Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

sabato 18 novembre 2017

L’Isola

Un'Isola per imparare a vivere, pregare e amare



UN'ISOLA COME LA GROTTA DI BETLEMME, COME LA CROCE GLORIOSA DI GERUSALEMME

"L'ISOLA" UNO DEI PIU' BEI FILM MAI VISTI.

PER IMPARARE A VIVERE, PER PREGARE, PER AMARE CRISTO
 

 



[L]Un film meraviglioso, senza alcuna enfasi. Da gustare e assaporare sino in fondo. La profonda conoscenza di se stesso, il primo grado dell'umiltà. E l'abbandono totale e senza condizioni all'amore e alla misericordia di Dio. Lo svelamento dei pensieri più profondi alla fine di un'esistenza vissuta con Cristo e con Lui nascosta in Dio. La vita semplice crocifissa con Cristo, la follia d'una sapienza che trapassa la carne e giunge sino all'essenza vera e autentica delle cose, dell'uomo e della storia. La santità che sgorga per pura Grazia in un uomo avvinto dall'amore e ad esso aggrappato come all'unica ancora di salvezza. La vita che diviene preghiera, quella preghiera incessante del cuore che si fa respiro dell'anima. Tutto ciò, e molto di più è questo film, da guardare con tutta la famiglia, e riguardare da soli, pregando, come dinnanzi ad un'icona. Sì, perchè l'icona della Gloria di Dio è l'uomo vivente, ed il protagonista di questo film è un uomo vivo nel fuoco dello Spirito Santo, anche se agli occhi mondani e superficialmente religiosi appare morto. E' il senso più profondo del Natale, la stoltezza che salva il mondo, i vagiti di un Bimbo che bagnano di misericordia le nostre povere esistenze sperdute. La grotta di Betlemme è la caldaia dove vive rintanato il Padre Anatoli, bambino apparentemente capriccioso per la sciapa mentalità moralista e legalista degli intelligenti che credono d'aver compreso tutto. Un bambino che conduce i suoi fratelli come in un cammino di conversione, un catecumenato al fondo della verità su stessi e su Dio, all'acqua del battesimo. A poco a poco, come attraversando una sorta di scrutini, i monaci suoi compagni saranno introdotti nello splendore dell'umiltà, la verità che si unisce prodigiosamente alla Verità che è Dio stesso. Impareranno a riconoscere le trappole del demonio, a guardare in faccia i peccati veri che avvelenano il cuore, la terribile mancanza d'amore e come l'amore non è sforzo ma una Grazia che procede dal sentirsi perdonati da Dio. Impareranno anche il combattimento quotidiano contro le insidie e le tentazioni del demonio, armati della sola invocazione del dolcissimo e onnipotente Nome di Gesù. Così come chiunque cerchi i miracoli di Padre Anatoli incontrerà piuttosto parabole urticanti che smascherano false pietà e alienazioni spirituali. Come nella Scrittura il miracolo solleva lo sguardo all'incontro e all'intimità con Cristo. Se così non fosse a nulla varrebbero i segni. Così è per il Natale, Festa che può facilmente scivolare nello sciapo sentimentalismo. Betlemme annuncia Gerusalemme, la mangiatoia indica la Croce. Il Bimbo prelude al Crocifisso. Per questo il film trasuda Natale e Pasqua, perché vivida brilla la Croce Gloriosa di Cristo. La vita dello stareč Padre Anatoliè infatti segnata da un evento lancinante come un chiodo che lo crocifigge. Tutta la sua vita sarà legata a quell'evento, e lui stesso percorrerà un cammino di umiltà e semplicità che lo consegnerà alla lode del Dies Natalis, alla veste bianca del battesimo eterno. Con Anatoli possiamo guardare alla nostra vita, agli eventi passati o presenti che ci inchiodano alla Croce, spesso muta e lancinante presenza che intristisce e angoscia le nostre vite. Con lui possiamo scoprire come proprio nell'esatto momento in cui i chiodi han trafitto le nostre carni - quell'evento che oggi, potendo, cancelleremmo dalla nostra storia, credendo che eliminandolo, potremmo vivere meglio e sereni - quell'istante che ci ha crocifissi è lo scrigno misterioso che custodisce la Verità, il seme di Grazia che ci tiene avvinti a Dio e ci fa bramare la salvezza. Quell'istante che ci ha crocifisso, come ogni momento in cui qualcuno o qualcosa perfora le nostre vite, sono ben altro di quel che crediamo. E' lì, in quell'istante che ha inizio la vera vita, come nella grotta di Betlemme, Dio fatto carne preparava la nostra carne ad entrare nel Cielo. Buona visione, e che Dio ci conceda vedere la luce nelle nostre storie, la Verità del suo amore in ogni piega della nostra vita, prodigio dischiuso sull'eterno amore di Dio come il sepolcro di Gerusalemme, come la scena che chiude il film.

