Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

martedì 31 gennaio 2012

Martedì, IV settimana del Tempo Ordinario

VANGELO DEL GI0RNO



Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro,
sceglie una creatura umana come suo strumento 
e compie meraviglie lì dove uno meno se le aspetta.

Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, 
ciò che non è considerato, l’insignificante, 
ciò che è emarginato, debole e affranto; 
dove gli uomini dicono ‘perduto’, lì Egli dice ‘salvato’; 
dove gli uomini dicono ‘no!’, lì Egli dice ‘sì’! 
Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, 
lì Egli posa il Suo sguardo pieno di un amore ardente incomparabile. 

Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione 
in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, 
dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, 
dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, 
lì Egli vuole irrompere nella nostra vita, 
lì ci fa sentire il Suo approssimarsi, 
affinché comprendiamo il  miracolo del Suo amore, 
della Sua vicinanza e della Sua Grazia.





Mc 5,21-43 


In quel tempo, essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: "La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva". Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. 
Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita". 
E all'istante le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: "Chi mi ha toccato il mantello?". I discepoli gli dissero: "Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?". Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: "Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male". 
Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: "Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?". Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: "Non temere, continua solo ad aver fede!". E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: "Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme". Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: "Talità kum", che significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!". Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.


IL COMMENTO


"Chi mi ha toccato?". Uno tra mille. E Lui si accorge di chi lo ha toccato, con fede. Con ansia, paura, sofferenze, fallimenti, ma con fede. Andiamo a messa, preghiamo, chiediamo grazie. Ci impegniamo "nel sociale", facciamo, forse, i bravi preti, le brave mamme, i bravi papà. Facciamo elemosine, volontariato, gruppi, gite e pellegrinaggi. E Lui non si accorge di nulla. Meglio, nulla di tutto ciò scuote il Signore, nulla carpisce la sua forza.


Il flusso del sangue è, nella Bibbia, vita che si perde e morte che lambisce l'esistenza. Per questo l'emorragia rendeva impuri, impossibilitati al culto, alla relazione stessa con Dio. Un anticipo dell'inferno dal quale occorreva purificarsi attraverso le abluzioni e un rigido rituale. La donna del Vangelo di oggi era impura da dodici anni, un numero che indica i mesi di un anno, immagine della totalità dell'esistenza. E stava peggiorando. E' la nostra vita, che ci sfugge senza riuscire a trattenerla, progetti che se ne vanno in fumo, relazioni fallimentari consegnate agli psicologi, terapie di gruppo, alle medicine, o agli amici, ai confidenti, alla televisione, ai social networks, ai manuali, alle palestre e alle meditazioni zen; o all'impegno, al fare, al produrre, al dare un senso che riempia la voragine che inghiotte l'esistenza: tentativi di uscire dai tanti tunnel che incupiscono i nostri giorni. E sempre senza successo, anzi peggiorando. Sempre più poveri, dilapidando ogni avere.


Ma c'è il Signore, ed é in mezzo a noi. E' all'opera e passa beneficando, anche ora sta seguendo uno dei tanti Giairo che lo implorano per aver ascoltato qualcosa di Lui, l'annuncio che Lui puó guarire davvero. Passa Gesú, il Profeta, il Salvatore, il Messia. Passa Colui che il nostro cuore attende da sempre. Si tratta semplicemente di raggiungerlo e toccarlo. Anche solo di sfuggita, anche solo il lembo del suo mantello, il mantello del Profeta che, come quello di Elia, ha il potere di salvare. La Vita che abbiamo perso è in Lui, toccarlo è riaccenderla.


Ma sorge una domanda: abbiamo mai toccato Gesù? 
La donna del Vangelo lo tocca prima con la mente e con il cuore, lo tocca dentro di lei, dal fondo della sua disperazione, dal buio della sua impotenza. Tanti si accalcano, forse lo toccano, ma è curiosità, religiosità, un tentativo, un numero in più sulla ruota della vita. Per lei no, per lei è questione di vita o di morte. O Lui o la morte, quella definitiva, l'inferno di cui aveva fatto esperienza sino ad allora. Dal cuore, dal desiderio disperato che si traduce in speranza, la sua mano si allunga e, da dietro, come il pubblicano nascosto nell'ombra al fondo del tempio, lo tocca tremante. E torna alla vita. Impura tocca il puro, infrangendo la legge secondo la quale non avrebbe assolutamente dovuto. Cosí facendo infatti, la donna contamina Gesù, (cfr. Lev. 15, 19-33) lo tocca e lo attira dentro la propria immondezza. Lei sa che toccarlo da impura significava renderlo impuro come lei. Per questo si avvicina da tergo e lo tocca forse in un baleno, sperando d'essere salvata senza essere riconosciuta, senza che nessuno se ne dia conto e accusi Gesú.

Ma il Signore va oltre le apparenze, Lui guarda il cuore. Si rende conto di quel che è successo, che la morte di quella donna lo aveva raggiunto strappandogli la vita. Il flusso di morte lo investe e apre la sorgente del flusso di vita. A Lui la morte a lei la Vita. Il mistero pasquale si compie in un incontro, immagine d'ogni sacramento che ridona la vita realizzando quel che significa, la vittoria di Gesù sulla morte. I due sanno quello che é successo, laddove gli occhi della carne non possono arrivare. Per questo ora Gesú la cerca, la vede, e il suo sguardo la chiama. Finalmente libera e tornata alla vita, anche lei sa quel che le è accaduto. Incontra il suo sguardo e gli si getta ai piedi professando la sua fede, la su Redditio Symboli; lì, accasciata davanti al Signore che l'ha salvata, racconta la sua vita raggiunta dalla verità, quella che l'ha fatta libera. Racconta e testimonia l'incontro seguito all'annuncio, come Gesù abbia avuto il potere di salvarla, laddove tutti e tutto avevano fallito. E diventa figlia, rigenerata nel potere di Gesù, attraverso la porta della fede che l'ha salvata prima di guarirla.

Ora può andare in pace, sanata alla radice dal male che l'affliggeva. Sanata perchè salvata. L'audacia della sua fede ha aperto il cuore di Dio, perché toccarlo significa la fede pura, gettarsi in Lui anche dal fondo del peccato più grave. La fede è ascoltare un annuncio e seguire i passi di Gesù sino a toccarlo dal fondo di quel che siamo veramente. Gridare a Lui dalla cella nella quale siamo rinchiusi. La fede è sporcare e contaminare Gesù, trascinarlo dentro la nostra vita mezza morta. Fare che si accorga che ci ha salvati. Obbligare il Suo potere a salvarci. Sembra che il Signore sia quasi incapace di controllare la sua forza, la dynamisis, il potere con il quale può far scaturire la Vita dalla morte. E' incredibile, ma è l'amore infinito di Dio che, secondo la tradizione rabbinica, prima d'ogni altra cosa ha creato la misericordia, sapendo che l'uomo creato ne avrebbe avuto bisogno. Se oggi siamo schiavi di qualsiasi cosa, se la schiavitù è di lunga data, non temiamo: passa Gesù, oggi nella nostra vita. Forse è tempo che non parliamo con nostra moglie, o con quel cugino che ci ha tolto denaro e onore. Forse l'emorragia ci ha prosciugato la forza per perdonare e chiedere perdono, per parlare con nostra figlia, per svegliarci e accogliere un nuovo giorno grigio di routine. Forse abbiamo speso tutto, energie e speranze, ci siamo dibattuti come pesci nella rete cercando di saltar fuori dalla solitudine, dal dolore, dal tradimento. Forse i tanti affari con i quali abbiamo tentato di tenere lontana la realtà dura e difficile del ministero e della missione si sono dissolti e nessuno ha più bisogno di noi. Forse ci siamo ritrovati soli con anni spesi a rincorrere una pienezza e una pace mai trovate. Forse siamo oggi come l'emorroissa, ed è giunto il momento unico e irripetibile di correre e toccare Gesù, con il cuore e con la mente: è santa l'emorragia come sono santi i dodici anni che ci hanno condotto sul bordo della piscina battesimale, pronti ad immergere il nostro uomo vecchio, corrotto dietro alle passioni che ingannano, per rivestire il nuovo, creato a immagine del Signore. 

