Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

sabato 21 aprile 2018

IL BLOG SI TRASFERISCE



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il Buon Pastore

P. MARKO IVAN RUPNIK"IL BUON PASTORE"

IV Domenica di Pasqua – Anno B
Gv 10,11-18

Congregatio pro Clericis
La visione centrale di questa domenica è il Buon Pastore che dà la propria vita per le sue pecore. Letteralmente è il pastore bello, perché il termine kalòs è stato ridotto al significato di buono sulla scia dell’interpretazione giuridico morale che è stata spesso predominante nella traduzione di diversi termini biblici. Imbarazzo  in questo caso dovuto anche alla difficoltà di tradurre l’ebraico Tob che può esprimere sia il buono sia il bello e che nella cultura greca trova riscontro nel concetto di kalòs kai agathòs cioè “bello e buono” che ha il suo significato proprio nella unione non scindibile dei due termini.
Il termine kalòs, bello, viene usato più di cento volte nel Nuovo Testamento.
Pietro nella sua prima lettera raccomanda ai cristiani che la loro condotta tra i pagani sia bella, perché mentre vengono calunniati come malfattori, vedendo le loro opere belle questi giungano a glorificare Dio (cf 1Pt 2,12). Questa bella condotta con le belle opere è letteralmente la testimonianza, che è il medesimo termine usato da Paolo nella lettera a Timoteo per Gesù Cristo che “ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato” (1Tm 6,13). Infatti davanti a Pilato Cristo ha reso testimonianza alla verità (cf Gv 18,37). Che cosa è la verità (cf Gv 18,38) è la domanda di Pilato che infatti non può capire, perché la verità - come la spiega il vangelo di Giovanni - è la figliolanza del Figlio, è la relazione con il Padre, la non solitudine. “Io non ho parlato da me stesso, ma il Padre stesso che mi ha mandato mi ha comandato ciò che dovevo dire e pronunciare” (Gv 12,49). Perciò “Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce” (Gv 18,37).
Nella parabola del seminatore tutto si ricollega perché per la terra buona dove cade il seme (cf Mc 4,8 ad esempio) viene usato il termine terreno bello, cioè quel terreno che “ascolta la parola, la accoglie e porta molto frutto” (cf Mc 4,20). Diventa terreno bello perché non è più solo terreno ma già porta dentro un altro.
Questo è ciò che è bello: ascoltare la parola, accoglierla e farla fruttificare. Porta molto frutto il chicco di grano caduto in terra che muore (cf Gv 12,24).
Il significato di bello che si apre lascia uno spazio enorme alla libertà dell’amore perché significa accogliere il principio della Parola che è il Figlio e che comincia in me una trasfigurazione che mi porta all’offerta di sé. Infatti il Pastore, quello bello, è quello che fa vedere l’uomo vissuto da Dio, cioè come offerta di sé. “Io sono il bel pastore e il bel pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,11). La bellezza, il bello, è qualcosa di dinamico, è un processo di trasfigurazione che passa attraverso la rinuncia, attraverso l’offerta ed è bello proprio perché fa vedere nel seme il germoglio, attraverso la morte. Il Figlio non è da solo, rivelerà un Altro. E lo farà proprio nella morte. Questa è la bellezza.
Il termine kalòs nel Nuovo Testamento include il mistero pasquale. Ed è per questo che nel tempo pasquale c’è la domenica del Buon Pastore, Colui che fa vedere la vita pasquale dell’umanità, da Figlio e perciò è il Pastore Bello. La bellezza è far vedere l’altro, far emergere l’altro, non esaurire una realtà in sé stessa ma attraverso la relazione d’amore far emergere l’altro, e avviene proprio quando tu ti offri, rinunci, muori.
Perciò se ci fermiamo alla traduzione di  buono al posto di bello, finisce che il bello diventa un ideale parallelo al buono. Che è infatti quello che è successo e che ha inciso una profonda ferita nella nostra cultura facendoci credere che il bello ideale possa esistere in parallelo a una vita vissuta su binari totalmente opposti. Ma non esiste un bello ideale che possa convivere con la notte della solitudine, della morte, quando tu non vedi ancora nessun germoglio, ma il seme è già putrefatto, che è il momento più difficile nella vita spirituale. Ma al Pastore Bello – Colui che è l’offerta continua di sé al Padre - tu potrai sempre rivolgere lo sguardo: quando sei pieno di forze, quando sei molto malato, quando sei divorato dalla morte, sempre. Perché è un passaggio, e in tutti i passaggi troverai la forma perfetta, la forza perfetta, l’ambito perfetto e il compimento perfetto. Sia nel seme, sia nel morire, sia nella solitudine, sia nel germoglio.
Bello è quell’uomo che vive questa nuova esistenza che Dio ha portato in Cristo per la nuova umanità e che attraverso la morte, attraverso i momenti più difficili della vita rivela la forza della vita che ha ricevuto, che è l’amore del Padre.
Proprio quando tutti gli ideali classici cadono, quando l’uomo viene distrutto, inginocchiato e schiacciato, proprio in quel momento trasuda, esplode e si sprigiona la più grande forza. Da Cristo morto è uscita la glorificazione del Padre ed è proprio questa la sua testimonianza bella davanti a Pilato


P. Marko Ivan Rupnik
www.centroaletti.com/
Fonte:http://www.clerus.va

antoniobortoloso.blogspot.it/2018/04/p-marko-ivan-rupnikil-buon-pastore

mercoledì 11 aprile 2018

Due prigionieri, in due celle vicine, che comunicano con colpi battuti nel muro. Il muro è ciò che li separa ma anche quel che permette loro di comunicare. Così tra Dio e noi. Ogni separazione è un legame «L’ombra e la grazia» Simone Weil