Antonello Iapicca Pbro


http://segnideitempi.blogspot.com/p/video.html


giovedì 9 novembre 2017

L'urgenza di una vera “conversione pastorale”

AlzogliOcchiversoilCielo: 

Enzo Bianchi L'urgenza di una vera conversione


Vita Pastorale - novembre 2017
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

La chiesa di Dio che è in Italia vive un’ora che dovrebbe essere di scelte e decisioni molto importanti per il futuro della fede cristiana nella nostra terra.

Sarà capace di operare un mutamento profondo, impostole innanzitutto dalla fine di un mondo e dall’affacciarsi dei germogli di una nuova stagione? Sarà capace di quella “conversione pastorale” alla quale la chiama papa Francesco, conversione pastorale urgente perché la primavera inaugurata da papa Francesco ormai è attestata e il rischio grande è che finisca proprio per risultare estranea, anacronistica rispetto all’inedita situazione antropologica, sociale, culturale.

Sono ormai passati più di quattro anni dall’inizio del pontificato di papa Francesco: non sono pochi, considerando anche che questo papato non potrà essere lungo come quello di Paolo VI o di Giovanni Paolo II, con la conseguente possibilità di incidere per lungo tempo nella vita della chiesa cattolica. Tutti, così almeno sembra, sono convinti di questo cambiamento d’epoca, ma poi l’incamminarsi effettivo su nuovi sentieri, l’acconsentire al lutto della stagione passata, l’andare al largo su acque profonde, lasciando la calma delle baie è un’altra cosa ed è qui che a me sembra che prevalga l’inerzia, la logica del “si è sempre fatto così”, un facile provvidenzialismo scambiato per fede, il rifiuto della fatica a discernere i segni dei tempi.

Eppure papa Francesco si è rivolto alla chiesa italiana in modo puntuale e autorevole, chiedendole un mutamento preciso. Al convegno nazionale di Firenze, il 10 novembre 2015, due anni dopo la promulgazione dell’esortazione past-sinodale Evangelii gaudium, il papa ha detto: “Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi, in ogni regione cercate di avviare in modo sinodale un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”. D’altronde, nell’esortazione stessa il papa aveva chiaramente manifestato il suo desiderio che fosse accolta come invito “a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (EG 1)

Nonostante ciò, questi inviti pressanti e convinti paiono non aver avuto finora una risposta adeguata. In una recente intervista, il cardinal Bassetti ha confessato che in occasioni di due udienze il papa gli ha chiesto: “Ma l’Evangelii gaudium sta entrando nelle chiese italiane?”. Domanda imbarazzante, confessa il cardinale, alla quale ha risposto: “Un pochino...”. E il papa di rimando: “Non ho chiesto qualche rinnovamento della pastorale, vi ho chiesto una conversione pastorale!”. E qui non si può tacere l’ironia: la formula “conversione pastorale” è stata coniata proprio in Italia ed è presente in modo chiaro e significativo nel documento “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, emanato dal vescovi italiani all’inizio del terzo millennio. Perché tanta lentezza, allora? Viene da chiedersi: “Siamo ancora lì?”. Nella stessa intervista, il cardinal Bassetti dichiarava: “Nella chiesa italiana si registra una certa lentezza nella ricezione del progetto di papa Francesco e si osservano tanto chiusure!”. Giudizio pacato, ma espresso con parresia e che significativamente trova concordi altre voci nella chiesa che leggono la situazione in modo analogo. C’è un libro intelligente, molto coraggioso del biblista di Firenze Giulio Cirignano, ci sono articoli di don Giuliano Zanchi, liturgista bergamasco, di don Marcello Neri e di altri che denunciano questa situazione: il canto del gallo risuona, ma si continua a dormire. Cerchiamo di capire il perché.

Innanzitutto occorre rilevare che abbiamo alle spalle, dopo la primavera di Giovanni XXIII, del concilio e di Paolo VI, decenni in cui la chiesa italiana ha cercato sì di attuare il concilio, però non solo assecondandone un’interpretazione restrittiva, ma dimenticando l’evento concilio e lo spirito che lo animava. Per questo è stata una chiesa più impegnata ad autoconservarsi che non una chiesa estroversa, una chiesa autoreferenziale e non una in confronto fiducioso con l’umanità, una chiesa che ha tentato di far rivivere – fino a illudersi di esservi riuscita– una nuova forma di cristianità, giungendo persino negli anni attorno al 2000 a un’alleanza con il potere politico: una chiesa tentata di stemperare il cristianesimo in “religione civile”.

