Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

domenica 30 novembre 2014

QUATTRO CONTI UN PALESTINA...

APPUNTAMENTI
10836293 10204146021025093 822845149 n






















don Marco Pozza

Ain - Karim. I conti che non tornano- Mercoledì, 3 dicembre 2014, alle ore 20.30, presso la Chiesa Parrocchiale di S. Cristoforo Martire, a Cogollo del Cengio(via don Luigi Agostini, 1 - 36010 Cogollo del Cengio, VI), ci sarà unaserata di meditazione e di ascolto della Parola in preparazione al Santo Natale. E' il primo di un ciclo di tre incontri d'Avvento - dal titolo "Quattro conti in Palestina" - organizzati in collaborazione con la parrocchia di Cogollo del Cengio (VI). 
 "L'imbarazzo di Dio" - Incontro con l'autore l'autore - Venerdì, 5 dicembre 2014, alle ore 20.30, presso l' Oratorio San Tommaso di Ponte di Piave (Via Roma, 64, Ponte di Piave, TV), si terrà una serata di riflessione e di meditazione - a partire dal libro di Marco Pozza "L'imbarazzo di Dio" (San Paolo, 2014) - organizzata dai giovani della parrocchia di Ponte di Piave (TV) come preparazione al Natale.

Maddalena Negri
"Dio protegge la vostra unità indissolubile di fronte a ogni pericolo che lo minaccia dall'interno e dall'esterno. Dio è il garante dell'indissolubilità. E' una gioiosa certezza sapere che nessuna potenza terrena, nessuna tentazione, nessuna debolezza potranno sciogliere ciò che Dio ha unito."(Dietrich Bonhoffer)

La bilancia...

Il peso di una preghiera
Roma, 1946 ... altra versione  www.fmboschetto.it
Una donna vestita sobriamente, con il volto triste, entrò in un negozio, si avvicinò al padrone e umilmente gli chiese se poteva prendere alcuni alimenti a credito. Spiegò che suo marito si era ammalato in modo serio e non poteva lavorare e i loro sette figli avevano bisogno di cibo.
Il padrone si arrabbiò e le intimò di uscire dal negozio.
Conoscendo la reale necessità della sua famiglia la donna supplicò:" Per favore, signore, glielo pagherò appena posso".Il negoziante ribadì che non poteva farle credito, e che lei poteva rivolgersi ad un altro negozio.
In piedi, vicino al banco, c'era un giovane sacerdote che aveva ascoltato la conversazione tra il negoziante e la donna. Il sacerdote si avvicinò e disse al negoziante che avrebbe pagato lui quello che la donna avrebbe preso per il bisogno della sua famiglia, allora il padrone riluttante chiese alla donna :" Ha la lista della spesa?". la donna disse:" 
Si, signore".  "Bene " disse il padrone "Metta la sua lista sul piatto della bilancia e le darò tanta merce quanto pesa la sua lista".
La donna esitò un attimo e, chinando la testa cercò nel suo portafoglio un pezzo di carta sul quale aveva scritto quello che le serviva e lo posò sul piatto della bilancia.
Gli occhi del padrone si dilatarono per lo stupore, quando vide che il piatto della bilancia, dove era stato posato il biglietto, abbassarsi di colpo e rimanere abbassato.
Il negoziante, fissando la bilancia, incredulo, cominciò a mettere gli alimenti sull'altro piatto della bilancia, e pur continuando a mettere sacchetti di cibo il piatto non si muoveva, fino a che si riempì. Il padrone stupito prese il foglietto di carta e lo fissò confuso... non era la lista  della spesa ! Era una preghiera che diceva: 
" Mio Dio, Tu conosci la mia situazione e sai ciò di cui ho bisogno: metto tutto nelle tua mani"!
Il padrone del negozio, in silenzio, consegnò alla donna tutto ciò che aveva messo nel piatto della bilancia.
La donna ringraziò e uscì dal negozio.
Il giovane sacerdote che aveva assistito a tutta la scena consegnò al negoziante una banconota, e disse al padrone ;" ORA SAPPIAMO QUANTO PESA UNA PREGHIERA"...
Il nome di quel sacerdote era: KAROL WOJTYLA!
Autore anonimo


Meditazione di Avvento di Enzo Bianchi tenuta a Roma, S. Maria in Traspontina, 21 novembre 2014

"Vegliate perchè non sapete nè il giorno nè l'ora!"

