Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

giovedì 5 dicembre 2013

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.


Giovedì della I settimana del Tempo di Avvento




Se non riesci a “osservare i comandamenti” non considerarti mai perso,
non ti inacidire in modo moralistico o volontaristico.
Più a fondo, più in basso della tua vergogna o della tua caduta c’è Cristo.
Volgiti a lui, lascia che ti ami, che ti comunichi la sua forza.
E’ inutile che ti accanisci in superficie:
è il cuore che deve capovolgersi.
Non devi cercare nemmeno innanzitutto di amare Dio,
ti basta capire che Dio ti ama. 
Oggi.


Olivier Clèment

Mt 7,21.24-27 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.




Il commento



E' vero. Ci piace, normalmente, parlarci addosso. E annegare chi ci sta intorno con fiumi di parole. Ci sembra che i nostri discorsi scolpiscano la nostra figura nella vita degli altri, ogni parola un colpo di scalpello nella memoria del prossimo, per essere considerati e amati. Nelle parole trasferiamo i sentimenti, le nostre idee, e ne facciamo gli ambasciatori del nostro io. Più spesso, riconosciamolo, le parole sono armi puntate alla tempia di chi ci si mette contro, o si risolvono in semplici contenitori di bugie, frottole gonfiate per difenderci o affermarci.


I Padri mettevano in guardia circa la possibilità molto concreta che gli annunciatori della Parola possano divenire megafoni di se stessi e delle proprie fobie. Cembali che tintinnano. E' vero, la parola è uno strumento indifeso, è facilmente strumentalizzabile, gli usi possibili sono infiniti. Ma di fronte alla storia, alla cruda realtà della vita, ogni parola è costretta a rivelarsi per quello che è: menzogna o verità. Non basta dire, occorre che il detto abbia un contenuto, e che sia vero. Non basta gridare e affermare, occorre che le parole abbiano un fondamento nella vita vissuta, che siano "ragionevoli", "sagge", che si possano comprendere perchè dimostrabili. Che siano un annuncio o una testimonianza che sgorgano da un'esperienza. A tale proposito, parlando ai teologi, Benedetto XVI cita "una bellissima parola della Prima Lettera di San Pietro. In latino suona così: «Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis». L'obbedienza alla verità dovrebbe "castificare" la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinione comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La "castità" a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare l'obbedienza alla verità. E penso che questa sia la virtù fondamentale del teologo, questa disciplina anche dura dell'obbedienza alla verità che ci fa collaboratori della verità, bocca della verità, perché non parliamo noi in questo fiume di parole di oggi, ma realmente purificati e resi casti dall'obbedienza alla verità, la verità parli in noi. E possiamo così essere veramente portatori della verità" (Benedetto XVI, Omelia del 6 ottobre 2006).