E' santa dunque la volontà di Dio che ci conduce ad aver fede e a toccare Cristo nel suo mantello che è la Chiesa dispensatrice dei sacramenti che hanno potere su ogni nostro peccato, su ogni infermità. E' santa la storia che ha reciso ogni alienazione, appoggio, sicurezza. E' santa l'impotenza che ci spinge a toccare il lembo del mantello di Cristo, che suscita il desiderio di cercare in Lui solo consolazione, pace, amore e pienezza. E' santa la nostra vita di oggi che ci costituisce per il Signore un tu vero e da amare, un chi da cercare e salvare. Proprio quello che crediamo ci stia distruggendo afferma invece la nostra identità unica e preziosa agli occhi di Cristo; la nostra debolezza gettata sul suo mantello ci rende oggetto delle sue attenzioni, della ricerca del suo sguardo, dello zelo del suo cuore. E chi non vorrebbe attirare l'attenzione dell'amato? Con Gesù non è il trucco, non sono i vestiti, non sono le qualità a suscitare attenzioni e sguardi, perchè Lui cerca la debolezza, l'inutilità, la povertà, tuuto quanto l'uomo disprezza.  

O forse ci troviamo come Giairo, e la nostra vita, al pari della sua figlioletta, è agli estremi. E le preghiere sembrano non aver sortito alcun effetto, al punto che anche l'ultima speranza è svanita. Molti ci deridono intorno, e piangono e strepitano, inducendoci a disperare, a vestire il lutto e a chiudere i battenti di un'esistenza fallimentare, il vero obiettivo del demonio. Ma risuona anche oggi per noi la parola di Gesù: la tua vita è solo addormentata, non è morta! Nulla di quanto speravamo, desideravamo è destinato alla corruzione; tutto si addormenta nella caducità e nella debolezza della carne per risvegliarsi, trasfigurarsi nell'incontro con Cristo, l'autore della vita. Gesù caccia via tutti quelli che ci vogliono allontanare dalla fede, inganni e menzogne che interpretano carnalmente l'apparente logica degli eventi. Gesù entra con la sua Chiesa dove è la bambina, esattamente dove giace la nostra vita, nel fallimento che ci atterrisce. Porta con sé i nostri genitori, la storia che ci ha visto nascere e ci ha accompagnato sino ad oggi. Ci prende per mano, e ci parla con le uniche parole di cui abbiamo bisogno: Alzati, risuscita! E tutto in noi riprende vita, una vita nuova, riconciliata con il passato, e protesa verso un futuro eterno immerso nell'amore di Dio. 




Sant'Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento sul vangelo di Luca 6, 58-61


« Io dico a te, alzati ! »


Prima di risuscitare una morta, allo scopo di condurre alla fede, Gesù comincia col guarire la donna affetta da emorragia. Il flusso si è fermato per istruirci : quando Gesù si avvicina all'una, l'altra è già guarita. Nello stesso modo, celebriamo la risurrezione nel tempo del Signore, la quale seguì la sua Passione, allo scopo di credere nella nostra vita eterna...
I servi di Giàiro che vengono a dirgli : « non disturbare il Maestro » non credono nella risurrezione predetta nella Legge e compiuta nel Vangelo. Perciò Gesù prende con sè soltanto pochi testimoni della risurrezione che sta per compiersi : infatti non un gran numero ha creduto di primo acchito alla risurrezione. La folla deride Gesù quando egli dichiara : « La bambina non è morta, ma dorme ». Coloro che non credono lo deridano. Che piangano i loro morti, coloro che li credono morti. Per quanti hanno fede nella risurrezione, la morte non è vista come una fine ma come un riposo...
E Gesù, presa la mano della bambina, la guarì ; poi ordinò di darle da mangiare. Questo è una garanzia della vita, affinché non si possa credere che sia un'illusione, ma proprio la realtà. Beata colei la cui mano è tenuta dalla Sapienza ! Piaccia a Dio che anche la nostra venga tenuta, nelle nostre azioni. Che la giustizia tenga la mia mano ; che il Verbo di Dio la tenga ; Egli mi introduca dove egli dimora, distolga il mio spirito dall'errore, e così riconduca colui che egli ha salvato. Che ordini di darmi da mangiare : il pane del cielo è il Verbo di Dio. Questa Sapienza che ha deposto sull'altare il cibo del Corpo e del Sangue del Figlio di Dio ha dichiarato : « Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato per voi » ( Pr 9, 5).



Beato Giovanni Paolo II (1920-2005), papa 
Discorso ai giovani cileni, 2 aprile 1987 - Copyright © Libreria Editrice Vaticana


«La bambina non è morta, ma dorme»


        Cari giovani, da voi dipende il futuro, da voi dipende il termine di questo Millennio e l'inizio del nuovo. Non siate, dunque, passivi; assumetevi le vostre responsabilità in tutti i campi a voi aperti nel nostro mondo!... Assumetevi le vostre responsabilità! Siate disposti, animati dalla fede nel Signore, a dare ragione della vostra speranza (cf. 1 Pt 3, 15). ... Qual è il motivo della vostra fiducia? La vostra fede, il riconoscimento e l'accettazione dell'immenso amore che Dio continuamente manifesta agli uomini...Gesù Cristo, «è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8), continua a mostrare per i giovani lo stesso amore che descrive il Vangelo quando si incontra con un giovane e una giovane.
        Così possiamo contemplarlo nella lettura biblica che abbiamo ascoltato: la resurrezione della figlia di Giairo, la quale - puntualizza San Marco - «aveva dodici anni» (Mc 5, 42)....Giairo con franchezza espone al Maestro la sua pena, l'infermità di sua figlia e con insistenza supplica la sua guarigione: «La mia figlioletta è agli estremi: vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva» (Mc 5, 23). «Gesù andò con lui» (Mc 5, 24). Il cuore di Cristo, che si commuove di fronte al dolore umano di quest'uomo e della sua giovane figlia, non resta indifferente di fronte alle nostre sofferenze. Cristo ci ascolta sempre, ma ci chiede che ricorriamo a lui con fede. ... Tutti i gesti e le parole del Signore esprimono questo amore. 
        Vorrei soffermarmi particolarmente sulle testuali parole uscite dalla bocca di Gesù: «La bambina non è morta, ma dorme». Queste parole, profondamente rivelatrici, mi inducono a pensare alla misteriosa presenza del Signore della vita in un mondo che sembra soccombere all'impulso distruttore dell'odio, della violenza e dell'ingiustizia; ma no. Questo mondo, che è vostro, non è morto, ma dorme. Nel vostro cuore, cari giovani si avverte il forte palpito della vita, dell'amore di Dio. La gioventù non è morta quando è vicina al Maestro. Sì, quando è vicina a Gesù: voi tutti siete vicini a Gesù. Ascoltate tutte le sue parole, tutte le parole, tutto. Giovane, ama Gesù, cerca Gesù. Incontrati con Gesù.


Chi è quel “signor Méndez” che ha pietà di noi, che ci fa stupire… e che trasforma il bruco deforme della nostra anima in una splendida farfalla?  Antonio Socci.


C’è da tempo, in rete, un cortometraggio bellissimo The Butterfly Circus (Il circo della farfalla) diretto da Joshua Weigel. Dura 20 minuti ed è sottotitolato in italiano.
E’ struggente. Ve lo consiglio (poi, sotto, vi propongo un’interpretazione).