Don Giulio Cirignano così riassume: “Questi cinquant’anni dal concilio sono stati vissuti in Italia quasi come una mesta elaborazione del lutto”. Dal canto suo l’attuale presidente della CEI afferma che “il peccato originale è stato la poca ricezione del concilio Vaticano II nella chiesa italiana”. Così – mi sento di doverlo dire perché conosco bene e ascolto numerosi vescovi – l’episcopato italiano nella sua grande maggioranza non è ostile al papa, non lo contesterà mai, ma resta con un’altra sensibilità che gli impedisce un’obbedienza entusiasta alle sue richieste.

Tra i nuovi vescovi scelti da papa Francesco, ce ne sono alcuni che hanno inaugurato uno stile nuovo, ispirato sì dal papa, ma prima ancora dal Vangelo; tuttavia essi non sono in numero sufficiente per dare un nuovo volto all’insieme dell’episcopato italiano, anche perché continuano ad avvenire anche nomine di persone “in carriera” o impegnate soprattutto nell’attesa di una promozione. E il clero? In verità i preti sono affaticati, sempre meno numerosi e più anziani – almeno in Italia settentrionale e centrale – sovente in situazioni di povertà economica e umana: salvo alcuni, faticano ormai a entusiasmarsi per nuove forme di missione. Ecco perché è importante che ora con urgenza la chiesa italiana, a iniziare dai vescovi e dai presbiteri, assuma la responsabilità del mutamento che le è necessario per essere luce e sale in un mondo che è rimane sì indifferente al fatto religioso, ma che è anche sempre raggiungibile dal Vangelo, il quale, se ascoltato, provoca la fede.

Se si vogliono discernere e indicare le urgenze, bisogna riconoscere che sono molte, ma ve n’è una che non ho mai cessato di proclamare e che, significativamente, il presidente della CEI card. Bassetti ha evidenziato nella sua prolusione al consiglio permanente del 26 settembre scorso: l’urgenza che ogni parrocchia, comunità, chiesa locale, riconosca fattivamente la priorità, la centralità del Vangelo. Perché il Vangelo è Gesù Cristo e Gesù Cristo è il Vangelo. È il Vangelo che deve plasmare la vita del cristiano, è la vita umana di Gesù che deve ispirare la vita quotidiana del cristiano. Questo richiede che si viva un’assiduità personale con la parola di Dio e che tutto l’operare della chiesa sia obbedienza piena al Vangelo. Nella Evangelii gaudium questa egemonia del Vangelo è positivamente ossessiva perché il papa crede fermamente che “il Vangelo è potenza di Dio” (Rm 1,16), è l’energia assolutamente necessaria all’operare dei cristiani.

Questa non è teoria, non sta nel mondo delle idee astratte, ma è la condizione necessaria perché si possa evangelizzare nella compagnia degli uomini. E qui mi permetto di notare che significativamente proprio con il magistero di papa Francesco si svelano i pensieri di molti cuori: quelli dei cristiani del Vangelo e quelli dei cristiani del campanile, che al Vangelo preferiscono la tradizione culturale, l’identità cattolica. Ecco perché papa Francesco, accolto dagli italiani con entusiasmo e applausi, comincia a subire anche diffidenze e rifi
uti: perché “riguardo alla misericordia esagera”, perché “con questa accoglienza dei migranti esagera”, perché “con lui non si capisce più chi è fuori e chi è dentro la chiesa”. Parole che manifestano come la mente che le partorisce sia lontana dall’annuncio del Vangelo.

Da parte mia, mi sento di poter dire: “Finalmente assistiamo a una apocalisse!”, a un alzare il velo sulla realtà di molti che si sono sempre vantati di essere cristiani ed erano abituati ad affermarlo “contro” gli altri. Se il Vangelo torna a essere l’ispiratore della vita, allora le altre urgenze – quella di una chiesa sinodale, quella di una chiesa che includa i poveri, quella di una chiesa aperta a tutti, anche ai peccatori – saranno tenute in conto e realizzate. Allora la chiesa sarà missionaria o, meglio, ogni battezzato sarà evangelizzatore, capace di farsi ascoltare perché a propria volta esercitato all’ascolto del Vangelo e all’ascolto degli altri. Il mio vecchio e sapiente parroco, quando ancora si pregava in latino, al canto delle Lamentazioni in Settimana santa “Ierusalem, Ierusalem, convertere ad Dominum Deum tuum”, spiegava in italiano: “È l’invito rivolto alla chiesa, chiamata Gerusalemme: Chiesa di Dio, chiesa di Dio, convertiti al Signore tuo Dio!”.
L'urgenza di una vera conversione

martedì 7 novembre 2017

"SAGGI O SCIOCCHI... è QUESTIONE DI OLIO"