Di fronte alla storia, alla cruda realtà della vita, ogni parola è costretta a rivelarsi per quello che è: menzogna o verità. Non basta dire, occorre che il detto abbia un contenuto, e che sia vero. Non basta gridare e affermare, occorre che le parole abbiano un fondamento nella vita vissuta, che siano "ragionevoli", "sagge", che si possano comprendere perchè dimostrabili. Che siano un annuncio o una testimonianza che sgorgano da un'esperienza. Quanto Benedetto XVI ha detto ai teologi, viene oggi annunciato a ciascuno di noi. Castificare l'anima per non cadere in una prostituzione della parola, per non venderci attraverso le parole. E, nel contesto del Vangelo di oggi, la questione si fa ancora più seria: si tratta di purificare il nostro essere per non cadere in un rapporto falso con il Signore. All'orizzonte si staglia il Giudizio, cui tutti siamo sottoposti giorno dopo giorno, momento dopo momento, sino a quello che ci attende l'ultimo giorno. Esiste la possibilità di vivere e parlare a Dio con un cuore di prostituta: venderci a Lui attraverso sforzi e moralismi esibiti come diritti acquisiti sul campo, senza un briciolo d'amore. Pregare, compiere riti, spendere la vita nella missione, fare tutto nell'illusione di esserci consegnati a Lui, mentre ogni pensiero, ogni moto del cuore, ogni azione è un continuo difendersi per affermare se stessi. Non a caso le parole di Gesù giungono al termine del Discorso della Montagna: tutto quanto vi è in esso annunciato può divenire un terribile moralismo, impossibile da compiersi se non in un'ipocrita apparenza. Ogni parola pronunciata dal Signore esprime invece il contenuto da Lui compiuto: Gesù parla perchè ha obbedito, e realizzato quanto afferma. Lui può dire "Abbà, Padre" perchè ha vissuto ogni istante nella sua intimità, obbedendo di cuore alla sua volontà. Gesù è Figlio perchè ama. Non ha ingannato, non si è venduto, è stato piuttosto venduto... Ha vissuto sempre la Verità di una vita consegnata, totalmente, a suo Padre. Per questo, nel Discorso della Montagna, si può vedere in filigrana la vita e l'essere stesso di Gesù: fondato sulla Roccia, pur investito dalla tempesta della morte, non è crollato, ma è risorto dalla tomba. Gesù è stato casto nell'anima e nella parola, non ha bluffato davanti al Padre, e dinanzi a ciascuno di noi. Non si è sottomesso agli standard del mondo, all'ipocrisia del dire e non fare per ottenere successo. "Ha fatto" e per questo "ha detto". 


Il liquido di contrasto d'ogni parola è infatti la volontà di Dio. Compiuta o non compiuta. Le menzogne hanno le gambe corte, non reggono il passo della storia. Una casa o è costruita sulla Roccia, sull'ascolto della Parola fatta carne che ha il potere di realizzarsi, o è costruita sulla sabbia, sui "vorrei ma ho tanto da fare, i buoi, il lavoro, lo studio, l'attività pastorale, la famiglia....". La sofferenza, le difficoltà, la Croce, rivelano il valore delle nostre parole. E appare la nostra stoltezza. Nella storia si spogliano i nostri discorsi e si svelano le nudità. Carne o fumo. Se è Parola fatta carne, si entra nella storia, magari sbuffando, ma si entra. E si rimane lì, crocifissi, perchè è lì che c'è la vita e perchè è sulla croce che sta Cristo, vivo, e noi con Lui. Oppure è fumo, e un po' di vento, la corrente d'aria d'un rimprovero, qualcosa che non va per il verso giusto, o un torrente in piena, una malattia, un fallimento e tutta l'impalcatura della nostra vita così soavemente pubblicizzata dalle nostre parole svanisce senza lasciar traccia, se non quelle della disperazione. Una rovina grande e le false certezze, le vuote speranze crollano senza rimedio.


La saggezza è fare la volontà di Dio. La parola “volontà” - in greco Thelema - è la traduzione di due termini ebraici: hapetz e ratzah. Sorprendentemente scopriamo che le due radici non rimandano a verbi quali “comandare imporre ordinare”, ma significano invece “compiacersi - provare gioia - desiderare ardentemente”. Compiere la volontà di Dio è allora l'incontro tra la gioia, il compiacersi e il desiderare ardentemente di Dio e dell'uomo. La volontà di Dio è il luogo dove si uniscono fecondamente la gioia del Padre e quella del Figlio. Si comprendono allora tante parole della Scrittura che assimilano la Torah e il suo compiersi alla gioia del pio israelita. E le parole di Gesù nelle quali esprime il suo ardente desiderio di mangiare la Pasqua con i discepoli, e la gioia esultante di fronte alla rivelazione dei misteri del Regno ai suoi piccoli discepoli. E' la volontà del Padre che plana e si fa carne, e produce gioia, compiacimento, quello del Padre alla vita del Figlio che emerge dalle acque del battesimo, profezia del suo mistero pasquale culmine del compimento della sua volontà. Il Signore ha progetti di pace, non di sventura. Il Padre desidera ardentemente la gioia dei suoi figli! Castificare l'anima significa dunque immergersi nella gioia di Cristo, nella nostra piccolezza che ne è la ragione più pura. Non si tratta di gonfiare i polmoni e gridare "Signore, Signore!"; si tratta piuttosto di riconoscere la nostra impotenza, la debolezza e l'orgoglio che ci ferisce. Accettare la piccolezza indigente che ci consegna alla castità perfetta di Cristo. Entrare con Lui nel Getsemani di ogni giorno, casa, scuola, lavoro, e lasciarci "trascinare" nelle sue caste e obbedienti parole rivolte al Padre. Vivere ogni istante come dentro l'obbedienza di Cristo: ogni aspetto della nostra storia e del nostro essere è una parola di Gesù purificata e consegnata al Padre. Per questo Egli dice: "“Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,38-39). Ogni istante ci è dato come un frammento attraverso il quale Gesù ci possa custodire e deporre nell'eternità, senza tralasciare nulla. Tutto è santo, e contribuisce al bene, alla gioia, al compimento della nostra vita. 