Penso che si sbaglierebbe a credere che questo stupendo film metta a tema la sofferenza della disabilità o l’emarginazione.
Per me non è un film sui corpi, ma sulle anime e lo suggerisce proprio il “signor Méndez”, direttore del “Circo della farfalla” che presenta alla fine Will come “un’anima coraggiosissima”.
La “deformità” di Will, la sua mutilazione è l’immagine della nostra povera umanità, l’immagine di ciascuno di noi, inchiodato al proprio limite, alla propria incapacità, alla propria disperazione e solitudine, al proprio peccato, ai propri sbagli, al proprio “non essere amato” e quindi vittima impotente di un mondo crudele che trae guadagni dalle sue mostruosità.
La storia infatti si apre proprio sullo spettacolo crudele del mondo, che di questa miseria umana fa spettacolo: “il miglior spettacolo di mostri della città”.
Promesse di soldi, dolore e crudeltà, tristezza. E quei poveretti esposti come animali e crudelmente derisi per le loro deformità…
Il tipaccio che li illustra infine annuncia: “una perversione della natura, un uomo – se così lo si può chiamare – a cui Dio stesso ha voltato le spalle!”.
Ecco, questo è il modo come noi ci vediamo e vediamo gli altri: abbandonati da Dio. E quindi asserviti a chi fa senza scrupoli mercimonio della nostra umanità.
Il pubblico davanti a Will alterna sguardi di orrore, derisione, risolini e crudeltà.
Ma quel giorno, in quel cinico luna park, è arrivato un uomo diverso da tutti.
Il “Signor Méndez” ha uno sguardo diverso su quei poveretti.
Vi fa pensare a Qualcuno?
Ecco la sua compassione, il suo fermare la crudeltà dei ragazzetti, il suo levarsi il cappello davanti a Will, il suo “tu sei magnifico!”, l’immediato perdono per lo sputo del povero disperato che credeva di essere deriso perché lui non si vedeva “magnifico”.
Il “Signor Méndez” è subito pronto a scusarlo e giustificarlo: “non è successo niente. E’ colpa mia. Forse mi sono avvicinato un po’ troppo, giusto amico?”.
Chi è quest’uomo strano, unico? E’ il “signor Méndez”, famoso perché direttore del “Circo della farfalla”, quello che – secondo il mondo – fa “spettacoli stravaganti”.
E’ considerato “strano”, “stravagante”, perché è diverso dal luna park delle mostruosità.
Will decide di andare col “Circo della farfalla”, dove lo accolgono con calore, ma non gli fanno fare quello che faceva prima perché “da noi non c’è nessun fenomeno da baraccone”.
Il “Signor Méndez” gli dice: “non c’è niente di edificante nell’esporre le imperfezioni di un uomo… noi siamo contenti che tu stia qui con noi e puoi restare finché vuoi, ma io dirigo un altro tipo di spettacolo”
È lo spettacolo della bellezza, dell’armonia, dell’audacia, dell’abilità umana, della grazia. Lo si vede quando in un villaggio triste e decadente arriva la compagnia del “Circo della farfalla”….
Il “Signor Méndez” annuncia: “signori e signore, ragazzi e ragazze, ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po’ di stupore”.
Il “signor Méndez” guarda i suoi artisti incantato e commosso. E sussurra a Will: “splendidi, non è vero? Come si muovono, pieni di forza, colore e grazia. Sono sbalorditivi!”
Poi lo scuote bruscamente. Gli fa capire quanto è crudele e ingiusto ciò che pensa di se stesso e gli dice che anche lui può essere come loro.
Infatti gli svela qual è la vera bellezza dei suoi artisti: sono tutti dei redenti, sono persone che erano state buttate dal mondo come perduti e perdenti. E sono rinate.
Perché il “Circo della farfalla” mostra appunto questo meraviglioso spettacolo: il bruco deforme che diventa bellissima farfalla.
Dice il “Signor Méndez” a Will: “se soltanto tu potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri”.
E’ una possibilità anche per Will. Perché la vera bellezza è quella di chi si lascia amare, di chi accetta la misericordia e “rischia” tutto se stesso in questo amore,
L’obiezione di Will: “Ma sono diversi da me” (tipica obiezione di chi si sente più disgraziato e più incapace di tutti gli altri).
Ma il “Signor Méndez” rovescia totalmente le sue categorie di giudizo:
“Sì. Tu un vantaggio ce l’hai: più grande è la lotta e più è glorioso il trionfo”.
E infatti per Will arriva il trionfo. Così il “Signor Méndez”, felice e commosso può annunciare:
“I vostri occhi saranno testimoni, in questo stesso giorno di un’anima coraggiosissima”.
Non più spettatori di una mostruosità, ma testimoni di una gloriosa rinascita e di un’avventura ardimentosa.
Io penso che il “Circo della farfalla” esista in questo mondo. E’ il Regno di Dio che Gesù è venuto a instaurare. E’ lui che davanti alla mostruosità di ogni uomo gli sussurra: “Tu sei magnifico!”.
E gli diventa amico perché il bruco, il verme, diventi la libera e bella farfalla … Gesù non è venuto a incriminare, a giudicare, a puntare il dito (lo fa già il mondo). No. Gesù è venuto pietosamente a guarirci. A farci rinascere.
E chi siamo noi per dire: no, quello non può farcela, quello è uno abbandonato da Dio?


Ecco una bella pagina del grande Dietrich Bonhoeffer:
“Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro,
sceglie una creatura umana come suo strumento e compie meraviglie lì dove uno meno se le aspetta.
Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono ‘perduto’, lì Egli dice ‘salvato’; dove gli uomini dicono ‘no!’, lì Egli dice ‘sì’! Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì Egli posa il Suo sguardo pieno di un amore ardente incomparabile. (…).
Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, lì Egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il Suo approssimarsi, affinché comprendiamo il  miracolo del Suo amore, della Sua vicinanza e della Sua Grazia”.


Questo è il cristianesimo.


Antonio Socci
http://www.antoniosocci.com/

lunedì 30 gennaio 2012

Lunedì della IV settimana del Tempo Ordinario

Il Vangelo delGiorno



In ragione della loro sottilità o spiritualità, 
i demoni possono penetrare i corpi e risiedervi; 
in ragione della loro potenza, possono rimuoverli e turbarli. 
Dunque, i demoni possono, in virtù della loro sottilità e della loro potenza, 
introdursi nel corpo dell'uomo e tormentarlo, 
a meno di essere impediti da un potere superiore: 
e' ciò che si chiama possidere-obsidere. 
Ma penetrare nell'intimo dell'anima è ri servato alla sostanza divina.

 San Bonaventura, In 3 Sent., d. 8, parte II, a. 1, q. I e II


Dal santo Vangelo secondo Marco 5,1-20


In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. 
Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. 
C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. 
I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.


IL COMMENTO


E' giunto Colui che può domarci. Lui solo. L'unico che conosce la radice nascosta d'ogni nostro peccato, quella che rende impossibile la nostra piena felicità. Lui ha compiuto la traversata in mezzo alla morte, a quanto di più impuro vi sia, l'acre sapore della morte che copre tutto di un manto agghiacciante. Lui ci è venuto a cercare all'altra riva del mare, il territorio pagano dove gettiamo la nostra vita. La vita senza Cristo è una tomba dove dimorare nella peggiore delle schiavitù, quella che impedisce l'amore. La vita senza Cristo è preda di una forza violenta che spezza ogni legame, e a nulla valgono stratagemmi umani, psicologie e terapie. Nessuna catena può nulla contro il potere di una legione di demoni. Si lasciano moglie e figli, accesi dalla passione per una giovane segretaria. Si uccide il figlio del proprio grembo. Si gode delle altrui sciagure, si esaltano l'astuzia e la furbizia, e film come "Febbre da cavallo" sono ormai dei cult. Basta dare un'occhiata alla programmazione cinematografica, ai romanzi e alle serie televisive: truffe, violenza, omicidi seriali, cadaveri stesi sui tavoli delle autopsie come fosse la cosa più naturale, e sesso in tutte le salse, banalizzazione del corpo, della dignità, del pudore. A tutte le ore, per tutte le età, per tutti i gusti. E tutti a gonfiare le cifre dell'auditel, a nutrirsi del cibo avariato di un mondo che non conosce Dio, come zombi che si illudono d'essere liberi da qualsiasi tabù, nel rispetto di ogni tendenza, tolleranti verso ogni desiderio. Il territorio dei Geraseni, la decapoli pagana, ieri come oggi, accanto a noi, dentro di noi. Poi, quando accadono fatti sconvolgenti, quando la misura sembra colmata, ecco le catene, leggi, proclami, indignazioni, e caccia ai responsabili, e tolleranza zero. E si cercano ragioni per il male per tentare di addomesticarlo, dimenticando il suo autore e rendendosene così ancor più schiavi: "La consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n  2011) Ma è tutto inutile, è tardi per spegnere la playstation, il virtuale ha ingoiato il reale, e immagini, parole e segni hanno ormai cancellato la verità. Nessuno riesce più a domare il male, che, sempre, si rivolge contro chi lo procura, perchè il male è masochistico, sempre. Esso alberga nel cuore dell'uomo, dal quale escono tutti i propositi cattivi. Il male giunge sempre nel luogo da dove è scaturito. La droga, l'alcool, i piercing, i tatuaggi, i pantaloni strappati, e vestiti che umiliano i corpi e le persone che le indossano, e architetture e arte (sic) che esprimono il nulla: sono tutti segni dei conati drammatici che il male rovescia su chi lo porta dentro. Come l'indemoniato di Gerasa che "Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre". 


