dono, ed è solo un uomo. Certezza d'un bambino. Incrollabile fiducia di chi vede il suo papà grande, e forte, e buono, e con un cuore grandissimo, il migliore di tutti i papà. 

Pregare e vivere ogni istante così, il cristiano è tutto in questa certezza. La roccia d'un amore infinito, infallibile, che conosce il nostro cuore, sa di cosa abbiamo bisogno, e non sbaglia un colpo. Non v'è necessità che Gli sia sconosciuta, è nostro Padre, è nel Cielo, e  vede me in Lui e Lui in me, e vede tutto attraverso suo Figlio fatto una sola carne con me. Nel mio cuore incontra il suo cuore, nella mia anima riconsce il seme d'infinito che Egli stesso vi ha deposto, non può che raccoglierlo e fare secondo il desiderio che in esso è celato. E' Dio, ed è buono, e ci colma di cose buone, quelle che realmente il nostro cuore desidera. Ciò per cui siamo stati creati ed esistiamo, ed esisteremo in eterno. Spine nella carne, difficoltà, solitudini, incomprensioni, tradimenti, precarietà, morte, vita, situazioni irrazionali, in tutto brilla la sua Grazia, il suo amore, e questo basta: è la cosa buona per eccellenza. E' la bontà di Dio per noi. "Apparvero la bontà di Dio... e il suo amore per gli uomini!" (Tt 3,4). Apparvero in Gesù, ed è oggi quello che desideriamo sia fatto a noi: la bontà che ci accoglie. Vivere di questo amore che si manifesta pienamente nella nostra debolezza. Chiedere, bussare, cercare questo amore. Come Gesù nell'Orto degli Ulivi, all'estremo dell'angoscia, accasciato su una certezza: la volontà del Padre è la verità, l'unica salvezza, l'unica strada alla felicità e alla Vita. Chiedere, cercare, bussare, sempre e ovunque la sua volontà in noi. Lo Spirito nel nostro spirito sciogliendo le labbra del cuore nell'unica invocazione, che è uno stringersi senza paura: Papà.

L' AMORE DELL'ETERNA SAPIENZA di S. Luigi Maria Grignion de Montfort

Catechismo della Chiesa Cattolica - Il combattimento della preghiera


San Giovanni Crisostomo (c. 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sull'incomprensibilità di Dio, n° 5

«Chiunque chiede riceve»

        E' un'arma potente la preghiera, un tesoro indefettibile, una ricchezza inesauribile, un porto al riparo delle tempeste, un serbatoio di pace; la preghiera è radice, fonte e madre di innumerevoli beni... Ma la preghiera di cui parlo non è mediocre, né incurante; è una preghiera ardente, scaturita dalla sofferenza dell'anima e dallo sforzo dello spirito. Ecco la preghiera che sale fino al cielo... Senti ciò che dice l'autore sacro: «Nella mia angoscia ho gridato al Signore ed egli mi ha risposto» (Sal 120,1). Chi prega così nel dolore, gusterà nella sua anima, dopo la preghiera, una grande gioia...
        Per preghiera non intendo quella che affiora solo sulle labbra, ma quella che scaturisce dal profondo del cuore. Come gli alberi dalle radici profonde, anche quando i venti scatenano mille assalti, non vengono schiantati, né divelti, perché sono radicati saldamente ben dentro al terreno, ugualmente le preghiere che emergono dal profondo del cuore, così radicate, si elevano sicure e nessun pensiero di mancanza di certezza o di merito può deviarne il corso. Ecco perché il salmista esclama: «Dal profondo a te grido, o Signore» (Sal 130,1) ...
        Se raccontare agli uomini le tue sventure e descrivere le prove che ti hanno colpito porta qualche sollievo alle tue sofferenze, come se attraverso le parole si sprigionasse una brezza rinfrescante, a maggior ragione se dici al Signore le sofferenze della tua anima troverai consolazione e conforto in abbondanza! Succede spesso che la gente sopporti difficilmente chi viene a gemere o a lamentarsi; lo si respinge e lo si allontana. Dio, invece, non agisce così: ti fa avvicinare, anzi ti attira a sé; e anche se per l'intera giornata gli esponi i tuoi mali, sarà ancor più disposto ad amarti e ad esaudire le tue suppliche. 

Zenit ricorda Toni Spandri, il catechista itinerante del Cammino Neocatecumenale responsabile dela Germania

Esattamente un anno fa, la sera di lunedì 28 febbraio 2011, a Monaco di Baviera, si spegneva inaspettatamente Antonio “Toni” Spandri, all’età di 67 anni. Padre di 10 figli, 35 nipoti, catechista itinerante del Cammino Neocatecumenale, era stato responsabile dell’evangelizzazione in Germania e in Olanda. Negli ultimi anni, assieme alla moglie Bruna, seguiva con dedizione la pastorale vocazionale dei seminari Redemptoris Mater e le missio ad gentes.