Ma è difficile. Impossibile agli uomini. I libri sapienziali abbondano di sentenze sulle vuote parole non accompagnate dai fatti. Ma è così naturale per noi, parlare è quasi già un agire; ci sembra che per aver detto qualcosa sia già come avere cominciato a realizzarlo. Ma non è vero. Ci illudiamo e basta. Per questo oggi appare un angelo nella nostra vita, lo stesso che visitò Maria nella casa di Nazaret: "Non temere, nulla è impossibile a Dio!". E' sufficiente sostituire la preghiera alle parole. Inginocchiarsi, come Maria, e rimettere la propria incapacità, la propria debolezza nelle mani del Padre. Come Gesù nell'orto degli ulivi. Siamo deboli, non possiamo, abbiamo altre volontà e altri desideri. Abbiamo paura. Ma Gesù ha pregato per tutti noi, perchè anche noi possiamo approfittare della Sua preghiera, delle Sue Parole. "Amici miei, non abbiate paura di puntare su Cristo! Abbiate nostalgia di Cristo, come fondamento della vita! Accendete in voi il desiderio di costruire la vostra vita con Lui e per Lui! Perché non può perdere colui che punta tutto sull'amore crocifisso del Verbo incarnato" (Benedetto XVI). Recita un salmo: "Ma quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?". Quando non si hanno più certezze, quando la vita ti spinge in mare aperto, di notte, in mezzo alla nebbia; quando né la famiglia, né il lavoro, né la salute, neanche te stesso riescono a dare un briciolo di stabilità; quando il diluvio si abbatte sulla casa, quando sei trascinato in esilio e nulla ti è più familiare, il giusto che cosa può fare? Colui che vive nell'unica giustizia che salva, quella della Croce, che cosa può fare? Fermarsi e sedersi, solitario e silenzioso, con la bocca nella polvere, e rimettere tutto a Dio. E attendere,entrare nell'Avvento, nella storia concreta che si è divorata le fondamenta, perchè il giusto che ha puntato tutto sull'amore crocifisso vedrà la Luce, il Cielo aprirsi, la verità svelata. Perchè è proprio quando tutto trema che si può fare l'esperienza incontrovertibile dell'esistenza di Dio. 


La parola di Gesù si compie oggi in noi. In Lui, che è stato solo sì al Padre, possiamo dire "amen", e fondare la vita sulla Roccia del suo amore che ci attira e consegna a Dio come in un'offerta di soave odore: "Se non riesci a “osservare i comandamenti” non considerarti mai perso, non ti inacidire in modo moralistico o volontaristico. Più a fondo, più in basso della tua vergogna o della tua caduta c’è Cristo. Volgiti a lui, lascia che ti ami, che ti comunichi la sua forza. E’ inutile che ti accanisci in superficie: è il cuore che deve capovolgersi. Non devi cercare nemmeno innanzitutto di amare Dio, ti basta capire che Dio ti ama (O. Clèment). Oggi. Con Gesù e Sua Madre oggi possiamo prostrarci e implorare che si compia in noi secondo le Parole che Dio ha detto per noi. Che si realizzi la Sua volontà in noi. Si tratta solo di abbandonarsi al Signore attraverso Maria, nella Chiesa, in un cammino di pace, quella di chi fa la volontà di Dio. Gratuitamente, come un dono del Padre. Ai piedi di Gesù, castificati nella sua castità, obbedienti nella sua obbedienza, proseguiamo il nostro Avvento. Guardare al Padre con gli occhi di Cristo nella nostra anima e ripetere, senza timore, Sia fatta la tua volontà: "una preghiera di tal genere potrà liberarla dal profondo del cuore colui che crede aver Dio disposto tutte le cose di questo mondo per il nostro bene: gioie e dolori. Chi prega così deve credere che la Provvidenza divina ha più sollecitudini per la salvezza e il bene di coloro che ad essa si affidano, di quel che non siamo solleciti noi per noi stessi (Agostino, Confessioni, 9.20).