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MARTEDÌ 7 NOVEMBRE alle ORE 21 VIDEOCONFERENZA sul tema 
"SAGGI O SCIOCCHI... è QUESTIONE DI OLIO" (Mt 25,1-13).

 Una parabola, dieci ragazze e un pugno d'olio. La differenza tra una vita pienamente riuscita ed una piatta e insipida sta proprio nel condimento. A cura della Parrocchia dell'Invisibile. Il brano consigliato, non senza un pizzico d'ironia, è la splendida interpretazione di Mina dell'intramontabile "Dieci ragazze" di Lucio Battisti, a cura di Sauro Secci.  
Consigli tecnici. Dopo i problemi riscontrati nella prima serata utilizzate un navigatore internet esclusivamente di tipoChrome.jpgChrome  (Internet Explorer - quello che ha come simbolo la e azzurra - e altri browser possono dare problemi). 

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MARTEDÌ 7 NOVEMBRE alle ORE 21 VIDEOCONFERENZA sul tema “SAGGI O SCIOCCHI… è QUESTIONE DI OLIO” (Mt 25,1-13).

MARTEDÌ 7 NOVEMBRE alle ORE 21 VIDEOCONFERENZA sul tema “SAGGI O SCIOCCHI… è QUESTIONE DI OLIO” (Mt 25,1-13).
Una parabola, dieci ragazze e un pugno d’olio. La differenza tra una vita pienamente riuscita ed una piatta e insipida sta proprio nel condimento.
A cura della Parrocchia dell’Invisibile.
Queste le domande fatte a Luca tramite la chat durante la diretta
ElisabettaG chi sono i venditori di quell’olio che è la fiducia nella vita?
Chiara Ve Scusate, io non vedo la videoconferenza, vuoi riuscite?
maria teresa Mi sa che quell’olio non va comprato, cercato fuori. Ce lo dobbiamo procurare noi, dal nostro intimo
cam Mi hai fatto venire in mente il libro “Monte Cinque” di Paolo Coelho che è proprio su Elia…molto bello
digioiaingioia la fede è quel canto dell’anima che mi emancipa dalla credenza che non ci sarà nutrimento per me dalla vita, la festa.Questa credenza crea simbiosi e questo non ci fa usare la nostra testa, il nostro potere per sentirci nutrimento.
marta e bea grazie per le bellissime parole: bellissima la compresenza di previdenza e provvidenza. Come a dire che bisogna prendersi cura della vita. Grazie e un abbraccio
digioiaingioia La fede è aspettare me, che mi risveglio nel potere di essere nutrimento , di essere festa. Ma questo processo di emancipazione necessita di compagnia..perchè se uno sogna solo è solo un sogno, se due sognano la stessa cosa è l’inizio di qualcosa di nuovo..

Il brano consigliato, non senza un pizzico d’ironia, è la splendida interpretazione di Mina dell’intramontabile “Dieci ragazze” di Lucio Battisti, a cura di Sauro Secci.

 di Sergio Cammariere “Tutto quello che un uomo”, a cura di Sauro Secci.

 MAGGIO 2017 “L’amore è reciprocità” (Gv 14,15-21)


MARZO 2017 

venerdì 3 novembre 2017

Cammino. ...

PIETRE VIVE: 

ABITARE LE PAROLE / Cammino. 

I sassi che ci fanno crescere di mons. Nunzio Galantino

ABITARE LE PAROLE / 
Cammino. 
I sassi che ci fanno crescere 
di mons. Nunzio Galantino
segretario generale della 
Conferenza Episcopale Italiana



Almeno tre significati si ritrovano alla voce “cammino”: il percorso che prevede uno spostamento, in genere a piedi, da un luogo all’altro; il progresso, lo sviluppo, l’avanzamento della scienza e anche della vita umana. Infine, il cammino è associato al comportamento, alla condotta morale: stare o proseguire sul “retto” cammino, si dice. Non si cammina solo fisicamente, ma anche con la mente, con i pensieri, con il cuore. Con le emozioni, con i sentimenti. Tutto in noi è un procedere, lungo una strada che è il cammino della vita («Nel mezzo del cammin di nostra vita», Dante, Inferno, I,1); compreso il cammino di chi, disperato, scappa dalla guerra e incontra, lungo la strada, solo filo spinato.