L’INCREDIBILE TENEREZZA🌾

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Due prigionieri, in due celle vicine,
che comunicano con colpi battuti nel muro.
Il muro è ciò che li separa
ma anche quel che permette loro di comunicare.
Così tra Dio e noi.
Ogni separazione è un legame
«L’ombra e la grazia»
Simone Weil
Recensione a cura di Alessandra Amato *
– Due prigionieri, in due celle vicine,
che comunicano con colpi battuti nel muro.
Il muro è ciò che li separa
ma anche quel che permette loro di comunicare.
Così tra Dio e noi.
Ogni separazione è un legame –
Simone Weil
borgna-weil
con un po di musica…

Gianmaria Testa – Avrei voluto baciarti

Gianmaria Testa, DENTRO LA TASCA DI UN QUALUNQUE MATTINO

domenica 8 aprile 2018

Spiritualità ebraica

AlzogliOcchiversoilCielo:


Spiritualità ebraica XII corso sull'ecumenismo


presenta
Spiritualità ebraica
XII CORSO SULL’ECUMENISMO


Sabato 24 febbraio 2018

Dott.ssa Claudia Milani
Docente presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano
Dalla liturgia del Tempio alla liturgia della sinagoga


Prof. Don Flavio Dalla Vecchia
Docente di Sacra Scrittura nel Seminario di Brescia
Seder pasquale e rapporto con la Pasqua cristiana


Sabato 3 marzo 2018
Prof.ssa Natascia Danieli
Docente di dialogo cristiano-ebraico all’Istituto Studi ecumenici di Venezia
Qabbalah


La mistica ebraica


Domenica 11 marzo 2018
Prof.ssa Elena Lea Bartolini
Docente di Giudaismo ed Ermeneutica Ebraica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano
La preghiera quotidiana di Israele e le diciotto benedizioni


Commento di un testo Kiddush e di una delle benedizioni

Annunciazione del Signore

FIGLIE DELLA CHIESA, LECTIO

 "ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE"