Ma questi fenomeni che spesso si manifestano anche molto vicino a noi, tra i nostri figli, parenti, amici, non ci sono estranei. Anche ciascuno di noi è come un cavallo selvaggio, indomabile. Quante catene per indurci a ragionare, a soprassedere, a perdonare. Ma l'amore non è una catena da stringere perchè il male non esploda. Occorre un miracolo che guarisca il cuore, che purifichi la fonte. E' necessario il Signore Gesù. Per questo nel Vangelo di oggi è sintetizzata tutta l'opera che il Padre ha affidato al Figlio. Immagine dell'Incarnazione del Mistero Pasquale e del battesimo, l'episodio presenta il Signore che passa all'altra riva, scendere negli abissi della morte per riscattare l'uomo schiavo del demonio. Questi, all'arrivo di Gesù, gli si fa incontro come attirato da Lui, ed è subito una reazione di sfida, di mormorazione, di rifiuto. Come accade a noi quando ci raggiunge la predicazione, l'annuncio della Verità. "Che hai a che fare con noi...". Che vuoi Signore, sei venuto a rovinare i nostri piani, la vita pagana nella quale abbiamo immerso la nostra anima? Lo strazio dei peccati, la morte che ci strangola impediscono anche la preghiera, il grido che implori la salvezza. Ma Gesù è Dio e sa riconoscere, nella caricatura che siamo diventati, nell'involucro sporco, immondo e degenerato, il suo stesso volto, il grido disperato che il seme di vita eterna seminato in noi cerca di farsi strada. Gesù riconosce nelle parole blasfeme e terribili del demonio, l'angoscia e la paura di chi ne è posseduto. Anche dentro i nostri rifiuti, nelle cadute, nelle chiusure più ostinate, Gesù sa intercettare l'inganno e il camuffamento del demonio: è lui che rigetta Cristo, noi siamo solo degli schiavi caduti nelle sue trappole, nelle pompe illusorie che ci hanno sedotti. Certo lo abbiamo fatto liberamente, vi è stato almeno un momento in cui abbiamo scelto deliberatamente di dare ascolto alla voce del demonio. Ma Gesù sa che portiamo una natura ferita: per questo, nonostante secoli di ostinazione, è sceso dal Cielo a cercare la pecora perduta, in territorio pagano, nell'accampamento nemico. Non è facile riconoscere il fratello dopo tanto tempo: parla una lingua diversa, i costumi e le abitudini sono completamente cambiati, anche i connotati non sono più gli stessi. Tanti anni tra i pagani lo hanno trasformato in un pagano. Eppure Gesù lo riconosce, non lo giudica, come non ha giudicato il figliol prodigo, o Matteo, o la Maddalena. Gesù guarda con misericordia, con tenerezza e pietà. 


E questo suo sguardo si fa subito parola, decisa, autoritaria, creatrice: "Esci da quell'uomo spirito impuro!". E fa luce sulla Verità, sull'autentica identità di chi ha reso schiavo quel suo fratello, ciascuno di noi, ogni uomo. E' satana, una legione di demoni, la fonte avvelenata di divisione, morte, e peccato. E' il padre dell'impurità, perchè si è separato da Dio, e sporca e rende impossibile la comunione con il Padre della Vita  a chiunque cade sotto il suo potere. E' una mandria di porci, che si rotolano nel loro vomito, che hanno perduto il senso del peccato e la gioia dell'amore. E' l'assassino che alla fine, per l'opera di Cristo, rivolge contro di se il suo stesso proposito malvagio. Così il demonio precipita nel mare, come l'esercito del faraone, come ogni inganno illuminato dall'amore di Dio. Gesù passa il mare della morte, ci raggiunge laddove l'inganno ci ha precipitato, e ci riporta in vita, come accade nel battesimo, liberi e sani di mente: "Questa liberazione del nostro io dal suo isolamento, questo trovarsi in un nuovo soggetto è un trovarsi nella vastità di Dio e un essere trascinati in una vita che è uscita già ora dal contesto del "muori e divieni". La grande esplosione della risurrezione ci ha afferrati nel Battesimo per attrarci. Così siamo associati ad una nuova dimensione della vita nella quale, in mezzo alle tribolazioni del nostro tempo, siamo già in qualche modo introdotti. Vivere la propria vita come un continuo entrare in questo spazio aperto" (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia di Pasqua,15 aprile 2006).


Lui solo è entrato ed è sceso sino al fondo più buio, a rovinare la legione di demoni che popolano il nostro mondo di tenebre, che ci obbligano alle cose peggiori, schiavi di menzogne e violenze che ci lasciano ogni volta più morti. Le gelosie e i rancori, le concupiscenze e le idolatrie. Lui ha vinto, per noi, anche ora. Possiamo, nelle sue parole liberatrici, rinunciare al mondo e a quelle che si chiamavano un tempo "pomebe diaboli". Il Vangelo di oggi descrive, nell'indemoniato pagano, proprio gli effetti di queste: "Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla "pompa diaboli": del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla "pompa del demonio". Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell'uomo era il culmine dell'intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell'uomo un'immagine di Dio e a vivere come tale" (J. Ratzinger). Qualunque sia oggi la schiavitù che ci opprime, qualunque disordine ci attanagli l'esistenza Lui è qui, ora, a distruggere l'autore di tanto sfacelo, e a ridonarci la dignità, un vestito nuovo come la veste bianca del battesimo, e una mente purificata e sanata nella misericordia, capace di discernere; e ci fa sedere, si, proprio ora, tra i principi, i santi che gli fanno corona, sollevandoci dall'immondizia definitivamente precipitata nell'abisso. E' per noi oggi pronto il battesimo di misericordia, il perdono capace di ricrearci: "Come vedi, già nella traversata degli Ebrei, in cui l'Egiziano è perito e l'Ebreo s'è salvato, è presente la figura del santo  Battesimo. Che altro ci insegna infatti questo sacramento, se non che la colpa e annegata, l'errore abolito, mentre la pietà e l'innocenza vengono salvate? (S. Ambrogio, de Myst. 12).


Con Cristo giunge la salvezza nella città di oggi e di ogni tempo. Essendo immagine del battesimo, della vittoria di Cristo sugli idoli di questo mondo, il Vangelo di oggi presenta la missione della Chiesa tra i gentili, i pagani, la cosiddetta "Missio ad gentes". La Chiesa che nasce dalle acque del battesimo, che attraversa le acque della morte e reca ovunque la vita, "sbarca" nell'oscurità della terra pagana, attirando a sé i demoni. E' questo un tratto inconfondibile della missione della Chiesa: attira i demoni per essere da essi rifiutata. Così si compie la sua missione, identica a quella del suo Signore: cacciare fuori il diavolo, gettarlo lontano dagli uomini, attraverso la Croce di Cristo. Ovunque vi sarà un resto di riscattati che, pur non entrando giuridicamente nella Chiesa come l'indemoniato sanato del Vangelo non è entrato nel seguito di Gesù, annuncerà, attraverso la sua stessa vita redenta, la vittoria di Cristo, e sarà un segno dell'amore di Dio in terra pagana. Cristo e i suoi saranno comunque rifiutati, pregati di lasciare quel territorio, spesso con la violenza che giunge al martirio, figlia della paura di veder distrutte le proprie certezze. Ma il segno di salvezza, la certezza dell'amore di Dio, rimarrà per sempre come una testimonianza e una chiamata a conversione per ogni luogo, per ogni famiglia; unita al rifiuto caricato sulle spalle degli apostoli, sarà come una primizia e una porta dischiusa sulla salvezza per ogni uomo.  