APPROFONDIMENTI


mercoledì 4 dicembre 2013

AVVENTO : Maràna tha, >< Vieni o Signore. Cam ... ... mino di conversione con Maria.



Altri commenti all'Avvento ...


















È importante ricordare la profonda e in qualche modo angosciosa serietà dell'Avvento, quando la nostra cultura di mercato si armonizza troppo facilmente con la tendenza a considerare il Natale, consciamente o no, come un ritorno alla nostra infanzia e innocenza. L'Avvento dovrebbe ricordarci che il « re che sta per venire » è ben più di un bambinello grazioso che sorride sulla paglia.



Ogni anno, la conclusione del ciclo liturgico invita a innalzare lo sguardo verso l’orizzonte ultimo della storia: il compimento del tempo e il giudizio finale che attende tutti gli uomini, la pedagogia della Chiesa prepara in tal modo, quasi senza soluzione di continuità, la liturgia dell’Avvento.








Meditazione sull'Avvento, un tempo dato a tutti, per essere attenti... vigilanti (Maria Rosaria Saccol)




Con lo sguardo fisso al mistero dell’incarnazione di Cristo Gesù entriamo liturgicamente nel tempo dell’Avvento, tempo di speranza e di attesa, nel quale siamo invitati a preparare la via del Signore che viene nella debolezza della nostra carne, con la mente ed il cuore rivolti al suo ultimo e definitivo avvento.


Omelia per la 3° domenica di Avvento


(Mons. Oscar Arnulfo Romero)



Questa omelia è stata pronunciata il 11 dicembre 1977. Le letture commentate erano: Is 35, 1-6a.10: Vedranno la bellezza del nostro Dio; Sal 145: Gc 5,7-10: La venuta del Signore è vicina; Mt 11,2-11: Ai poveri si annuncia la Buona Notizia - letture della terza domenica di Avvento, ciclo A.






Maria e la Chiesa nell'oggi salvifico (Mons. Mariano Magrassi)



Questa presenza attiva della Vergine nella Chiesa è misteriosa e sfugge a indagini precise. E’ possibile solo evocarla attraverso qualche tema biblico. Ne scelgo tre: Vergine-Madre, Tempio di Dio, Strumento di salvezza.






... cammino di conversione con Maria,
la Mamma di Gesù

Nel cammino, spesso difficile, non siamo soli, siamo in tanti, siamo un popolo, e lo sguardo della Madonna ci aiuta a guardarci tra noi in modo fraterno.




Guardiamoci in modo più fraterno! Maria ci insegna ad avere quello sguardo

che cerca di accogliere, di accompagnare, di proteggere.

Impariamo a guardarci gli uni gli altri sotto lo sguardo materno di Maria!

Ci sono persone che istintivamente consideriamo di meno e che invece ne hanno più bisogno:

i più abbandonati, i malati, coloro che non hanno di che vivere, coloro che non conoscono

Gesù, i giovani che sono in difficoltà, i giovani che non trovano lavoro.

Non abbiamo paura di uscire e guardare i nostri fratelli e sorelle con lo sguardo della Madonna,

Lei ci invita ad essere veri fratelli.

E non permettiamo che qualcosa o qualcuno si frapponga tra noi e lo sguardo della Madonna. Madre, donaci il tuo sguardo! Nessuno ce lo nasconda!