Nel cammino è importante la meta, ma anche la modalità e il tempo per conquistarla. Ma perché camminare e conquistare una meta? «Camminando si apprende la vita, camminando si conoscono le persone, camminando si sanano le ferite del giorno prima. Cammina, guardando una stella, ascoltando una voce, seguendo le orme di altri passi» (Ruben Blades). Non camminare – quindi stare fermi – significa non apprendere, non conoscere le persone e la vita, non conoscere se stessi, non rischiare, non guarire.

Quante persone, per paura o per incapacità, restano ferme. Se, come affermava Cartesio, «due cose contribuiscono ad avanzare: andare più rapidamente degli altri o andare per la buona strada», il camminare non è una decisione, è un obbligo. È vero, «c’è un momento in cui si compie un piccolo passo, si devia di un millimetro dalla solita via, a quel punto si è costretti a posare anche un secondo piede e d’un tratto si finisce su un percorso sconosciuto» (David Grossman). Ma, anche se il cammino è tortuoso, ventoso, solitario, pericoloso, sbagliato, certamente non è statico, offre ripetute possibilità di cambiamento, di scelte successive. È il camminare dell’ “interiorità”: condizione di apertura, di scoperta, di caduta e di solitudine; condizione che rende vivi e che trasforma. Atto che permette di lasciare la propria orma: «Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi» (Italo Calvino). Il cammino ha il carattere di infinito e di eterno, apre al Mistero.

Una storia narra di un sasso lungo una strada. La persona distratta inciampa sul sasso; quella violenta lo usa come arma contro altri. L’imprenditore lo usa per costruire, il contadino stanco lo usa coma sgabello. I bambini giocano con il sasso trasformandolo, con la fantasia, in pallone. Davide uccide Golia, ma Michelangelo usa il sasso per farne una delle sculture più belle. La morale è che il sasso non fa la differenza, non esiste sasso nel proprio cammino che non possa essere sfruttato per la propria crescita. Il cammino dà la possibilità di trovare tanti sassi. Sta a noi raccoglierli e trasformarli per riscattare la nostra vita dalla irrilevanza e renderla significativa

martedì 31 ottobre 2017

San Francesco di padre Balducci.

PERSONA E COMUNITA'



Una rilettura di san Francesco tra istituzione e rinnovamento evangelico.
🖊Post di Gian Maria Zavattaro

🎨Immagini degli affreschi di Giotto nella Basilica Superiore di Assisi.
Giotto, Stimmate 
presso il Monte della Verna
“Allora che ne è stato di Francesco? […] Io ho cercato di penetrare, per così dire,  tramite il riferimento al Cristo della Verna, in questa profondità sofferta, escatologica di Francesco d’Assisi. Per me, lo dico subito, rimane una legge, che chi ha una speranza profonda e universale è, in fondo, condannato alla disperazione o alla speranza escatologica. Chi desidera una società fraterna, giusta e in pace, deve portare questa speranza, ma se per caso questa speranza urta nell’insuccesso (quanti ne abbiamo visti!) essa si trasforma in disperazione o in  violenza. C’è nella speranza della totalità una componente implicitamente teologale che si adempie solo nel mistero del Cristo crocifisso, nell’uomo fallito per eccellenza. Noi siamo salvati da un fallimento. Perché la vittoria non è storica, è metastorica. La Resurrezione non è fatto storico in senso proprio. E’ la decisione di Dio che crediamo per fede, ma la storia sembra legata ai ritmi tragici della crocifissione. E il mistero di Francesco  per me è strettamente conforme al mistero di Cristo. Al di sotto di questo vertice inimitabile, ma ricco, nella memoria della fede, di suggerimenti, di aperture, abbiamo il mediocre e deludente accomodamento storico, non c’è dubbio”. (Ernesto Balducci, Tra istituzione e rinnovamento evangelico in Francesco un ‘pazzo’ da slegare, Atti del 40° Corso di Studi Cristiani, Cittadella ed (1° ed. 1983), 3° ed. 1997, Assisi, pp.88-89)  (1)

Lo scritto qui presentato è l’intervento di p. Balducci, sessantenne, al 40° convegno di Cittadella “Francesco un ‘pazzo’ da slegare”, i cui atti sono stati pubblicati nel 1983.