Giuseppe Puglisi, Velario della notte, 2014
Meditazione di Avvento di Enzo Bianchi
tenuta a Roma, S. Maria in Traspontina, 21 novembre 2014

Vorrei innanzitutto esprimere la mia gioia di essere ancora una volta in mezzo a voi per leggere, meditare, pregare e contemplare insieme la Parola di Dio contenuta nelle Scritture, di cui i vangeli sono il cuore.
Introduzione
Questa sera mi è stato chiesto di meditare sulla parabola evangelica delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Mi pare una scelta particolarmente felice, perché ci consente di fare l’unità tra i brani evangelici ascoltati nelle ultime domeniche del tempo ordinario (annata A) e l’Avvento ormai alle porte. Prima di venire al brano che ci interessa, cerchiamo dunque di collocarlo nel suo contesto, in modo da coglierlo in tutta la sua ricchezza di senso, per la nostra vita, qui e ora.
1. “Vegliate!”
Nelle scorse due domeniche e nella prossima la chiesa ci propone la lettura liturgica integrale di Mt 25, diviso in tre brani. Questo testo costituisce la seconda parte, propria di Matteo, del grande discorso escatologico, cioè sulla fine dei tempi, fatto da Gesù nei capitoli 24-25. Matteo leggeva in Marco, la sua fonte, queste parole di Gesù (che ascolteremo la prima domenica di Avvento, annata B):
Fate attenzione, vegliate (agrypneîtevigilate), perché non sapete quando è il momento … Vegliate (gregoreîtevigilate) dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino … Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate (gregoreîtevigilate)! (Mc 13,33.35.37).
A partire da tale monito di Gesù, Matteo ha ricordato e collocato a questo punto tre parabole del Signore su cosa significa vigilare (cf. Mt 24,45-25,30) seguite dal grande affresco sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46). Nella sua redazione Matteo insiste soprattutto
- sul tema dell’ignoranza circa il giorno e l’ora della parusia, della venuta gloriosa di Cristo (cf. Mt 24,36.39.42.44.50; 25,13);
- sul ritardo della parusia stessa (cf. Mt 24,48; 25,5.19);
- e ciò deve imporre a ogni credente una vigilanza fedele e saggia (cf. le tre parabole di 24,45-25,30).
Detto altrimenti, visto il ritardo di questa venuta nella gloria – almeno ai nostri occhi, se è vero che “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno” (2Pt 3,8) –, come comportarsi, come vivere il nostro hic et nunc? In una parola: come vigilare?
Avvicinandoci al nostro testo, occorre collocarlo almeno all’interno di ciò che Gesù, “seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio” (Mc 13,3; cf. Mt 24,3), dice ai discepoli verso la fine di Mt 24 (dove potete sentire “l’aggancio” con il testo di Marco di cui sopra):
Vegliate (gregoreîtevigilate), perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe (egregóresenvigilaret) e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo (Mt 24,42-44).
Un’affermazione analoga si ripete anche alla fine del nostro brano: “Vegliate (gregoreîtevigilate) dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). Più in generale, tale monito avvolge le tre parabole che seguono. Queste, come è tipico in Matteo, dipingono uno scenario in bianco e nero, con due vie opposte tra le quali scegliere:
- Mt 24,45-51: il servo che può essere fedele (pistósfidelis) e prudente/saggio (phrónimosprudens) oppure malvagio;
- Mt 25,1-13: cinque vergini stolte e cinque prudenti/sagge. Ovvero: cos’è la prudenza/saggezza?
- Mt 25,14-30: due servi fedeli che fanno fruttare i talenti ricevuti, uno malvagio che lo seppellisce. Ovvero: cos’è la fedeltà?
La nostra parabola – come dicono alcuni commentatori – ritrae le usanze matrimoniali palestinesi: il giorno precedente le nozze, al tramonto, il fidanzato si recava con gli amici a casa della fidanzata, la quale lo attendeva insieme ad alcune amiche. Questo in parte è vero. Eppure, se facciamo attenzione, il nostro racconto presenta molti tratti strani, inverosimili: la sposa non c’è; lo sposo arriva a mezzanotte; si chiede di comprare olio in piena notte; la conclusione è del tutto fuori luogo, quasi tragica…
In breve, il punto è un altro. Questa parabola è costruita ad arte da Matteo, certamente a partire dal ricordo di parole di Gesù, per descrivere la prolungata attesa della venuta gloriosa del Signore Gesù: è lui, il Messia, “lo Sposo che tarda” (cf. Mt 9,15: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo Sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo Sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno”), e il vero problema è come comportarsi in questa attesa! Di nuovo: come vigilare?