Annunciazione del Signore Lun, 02 Apr 18  Lectio Divina - Anno B
Tutta la Sacra Scrittura non è altro che narrazione della ricerca, che nel corso dei secoli l’uomo ha messo in atto, per vedere il volto del Suo Dio e del graduale agire divino che esaudisce questodesiderio. Mosè, al culmine della sua esperienza con Dio, esprime questo profondo anelito chiedendo a Dio: "Mostrami la tua gloria!", ossia “fammi finalmente vedere il tuo volto, che ho tanto cercato”, ma Dio non può esaudirlo! Nelle parole che Dio rivolge a Mosè c’è tutto il rammarico del Padre che non può mostrare tutta la sua gloria al figlio amato, perché ancora non è capace di portarne il peso. Gli dà allora un anticipo: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere"» (Es 33,19-23). È la pedagogia di Dio: affascinare l’uomo, alimentando il desiderio dell’incontro senza veli e attirandolo dietro di Lui, fino al luogo dove si potrà finalmente mostrare nella Sua disarmante bellezza.
Il cammino verso il luogo della rivelazione passa attraverso la tortuosa strada del deserto e poi dell’esilio, dove pian piano Dio educa il Suo amato Israele a riconoscere i segni della Sua presenza e i modi che sceglie per mostrarsi. E quando lo scoraggiamento sembra rendere impossibile il compimento, Dio manda i profeti a riaccendere l’ardore della fiamma: «Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore -, nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda concluderò un'alleanza nuova. Non sarà come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l'alleanza che concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni - oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo: "Conoscete il Signore", perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger 31,31-34) e ad indicare il modo con cui Egli finalmente mostrerà il Suo volto: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7,14).Il desiderio dell’uomo e il desiderio di Dio si incontrano in Maria, la Vergine che con il suo “Eccomi” rende possibile l’impossibile! Il tortuoso vagare si conclude nella casa di Nazaret dove finalmente l’Amato è accolto dall’amata. L’evento che ci apprestiamo a contemplare e a rivivere nella Liturgia Eucaristica è dunque davvero un Mistero grande, al quale possiamo accostarci soltanto in punta di piedi.È mistero non perché ci è impossibile penetrarlo, secondo il comune sentire. È mistero in quanto la sua comprensione è per noi graduale e sarà piena soltanto quando i nostri occhi lo vedranno “così come Egli è” (1Gv 3,2)
Prima di soffermarci a balbettare qualche indicazione che ci aiuti nella preghiera e nella vita, invochiamo lo Spirito, perché sollevi un lembo di questo velo e ci attiri a desiderare di vederne la bellezza.
v.26 “Al sesto mese”: nella pericope liturgica non troviamo questa indicazione temporale, ma è importante per collocare il testo nel contesto in cui l’evangelista Luca lo incastona e comprenderne il senso pieno. La sottolineatura del sesto mese permette di riferirsi a quanto è stato precedentemente narrato riguardo a Zaccaria. Nel tempio di Gerusalemme ha inizio il primo intervento di Dio nella vita di Zaccaria ed Elisabetta, ai quali viene annunciata la nascita di Giovanni Battista. Il messaggero, l’angelo Gabriele, dopo sei mesi dal concepimento di Elisabetta, si reca dalla Vergine di Nazaret, per indicarle il compimento del progetto di salvezza.La citazione del numero sei è però anche simbolica ed è una decorazione letteraria di Luca per porre davanti al lettore la grande portata dell’evento che sta per narrare. Il numero sei richiama infatti il sesto giorno della creazione, in cui Dio creò l’uomo e lo collocò a capo di tutta la sua creazione. L’intervento di Dio in questo “sesto” mese mostra allora la volontà di ricreare l’uomo ormai lontano da Lui a causa del peccato. Il Creatore del cielo e della terra inizia l’opera più entusiasmante della storia: la ricreazione dell’uomo, perché finalmente possa riconoscersi figlio e amare Dio come Padre. Tale ricreazione, per mezzo del vangelo proclamato nella liturgia della Parola, illumina il tempo che io, tu, la Chiesa oggi vive. È anche nel “sesto” mese delle nostre situazioni concrete che il Signore interviene per ricrearci e ricondurci a Lui.“l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret”: il continuo del v.26 e il successivo v.27 sembrano la descrizione di un obiettivo di una telecamera, attraverso la quale il regista inquadra prima il quadro generale: la città della Galilea, poi, servendosi dello zoom, restringe sempre di più il campo indicando che quella città è Nazaret, ma non è ancora la scena principale. L’obiettivo si restringe e compare allora il primo piano che indica il punto di arrivo dell’azione del regista, la protagonista principale, la Vergine Maria.Questa descrizione dei luoghi ha davvero un’importanza fondamentale, in quanto ci permette di comprendere bene l’intenzione del Signore. Il messaggero di Dio infatti questa volta non si reca nel luogo del culto, nel tempio, dove per gli ebrei abita il Santo. E la sua scelta non cade nemmeno nella regione dove vi erano gli ebrei osservanti che avevano sempre in bocca la legge di Dio, ossia in Giudea. L’evangelista ci pone subito davanti la verità di un agire divino i cui pensieri non sono quelli dell’uomo (cf. Is 55,8-9), perché “l’uomo vede l’apparenza, il Signore guarda al cuore” (1Sam 16,7). Per gli ebrei la Galilea è il luogo degli impuri, dei senza Dio, di coloro che sono stati maledetti da Dio, la “Galilea delle genti” (Mt 4,14). E ancora: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46), obietta Natanaele quando gli parlano del Messia proveniente proprio da quel piccolissimo paesino, mai nominato nell’AT. “Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono”, afferma s. Paolo (1Cor 1,27-28) e l’inizio del brano che meditiamo ce lo rivela in tutto il suo splendore. La scelta dello stolto, del debole, del disprezzato, ci immette immediatamente nella buona notizia che questo brano vuole comunicare: Dio sceglie, viene incontro anche a te, a me, a noi, nella Nazaret in cui ci siamo cacciati!
v.27 “a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria”: lo scandalo non è ancora finito! La persona a cui Dio si rivolge è una vergine, a cui mai un pio israelita avrebbe pensato. Israele infatti attendeva con trepidazione il Messia promesso e le spose pie di quei tempi scrutavano con attenzione le scritture, desiderando di essere scelte come madri del Messia.Ma Dio sceglie una vergine, che nell’AT non aveva nessuna rilevanza e la sceglie proprio per indicare il modo con cui è possibile accogliere e concepire ciò che all’uomo è impossibile: il Figlio di Dio. “La verginità di Maria indica innanzitutto che ciò che nasce da lei è puro dono. Il futuro, in lei offerto a tutto il mondo, è grazia e dono di Dio. La verginità inoltre indica la condizione alla quale Dio può donarsi. La capacità dell’uomo di concepire l’umanamente inconcepibile non è quella delle coppie sterili dell’AT, dove è dato successo ad un’azione umana senza successo. Tale capacità è la verginità, la rinuncia ad agire. In Maria infatti non c’è alcuna azione umana. Dio solo agisce. La verginità indica quindi l’attitudine più alta dell’uomo: la passività e la povertà totale di chi rinuncia all’agire proprio per lasciare il posto a quello di Dio. È la fede. Questo vuoto assoluto è l’unica capacità di contenere l’Assoluto. Solo il nulla può concepire totalmente colui che è tutto” (S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Luca).
v.28 «Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te"»: inizia qui l’esplosione di gioia che investe la Vergine, il cui unico merito è di “essere vuota”.Sembra di riascoltare l’eco della gioia che sempre è risuonata nell’AT ogni qualvolta la creatura ha aperto il cuore al suo Creatore. Risuonano i testi infuocati del Cantico dei Cantici in cui lo Sposo può finalmente avvolgere con il Suo abbraccio la sposa che apre la porta al Suo arrivo: “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole” (Ct 2,14) e ancora: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!” (Ct 4,9). È la gioia di Dio che si comunica a Maria e in lei a tutta la Chiesa, a ciascuno di noi e in questa comunicazione il Signore può finalmente dire il motivo per cui la Vergine deve gioire: perché è piena di grazia. Il Creatore ha finalmente trovato chi può comprendere che la causa dei suoi favori non sono i meriti dell’uomo, non sono le tante preghiere o i tanti digiuni, o le tante elemosine, ma è il Suo Amore. La gioia il Signore la prova anche nei nostri riguardi se riconosciamo che Lui è con noi, non perché lo meritiamo, ma perché Lui ci ama.
v.29 - 31 «A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio»: il turbamento che Maria sperimenta non è lo stesso di Zaccaria. Il sacerdote si turba alla vista del messaggero di Dio, invece Maria non sembra spaventata dal fatto che un messaggero di Dio sia entrato da lei. Tale sfumatura dice la vita interiore di questa fanciulla di Nazaret, che aveva imparato ad obbedire alla voce del suo Signore ascoltando la Torah. Nella familiarità con la Sacra Scrittura aveva acquistato dimestichezza con i criteri di Dio e ne aveva appreso il modo con cui Egli si rivolgeva alle creature amate. Il turbamento di Maria riguarda la portata delle parole pronunciate dall’angelo. La Vergine comprende subito che ciò che sta dicendo il messaggero è enorme, di una inaudita bellezza e vive il normale stupore di chi non può credere che ciò che ha sentito è proprio rivolto a lei. Per questo allora l’angelo previene le parole di Maria e conferma che è davvero reale quanto ha ascoltato. Il “non temere” con il quale il Signore aveva placato il cuore di tutti i suoi amici a cominciare da Abramo, Mosè e poi il popolo, risuona nella piccola dimora di Nazaret come il nome proprio di Dio: “non spaventarti, sono Io...”.«Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù»: ci troviamo al cuore di questa pericope e della missione affidata a Maria come ad ogni cristiano. Il messo celeste annuncia un mistero davvero incredibile: quel Dio i cui soli lembi del manto ne riempivano il grande tempio di Gerusalemme (cf Is 6,1) può essere concepito da una fanciulla appena adolescente, anzi vuole essere concepito, vuole essere dato alla luce e vuole essere chiamato con il Suo vero nome “Yeshua - YHWH è salvezza”. La portata di questo annuncio assume uno spessore mirabile se consideriamo che Dio vuole essere concepito anche da ciascuno di noi, vuole essere dato alla luce, vuole essere chiamato “YHWH è salvezza” anche da noi. È la missione che il messaggero di Dio comunica anche a me, a te, a noi in questo nostro oggi. Dio vuole che come la Vergine, lo concepiamo, ossia Gli facciamo spazio, diveniamo luogo accogliente per permettergli di prendere dimora nel nostro cuore, nella nostra vita. Dio vuole che come la Vergine, lo diamo alla luce, ossia diventiamo trasparenza del Suo amore, rendiamo la nostra vita un’esplosione di bellezza da cui si diffonde la sua benevolenza. Dio vuole che come la Vergine, lo chiamiamo Gesù, annunciamo cioè al mondo che il nostro Signore non è il padrone che rende schiavi i suoi servi, ma il Padre buono che accoglie ogni figlio prodigo.
v.34-35 «Allora Maria disse all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?" Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra»: la familiarità della relazione che la fanciulla di Nazaret ha con il suo interlocutore è ancora una volta messa in evidenza, mostrandone l’affascinante feeling già intessuto con il Suo Signore alla sua giovane età. La domanda non ha naturalmente l’intento di obiettare la possibilità della realizzazione: Maria sa benissimo che Dio è onnipotente. La sua richiesta è sul “come avverrà” e se ci pensiamo è una richiesta che ci fa intravedere la concretezza in cui vive. Maria non è una fanciulla che vive sulle nuvole, è una donna vera, che ha chiara la realtà di un vissuto che è fatica, per cui chiede in che modo Dio compirà quanto ha appena ascoltato.Questo aspetto rende Maria incredibilmente vicina al nostro vissuto! Se è vero che con il Battesimo anche noi abbiamo ricevuto la stessa missione: concepire il Figlio di Dio nel nostro cuore, darlo alla luce e indicarlo come il Dio che salva, anche dal nostro cuore sale la stessa domanda: “Come avverrà?” Facciamo i conti quotidianamente con la nostra incapacità di fare il bene, quello vero. Ogni giorno sperimentiamo la grande distonia tra il bene che vogliamo fare e il male che facciamo (Rm 7.18-25) e allora ci sembra che non sia vera la nostra missione, che in fondo questa altissima vocazione sia solo per Maria e per i grandi santi da altare. Ma anche a noi, come a Maria, Dio dice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Non sono le nostre forze e le nostre buone azioni che ci rendono capaci di mostrare al mondo Dio, ma solo ed esclusivamente il Suo Spirito. A noi è chiesto di fidarci e affidarci, rendendo il nostro cuore vuoto, perché Dio possa prendervi dimora con la sua ombra.
v.38 «Allora Maria disse: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola"»: di fronte alla chiarezza dell’agire divino la Vergine risponde con tutto il desiderio del suo cuore, rendendo possibile finalmente ciò che Dio desiderava da sempre: l’unione con la Sua creatura.Quanto avvenuto per Maria, avviene oggi per me, per te, per ciascun uomo che con cuore sincero si accosta a questo brano evangelico. La proposta dell’angelo è ora rivolta al mio oggi ... a me, a noi, il coraggio e la gioia di dire “Ecco la tua serva, Signore, avvenga ...”.