Il nostro cuore di figli sappia difenderlo da tanti parolai che promettono illusioni;

da coloro che hanno uno sguardo avido di vita facile, di promesse che non si possono compiere.

Non ci rubino lo sguardo di Maria, che è pieno di tenerezza, che ci dà forza,

che ci rende solidali tra noi. Tutti diciamo:

Madre, donaci il tuo sguardo! Madre, donaci il tuo sguardo! Madre, donaci il tuo sguardo!





















Udienza del 4 dicembre 2013





La nostra risurrezione è strettamente legata alla risurrezione di Gesù; il fatto che Egli è risorto è la prova che esiste la risurrezione dei morti.

Gesù è venuto tra noi, si è fatto uomo come noi in tutto, eccetto il peccato; in questo modo ci ha presi con sé nel suo cammino di ritorno al Padre. Egli, il Verbo incarnato, morto per noi e risorto, dona ai suoi discepoli lo Spirito Santo come caparra della piena comunione nel suo Regno glorioso, che attendiamo vigilanti. Questa attesa è la fonte e la ragione della nostra speranza: una speranza che, se coltivata e custodita, – la nostra speranza, se noi la coltiviamo e la custodiamo – diventa luce per illuminare la nostra storia personale e anche la storia comunitaria.


Ricordiamolo sempre: siamo discepoli di Colui che è venuto, viene ogni giorno e verrà alla fine. Se riuscissimo ad avere più presente questa realtà, saremmo meno affaticati dal quotidiano, meno prigionieri dell’effimero e più disposti a camminare con cuore misericordioso sulla via della salvezza.

Noi che in questa vita ci siamo nutriti del suo Corpo e del suo Sangue risusciteremo come Lui, con Lui e per mezzo di Lui. Come Gesù è risorto con il suo proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Ma questa non è una bugia! Questo è vero. Noi crediamo che Gesù è risorto, che Gesù è vivo in questo momento. Ma voi credete che Gesù è vivo? E se Gesù è vivo, voi pensate che ci lascerà morire e non ci risusciterà? No! Lui ci aspetta, e perché Lui è risorto, la forza della sua risurrezione risusciterà tutti noi.


Già in questa vita abbiamo in noi una partecipazione alla Risurrezione di Cristo. Pertanto, in attesa dell’ultimo giorno, abbiamo in noi stessi un seme di risurrezione, quale anticipo della risurrezione piena che riceveremo in eredità. Per questo anche il corpo di ciascuno di noi è risonanza di eternità, quindi va sempre rispettato; e soprattutto va rispettata e amata la vita di quanti soffrono, perché sentano la vicinanza del Regno di Dio, di quella condizione di vita eterna verso la quale camminiamo.

Un video bellissimo sulla VITA

https://www.youtube.com/watch?v=AkcPQ7EwNtc&feature=youtube_gdata_player



L'ANNUNCIO ...Sento compassione di questa folla:



L'ANNUNCIO
Chi incontra il Signore resta “stupito” della sua “compassione”. Ma oggi dire "ti compatisco" suona male, perché ci è penetrato dentro l'orgoglio di questa generazione prometeica, che ha fatto dell'uomo l'unico orizzonte e delle sue possibilità l'unica misura con cui valutare e giudicare. A scuola, al cinema, negli stadi, ovunque si ode l'encomio di chi si è fatto da solo, mentre si impone la nuova fede che incita a credere in se stessi, lottando per affermarsi a qualunque costo, come se ciò fosse l’unica terapia capace di curare i complessi. Non si possono compatire i portatori di handicap, men che meno si può avere compassione di chi è schiavo degli impulsi della propria sessualità ferita dal peccato e da storie complicate, scendendo i gradini della perversione nel tripudio della “società civile”. E’ intollerante la compassione di Cristo che si piega sulla “folla” di “malati” per "abbracciare visceralmente” - secondo il significato originale di “splanchnizomai” - ogni loro sofferenza sino a farla sua; ingannati dal demonio abbiamo stravolto il significato del termine arrivando all’aberrazione di usarlo per giustificare l’omicidio perpetrato dall’eutanasia e dell’aborto. Ma, in ogni generazione, c'è una folla di poveri che ha "recato con sé" le proprie infermità “deponendo ai piedi di Gesù” i suoi “zoppi, storpi, ciechi e sordi”, ed è ancora capace di "stupore" sperimentando in Lui l'unico che si fa carico sino in fondo di ogni sofferenza; è la Chiesa, l'assemblea che riunisce gli ultimi, i peccatori, i più deboli che "non devono aspettare nessun altro" per essere salvati, perché hanno riconosciuto in quel Rabbì di Nazaret il Messia del quale erano stati profetizzati proprio i segni che ha compiuto nella loro vita. L'amore che li ha raggiunti gratuitamente li fa "glorificare il Dio di Israele" divenendo così un segno di speranza per il mondo. Per questo lo seguono “rimanendo presso di Lui” durante “tre giorni”, immagine di quelli nei quali il Signore è stato “deposto” accanto a loro nella tomba com-patendo il dolore, per risvegliarli dalla morte e salvarli dal peccato. Ma come noi, anche se guariti, “non hanno da mangiare”, perché chi è stato resuscitato e perdonato ha bisogno di “un alimento e sostegno indispensabile per poter percorrere la via della vita, finché non giungiamo, dopo aver lasciato questo mondo, alla nostra vera meta, che è il Signore" (San Gaudenzio da Brescia). Gesù ci conosce bene e sa che nessuno è confermato in Grazia; nonostante tante esperienze del suo amore, possiamo “svenire” di fronte alle tentazioni. A Gesù non basta “guarirci”, vuole “saziarci”. E per farlo, prende del poco che trova in noi, insufficiente come lo erano per gli apostoli e Gesù, “i cinque pani e i due pesci”. Ma Lui ha un modo originale per sfamarci: come fece Elia con la vedova di Zarepta, il Signore ci chiede tutto quanto abbiamo per vivere, perché l’abbondanza scaturisce dalla totale spoliazione. Avrebbe potuto operare diversamente creando dal nulla, ma ha voluto prendere tra le sue mani la fragile opera che aveva iniziato a ricreare: per “saziarci” ci conduce nell’umiltà che supera il dubbio sollevato dei discepoli: “Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. La domanda che sorge di fronte alla sproporzione tra il desiderio di infinito dell’uomo e la sua realtà di peccato e precarietà - alla quale il mondo risponde con la compassione assassina che “rimanda digiuni” coloro che non ha saputo guarire - trova in Gesù una risposta inaspettata, l’unica esatta. Lui guarda con compassione la nostra povertà: ai suoi occhi la debolezza, la malattia, le nevrosi, i complessi, il carattere, l’aspetto fisico, la nostra persona così com’è custodisce il germe di vita eterna che Egli stesso vi ha seminato e che attende solo di portare a maturazione e compimento. Noi siamo il “dove” poter trovare, in mezzo ai “deserti” dell’umanità, l’alimento necessario per “sfamare la folla” in mezzo alla quale viviamo. Basta l’umiltà che sa guardare con compassione alla propria storia e alla propria realtà, accettando i limiti e le malattie, senza difendere nulla con la scusa di essere inadatti o inesperti, per “deporre” con audacia, istante dopo istante, tutto noi stessi nelle mani del Signore. Nella sua compassione saprà trasformare la nostra vita come nell’”eucaristia” trasforma il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. Questo Avvento ci chiama a “sederci” nella liturgia e nella preghiera, per consegnare a Cristo le nostre ore, i nostri progetti, i nostri schemi perché siano “spezzati” dalle sue mani trapassate dai chiodi che lo crocifiggono alla nostra debolezza, e per questo moltiplicati in una fecondità che il mondo non conosce. Solo da una vita “spezzata” per amore, infatti, scaturisce una vita saziata, abbondante sino ad “avanzare sette sporte", la pienezza capace di “sfamare” chi ancora non conosce l’amore di Dio.