Nato a Venezia nel 1943 e laureato in legge, Toni dedicò tutta la sua vita al servizio della Chiesa. Fece parte della FUCI e, proprio in quel periodo, cominciò ad interessarsi allo studio della teologia; fu tra l’altro allievo di don Germano Pattaro e, fin da subito si distinse per il suo profondo pensiero teologico.
Toni era convinto che la “battaglia” che i cattolici dovevano intraprendere non era quella dettata dalla forza, impugnando la “spada”, ma quella interiore, ossia, la cosiddetta “buona battaglia della fede”, che doveva essere affrontata attraverso un cammino di “discesa”, alla riscoperta del sacramento del battesimo, alle radici della fede cristiana.
Sentiva che nel trambusto e nella confusione di quegli anni tumultuosi, bisognava fare qualcosa; voleva servire la Chiesa, ma non capiva in che modo. Dopo essersi sposato decise, assieme alla moglie, di andare a studiare teologia a Tubinga, in Germania, con l’allora professor Joseph Ratzinger, che seguiranno poi a Regensburg, quando quest’ultimo si trasferì.
In quegli anni conobbero anche Stefano Gennarini, loro compagno di studi, attraverso il quale verranno a conoscenza dell’esperienza del Cammino Neocatecumenale. Tornati a Venezia i coniugi Spandri introdussero il Cammino nella diocesi veneziana con l’appoggio dell’allora cardinale Albino Luciani, formando la prima comunità neocatecumenale, nella parrocchia di Santa Maria Formosa, della quale Toni sarà eletto responsabile.
Successivamente Toni e Bruna, assieme a Stefano Gennarini, raccontarono la loro esperienza del Cammino al prof. Ratzinger, con il quale si tennero sempre in contatto (nel 2010 Toni e Bruna parteciparono all’incontro annuale che il Santo Padre tiene ogni anno a Castel Gandolfo, incontrando i suoi alunni per tre giorni, i quali, in quell’occasione, suggerirono il “tema” che il Papa adottò per il 2011, ossia, la “Nuova evangelizzazione”).
Nel 1974, colpiti dalla parole del Vangelo “va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”, presero la decisione di lasciare Venezia e di dedicare la loro vita all’evangelizzazione.
Lasciarono dunque tutto quanto era in loro possesso, la redditizia attività ereditata dalle facoltose famiglie e una promettente carriera di avvocato, per Toni, presso l’avviato studio legale del padre.
Abbandonati tutti i loro beni, seguirono Cristo, nella convinzione che solo così avrebbero fatto una vera esperienza di Dio, sicuri che Lui li avrebbe protetti da qualsiasi pericolo e difficoltà e che avrebbe provveduto a tutti i loro bisogni, come d’altronde è stato.
Si recarono dunque nella Germania comunista, dove evangelizzarono per le strade e per le parrocchie, aprendo il Cammino Neocatecumenale con l’appoggio del “loro” professore, Joseph Ratzinger, allora arcivescovo di Monaco.
Vissero anni difficili, patirono la fame, il freddo e numerosi disagi; attraversarono più volte ilcheck point Charlie, rischiando spesso la vita, e passarono più di qualche nottata in cella interrogati dai Vopos, le guardie comuniste.
Nonostante le numerosissime difficoltà incontrate nel corso della loro vita, le avversità e le non poche tribolazioni patite, la loro fede non vacillò mai, niente e nessuno impedì a Toni e a Bruna di svolgere la loro missione di evangelizzazione, come testimoni dell’amore di Dio.
Proprio alla morte di Toni, la moglie scrisse in una lettera “il Signore, che gli ha donato di portare per 40 anni la Croce di Cristo nell’evangelizzazione, gli ha donato anche di trovare ristoro in Lui! Cristo è veramente risorto!”.
Attraverso la sua vita, Toni ci ha lasciato una grande testimonianza di fede: seguire Cristo non è una “fregatura”, ma Egli veramente ti restituisce cento volte tanto.
La Provvidenza Divina esiste e nella vita di Toni questo era palpabile; il Dio dei cristiani è un Dio della storia, che agisce concretamente nella vita dell’uomo, perché Cristo è Risorto e vivo in mezzo a noi.
Toni Spandri con la sua vita, prima ancora che con le parole, ci ha testimoniato quindi la veridicità delle parole del Vangelo: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”.

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