   
Benedetto XVI. La rinuncia a satana e il sì a Cristo.


Omelia Festa del Battesimo del Signore, Cappella Sistina, 8 gennaio 2006



Nella Chiesa antica questi «no» erano riassunti in una parola che per gli uomini di quel tempo era ben comprensibile: si rinuncia -così si diceva -alla «pompa diabuli», cioè alla promessa di vita in abbondanza, di quell'apparenza di vita che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, dal suo modo di vivere solo secondo ciò che piaceva. Era quindi un «no» ad una cultura apparentemente di abbondanza di vita, ma che in realtà era una «anticultura» della morte. Era il «no» a quegli spettacoli dove  la morte, la crudeltà, la violenza erano diventati divertimento. Pensiamo a quanto si realizzava nel Colosseo o qui, nei giardini  di Nerone, dove gli uomini erano accesi come torce viventi. La crudeltà e la violenza erano divenuti un motivo di divertimento, una vera perversione della gioia, del vero senso della vita. Questa «pompa diabuli», questa «anticultura» della morte era una perversione della gioia, era amore della menzogna, della truffa, era abuso del corpo come merce e come commercio. 


E se adesso riflettiamo, possiamo dire che anche nel nostro tempo è necessario dire un «no» alla cultura ampiamente dominante della morte. Un’«anticultura» che si manifesta, per esempio, nella droga, nella fuga dal reale verso l’illusorio, verso una felicità falsa che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro, della solidarietà, della responsabilità per i poveri e per i sofferenti; che si esprime in una sessualità che diventa puro  divertimento senza responsabilità, che diventa una «cosificazione» - per così dire - dell’uomo, che non è più considerato persona, degno di un amore personale che esige fedeltà, ma  diventa merce, un mero oggetto. A questa promessa di apparente felicità, a questa «pompa» di una vita apparente che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo «no», per coltivare la cultura della vita. Per questo il «sì» cristiano, dai tempi antichi fino ad oggi, è un grande «sì» alla vita. Questo è il nostro «sì» a Cristo, il «sì» al vincitore della morte e il «sì» alla vita nel tempo e nell’eternità. 



Papa Benedetto XVI
Udienza generale del 03/12/08 - Copyright © Libreria Editrice Vaticana


«Esci, spirito immondo, da quest'uomo!»


Quindi il fatto del potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male?... La fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l'essere non è un misto di bene e male; l'essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere. Questo è il lieto annuncio della fede: c'è solo una fonte buona, il Creatore...
Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell'essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata. Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso... Possiamo indovinare, non spiegare; neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all'altro, perché è una realtà più profonda. Rimane un mistero di buio, di notte.
Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l'uomo, è sanabile. Le visioni dualiste, anche il monismo dell'evoluzionismo, non possono dire che l'uomo sia sanabile; ma se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l'uomo è sanabile... E finalmente, ultimo punto, l'uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte.


Joseph Ratzinger. La conversione dei pagani nei primi secoli


Vorrei proporre per questo itinerario di incontro e di confronto culturale un'immagine, che ho trovato in Basilio il Grande (+ 379), il quale nel confronto con la cultura greca del suo tempo si vide posto davanti ad un compito assai simile a quello che è posto a noi. Basilio si riallaccia all'autopresentazione del profeta Amos, il quale diceva di sé: "Pastore sono e coltivatore di sicomori" (7,14). La traduzione greca del libro del profeta, la LXX, rende in modo più chiaro nel seguente modo l'ultima espressione: "Io ero uno, che taglia i sicomori". La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio presuppone nel suo commentario ad Is. 9, 10 questa prassi, infatti egli scrive: "Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l'insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile". Christian Gnilka commenta così questo passo: "In questo simbolo si trovano l'ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo... ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca... I frutti restano frutti; la loro abbondanza non viene diminuita, ma riconosciuta come pregio... D'altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell'immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella 'fuoriuscita' del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione". Ancora una cosa si deve notare: la trasformazione necessaria non può derivare da una proprietà dell'albero e del suo frutto - è necessario un intervento del coltivatore, un intervento dall'esterno. Applicando questo al paganesimo, a ciò che è proprio della cultura umana, ciò significa: il Logos stesso deve incidere le nostre culture ed i suoi frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono. Osservando attentamente il testo e le sue affermazioni, possiamo aggiungere un'ulteriore considerazione: sì, ultimamente è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei "coltivatori di sicomori": l'intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza. Poiché Basilio parla qui dell'insieme dei pagani e delle loro abitudini, è evidente che in questa immagine non si tratta semplicemente della guida individuale delle anime, ma della purificazione e della maturazione delle culture, tanto più che la parola "abitudini" (mores) è una delle parole, che corrispondono presso i padri più o meno al nostro concetto di cultura. Così in questo testo è rappresentato esattamente ciò, su cui ci stiamo interrogando: il percorso dell'evangelizzazione nell'ambito della cultura, il rapporto del vangelo con la cultura. Il vangelo non sta accanto alla cultura. Non è rivolto semplicemente all'individuo, ma alla cultura, che plasma la crescita ed il divenire spirituale del singolo, la sua fecondità o infecondità per Dio e per il mondo. L'evangelizzazione non è neppure un semplice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cultura nel senso di un concetto superficiale di inculturazione, che ritiene siano sufficienti un paio di innovazioni nella liturgia e espressioni linguistiche cambiate. No, il vangelo è un taglio - una purificazione, che diviene maturazione e risanamento. È un taglio, che esige paziente approfondimento e comprensione, cosicché esso sia fatto nel momento giusto, nella fattispecie giusta e nel modo giusto, che esige quindi sensibilità, comprensione della cultura dal suo interno, dei suoi rischi e delle sue possibilità nascoste o anche palesi. Così è evidente che questo taglio "non è affare di un momento, al quale dovrebbe poi semplicemente seguire una ovvia maturazione", ma è necessario un continuo paziente incontro fra il Logos e la cultura, mediato dal servizio dei credenti.


Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla "pompa diaboli": del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla "pompa del demonio". Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell'uomo era il culmine dell'intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell'uomo un'immagine di Dio e a vivere come tale. Così questa rinuncia battesimale è espressione sintetica del carattere critico nei confronti della cultura che è tipico del cristianesimo ed un contrassegno per il "taglio", che qui si rende necessario. ...  Divenire cristiano necessita un rapporto vitale, nel quale si possano realizzare risanamento e trasformazione della cultura. L'evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione ed una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita. Eloquente è al riguardo il racconto, che Cipriano di Cartagine (+ 258) ha dato della sua conversione alla fede cristiana. Egli ci racconta che prima della sua conversione e battesimo non poteva affatto immaginarsi, come si potesse mai vivere da cristiano e superare le abitudini del suo tempo. Egli fornisce in proposito una cruda descrizione di quelle abitudini, che ricorda proprio le Satire di Giovenale, ma anche fa pensare al contesto vitale, nel quale oggi devono vivere i giovani: si può qui essere cristiani? non è questa una forma di vita superata? Quanti si chiedono questo, a ragione in realtà parlando da un punto di vista puramente umano. Ma l'impossibile, così narra Cipriano, fu reso possibile per la grazia di Dio ed il sacramento della rinascita, che naturalmente è considerato nel luogo concreto, nel quale esso può divenire efficace: nel cammino comune dei credenti, che aprono una via alternativa da vivere e la mostrano come possibile. Qui siamo ora di nuovo al tema della cultura, al tema del "taglio". Infatti Cipriano parla proprio della violenza delle "abitudini", cioè di una cultura, che fa apparire la fede come impossibile. Più di cento anni dopo Gregorio di Nazianzo (+ 390) esalta la conversione di Cipriano con le seguenti parole: "Per le sue conoscenze... rendono testimonianza anche le opere, di cui egli compose molte e notevoli per il nostro argomento, dopo che, grazie alla bontà di Dio, 'che tutto crea' e 'volge al meglio' (Amos 5,8 LXX) egli aveva messo in salvo la sua formazione precedente portandola da questa parte e aveva sottomesso l'irragionevolezza alla ragione". Proprio perché egli sul cammino della conversione, mediante il taglio del Logos, ha trasformato la cultura del suo mondo, egli ha "messo in salvo" ciò che di essenziale e di vero essa conteneva. Mediante l'incisione nel sicomoro della cultura antica i Padri l'hanno nel complesso "messa in salvo" per noi e trasformata da strumento marcio in un frutto grandioso. Questo è il compito, che oggi è a noi proposto nei confronti della cultura secolarizzata del nostro tempo - questo è evangelizzazione della cultura.


venerdì 27 gennaio 2012

Venerdì della III^ settimana del Tempo Ordinario

Vangelo del Giorno



Nuova evangelizzazione non può voler dire: attirare subito 
con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa. 
No - non è questa la promessa della nuova evangelizzazione. 
Nuova evangelizzazione vuol dire: 
Non accontentarsi del fatto che dal grano di senape 
è cresciuto il grande albero della Chiesa universale, 
non pensare che basti il fatto che nei suoi rami 
diversissimi uccelli possono trovare posto, 
ma osare di nuovo con l'umiltà del piccolo granello lasciando a Dio, 
quando e come crescerà
Le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo 
ed i movimenti di massa sono sempre effimeri.