Fonte:www.figliedellachiesa.org

giovedì 5 aprile 2018

Gesù non si scandalizza dei dubbi di Tommaso, non gli rimprovera la fatica di credere, ma si avvicina ancora, e tende quelle mani dove l'amore ha scritto il suo racconto d'oro.


"GESÙ NON SI SCANDALIZZA DAVANTI AI DUBBI DI TOMMASO" 


PADRE ERMES RONCHI"

Gesù non si scandalizza davanti ai dubbi di Tommaso

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padre Ermes Ronchi
II Domenica di Pasqua (Anno B) (08/04/2018)

  Visualizza Gv 20,19-31
Otto giorni dopo venne Gesù, a porte chiuse. Mi conforta pensare che, se anche trova chiuso, Lui non se ne va, ma continua il suo assedio dolce e implacabile. Otto giorni dopo è ancora lì: l'abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare, il tradito ritorna da quelli che lo hanno consegnato ai nemici. Venne e stette in mezzo a loro. Le sue apparizioni non hanno mai il clamore di una imposizione. Non si preoccupa di sé, il Risorto, ma del pianto di Maddalena, delle donne che vanno, anzi corrono per profumare il suo corpo straziato, delle paure degli apostoli, delle difficoltà di Tommaso, delle reti vuote dei suoi amici quando tornano sul lago dove tutto ha avuto inizio. Ha ancora e sempre quel grembiule ai fianchi! Non viene a chiedere, viene a portare aiuto. Per questo è inconfondibile.

Pace a voi. Non si tratta di un semplice augurio, ma di una affermazione: c'è pace per voi, è pace dentro di voi, pace crescente. Shalom, ha detto, ed è parola biblica che contiene molto di più della semplice fine delle guerre o delle violenze, porta la forza dei retti di cuore dentro le persecuzioni, la serenità dei giusti dentro e contro le ingiustizie, una vita appassionata dentro vite spente, pienezza e fioritura.Soffiò e disse: ricevete lo Spirito Santo. Su quel pugno di creature, chiuse e impaurite, scende il vento delle origini, il vento che soffiava sugli abissi, il vento sottile dell'Oreb su Elia profeta, quello che scuoterà le porte chiuse del cenacolo: ecco io vi mando! E li manda così come sono, fragili e lenti, ma con in più la sua forza, il suo Spirito, il vento forte della vita che soffierà su di loro, e gonfierà le vele, e li riempirà di Dio.Tommaso, metti qua il dito nel foro dei chiodi, stendi la mano, tocca! Gesù risorto non porta altro che le piaghe del crocifisso, porta l'oro delle ferite che ci hanno guarito. Nelle ferite c'è l'oro dell'amore. Le ferite sono sacre, c'è Dio nelle ferite, come una goccia d'oro. Gesù non si scandalizza dei dubbi di Tommaso, non gli rimprovera la fatica di credere, ma si avvicina ancora, e tende quelle mani dove l'amore ha scritto il suo racconto d'oro. A Tommaso basta questo gesto. Chi ti tende la mano, chi non ti giudica ma ti incoraggia, e ti offre una mano dove riposare e riprendere il fiato del coraggio, è Gesù. Non ti puoi sbagliare!Beati quelli che non hanno visto eppure credono! una beatitudine che sento mia, che è facile, è per tutti, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede, per chi ricomincia. Per noi, che di otto giorni in otto giorni, continuiamo a radunarci nel suo nome, a distanza di millenni; beati noi che «lo amiamo pur senza averlo visto» (1Pt 1,8).
 (Letture: Atti 4,32-35; Salmo 117; 1 Giovanni 5,1-6; Giovanni 20,19-31)
Fonte:www.qumran2.net