2. Primo quadro: presentazione degli eventi (vv. 1-4)
1Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo Sposo. 2Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; 4le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.
“Il regno dei cieli sarà simile…”: con questo frase tipica di Gesù, che apre così molte delle sue parabole, siamo subito condotti nel vivo del racconto. Ci sono dieci vergini, che si muniscono delle loro lampade per “uscire incontro allo sposo”. Notate: quest’ultimo particolare è espresso in greco con una formula tecnica per indicare l’accoglienza del re nella sua parusia, nella visita ufficiale a una città. Ecco la vera posta in gioco: l’accoglienza di quel re del tutto singolare che è Gesù Cristo, lui che viene ad aprirci il regno dei cieli.
L’evangelista precisa subito l’essenziale: cinque di queste vergini sono stolte (moraífatuae), cinque prudenti/sagge (phrónimoiprudentes). Stoltezza o prudenza/saggezza, non c’è alternativa. E in cosa consiste la differenza? Nel prepararsi o meno all’incontro con il Signore, prendendo con sé l’olio, elemento su cui torneremo. Per ora limitiamoci a illuminare questa netta contrapposizione attraverso altre parole di Gesù nel vangelo secondo Matteo, al termine del “discorso della montagna” (cf. Mt 5,1-7,29):
Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio (phrónimosprudens), che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto (morósstultus), che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande (Mt 7,24-27).
È saggio chi ascolta la Parola e la mette in pratica; è stolto chi ascolta e non fa. L’ascolto è comune allo stolto e al saggio: ciò che li differenzia è la pratica. Questo è l’essenziale, su cui non c’è da aggiungere nessuna nostra glossa.
Mi permetto però di farvi notare come questa antitesi è presentata dalla versione latina. Saggio è colui che è prudens, cioè che sa pro-videre, vedere prima, prepararsi, equipaggiarsi: la vita, infatti, è lunga e non basta l’entusiasmo di una stagione per vivere la sequela, per attendere con perseveranza la venuta di Gesù Cristo! Lo stolto, invece, è definito dalla Vulgata in due modi. In Mt 7,26 con stultus, cioè grossolano, potremmo anche dire disattento, incapace di essere preciso in ciò che fa; nella nostra parabola (cf. Mt 25,2) con fatuae, da fari, “parlare”: stolto, folle, è anche chi parla, parla, parla… e non mette in pratica ciò che dice! Le due definizioni si completano alla perfezione: la radice della disattenzione sta nell’incapacità di fare unità in sé tra parole e azioni.
3. Secondo quadro: gli eventi si complicano (vv. 5-9)
5Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. 7Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. 9Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
“Poiché lo Sposo tardava…”: ecco il particolare decisivo della parabola, soprattutto agli orecchi dei lettori di Matteo. Il problema è il ritardo della parusia, della venuta finale di Gesù, un vero e proprio trauma per le prime generazioni cristiane. E noi attendiamo ancora il Veniente oppure – come affermava Ignazio Silone – abbiamo per la sua venuta lo stesso entusiasmo di quelli che aspettano l’autobus alla fermata? “… si assopirono tutte e si addormentarono”. Le dieci ragazze sprofondano tutte nel sonno, nessuna esclusa. Si faccia attenzione al paradosso: si sta parlando di vigilanza, di veglia, e tutte dormono! Dunque, che tipo di vigilanza è quella a cui Gesù vuole esortarci? Dove sta la differenza tra le stolte e le sagge, se tutte indistintamente si assopiscono e dormono?
Prima di tentare una risposta, lasciamoci colpire dalla voce che squarcia la notte: “Ecco lo Sposo! Andategli incontro!”. Questo grido giunge improvviso a mezzanotte, l’ora più inattesa, l’ora in cui il Signore viene e ci sorprende come un ladro nella notte, afferma a più riprese il Nuovo Testamento (cf. Mt 24,43; 1Ts 5,2-4; 2Pt 3,10; Ap 3,3; 16,15). All’udire questa voce potente, tutte le vergini, come si erano addormentate, così si destano, “risorgono” (verbo egheíro). Ma ecco che finalmente si manifesta la differenza. Le cinque stolte non hanno con sé l’olio, dunque sono costrette a chiederne un po’ alle altre cinque. Si sentono però rispondere: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto a comprarvene”.