Benedetto XVI




Dal Vangelo secondo Marco 4,26-34.


Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa. 


IL COMMENTO


Una parola meravigliosa. Quando tutto sembra sbriciolarsi, quando tra le mani non ci ritroviamo altro che fallimenti, quando forte è la tentazione di abbandonare tutto, risuonano le parole di Gesù, un balsamo di verità che ci riconduce alla pace.


Tutto il Vangelo è percorso da una linea rossa di follia, la stoltezza della Croce, che Paolo stigmatizza tante volte. Il Vangelo, ma anche l'Antico Testamento, spesso ci trascina in un violento testacoda, e ci ritroviamo spaesati, stranieri in un mondo che non ci appartiene. E' il Regno di Dio descritto nelle parabole del Vangelo di oggi. Gesù si sofferma sull'importanza dell'ascolto, sul modo in cui si ascolta; parimenti, ammonisce chi non può ascoltare perchè preda della carne e del demonio, chiuso nelle strette del mondo e della sua mentalità. Le parabole di oggi non sono zuccherini a consolare e ad invitare alla pazienza. Non sono solo questo.


Occorre innanzi tutto un orecchio aperto per comprendere di che cosa si parla, essere stati trascinati fuori dalle proprie sicurezze, dagli schemi, attraverso fallimenti ed angosce, e aver assaporato qualcosa di completamente diverso, il vino nuovo del Regno. Occorre essere in cammino, in conversione. Chi è installato, seppur veda sbriciolarsi la vita tra le mani, non comprenderà nulla di queste parabole. Le prenderà come utopia o con sentimentalismo e moralismo, ma non sposteranno di un centimetro il suo sentire profondo. Si tratta delle confidenze di Gesù ai suoi amici, dei misteri del Regno riservate ai suoi eletti. Nel Vangelo rieccheggia infatti il termine "Apostolo" a proposito della mietitura. Più precisamente laddove leggiamo "porre mano alla falce" l'originale greco ha "apostellei" che significa inviare, da cui deriva la parola apostolo, utilizzato anche a proposito della chiamata e della missione dei Dodici (cfr. 3,14. 6,7).


Per comprendere la parola apostello occorre rifarsi all'ambiente ebraico nel quale è nato il Nuovo Testamento. Lo "schaliah", tradotto con Apostello, in ebraico è un procuratore nel quale è considerato presente colui che lo ha inviato. Il Talmud ripete più di venti volte che "Lo schaliah di una persona è un altro se stesso". Così è, ad esempio, per Eleazaro, il servo-schaliah di Abramo, in occasione del matrimonio di Isacco, al punto che esso fu considerato definitivo allorchè Eleazaro scelse Rebecca ed ella acconsentì. Nel Nuovo Testamento la consapevolezza di uno schaliah di essere un altro se stesso di chi lo inviava, dal piano della finzione giuridica passa a quello di una realtà mistica ed esistenziale. Per lo Spirito Santo, Cristo dimora negli Apostoli che non solo lo rappresentano giuridicamente, ma divengono essi stessi la sua presenza. L'Apostolo di Cristo è Cristo stesso, il suo potere si esprime attraverso di lui, quello che legherà in terra sarà legato in Cielo.


Questa profonda intimità è la chiave delle Parabole del Vangelo di oggi. L'apostolo ha lo stesso sentire di Colui che lo ha inviato, ha il suo pensiero dirà San Paolo. Se c'è una perfetta identità tra l'apostolo e Gesù, vi è anche tra il Signore ed il Regno dei Cieli. E' Lui stesso il Regno della parabola, che getta il seme che cade in terra, muore e risorge. Attraverso il Mistero Pasquale, il Regno di Dio è seminato irrevocabilmente nella storia, in ogni generazione. Esso segue il percorso di sviluppo proprio di un seme. E' la Grazia che lo feconda, che ne protegge gli inizi, che lo porta a maturazione. Per questo Gesù dice che la terra produce spontaneamente, letteralmente senza una causa spiegabile - come è stato per Lui stesso nel grembo di Maria - stelo, spiga e chicco pieno.


A questo punto entrano in gioco gli apostoli, gli altri se stessi del seminatore, che sono inviati a raccogliere, attraverso la predicazione, il grano ormai pronto. Per questo Gesù nel Vangelo di Giovanni invita i discepoli a guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura; Gesù deve mangiare un pane diverso, sconosciuto sino ad allora, l'opera di Colui che lo ha inviato, la sua volontà che si definisce nella Croce che lo consegna in riscatto per ogni uomo. Gesù vede profeticamente il suo mistero di Pasqua come un frutto maturo, ed invita i suoi discepoli ad alzare lo sguardo e ad avere il suo stesso pensiero, gli stessi occhi profetici sul mondo e sugli uomini. "Perchè si rallegri insieme chi semina e chi miete" (cfr. Gv. 4,14ss), perchè vi è completa identità tra di loro, perchè sono una stessa persona. Per questo Gesù nella sua predicazione dice che il Regno è vicino, mentre agli apostoli inviati in missione raccomanda di annunciare che il Regno di Dio viene con loro. Si tratta di Lui che è vicino, e di loro, che portano dentro il Signore.


"Il Regno è come un uomo che getta il seme...", e quell'uomo è Cristo. Lui ha gettato la sua vita sin dentro la tomba, e giù negli inferi. Il suo sangue ha irrorato i secoli e le generazioni, e ha dato vita, e ha fatto crescere, e ha fatto risorgere dal peccato e dalla morte. Gli apostoli sono inviati a raccogliere, per Lui ed in Lui, la sua vittoria. L'annuncio del Vangelo è già la mietitura! E' questo il testacoda delle parabole odierne. E' un cambio radicale di prospettiva. Non vi sono misure e parametri umani al successo dell'evangelizzazione. Per questo il Signore utilizza la metafora del granello di senapa, il più piccolo tra semi della terra. Ma come, per l'opera più importante, per la salvezza di ogni uomo, si parla di senapa? Certo, e non può essere diversamente! Essa è una metafora per dire che il pensiero di Dio non è il pensiero dell'uomo. I suoi cammini non sono i nostri. E Pietro sarà apostrofato come satana, e ricacciato dietro, a seguire le orme di Gesù dirette a Gerusalemme, perchè non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini, e si vuol mettere davanti a Lui, divenendo così un inciampo alla sua opera.


Il successo è già, anche se non ancora. E' già perchè Cristo ha vinto la morte, ed il seme invincibile della sua vittoria è già all'opera, misteriosamente, nel mondo. Non ancora perchè la carne impedisce la pienezza, riservata al Cielo. Su questa certezza la Chiesa ha lasciato il Monte delle Beatitudini e si è lanciata sui sentieri del mondo, sino agli estremi confini della terra. E preme l'urgenza, perchè l'inverno è passato, perchè il mondo muore, e le viscere di Dio fremono di compassione nel cuore della Chiesa. Essa sa che ovunque vi sono chicchi pieni da mietere. Ed essi non sono altro che il gregge degli eletti che saranno mietuti, chiamati, per far presente, nel mondo, la vittoria di Cristo, come primizie del suo Regno celeste: il sale, la luce, il lievito. Altri, misteriosamente, forse alla fine dei tempi, saranno raccolti nei granai del Cielo. Altri, non obbedendo alla Parola, strozzando orgogliosamente l'eco dell'annuncio che viene a mietere quanto già seminato, si condanneranno. E' la libertà, l'amore gratuito di Dio.