Giotto, Francesco dona il mantello 
al cavaliere povero e decaduto
Francesco, novello “pazzo”, è collocato  su uno sfondo storico dominato da due polarizzazioni che attraversa e trascende: la componente utopica ed infantile  del suo secolo e l’istituzione. Per la prima i riferimenti obbligati sono Gioacchino da Fiore e i  pauperisti (2), che determinano movimenti di grande importanza in quel tempo. Le loro radici sociali stanno nello sfaldarsi dell’ordine feudale con l’emergere dei ceti borghesi e con il loro bisogno di libertà, che si trascrive anche in libertà religiosa. Per la chiesa teocratica, che guarda con sospetto i movimenti sorgenti in nome del vangelo (come i poveri laici di Lione con P. Valdes), ricchezza e potere non suscitano problemi evangelici, sono “segni di benevolenza da parte di Dio e di giusta riconoscenza da parte degli uomini”. L’irrigidimento  teocratico di Innocenzo III, “figura per altri versi grande, dotata di sensibilità per la novità”(3), mira a conservare la vita religiosa secondo moduli del passato e non comprende le professioni dei nuovi ceti che alimentano tra l’altro i movimenti pauperistici (4). 
Giotto, Francesco sostiene il Laterano 
(sogno di Innocenzo III)
Eppure proprio Innocenzo III, che vieta nel Concilio lateranense del 1215 nuovi ordini religiosi con nuove regole, cinque anni prima oralmente approva la forma vitae che Francesco gli espone a voce. “Non si può contrapporre perciò in maniera schematica l’esigenza di rinnovamento evangelico e l’istituzione; tuttavia la dialettica esisteva. Francesco si pose al servizio del rinnovamento della chiesa non accettando la strategia conflittuale dei movimenti pauperistici, ma piuttosto proponendo una forma vitae, un modo di esistere che fosse di per se stesso tanto eloquente da convertire, da mutare la Chiesa e anche in qualche modo inalveare l’esigenza evangelica dei moti pauperistici dentro l’ortodossia”(5). Non polemizza mai contro la Chiesa ma nemmeno contro gli eretici, scegliendo però “una forma di vita in cui era presente un’intenzione di alternativa per la Chiesa”(6).
“Uno potrebbe dire: e oggi?[…] Se io rifletto su di lui con tanto coinvolgimento, è perché sento che in effetti quest’uomo è il luogo storico in cui la luce del vangelo, proiettata sulla storia, risplende di più”(7). 
Giotto, Francesco 
di fronte al sultano
Basta pensare a come si pone dinanzi alle crociate “che costituiscono non solo una prassi della chiesa medievale, ma anche un punto di riferimento quasi costante anche della santità medievale.[...] Francesco è unico nel percepire che la chiesa dell’onnipotenza, quale era quella teocratica, con l’impresa delle crociate si poneva al di là della vita evangelica. La sua era una proposta alternativa del modo di esser Chiesa”(8).
Altrettanto alternativa è la sua povertà che si intreccia fino a confondersi col discorso sulla Chiesa: povertà che Francesco amò con occhi nuziali (“come bene ha visto Dante che pure non ha capito molto di Francesco, mi permetto di  dire)”, proposta nella sua vita e nella vita dei suoi come apostolica vivendi forma. In lui la teologia è nei suoi gesti.   
Alternativo è il suo vivere il vangelo come unica regola di vita. Nel 1216  papa Innocenzo, a Perugia  per incentivare la mobilitazione della crociata, promette un’indulgenza plenaria a chi vi parteciperà. Francesco viene e gli chiede la grazia dell’indulgenza plenaria della Porziuncola a chi pregherà a certe condizioni in S. Maria degli Angeli. Qualcuno suggerisce al papa di stare attento, perché era un modo di sabotare la crociata.
Giotto, Innocenzo III approva oralmente 
la Regola di Francesco