Risposta dettata dall’egoismo? Dalla mancanza di carità? No, come scrive un commentatore moderno, “è un modo”, pur se brusco, “per dire che nel giudizio finale nessuno è più in grado di fare qualcosa per un altro: ognuno deve rispondere per sé” (Alberto Mello). In altri termini, non si può avere in extremis l’olio necessario. L’incontro con il Signore va preparato prima (pro-videre…), non si può rimediare affannosamente all’ultimo istante. Quest’olio o lo si ha in sé oppure nessuno può pretenderlo dagli altri: è l’olio del desiderio dell’incontro con il Signore. Certo, i padri della chiesa testimoniano molti altri modi di intendere quest’olio: la carità, la compassione, le azioni giuste che danno carne alla fede, ecc. Ma credo che non si debba insistere troppo su un singolo elemento, finendo per perdere di vista l’insieme, cioè l’essenziale: è nella capacità di tenere vivo oggi il desiderio dell’incontro con il Signore che si gioca il giudizio finale, ossia l’essere o meno riconosciuti dal Signore quando verrà alla fine dei tempi. E questo desiderio lo manifestiamo nella nostra vita concreta, quotidiana – come Gesù dice nell’impressionante affresco di Mt 25,31-46 –; lo manifestiamo in questo tempo di attesa, nella consapevolezza che – lo ripeto – la vita è lunga e non basta essere uomini e donne di un momento (próskairoi,temporales: Mc 4,17; cf. Mt 13,21), per darle senso!
4. Terzo quadro: il giudizio finale (vv. 10-12)
10Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Alla fine arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. 12Ma egli rispose: “Amen, io vi dico: non vi conosco”.
Giunge finalmente lo Sposo, ed entrano con lui nella sala di nozze solo le cinque vergini sagge, definite con un altro aggettivo: il “come”, lo stile della loro saggezza consiste nell’essere pronte (étoimoiparatae), preparate, qui e ora, senza bisogno di alcuna dilazione. Allora “la porta fu chiusa”, un particolare impressionante (sembra quasi di udire il rimbombo successivo a tale atto!), che dice in pochissime parole una verità nettissima, anche se scomoda: dentro o fuori, tertium non datur!
“Alla fine” – hýsteron, espressione molto cara a Matteo (cf. Mt 4,2; 21,29.32.37; 22,27; 26,60) – giungono le altre cinque vergini, di ritorno dall’acquisto dell’olio, e cominciano a invocare: “Signore, Signore, aprici!”. Egli però risponde risolutamente: “Amen, io vi dico: non vi conosco”. Si tratta di una formula tecnica con cui, all’interno di una scuola rabbinica, il maestro rifiuta ogni comunanza con il suo discepolo, gli dice di non voler più avere nulla a che fare con lui. Non è forse una risposta troppo dura? Per le nozze sì, nell’ambito del giudizio no: essa “ci ricorda che l’incontro con il Signore è al tempo stesso festa e giudizio” (Bruno Maggioni). In altre parole, nell’ultimo giorno, al momento di dare inizio al banchetto del Regno, il Signore Gesù Cristo non potrà non mettere in luce la verità della nostra vita, mediante quel giudizio che noi confessiamo nel “Credo” (“di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”), giudizio che è assolutamente necessario affinché la storia abbia un senso.
Tale verità è mirabilmente espressa da Gesù in un altro brano del “discorso della montagna”, che precede immediatamente quello citato sopra:
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’ingiustizia!” (Mt 7,21-23).
Qui il discernimento di Gesù è assai sottile e smaschera una forma di ipocrisia tipicamente “religiosa”: si può presumere di agire in nome di Cristo, di compiere prodigi nel suo nome e invece ingannarsi miseramente; ossia, non fare la volontà del Padre, che è anche la sua volontà. Non è sufficiente neppure compiere gesti carismatici o eclatanti, perché queste opere possono trasformarsi in idoli seducenti in quanto creati dalle nostre mani, in azioni che danno gloria a chi le fa e mirano a realizzare la sua volontà. No, ciò che il Padre vuole è la misericordia, come Gesù ha affermato a più riprese citando le parole del profeta Osea: “Misericordia io voglio, non sacrificio” (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). È un annuncio della misericordia di Dio che deve trasparire dalla nostra prassi in mezzo agli altri uomini e donne, ed è solo su questo che saremo giudicati nell’ultimo giorno. Allora sarà rivelato senza ombra chi ha veramente aderito al Signore e chi, pur fingendo di agire in suo nome, è stato un operatore di ingiustizia…