Il Vangelo ci invita dunque a convertirci di nuovo, ad uscire dai nostri schemi, a lasciarci attrarre nell'intimità di Cristo, ad avere la sua mente, che è la mente di Dio, la conoscenza profonda del suo Mistero. I tempi non sono dati a conoscere, ma per chi ha la certezza del compimento della salvezza, per chi vive in Cristo, per i suoi apostoli, questo non costituisce problema. Certo le tentazioni di sconforto sono quotidiane. L'evangelizzazione non è una passeggiatina: perchè l'annuncio risuoni e faccia apparire il chicco maturo occorre che riproduca lo stesso suono, la nota capace di liberare nei cuori la musica nascosta: la Passione del Signore. Per questo la storia dell'evangelizzazione è stata e sarà sempre storia di martirio, di solitudine, di umano fallimento.


Ma la pazienza dell'apostolo, prova della sua elezione, è fondata sulla certezza incrollabile della vittoria di Cristo, Parola definitiva sulla storia. Esserne partecipi attraverso la Croce e la persecuzione è motivo di vanto e di onore, non certo di dubbio e sconforto. Ma la fede è un cammino, la certezza non è frutto di alchimie. Occorre sperimentare, a poco a poco, nella propria vita, la presenza di Cristo, e così lasciare il mondo e i suoi criteri per approdare al pensiero, al sentire di Cristo. E vivere come dentro una profezia compiuta ma non ancora visibile: imparare a vedere, nel deserto, i fiumi di acqua viva promessi. E' come un rivolo d'acqua sotto le rocce, invisibile a chi pretende di vedere, ancor prima della fonte, un fiume nel suo fluire maestoso. Ma il rivolo c'è, e si fa fonte, e poi ruscello e poi fiume, e poi mare. Così per un apostolo è ragionevole quanto per il mondo è irragionevole, anche la sua stessa vita, gettata come un seme su terra arida, la follia più sapiente. La vita nascosta con Cristo in Dio, il pensiero fisso nel Cielo, per ricondurvi ogni figlio disperso nel buio della roccia, nel segreto della solitudine.


Così vive ogni istante la Chiesa, seme invisibile, calpestato, ma con dentro la forza e l'onnipotenza di Dio. La Chiesa che mostra al mondo il riposo e la Vita proprio nei rami distesi della Croce, i suoi figli perseguitati nel martirio della storia. La Chiesa è già un rifugio per le Nazioni, i pagani avvolti dalle tenebre della menzogna, simboleggiati dagli "uccelli" nelle parole di Gesù ; ma non ancora, perchè il Vangelo deve essere annunciato ad ogni creatura. Solo allora sarà la fine, e le braccia crocifisse di Cristo potranno, eternamente, attirare tutti a sè. Siamo chiamati ad essere apostoli nella Chiesa che brucia dello stesso zelo del suo Signore, la falce dell'annuncio in ogni angolo della terra, nella speranza, nella fede e nella carità che sono il cuore e la mente di Dio.


APPROFONDIRE






Lettera a Diogneto (circa 200)
VI ; SC33bis, 65


Seminati per terra


Come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo (Gv 17,16). L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l'anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L'anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano.


L'anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L'anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l'incorruttibilità nei cieli (1 Cor 15,50)… Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.


San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie su Matteo, cap. 13


« Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo ; se invece muore, produce molto frutto » (Gv 12,24)


« Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo ; una volta cresciuto, diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami » (Mt 13, 31). Questo granellino di senapa simboleggia per noi Gesù Cristo che, messo in terra nel giardino dove è stato seppellito, ne è uscito fuori dopo la sua risurrezione, in piedi come un grande albero.


Possiamo dire che quando morì, fu come un granellino di senapa. Fu un granellino di senapa nell'umiliazione della sua carne e un grande albero nella glorificazione della sua maestà. Fu un granellino di senapa quando vi è apparso sfigurato, e un albero quando è risuscitato come « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 44,3).


I rami di questo albero misterioso sono i santi predicatori del vangelo la cui estensione ci è stata descritta nel salmo : « Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola » (Sal 19,5 ; cfr Rm 10,18). Gli uccelli si riposano fra i suoi rami quando le anime giuste, che si sono elevate dai fascini della terra appoggiandosi sulle ali della santità, trovano nelle parole dei predicatori del vangelo la consolazione di cui hanno bisogno nelle pene e le fatiche di questa vita.


Sant'Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa 
Commento al Vangelo di San Luca 7, 179-182 ; SC 52


Cristo seminato nella terra


        In un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, e pure risorse... E così è diventato un albero... Dunque, anche voi seminate Cristo nel vostro orto... Con Cristo, macinate il granello di senapa, spremetelo e seminate la fede. La fede viene 'spremuta' quando crediamo a Cristo crocifisso. Era stata 'spremuta' la fede di Paolo quando diceva: «Non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,1-2)... Noi seminiamo la fede quando, secondo il Vangelo o le letture degli apostoli e dei profeti, crediamo alla Passione del Signore; seminiamo la fede quando la ricopriamo del terriccio arato e dissodato della carne del Signore ... Chi infatti ha creduto che il Figlio di Dio si è fatto uomo crede che è morto per noi e che è risuscitato per noi. Semino dunque la fede quando 'pianto' la tomba di Cristo nel mio giardino.


        Volete sapere se Cristo è un granello ed è lui che viene seminato? «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24)... E' Cristo stesso che lo dice. Dunque è chicco di grano, perché «sostiene il cuore dell'uomo» (Sal 104,15), ed anche granello di senape perché riscalda il cuore dell'uomo... E' chicco di grano quando si tratta della risurrezione, perché la parola di Dio e la prova della risurrezione nutrono le anime, aumentano la speranza, rafforzano l'amore – poiché Cristo è «il pane di Dio disceso dal Cielo» (Gv 6,33). Ed è granello di senape, perché parlando della Passione del Signore c'è più amarezza ed asprezza.

giovedì 26 gennaio 2012

Santi Timoteo e Tito Vescovi

Il Vangelo del Giorno


San Paolo e i Santi Timoteo e Tito


Sparso il seme del Vangelo mediante la sua presenza corporale,
subì la passione e la morte e risuscitò,
mostrando con la passione ciò che dobbiamo sopportare per la verità,
con la risurrezione ciò che dobbiamo sperare nell’eternità

S. Agostino. De civ. Dei XVIII, 49




Dal Vangelo secondo Luca 10,1-9.


Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.


IL COMMENTO


Gli Apostoli sono inviati davanti al Signore e sulle labbra recano il saluto di Gesù risorto consegnato loro la sera di Pasqua: "Pace a voi!". La pace scaturisce dalla Resurrezione del Signore che ha distrutto ogni muro come la pietra del sepolcro rovesciata, e ha fatto dei due, dei cento, dei mille, un popolo solo, rompendo l'inimicizia. La pace è un bene messianico, il trofeo conquistato dal Signore nel suo combattimento vittorioso con la morte e il peccato, e con il demonio loro generale in capo. Ha vinto un Agnello immolato e dal suo sangue è sgorgata la pace. Al mondo dilaniato dalle guerre, alle famiglie distrutte da odii e rancori, a tutti i rifiutati, a noi stanchi e sfiduciati, ad ogni uomo è inviata la Chiesa ad annunciare la Pace, la misericordia di Dio in Cristo Gesù.


Gli Apostoli ne sono gli ambasciatori. E, con loro, anche noi. Ovunque giungano gli Apostoli, si fa presente il Cielo. Lo recano impresso nelle loro vite, nel pensiero, nelle parole. Il Regno della Grazia, dove vivono coloro che hanno ricevuto tutto gratuitamente e tutto gratuitamente donano. L’amore, la giustizia e la pace. Per questo non portano con sé alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola per la quale sono stati inviati. La Parola che conferma le loro parole, che rende evidente la loro natura, quella di figli di Dio, cittadini del Cielo, nei quali la volontà di Dio si compie in loro per pura Grazia.