Ma proprio in quei giorni improvvisamente Innocenzo III muore e di notte la salma è lasciata nella chiesa; entrano i ladri e la spogliano di tutto.Sic transit gloria mundi è il commento del cronista Giacomo di Vitry. A concedergli con una bolla l’indulgenza è il successore Onorio III, “uomo molto pio, umile e povero anche personalmente, ma dal punto di vista dell’ideologia in linea di continuità con il predecessore”. Francesco se ne va tutto contento senza il documento ed alle rimostranze del papa risponde che non gli importa. “Era fuori della linea dei documenti, che è la linea della storia, come voi ben sapete. E’ la follia di Francesco. Questa indulgenza fu concessa, per così dire, a voce, come avrebbe voluto far sempre Francesco. I documenti, Gesù non li iscrisse mai”(9). E’convinto che l’unica regola della vita religiosa deve essere il vangelo, sine glossa.
Giotto, Onorio III ascolta 
la predica di Francesco
Alternativa è la fraternità cristiana. Così commenta p. Balducci le pagine di Celano sull’incontro pacifico tra Francesco ed il sultano Al-Malik al-Kamil (10): “Qui siamo tutti convinti che la fede implica il rispetto dell’uomo, implica il dialogo tra le fedi religiose, implica perfino la convinzione che le vie della salvezza sono incomprensibili e passano anche al di fuori dei confini della Chiesa. Ma questa è saggezza postuma. In Francesco questa sapienza parve follia”(11). 
Intanto l’Ordine si è ingrandito: nel 1221 ha 5000 membri. Francesco è  preoccupato e pure, ma diversamente, l’amico card. Ugolino, che insiste per una regola scritta. Francesco cede. La prima stesura non piace “perché faceva troppo affidamento alle ispirazioni soggettive: “Come lo Spirito santo ispirerà…”. La seconda redazione conserva molti valori della prima regola, ma abbandona di fatto la primitiva  forma vitae.
Giotto, Francesco 
rinuncia ai beni terreni
Tornato dalla Terra Santa, si reca a Bologna e scopre che i frati avevano una casa, “casa dei fratelli”, contro le disposizioni delle regole. Ugolino gli spiega che sono poverissimi: la proprietà è sua e i frati ne hanno solo l’uso. ”Il diritto entra sottilmente nella intuizione creativa e l’annulla! E infatti da allora in poi la storia della povertà francescana è tutta legata a questa distinzione fra il titolo di proprietà e l’uso”(12): francescani poverissimi, che non hanno nulla, ma con strutture e strumenti che Francesco voleva non avessero. 
Francesco non protesta, non contesta, ma abbandona ogni potere dell’Ordine, nel Sacro Speco si conforma al Cristo che si materializza nelle stigmate, “uscendo in qualche modo dalla storia, meglio, consegnando alla storia del futuro qualcosa che il presente non poteva accettare. Ecco perché, a rigore, secondo me, il tempo di Francesco d’Assisi comincia ora” (13). La fede è anche “memoria penitenziale” dei punti caldi del passato in cui fiorisce l’esigenza evangelica e “lo Spirito apre spiragli nella storia e rimanda al futuro ciò che non è adempiuto”(14).
Giotto, Morte 
di Francesco
Nel ‘fallimento storico’ di Francesco simultaneamente compaiono  ”da una parte il ritmo ineluttabile della necessità storica su cui sarebbe importante riflettere di più; dall’altra parte la vanità nel voler realizzare nella storia tutto lo spessore dell’utopia senza pagar tributo. Questo totalitarismo porta al delirio della fine dei tempi, che è una caratteristica perfino dei nostri giorni” (15).
Per Balducci l’inestimabile singolarità di Francesco “appartiene al futuro che noi stiamo creando”. Ancor oggi è un pazzo da slegare. Da che cosa? “Dalle bende, perfino dalle leggende, perfino dalla sua santità, diremo così, collocata nella nicchia. E’ un santo da far ricircolare, perché nel suo modo di avvertire una Chiesa diversa e di volere testimoniarla (andando di casa in casa a dire: pace a questa casa) non c’è soltanto una mirabile espressione delle possibilità umane scritte nel passato, c’è uno spezzone di futuro” (16).
E per noi del 2017 forse anche uno spezzone del presente: espressione di una strabiliante attualità che mi richiama il volto, il sorriso, i gesti conviviali, le parole, le scelte e le azioni inequivoche ("la Chiesa povera e per i poveri"!), la speranza del nostro Jorge Bergoglio divenuto Francesco papa (17), anch’egli “tra istituzione e rinnovamento evangelico”.
  