Insomma, non c’è solo la discrepanza tra dire e fare; c’è anche quella tra un fare egoistico, autoreferenziale, e un fare ispirato dalla volontà di Dio, da quella misericordia che è la “giustizia superiore” (cf. Mt 5,20) rivelata da Gesù. In questo “fare differente” consiste l’essere pronti per andare incontro allo Sposo veniente.
Conclusione: la vigilanza del cristiano
13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.
Così Gesù conclude e commenta la parabola, con parole che costituiscono il monito decisivo per noi, questa sera. In obbedienza al Vangelo, dunque, come abbiamo aperto così anche chiudiamo parlando della vigilanza.
La vigilanza è la matrice di ogni virtù umana e cristiana, è il sale di tutto l’agire, è la luce del pensare, ascoltare e parlare di ogni umano. Non si può non ricordare, al riguardo, l’acuta comprensione di un padre del deserto, abba Poemen: “Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” (Apoftegmi dei padri del deserto, Collezione alfabetica, Poemen 135). E il grande Basilio, a conclusione delle sue ampie Regole morali, scrive parole molto care a noi monaci, ma che dovrebbero essere meditate e vissute da ogni cristiano:
“Che cosa è specifico del cristiano?”. “Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronti nel compiere pienamente la volontà di Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene (cf. Mt 24,44; Lc 12,40)” (Regole morali 80,22).
L’Apostolo Paolo, in quello che è il più antico scritto del Nuovo Testamento, così ammonisce i cristiani di Tessalonica:
Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e vigilanti (gregorômen kaì néphomen) (1Ts 5,4-6).
Ecco il ritratto di noi cristiani, ecco la nostra vocazione. Siamo chiamati a essere figli e figlie del giorno, a vivere nella luce, a essere consapevoli di ciò che viviamo e di ciò che ci accade intorno. C’è un sapere, una conoscenza, una vera intelligenza – non quella degli eruditi, degli intellettuali! – che nasce soltanto dalla vigilanza, dall’attenzione. Si tratta di concentrarsi, di vivere una tensione verso, di fissare l’esercizio delle nostre facoltà intellettive e sensitive su qualcosa di preciso. Vigilare, vegliare, è un movimento dell’intero essere umano, corpo e spirito, e per questo non è necessario avere tanti doni. Si tratta di acconsentire a una unificazione personale in cui si è capaci di attendere, di fare attenzione; si tratta di raccogliere tutte le nostre forze per dirigerci interamente verso qualcosa. E in questo è fondamentale vivere in una dimensione di preghiera. Non a caso nell’unico altro passo in cui Gesù parla della vigilanza la associa strettamente alla preghiera e alla lotta spirituale. È al Getsemani, prima della sua passione, quando Gesù dice a Pietro, Giacomo e Giovanni, dopo il loro fallimento nel restare svegli per sostenerlo nella lotta: “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41).
“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. Vegliare, vigilare, è andare incontro al Signore con le lampade del desiderio accese; è essere saggi, cioè pronti a vivere il tempo lungo dell’attesa con l’aiuto dell’olio dell’intelligenza. E ciò tenendo presente – come rivela Gesù con grande realismo – la possibilità di addormentarci, ovvero di dimenticare, di rimuovere l’orizzonte della venuta del Signore. Come fare fronte a questa che è più di una possibilità, è una realtà? Lottando ogni giorno per non lasciare appesantire le nostre vite dalla routine, dalla ripetitività del quotidiano, che è pur sempre l’oggi di Dio, l‘unica porta d’accesso nel mondo alla venuta finale del Signore. “Beati quei servi che il Signore alla sua venuta troverà vigilanti!” (Lc 12,37).
In tutto questo l’estrema vigilanza, l’estrema sapienza, il vero discernimento consisteranno nel mettere la nostra debolezza, la nostra pochezza, la nostra povertà davanti al Signore: noi cerchiamo di andare incontro al Signore, il quale però già ci viene incontro, e porterà certamente a compimento, lui che è fedele e sapiente, lui che ci ama di amore eterno, quanto ha iniziato in noi (cf. Fil 1,6).