mercoledì 4 aprile 2018

"un'apostola tra memoria e futuro"

AlzogliOcchiversoilCielo:

Cristina Simonelli "Maria di Magdala: 

un'apostola tra memoria e futuro"


Con il ciclo d’incontri Sui sentieri della Parola: Risvegliare il femminile evangelico, il Convento di Santa Maria del Cengio a Isola Vicentina e l’associazione Casa dei Sentieri e dell’Ecologia Integrale propongono alcuni momenti per la conoscenza e l’approfondimento interiore del tessuto femminile dei Vangeli.
Sabato 17 marzo 2018 il terzo e ultimo appuntamento ha avuto come relatrice Cristina Simonelli, presidente del Coordinamento teologhe italiane, con una conferenza dal titolo "Maria di Magdala: un'apostola tra memoria e futuro".


Al centro di questo appuntamento, dunque, una figura, così importante nella vita di Gesù e della prima comunità cristiana, che è stata occultata nella sua forza apostolica sotto le spoglie della peccatrice: fare memoria di lei nei Vangeli e nelle tradizioni apocrife è parlare di noi oggi, della nostra speranza di una chiesa della reciprocità tra donne e uomini.




martedì 3 aprile 2018

SALVATI DALLA DIVINA MISERICORDIA



Il Vangelo della Domenica


SALVATI DALLA DIVINA MISERICORDIA


2a Domenica di PASQUA 


Quella sera, mentre le porte erano chiuse, Gesù entrò! Come? Da dove? C’erano per caso finestre aperte? No! manco quelle c’erano, perché per il corpo glorioso non esistono più porte e finestre chiuse, anzi, non esistono nemmeno più le porte e neanche i muri: Gesù entra, attraversandoli come niente fosse. Il suo corpo glorioso non è più tributario delle barriere invalicabili di muri e porte. Entra sovranamente libero, senza che niente glielo possa impedire, con le caratteristiche che avremo anche noi, nella vita gloriosa. Caratteristiche che san Tommaso d’Aquino descrive molto bene nella Somma Teologica e si riassumono in quattro: l’impassibilità, l’agilità, la sottigliezza e lo splendore. Grazie all’impassibilità, non soffriremo più, grazie all’agilità ci muoveremo alla velocità del pensiero, grazie alla sottigliezza non esisteranno più barriere … architettoniche e, grazie allo splendore, risplenderemo di luce gloriosa.
Quale pace? Gesù entra dunque e dice: “Pace a voi!” Lo dice ai discepoli sconvolti e spaventati, ma lo dice anche a noi! Chi non desidera la pace con tutto il cuore: pace nel mondo, nelle famiglie, nelle comunità, nei cuori! Ma questa pace è anzitutto una persona: dobbiamo avere Gesù vivo nel cuore per sentire la pace. Infatti il Signore ai discepoli riuniti nel cenacolo, non manda un messaggio che dice “vi mando la mia pace”, ma arriva lui in persona. E con la sua persona, arriva la pace.
Pace a noi, dunque! Quale pace? Pace dei pensieri, delle preoccupazioni, delle ansie, e dei vari mali che ci affliggono. Pace a voi: ossia guarigione delle ferite, dei ricordi del passato fatto a volte di peccati innominabili che la memoria vorrebbe dimenticare e di cui la coscienza non sopporta il peso. Come non avrà sopportato, la coscienza di Pietro, il peso del suo triplice rinnegamento. Eppure Gesù, che sicuramente non aveva dimenticato, offre a lui per primo, la sua pace.
Ci siamo o non ci siamo? Tommaso non c’era quel giorno e non crede. Non basta il ricordo a rendere viva una persona, ci vuole la presenza. Quante volte anche noi non ci siamo! Gesù è presente nel nostro cuore, ma noi chissà dove girovaghiamo, errabondi qua e là e non lo vediamo, non perché non ci sia lui, ma perché non ci siamo noi! Siamo altrove, chissà dove. Quando ritorneremo dal nostro vagabondare, Gesù dirà anche a noi: “Metti qua il dito nelle mie piaghe e non essere più incredulo ma credente.” E Gesù, ciò che dice, fa! “Per le sue piaghe siete stati guariti”. Ecco che le sue piaghe guariranno le nostre, purché nel nostro cuore non ci sia più l’incredulità. Perché le piaghe del risorto, “non grondano più sangue, ma irradiano luce” (A. Louf). “Bagliori di folgore escono dalle sue mani”, abbiamo letto nel cantico del venerdì santo.
Salvati dalla Misericordia Ma oggi è anche la festa della Divina Misericordia, quella che procede appunto dalle piaghe aperte di Gesù, e si riversa su di noi come un fiume che lava ogni colpa, ogni dolore e ogni pena. Gesù rivelò a Santa Faustina che chi si sarebbe affidato alla sua misericordia venerandone l’immagine, non sarebbe perito: “Prometto che l’anima che venererà questa immagine non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma soprattutto nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come mia propria gloria”. Coraggio dunque amici: se rimaniamo in Lui, non siamo solo in cammino verso la gloria, ma siamo già sua propria gloria