Monete, sandali, bisacce non fanno per loro. Il loro bagaglio, come quello che fu di Davide dinanzi a Golia, sono solo le cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta delle cinque piaghe del Signore. Il potere di curare e guarire li accompagna, i miracoli compiuti nel suo Nome per fare presente il Cielo, la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne. Gli Apostoli rendono ad ogni uomo visibile e ragionevole la vita divina come una possibilità nuova.


Essa è un dono del Padre, che brilla attraverso le virtù teologali - fede, speranza e carità - i connotati della Grazia battesimale. Vivere in questa Grazia e mostrarlo, a questo sono chiamati gli Apostoli. A questo siamo chiamati ed inviati anche noi. Ogni giorno sulle strade della nostra vita. Essere quel che siamo: al lavoro, in famiglia, nella malattia, nella sofferenza o nella gioia, l’amore con il quale siamo amati è il Regno che si fa presente. La vita celeste in noi, lo Spirito Santo che ispira, guida e compie in noi le opere di vita eterna che ogni uomo attende, che tutti hanno diritto di vedere, per credere, per essere salvati. Nessun piano preventivo, nessun programma se non quello di Benedetto XVI: essere docile alla volontà di Dio, alla Sua Grazia. Ad essa attingere ogni istante, come Maria ai piedi di Gesù, ascoltare la Sua Parola sussurrata tra le pieghe della vita. Anche oggi siamo dunque inviati ad accendere il mondo.


E andare come pecore in mezzo ai lupi. Indifesi. Esposti agli attacchi di tutti, proprio per il fatto di essere di Cristo. Non c’è nulla da stupirsi. L’apostolo incarna Colui che lo manda. E’ Lui che perseguitano, è Lui che odiano. Anche noi ne sappiamo qualcosa, quando il nostro cuore in fermento è incapace di accettare un minimo rimprovero, un semplice aiuto. Quante volte abbiamo rifiutato, perseguitato e ucciso nei nostri cuori i messaggeri del Signore. Lui è la Verità. E l’essere smascherati non piace a nessuno. L’orgoglio ferito muove rabbiosamente le acque torbide della violenza nascosta. Vi è un episodio nel primo Libro di Samuele che esprime bene quanto stiamo dicendo. Si tratta della vicenda di Nabal, nel capitolo 25, dove di Nabal si dice che “è troppo cattivo e non gli si può dire una parola" (1 Sam. 25,17). La traduzione non è esatta perchè l’originale ha, invece di cattivo, “stolto”. Nabal è accecato e non è capace di leggere gli eventi, non vuole accogliere Davide con i suoi prodi, nonostante in passato lo avessero aiutato e difeso. Nabal non ascolta nessun consiglio, mentre la moglie di nascosto si accinge ad intercedere per il marito presso Davide che, grazie a lei, desiste da ogni vendetta: “Non faccia caso il mio signore di quell`uomo cattivo che è Nabal, perchè egli è come il suo nome: stolto si chiama e stoltezza è in lui” (1 Sam. 25, 25). Nabal, al venire a conoscenza del corso degli eventi, è preso da un fremito e muore. La sorte dello stolto, strangolato dalla propria stoltezza.


Davide è figura di Cristo e dei Suoi Apostoli, inviati nel mondo ad annunciare il Regno mentre Nabal è figura di chi non accoglie la predicazione, per stoltezza o per orgoglio. Per questo il Signore invia i propri discepoli come pecore in mezzo ai lupi, indifesi dinanzi alla violenza bruta di chi è accecato dalla superbia e dalla presunzione, con il cuore e la mente chiusi in un vano e stolto ragionare. Per questo li invia prudenti e semplici, capaci cioè di discernere gli eventi. Semplicità e prudenza infatti sono le due facce della stessa preziosa medaglia del discernimento. Esso è un aspetto fondamentale per la missione degli apostoli, imprescindibile per assolvere alla chiamata di cui ci ha resi partecipi il Signore: saper leggere in ogni avvenimento l’opera di Dio, discernere tra i flutti spesso violenti della storia il dito di Dio.


Tutto ciò che accade agli Apostoli è legato alla missione: tutto quello che avviene nelle nostre vite è perchè siamo di Cristo. Tutto è a causa del Suo Nome che ha preso possesso di noi. Il nome nuovo che abbiamo ricevuto nel Battesimo è infatti il dolce nome di Cristo. Siamo, con gli Apostoli di ogni generazione, il suo vessillo innalzato sul mondo, una profezia di verità sulle tenebre della menzogna. E le tenebre non hanno accolto la luce, non possono. Ma per il mondo vi è una sola salvezza, quella che è stata anche per noi: la Croce del Signore, le Sue braccia distese sul male. Sappiamo, come San Paolo, che non ci aspettano altro che catene e persecuzioni, incomprensioni, odio e rifiuto, da tutti. E’ tremendo ma è così. Il mistero dell'iniquità si scaglia contro Cristo, e contro coloro che portano la sua testimonianza. E’ la vita di Cristo in noi e non può essere diversamente, perchè la salvezza giunga ai nostri, ai suoi persecutori. Ogni istante della nostra vita diviene così un frutto preziosissimo della Passione del Signore, maturo per essere mangiato da tutti coloro che, affamati e accecati, hanno smarrito la vita. Stiamone certi, il Signore ci verrà incontro e ci porterà con Lui, nel riposo che attende ogni “umile lavoratore della Sua vigna”, la mercede di cui siamo degni. Senza esigere nulla, mangiando di ciò che la Provvidenza prepara per noi, senza passare di casa in casa cercando affetti e radici, e gratitudine e riconoscimenti. La nostra ricompensa è preparata per noi in Cielo, laddove sono scritti i nostri nomi. E' questa, e solo questa, la fonte della nostra gioia. Per essere uomini di pace, della sua Pace.





Benedetto XVI 
Udienza generale del 13/12/06 - Copyright © Libreria Editrice Vaticana


Timoteo e Tito: due collaboratori di Paolo




Ad essi sono indirizzate tre Lettere tradizionalmente attribuite a Paolo, delle quali due destinate a Timoteo e una a Tito, suoi due collaboratori più stretti. Timoteo è un nome greco e significa «che onora Dio». Mentre Luca negli Atti lo menziona sei volte, Paolo nelle sue lettere fa riferimento a lui ben diciassette volte (in più lo si trova una volta nella Lettera agli Ebrei). Se ne deduce che agli occhi di Paolo egli godeva di grande considerazione...


Quanto poi alla figura di Tito, il cui nome è di origine latina, sappiamo che di nascita era greco, cioè pagano (cfr Gal 2,3). Paolo lo condusse con sé a Gerusalemme per il cosiddetto Concilio apostolico, nel quale fu solennemente accettata la predicazione ai pagani del Vangelo... Dopo la partenza di Timoteo da Corinto, Paolo vi inviò Tito con il compito di ricondurre quella indocile comunità all'obbedienza.


Concludendo, se consideriamo unitariamente le due figure di Timoteo e di Tito, ci rendiamo conto di alcuni dati molto significativi. Il più importante è che Paolo si avvalse di collaboratori nello svolgimento delle sue missioni. Egli resta certamente l'Apostolo per antonomasia, fondatore e pastore di molte Chiese. Appare tuttavia chiaro che egli non faceva tutto da solo, ma si appoggiava a persone fidate che condividevano le sue fatiche e le sue responsabilità. Un'altra osservazione riguarda la disponibilità di questi collaboratori. Le fonti concernenti Timoteo e Tito mettono bene in luce la loro prontezza nell'assumere incombenze varie, consistenti spesso nel rappresentare Paolo anche in occasioni non facili. In una parola, essi ci insegnano a servire il Vangelo con generosità, sapendo che ciò comporta anche un servizio alla Chiesa stessa... Mediante il nostro impegno concreto dobbiamo e possiamo scoprire la verità di queste parole,... essere anche noi ricchi di opere buone e così aprire le porte del mondo a Cristo, il nostro Salvatore.