L'Avvento... nella testa di Hieronymus Bosch

L'Avvento sta tutto in questo quadro di Bosch

Giovanni Battista nella tesa di Hieronymus Bosch
San Giovanni Battista in meditazione è un dipinto a olio su tavola (48,5x40 cm) di Hieronymus Bosch, databile al 1489 circa e conservato nel Museo Lázaro Galdiano di Madrid.

 di Maria Gloria Riva  lanuovabq.it
Nel tempo di Avvento la figura del Battista appare sulla scena gridando l’urgenza di preparare una via. Egli grida dal deserto, secondo l’oracolo di Isaia, ma grida anche nel deserto, secondo una possibile traduzione del testo evangelico. E forse questa seconda versione ben si addice ai tempi nostri dove la vita religiosa (e il monachesimo in particolare di cui il Battista è simbolo e patrono) grida nel deserto di un mondo che del Messia non sa che farsene.
In questo Avvento, che segna l’inizio di un anno dedicato alla vita consacrata, mi piace rievocare una tela di Hieronymus Bosch. Una tela che ci offre un Battista del tutto diverso dall’iconografia tradizionale. Non l’ascetico consumatore di locuste che veste pelo di cammello, ma il filosofo “in carne”, mollemente adagiato sul terreno mentre declina le virtù di un agnello che sta davanti a lui. 
Il paesaggio è paradisiaco eppure la minaccia incombe. L’elemento che nasconde parzialmente il profeta è una pianta. La radiografia del dipinto ha dimostrato che qui Bosch aveva inizialmente collocato il donatore, in ginocchio profondamente devoto al suo patrono. Non sappiamo il perché di questo repentino cambio d’idea, sappiamo però che la sostituzione non fu casuale. Bosch, nella sua bravura e nel suo nutrito repertorio, avrebbe potuto scegliere una infinita gamma di piante e invece no: egli sceglie proprio una pianta carnivora.
Nell’immaginario dell’artista la pianta carnivora è simbolo di quelle passioni umane voraci e devastatrici che corrompono fede e costumi. Possiamo a ben ragione vedere in essa la nostra attuale società dove il deserto culturale appare come la conseguenza normale di una vita spesa gozzovigliando e divorando tutto il divorabile. È strano, però, come un uomo del XV secolo, qual è Bosch, abbia opposto a questa voracità epicurea non un modello ascetico, ma un modello filosofico. Il motivo si trova nascosto nella committenza dell’opera che, sia pure incerta, pare essere riferita alla Confraternita di Nostra Signora, una corporazione che si occupava della difesa della vera fede contro le sette emergenti, specie quelle di stampo esoterico. Così sorprende la modernità dell’invito che scaturisce dall’opera di Bosch: di fronte a una cultura dominata dall’egoismo e dal culto del corpo, occorre un’altra cultura, dominata piuttosto dalla passione per la storia letta alla luce della verità della fede e della verità cristiana.
La pianta carnivora sembra inghiottire tutto persino la roccia sulla quale si appoggia il Battista,eppure nella sua ingordigia non s’avvede che dietro la roccia c’è un Agnello accovacciato, come in attesa della sua ora, e che il frutto della pianta sta per essere divorato da un picchio dalle sfumature verdi. Il picchio, come molti altri animali, ha un duplice valore simbolico di male e di bene. Nel male il picchio è segno dell’eresia che svuota i contenuti della fede con insistenza, ma nel bene, e specie quando ha sfumature verdi, simbolo di rinascita, il volatile è segno di Cristo stesso che ricerca pazientemente la presenza del Maligno per sradicarla. 
L’agnello che sta dietro la roccia è segno, invece, della mitezza che vince sulla forza. Se la pietra che sta per essere divorata è la Chiesa e, nello specifico, la roccia di Pietro, cioè il Papato, Bosch avverte con discrezione che essa è fondata non sul volere di uomini, ma sul volere di Dio e sulla carta vincente del sacrificio.
L’agnello sacrificale indica, infatti che proprio mentre l’uccisore esulta per il raggiungimento della preda, si celebra la vittoria finale. Proprio nel momento della crocifissione e perciò stesso della sconfitta, Cristo celebra la vittoria sul male e sulla morte. Per questo mentre la pianta carnivora è nel suo massimo rigoglio un picchio, la verità di Cristo difesa dal Battista, la divora. Che la vita religiosa possa in questo anno ritrovare il suo vigore missionario, che possa ritrovare la sua forza di attrazione proprio nella difesa della verità della fede e nella diffusione di una cultura capace di minare dall’interno le moderne filosofie anticattoliche e anti umane.

Vegliate! «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento....Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!»





L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 

 (Dal Vangelo secondo Marco 13, 33-37)