Note.
(1) Padre Balducci -  il cui intervento  Tra istituzione e rinnovamento evangelico” è raccolto in  FRANCESCO UN ’PAZZO’ DA SLEGARE, Atti del 40° Corso di Studi Cristiani, Cittadella ed (1° ed. 1983), 3° ed. 997, Assisi, pp.70-90 -  è simpliciter  presentato a p. 5 quale  “docente di Storia e Filosofia – Firenze”.  Per approfondire, leggere  di p. Balducci Francesco d'Assisi (S. Domenico di Fiesole, Fi, ECP 1989) o Francesco d'Assisi, Fi, Giunti ed. 2004). Mi piace altresì citare di Ernesto Balducci, Io e don MiIani (ed. S. Paolo 2017) che raccoglie  vari scritti ed interventi di Balducci sul “caso Milani”, citato ampiamente   in questo blog nel  post  “Don Milani l’uomo  del futuro” .
(2) ) Il tema della pazzia di Francesco si può registrare nelle pagine di Gioacchino (che muore nel 1202, anno  in cui Francesco  è prigione a Perugia), quando parla delle tre età del Padre, del Figlio, dello Spirito  santo. Le tre età sono rispettivamente caratterizzate da: età della legge della grazia – della  grazia su grazia; della conoscenza – sapienza - perfetta intelligenza; della  obbedienza servile - obbedienza filiale - , libertà; dei flagelli - azione - estasi della contemplazione; del timore – fede – amore; degli schiavi – liberi – amici; dei vecchi – giovani – fanciulli; della stella – aurora – meriggio; del rigore invernale . primavera – estate; delle ortiche – rose con spine – candidi gigli; delle erbe – spighe – grano; dell’acqua – vino – olio; della settuagesima – quaresima – pasqua. Cfr o.c., pp. 71-72.  Del movimento pauperista Balducci cita i flagellanti di Raniero Fasani a Parugia e a Parma Gerardo Segarelli “che fece un gesto da pazzo (vende tutto ciò che ha e dà i soldi a ragazzi che giocavano)”  
(3) “Innocenzo III è il papa dello sterminio degli albigesi ed è il papa delle Crociate. Quella del 1201, comicamente fallita… E poi quella in cui Francesco in qualche modo sarà coinvolto” cfr. p.74.
(4)  “Tessitore” voleva dire “eretico”: “i tessitori, i sarti, i calzolai, questi artigiani che davano vita nella città ad attività non previste nell’assetto rurale del mondo antico, i commercianti in particolar modo, si trovavano facilmente fuori legge anche dal punto di vista ecclesiale, perché la loro professione, la loro attività artigianale non era nei quadri prestabiliti. Nell’ordine feudale erano previsti i lavoratori della terra. Qui abbiamo il ceto borghese nello stato nascente, evidentemente non come le malefatte del ceto borghese del secolo  ventesimo” (p.73).
(5) o.c., p.75.
(6) Ai primi compagni di  Francesco non è consentito essere preti, “perché in quel contesto significava essere integrati nella chiesa dominante, non esser più dei minores”.  o.c., p.76.
(7) o.c., p.76
(8) o. c., p.77.  
(9) o.c., p.79.
(10) veda per una breve sintesi della vicenda in questo blog il post "Coesistere per resistere".
(11) o.c., p.82.
(12) o.c., p.85. I francescani diventeranno preti e i laici entreranno  solo come servitori dei preti; secondo Francesco non dovevano essere  cardinali e diventarono cardinali, persino inquisitori. Questo dopo pochi anni: "l’istituzione assimilò il francescanesimo". Cfr, p.89.
(13) o. c., p.85.
(14) o.c., pp. 84-5.
15) o.c.,p.90. Nel dopo-francesco l’eredità è contesa da due correnti, mentre  i compagni della prima ora di Francesco  non parteggiano per alcuna,  si ritirano in silenzio negli eremi dei dintorni, rispettando alla lettera il TESTAMENTO di Francesco (“senza fare né lite né questione”).   La prima corrente è  quella dell’accomodamento istituzionale che trova i suoi corifei in papa Gregorio IX (che canonizzò Francesco “e così egli entrò in pieno nell’istituzione”) e S. Bonaventura  (“Sarà santo Bonaventura, ma insomma, metterlo accanto a Francesco per me è quasi insopportabile.  Però io credo che abbia agito con lume, con saggezza, anche  se  l’emergenza evangelica di Francesco, dentro gli accomodamenti dell’istituzione, è caduta”:p.89) che, quale generale del’Ordine francescano, ordina di  bruciare tutti gli scritti su s. Francesco e scrive “la legenda,  la vita di Francesco, che doveva rimanere quella ufficiale, quella normativa” (idem). La seconda è quella dei francescani intransigenti che intendono vivere secondo la primigenia forma vitae e che finiscono per rifugiarsi  nello slittamento apocalittico,e “in un sogno individualistico che è la negazione della storia presente e una conflittualità frontale contro l’istituzione” (cfr. p.90).Per un approfondimento si vedano i due saggi su S,Francesco di Balducci citati nella nota (1), ino.ltre di  Chiara Mercuri, Francesco d’Assisi la storia negata, Laterza, Bari, 2016.
(16) o.c., p.90 
(17) Si veda in questo blog il post “J.M. Bergoglio e la scelta del nome Francesco”