WILMA CHASSEUR 
www.incamminocongesu.org

WILMA CHASSEUR, "LA NUOVA BEATITUDINE"



II Domenica di Pasqua (Anno B) (08/04/2018)
  Visualizza Gv 20,19-31
Oggi ci viene promessa una nuova beatitudine: quella del credere senza vedere.” Beati quelli che crederanno senza aver visto”. Ed è proprio quella che possiamo mettere in pratica noi del ventunesimo secolo che con gli occhi della carne, non abbiamo mai visto Gesù, né morto, né vivo né risorto. Ma crediamo che è morto, è vivo ed è risorto. E' questo la fede: credere senza vedere. Ma non basta credere senza vedere bisogna addirittura credere prima di vedere, perché quando chiediamo una grazia, se vogliamo ottenerla, dobbiamo credere prima. Se crediamo dopo averla ricevuta, quella non è fede ma è constatazione. La donna del Vangelo che disse ”se solo posso toccare la frangia del suo mantello sarò guarita” credette prima di vedere ed ottenne la grazia. E la Cananea ottenne addirittura la grazia con 110 e lode: “Grande è la tua fede và che tua figlia è liberata”. Questo è l'esame per l' ammissione all'università celeste.

Sensi esterni e sensi interni 
Tutti gli apostoli e non solo Tommaso, fecero una fatica nera a riconoscerlo dopo risorto: nella pesca miracolosa lo credono un fantasma; Maria lo scambia per il giardiniere, i discepoli di Emmaus lo scambiano per un pellegrino. Perché questo? Perché usavano solo i sensi esterni. Credere significa far funzionare invece i nostri sensi interni. Non abbiamo solo i sensi esterni ma abbiamo anche gli occhi della fede .In questa Festa della Divina Misericordia facciamo una domanda al Signore: “Gesù dove ti posso trovare nel mio cuore?” Chiedetegli che vi riveli il posto dove abita in voi. Io dove sia in voi non lo so, ma so che c'è ed è nella parte alta, nel piano superiore: cercatelo lì e lo troverete. 
Il test dei cristiani risorti 
Ora se volete fare un test per sapere se siete veramente risorti eccovi 5 regolette tratte dalla lettera di san Paolo ai Colossesi:1) Non siete più sotto il dominio della carne. Avete conquistato la libertà dello spirito e la legge del peccato non regna più in voi.2) “Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù”. Quindi se cercate le cose di lassù significa che siete risorti, se invece siete ancora avvinghiati dalle cose di quaggiù siete ancora in Quaresima... affrettatevi ad entrare nel giusto tempo liturgico che è quello di Pasqua.3) “Trasferiti nel regno del Suo Figlio diletto”. Trasferiti al passato, cioè il trasloco è già fatto. Se con il corpo sono ancora qua, con lo spirito sono però già trasferito nei celi-4) “Non siete più sotto il potere della morte”. La morte non vi può più raggiungere perché siete ormai figli nel Figlio che ha definitivamente sconfitto la morte.5) “Eredi degli stessi poteri del Figlio”. Cioè i carismi: fede, miracoli, guarigioni, vittoria sugli spiriti maligni e tanti altri. 
Preghiera alla divina Misericordia 
Dio Padre Misericordioso che dal fianco squarciato del tuo diletto Figlio Unigenito, hai riversato su di noi lo Spirito Consolatore, chinati su di noi peccatori, risana le nostre ferite, sconfiggi ogni male e ogni tenebra, fa' che tutti i tuoi figli sperimentino la tua Misericordia, affinché in Te scoprano la fonte della gioia e della speranza. E contemplino le piaghe gloriose di Tuo Figlio” la cui maestà ricopre i cieli e il suo splendore è come la luce e bagliori di folgore escono dalle sue mani”.

«Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione.»

PIETRE VIVE: 



Papa Francesco Regina Coeli 02/04/2018 (testo e video)


REGINA COELI
Piazza San Pietro
Lunedì dell'Angelo, 2 aprile 2018



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il lunedì dopo Pasqua è chiamato “lunedì dell’Angelo”, secondo una tradizione molto bella che corrisponde alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Narrano infatti i Vangeli (cfr Mt 28,1-10, Mc 16,1-7; Lc 24,1-12) che, quando le donne andarono al Sepolcro, lo trovarono aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era stata chiusa con una grande pietra. Invece era aperta; e dall’interno una voce dice loro che Gesù non è lì, ma è risorto.

Per la prima volta vengono pronunciate le parole: “È risorto”. Gli evangelisti ci riferiscono che questo primo annuncio fu dato dagli angeli, cioè messaggeri di Dio. Vi è un significato in questa presenza angelica: come ad annunciare l’Incarnazione del Verbo era stato un angelo, Gabriele, così anche ad annunciare per la prima volta la Risurrezione non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore per comunicare una realtà così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla. Dopo questo primo annuncio, la comunità dei discepoli comincia a ripetere: «Davvero il Signore è risorto. ed è apparso a Simone», (Lc 24,34). È bello questo annuncio. Possiamo dirlo tutti insieme adesso: “Davvero il Signore è risorto”. Questo primo annuncio - “Davvero il Signore è risorto” - richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana.

Quello di oggi è un giorno di festa e di convivialità vissuto di solito con la famiglia. È una giornata di famiglia. Dopo aver celebrato la Pasqua si avverte il bisogno di riunirsi ancora con i propri cari e con gli amici per fare festa. Perché la fraternità è il frutto della Pasqua di Cristo che, con la sua morte e risurrezione, ha sconfitto il peccato che separava l’uomo da Dio, l’uomo da se stesso, l’uomo dai suoi fratelli. Ma noi sappiamo che il peccato sempre separa, sempre fa inimicizie. Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità. È tanto importante in questo nostro tempo riscoprire la fraternità, così come era vissuta nelle prime comunità cristiane. Riscoprire come dare spazio a Gesù che mai separa, sempre unisce. Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione. Senza condivisione fraterna non si può realizzare una comunità ecclesiale o civile: esiste solo un insieme di individui mossi o raggruppati dai propri interessi. Ma la fraternità è una grazia che fa Gesù.