“Signore, tu sei nostro Padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”: la ragione della vigilanza alla quale il Signore ci chiama in questa prima domenica di Avvento è racchiusa in queste parole.
Siamo una sua opera, “perché in lui siamo stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza”. Siamo ricchi, ecco perché è necessario “vegliare”. Chi ha una casa disadorna, senza tesori, non si preoccuperà di mettere allarmi, sbarre alle finestre e un cane ben addestrato in giardino. Chi invece ha beni ingenti a cui tiene molto si preoccuperà di difenderli in qualsiasi modo.
E noi, dice san Paolo, siamo stati arricchiti di tutti i doni! Non ci manca nulla, come recita il Salmo 23, perché il Signore è il nostro “Pastore”. “La sua destra ci ha piantati come figli che per Lui ha reso forti”.
Ci ha fondato sulla roccia della fede nella Chiesa, la “sua casa”, dove “la testimonianza di Cristo si è stabilita tra noi così saldamente che ci non manca più alcun carisma”.
Questa certezza intima dell’amore di Dio rivelato in Cristo è il dono più importante da custodire ad ogni costo, perché è proprio quello sottoposto agli attacchi più violenti.
Il demonio sa che se riesce a raffreddare la fede nei cristiani, scompariranno dal radar del mondo anche la speranza e la carità, trasformandolo così in un cimitero a cielo aperto.
Mai come in questa generazione la “casa” del Signore è assediata dal pensiero mondano, che mette in serio pericolo il deposito della fede, il tesoro più grande della Chiesa. Perché è la fede che vince il mondo!
Diceva l’allora Card. Ratzinger: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro… e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore”.
E’ di questo che parla Gesù chiamandoci così seriamente alla vigilanza. “Non sappiamo”, infatti, quando il Signore “ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino”. Tornerà e sarà come una notte di Pasqua, la notte delle notti, l'ultima, in cui tutti passeremo, per sempre al Padre.
Ciò significa che la vita intera, ogni giorno, è da vivere come una notte di Pasqua, un seno benedetto che gesta l'aurora della libertà. Ma lo viviamo così? Lui stesso se lo è chiesto, chiamandoci così a conversione: “quando il Figlio dell’uomo tornerà troverà la fede sulla terra?”.
Per far sì che Gesù trovi la fede quando verrà alla fine del mondo, come ogni giorno negli eventi della storia, come nella nostra vita, Gesù ha dato “il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”, nella certezza che “le porte degli inferi non prevarranno mai”.
Per questo occorre “fare in modo che, giungendo all’improvviso”, non trovi i cristiani, tu ed io, “addormentati”, ovvero senza fede. Ma concretamente, quale è il modo per fare sì che il demonio non ci rubi la fede? C’è un solo modo, quello che la Chiesa ha sempre usato, sin dagli albori della sua storia: l’iniziazione cristiana.
In essa la Chiesa esercita il “potere” conferitole per accompagnare i cristiani sino alla fede adulta: “adulta non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità” (Benedetto XVI). 
Per questo, la liturgia con la quale la Chiesa ci introduce nel nuovo Anno Liturgico è, prima di tutto, un invito a fare memoria al dell’opera di Dio nella nostra vita, perché i suoi prodigi, come invoca la Prima lettura, siano di nuovo realizzati; e perché si possa rinnovare lo zelo per camminare e crescere ancora, giorno dopo giorno, nella fede.
Se, approfittando delle difficoltà in famiglia, delle sofferenze e delle malattie, il demonio ci ha rubato il ricordo, arriva questo Avvento per guardare di nuovo alla nostra storia.
A “quando Dio compiva cose terribili che non attendevamo”. “Guardiamo con attenzione”, cominciando dai momenti nei quali ci siamo sentiti accolti così come siamo e perdonati sino in fondo. Inizia qui la “vigilanza”.
Apriamo gli occhi e rivediamo i fatti concreti nei quali abbiamo sperimentato la vita nuova muoverci verso l’altro per perdonarlo a nostra volta; sino a quando abbiamo visto il “potere” di Cristo dato ai suoi “servi” predicarci la Parola che ricostruito la nostra famiglia, e amministrarci i sacramenti nei quali, morto l’uomo vecchio nelle acque della sua misericordia, ci ha “svegliato” dai peccati ricreandoci come uomini nuovi.
Non a caso i verbi usati da Gesù non indicano l’azione di svegliarsi ma un modo di essere, lo stare svegli dopo essersi destati. In pratica ci sta chiamando ad essere l’opera che Lui ha creato: nella sua prima venuta è sceso agli inferi, ci ha destato mentre eravamo prigionieri della morte,e ci ha risuscitati con Lui. Ora si tratta di vivere secondo la Grazia ricevuta; come un “portiere”, “sveglio nella notte” che avvolge il mondo.
Come i portieri che Dio scelse per custodire la Tenda della Riunione: è santa la Chiesa, è santa la nostra vita: siamo stati scelti per la missione più grande, annunciare ad ogni uomo il Vangelo che abbiamo sperimentato. 
Per questo Gesù “dice a tutti” di “vegliare”, perché tutti, non solo i pastori, nella Chiesa sono inviati come “servi del Vangelo” e della fede; non possiamo perdere il sapore scendendo dalla Croce sulla quale ci ha uniti a sé, il posto migliore per vegliare, la garitta dove vigilare per discernere il kairos, il “momento favorevole” per l’annuncio capace di salvare chi ci è accanto. 



L'avvento è allora aspettare l’Amato stringendosi a Lui che, pur partito per un Paese lontano in un lungo viaggio, è già presente nel cuore. Aspettarlo operando la volontà del Padre che è la salvezza di ogni uomo, offrendo tutto se stessi per il suo compimento. Lui è già qui, non come una nostalgia sentimentale. Ecco perché l’attesa e la vigilanza sono un desiderio ben diverso da ogni altro, che nessuno e nulla se non Cristo può soddisfare. L'Avvento è amore che attende il suo compimento, ogni istante.


Il Signore ci chiama dunque ad essere desti nell’ascolto, nella preghiera, nella comunione con i fratelli. A “guardare con attenzione” senza distrarci dal mondo ormai così virtuale, mettendo a fuoco ogni insidia, nella buona battaglia della fede, custodendo la porta del cuore e delle labbra. Perché anche noi siamo la "casa" dei Signore, il Tempio del suo Spirito Santo.
A fissare tutto a trecentosessanta gradi, come una sentinella sempre sulla porta della famiglia e delle relazioni, della comunità e di ogni nostro luogo, attenti perché il demonio non vi entri con i giudizi, le invidie, le concupiscenze. E pronti ad aprirla al Signore che viene proprio quando non ce lo aspettiamo, forse nascosto nella parolina velenosa del coniuge o nella disobbedienza dei figli, per accoglierlo e amarlo nel fratello.
E’ vero, siamo deboli e contraddittori, “e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia”. Ma è ancor più vero, ne abbiamo la prova nella nostra esperienza, che Dio ci “renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siamo stati chiamati alla comunione con il Figlio suo, Signore nostro!”.

APPROFONDIMENTI




αποφθεγμα Apoftegma




La vigilanza è non uscire dal presente, ma fare qui e ora la cosa giusta, 
come se si dovesse compierla sotto gli occhi di Dio.  