La Pasqua di Cristo ha fatto esplodere nel mondo un’altra cosa: la novità del dialogo e della relazione, novità che per i cristiani è diventata una responsabilità. Infatti Gesù ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Ecco perché non possiamo rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, ma siamo chiamati a occuparci del bene comune, a prenderci cura dei fratelli, specialmente quelli più deboli ed emarginati. Solo la fraternità può garantire una pace duratura, può sconfiggere le povertà, può spegnere le tensioni e le guerre, può estirpare la corruzione e la criminalità. L’angelo che ci dice: “É risorto”, ci aiuti a vivere la fraternità e la novità del dialogo e della relazione e la preoccupazione per il bene comune.

La Vergine Maria, che in questo tempo pasquale invochiamo con il titolo di Regina del Cielo, ci sostenga con la sua preghiera, affinché la fraternità e la comunione che sperimentiamo in questi giorni di Pasqua, possano diventare nostro stile di vita e anima delle nostre relazioni.

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

nel clima pasquale che caratterizza l’odierna giornata, saluto cordialmente tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli pellegrini, venuti dall’Italia e da varie parti del mondo.

A ciascuno di voi auguro di trascorrere nella serenità questi giorni dell’Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la gioia della Risurrezione di Cristo. Cogliete ogni buona occasione per essere testimoni della pace del Signore risorto specialmente nei riguardi delle persone più fragili e svantaggiate. A questo proposito, desidero assicurare una speciale preghiera per la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, che si celebra oggi.

Invochiamo il dono della pace per tutto il mondo, specialmente per le popolazioni che più soffrono a causa dei conflitti in atto. Rinnovo in particolare il mio appello affinché le persone sequestrate o ingiustamente private della libertà siano rilasciate e possano tornare alle loro case.

Buon Lunedì dell’Angelo! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci e: “Davvero il Signore è risorto”.

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martedì 27 marzo 2018

Le ultime parole di Gesù sulla croce

Catechesi di don Fabio Rosini sulle sette parole di Cristo sulla Croce.
Don Fabio Rosini, Direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma, ci accompagna nella meditazione delle ultime frasi del Signore Gesù, per entrare nell’atto d’amore più grande con la chiave delle Sue stesse parole e accogliere la rivelazione del Suo cuore di Figlio e di Redentore.
www.cercoiltuovolto.it/audio/don-fabio-rosini-le-ultime-parole-gesu-sulla-croce-parte/

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don Fabio Rosini - Le ultime parole di Gesù sulla croce 4



Don Fabio Rosini - Le ultime parole di Gesù sulla croce - 006



«Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»»

Non abbiate paura! Gesù è risorto!


Sole sulla città di Matera

1 aprile 2018
Domenica di Pasqua
di ENZO BIANCHI

Mc  16,1-8

1 Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 3Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?». 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