Benedetto XVI

sabato 29 novembre 2014

Incammino con la Parola - LECTIO DIVINA "Fate attenzione, vegliate" Mc. 13,33

"Dov’è la Vita che abbiamo perso vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?"




LECTIO DIVINA sui testi biblici delle domeniche di Avvento (a.B)
guidata da fratel Luciano Manicardi della Comunità di Bose
presso la Real Chiesa di San Lorenzo di Torino
giovedì 27 novembre 2014

Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo

VIGILANZA
"Dov’è la Vita che abbiamo perso vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?"



SPECIALE AVVENTO. TESTI PER PREPARARSI E VIVERLO

Sabato della XXXIV settimana del Tempo Ordinario

L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.

Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
 (Dal Vangelo secondo Luca 21,34-36)





La più grande novità del cristianesimo è rivelata da questa parola: vegliate in ogni momento. Nella vita non vi è nulla da derubricare e sottrarre all’”attenzioneogni momento è importante e decisivo perché costituisce quel frammento del Regno di Dio nel quale siamo chiamati a comparire davanti al Figlio delluomo, in piedi, nell'atteggiamento di chi è giudicato innocente dal magistrato. Il Regno di Dio, infatti, è vicino, ma non è un luogo, è un evento (Card. Joseph Ratzinger, Escatologia), è Cristo stesso vivo in mezzo a noi. Non a caso il termine usato è in ogni kairos, perché con il suo irrompere nella storia, Cristo ha colmato di sé il chronos - il tempo che per i greci e la mentalità del mondo divora i suoi figli  trasformando ogni istante in un momento favorevole nel quale incontrare il suo amore e aprirsi a Lui; per questo, quando ci ammonisce dicendoci state attenti a voi stessi, il Signore ci invita a vivere sino in fondo, con intensità e autenticità, ogni momento, senza sprecare nulla del tempo e di noi stessiPer “tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra”, infatti, è preparato lo stesso “giorno” del Messia. I cristiani sanno di non avere un destino diverso da tutti gli altri: “non abitano città proprie, né conducono un genere di vita speciale, dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo” (Lettera a Diogneto) e così, sono già “sfuggiti” ai “lacci” che si “abbattono” di sorpresa su chi ha “appesantito” il “cuore” negli “affanni” per salvare “la vita”. 
Nulla, infatti, “è improvviso” per chi ha un “cuore” che “vigila” attingendo la “forza” dalla “preghiera”, “attento”, come chi dorme all’aperto, a non farsi sorprendere dalle insidie che si nascondono nella notte. Il cristiano, infatti, “non è delle tenebre, ma del giorno”; mentre il mondo è immerso nella notte dove “mangiare e bere” sino a “ubriacarsi” perché tanto si deve morire ed è meglio non pensarci, il suo “cuore veglia” in attesa dello Sposo al quale donarsi. I cristiani "hanno tra di loro un rispetto inconcepibile agli altri" (Lettera a Diogneto), stanno ben "attenti" a non perdere di vista il centro dell'esistenza, impedendo così al "cuore" di "dissiparsi" negli affetti, nel lavoro, nei beni; "vigilano" su tutto e su tutti con rispetto - termine derivante dal latino respicio - che significa guardare tenendo presente qualcosa d'altro che domina sull'orizzonte. Solo con la preghiera si può guardare il prossimo e gli eventi con amore, "sfuggendo" ai "lacci" della carne che stringono, "improvvisamente", in un cappio mortale, ricevendo la "forza" per dire a chi ci è accanto: "Sei nel centro del mio occhio e del mio cuore, ma sull'orizzonte ultimo, perché un'altra figura ti illumina, ti dà vita: sei mia perché sei di un Altro. Riconoscendo che sei di un Altro, anche io scopro di essere di un Altro" (Mons. Luigi Giussani). Lavando i piatti come deliberando in un consiglio di amministrazione, mettendo un timbro su una pratica come operando un paziente per salvargli la vita, siamo dunque chiamati a fare tutto per amore a Cristo, con il “cuore” indiviso, “abitando” alla sua presenza “ogni momento” come nel “giorno che non conosce tramonto”, trasformando così l’intera esistenza in una “preghiera” incessante: “Fa cut ardeat cor meum in amando Christum ut sibi complaceam - Fa’ che il mio cuore sia pieno di ardore nell’amore a Cristo, così che possa piacergli” (Jacopone da Todi, Stabat Mater).






αποφθεγμα Apoftegma






Noi non ci atteniamo mai al tempo presente.
Siamo così imprudenti che erriamo nei tempi che non sono nostri,
e non pensiamo affatto al solo che ci appartiene,
e così vani, che riflettiamo su quelli che non sono più nulla,
e ci preoccupiamo di disporre le cose che non sono in nostro potere,
per un tempo al quale non siamo affatto sicuri di arrivare…
e fuggiamo senza riflettere quel solo che esiste...

Blaise Pascal, Pensieri