Da tre giorni seguiamo Gesù nella sua passione, morte e sepoltura, e ora siamo posti davanti all’indicibile, all’umanamente impossibile, a un evento che appare incredibile al mondo. Un evento davanti al quale ciascuno di noi nella santa notte di Pasqua sente il cuore oscillare tra adesione al racconto ascoltato e dubbio, tra fede e incredulità. Ma questa nostra condizione non è diversa da quella dei discepoli e delle discepole in quel terzo giorno dopo la morte di Gesù. Perché la morte è la morte, è la fine concreta della vita, delle relazioni, degli sguardi, degli affetti: quando uno muore, muore interamente e tutto muore con lui…
Il vangelo secondo Marco, più degli altri, ci mette davanti la morte di Gesù come morte fallimentare, enigma che anche per Gesù è diventato faticosamente mistero. La morte di Gesù è apparsa la smentita di tutto quello che egli aveva detto e fatto. Predicava la venuta del regno di Dio: e ora dov’era questo regno, dov’era apparso? Aveva guarito e liberato alcune persone: ma ora malati, prigionieri, disgraziati continuavano a esserlo come prima. Aveva amato degli uomini e delle donne, li aveva resi una comunità: e ora se n’erano tutti fuggiti, e quella baracca di comunità appariva caduta a pezzi…
Il giorno successivo al sabato è stato per quegli uomini e per quelle donne un’aporia, un vuoto, uno spazio in cui non si trovavano più i fili del senso e del significato di ciò che avevano vissuto. E per alcuni di loro – Pietro, il discepolo amato, Maria di Magdala – era avvenuta la fine di una vicenda di adesione, di convivenza piena di amore. Quel sabato, che noi chiamiamo sabato santo, appariva per loro un inferno nel quale la potenza del male, del daimónion e del diábolossembrava regnare ancora, anzi sembrava essere stata capace di spegnere ogni speranza. È stato un sabato di silenzio estremo. Nulla da dire, per l’evangelista nulla da raccontare: quell’evento della morte e sepoltura di Gesù faceva terminare una vita? No, la vita autentica che avevano vissuto, tra fatiche, contraddizioni e inadempienze, era stata una vita condivisa con Gesù, piena di senso: una vita in cui l’amore vissuto non poteva spegnersi!
Quando quel sabato è passato, nelle ore dopo il tramonto Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome, alcune donne discepole, vanno a comprare oli, balsamo, profumi per ungere il corpo cadavere di Gesù deposto nella tomba. Maria di Magdala aveva accompagnato il corpo morto di Gesù dalla croce alla tomba e aveva osservato bene quell’antro. Ora, al mattino presto, le donne discepole tornano alla tomba quando il sole si è alzato. Quale sole si è alzato? Il sole che era spuntato dall’alto e aveva visitato il suo popolo (cf. Lc 1,78)? È “il sole di giustizia” (Ml 3,20) che si è già alzato? I pensieri di queste donne vanno alla pietra, la grande pietra messa come porta, come custodia all’antro, ma ormai vicino alla tomba vedono la pietra già rotolata via. La tomba dunque è aperta! Come? Da chi? Ed ecco, le donne “videro un giovane, seduto alla destra, vestito d’una veste bianca, e furono colte da stupore” (Mc 16,5).
Pensavano di vedere il cadavere, e invece vedono un giovane.
Pensavano di vedere un lenzuolo che avvolgeva il morto, e invece vedono un vivente vestito di bianco.
Pensavano di vedere un morto disteso a terra, e invece vedono un uomo seduto alla destra: alla destra di chi? Qualcuno ha posto questo giovane alla sua destra, dicendogli: “Siedi alla mia destra” (Sal 110,1).
Le donne sono sorprese, alla lettera “sono colte da stupore” (exethambéthesan). Marco conosce un ricco vocabolario per parlare dello spavento: in pochi versetti usa almeno quattro termini per descriverlo. Qui, per l’appunto, registra spavento-stupore. Subito dopo il giovane parla alle donne ripetendo lo stesso verbo: “Non siate spaventate, stupite!”. Poi continua: “Voi cercate Gesù il Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui!” (Mc 16,6). Ecco la voce dell’interprete apparso, la voce del messaggero di Dio, la voce di colui che legge a voce alta ciò che le donne vedono senza saper esprimere. È una voce che viene da Dio, è la voce del Signore seduto alla destra di Dio, è la voce di chi ormai è stato tolto, come in un’ascensione verso il cielo, dalla mano di Dio che l’ha preso con sé e l’ha reso vivente per sempre.
La voce invita innanzitutto a non spaventarsi, a non avere paura. Noi abbiamo paura, anzi siamo tentati dalla paura: infatti, la maggior parte delle paure ce le inventiamo e nascono dalla nostra immaginazione, nutrita da noi stessi. È significativo che il primo nostro sentimento, testimoniato e confessato dalla Bibbia nell’in-principio, sia la paura di Dio. Alla domanda di Dio: “Adamo, dove sei?”, l’uomo risponde: “Ho ascoltato il tuo passo e ho avuto paura!” (cf. Gen 3,9-10). Paura di Dio, e pensate quanti sforzi per predicare un Dio che incutesse paura; quante azioni, anche da parte della chiesa, per imporre un Dio che facesse paura agli uomini e alle donne…
Vi è poi la paura gli uni degli altri, a cominciare dalla vita familiare, nella quale, appaiono, nascono e poi crescono, innestandosi per sempre, delle paure: a volte motivate, a volte create da noi stessi per giustificare le nostre vigliaccherie, le nostre incapacità di essere responsabili. Non dimentichiamolo: la paura è sempre contro la responsabilità e nasce dalla mancanza dell’esercizio della coscienza, della vita interiore. E così paura della vita, del futuro, della terra… Si ricordi, al riguardo, un passo decisivo della Lettera agli Ebrei, quello in cui l’autore dice che “per paura della morte, noi uomini e donne siamo alienati, soggetti a schiavitù per tutta la vita” (cf. Eb 2,15), dunque indotti al male, al peccato. E sovente queste paure portano all’arroganza che cerca solo di nasconderle. Ecco perché la voce dell’interprete della tomba vuota dice alle donne: “Non abbiate paura!”. È la condizione necessaria per vivere, per vivere con gli altri discepoli e discepole; e così, vivendo insieme, poter credere e sperare.
Poter credere l’indicibile: il crocifisso nella vergogna e nell’infamia, è alla destra del Padre, è vivente è stato rialzato dalla morte! Ne dà testimonianza il luogo della deposizione, che ormai è un non-luogo. Proprio Maria di Magdala, che il venerdì sera “stava a guardare dove Gesù veniva deposto” (cf. Mc 15,47), ora vede il vuoto. Sì, è venuta l’ora in cui lo Sposo è stato tolto (cf. Mc 2,20), come aveva detto Gesù. È venuta l’ora in cui il Nazareno, il Crocifisso, è stato rialzato dalla tomba, è stato risuscitato da Dio e ormai vive in Dio come risorto da morte. È venuta l’ora, per Maria e le altre donne, di andare dai discepoli, specialmente da Pietro, per dire loro che Gesù li precede in Galilea: là lo vedranno tutti, le discepole e i discepoli, come Gesù aveva promesso (cf. Mc 16,7). Tutti devono andare semplicemente dietro a Gesù (opíso mouMc 1,17; 8,33.34), tutti devono seguire Gesù (cf. Mc 1,18; 2,14-15, ecc.), perché egli cammina davanti, apre la strada. Basta stargli dietro: fino alla croce, ma anche fino alla destra del Padre!
Ed ecco la conclusione del vangelo secondo Marco: un finale deludente, tanto che forse in seguito si è pensato di aggiungervi almeno tre finali diversi, in tre diversi manoscritti (cf. Mc 16,9-20). Ma la conclusione originaria è la seguente: le donne “uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano tremanti e fuori di sé. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura (ephoboûnto gár)” (Mc 16,8). Paura, tremore, ékstasis, stupore! Difficile spiegare questo finale e constatare la paura? Sì, possiamo dire poco…
Ma questo versetto è più per noi che per le donne discepole: noi abbiamo paura della resurrezione di Gesù? Ne siamo stupiti? Abbiamo timore, il santo timore di Dio, nell’annunciarla? Se abbiamo questo timore, certo non cadiamo nell’arroganza di chi supplisce alla propria debolezza di fede gridando la resurrezione di Gesù… Pensiamo a noi, alla nostra chiesa: c’è chi ha talmente paura da non dirsi ciò che è, un discepolo di Gesù; e c’è chi è arrogante e vorrebbe imporre agli altri una fede che egli non sa portare. Interroghiamoci dunque sulla nostra fede nella resurrezione di Gesù e accogliamo la parola: “Non temete, non abbiate paura! Gesù il Nazareno, il Crocifisso, è risorto!.