Gesù guarisce molti malati e moltiplica i pani. "NCONTRO CON PAPA FRANCESCO"


4 dicembre 2013
Piazza S. Pietro, Roma
INCONTRO CON PAPA FRANCESCO








ASSOCIAZIONE ITALIANA SPINA BIFIDA E IDROCEFALO 
Largo Agostino Gemelli, 8 
00168 Roma 

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339 8584487 info@stradaperlarcobaleno.com          www.stradaperlarcobaleno.com 



Mercoledì della I settimana del Tempo di Avvento





Moltiplicazione dei pani, Affresco monastero di Trabzon Turchia


Il miracolo non si produce da niente, 
ma da una prima modesta condivisione 
di ciò che un semplice ragazzo aveva con sé. 
Gesù non ci chiede quello che non abbiamo, 
ma ci fa vedere che se ciascuno offre quel poco che ha, 
può compiersi sempre di nuovo il miracolo: 
Dio è capace di moltiplicare il nostro piccolo gesto di amore
e renderci partecipi del suo dono. 


Benedetto XVI, Angelus del 29 luglio 2012

Mt 15,29-37 

In quel tempo, Gesù venne presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele.
Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: “Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada”. E i discepoli gli dissero: “Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. Ma Gesù domandò: “Quanti pani avete?”. Risposero: “Sette, e pochi pesciolini”.
Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li diede ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla.
Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene.

Il commento



Chi incontra il Signore resta “stupito” della sua “compassione”. Ma oggi dire "ti compatisco" suona male, perché ci è penetrato dentro l'orgoglio di questa generazione prometeica, che ha fatto dell'uomo l'unico orizzonte e delle sue possibilità l'unica misura con cui valutare e giudicare. A scuola, al cinema, negli stadi, ovunque si ode l'encomio di chi si è fatto da solo, mentre si impone la nuova fede che incita a credere in se stessi, lottando per affermarsi a qualunque costo, come se ciò fosse l’unica terapia capace di curare i complessi. E se qualcuno osa "compatirmi", beh, mi sento offeso e diverso. Non si possono compatire i portatori di handicap, men che meno si può avere compassione di chi segue gli impulsi della propria sessualità ferita dal peccato e da storie complicate, scendendo i gradini della perversione nel tripudio della “società civile”. Nietzsche diceva che "la misericordia è debolezza" e considerava miserabile un Dio di misericordia, perché la pietà è riservata agli uomini inferiori. E’ intollerante la compassione di Cristo che si piega sulla “folla” di “malati” per "abbracciare visceralmente” - secondo il significato originale di “splanchnizomai” - ogni loro sofferenza sino a farla sua; abbiamo, infatti, stravolto il significato del termine arrivando all’aberrazione di usarlo per giustificare l’omicidio perpetrato dall’eutanasia e dell’aborto. Tutto sotto l’astuta regia del menzognero fin dal principio, il demonio, che sta cambiando l'acqua della nostra vita assuefacendoci subdolamente alla dittatura del relativismo che non conosce compassione. Ma, in ogni generazione, c'è una folla di poveri che ha "recato con sé" le proprie infermità “deponendo ai piedi di Gesù” i suoi “zoppi, storpi, ciechi e sordi”, ed è ancora capace di "stupore" sperimentando in Lui l'unico che si fa carico sino in fondo di ogni sofferenza; è la Chiesa, l'assemblea che riunisce gli ultimi, i peccatori, i più deboli che "non devono aspettare nessun altro" per essere salvati, perché hanno riconosciuto in quel Rabbì di Nazaret il Messia del quale erano stati profetizzati proprio i segni che ha compiuto nella loro vita. L'amore che li ha raggiunti gratuitamente li fa "glorificare il Dio di Israele" divenendo così un segno di speranza per il mondo. Per questo lo seguono “rimanendo presso di Lui” durante “tre giorni”, immagine di quelli nei quali il Signore è stato “deposto” accanto a loro nella tomba com-patendo il dolore, per risvegliarli dalla morte e salvarli dal peccato. 


Ma, anche se guariti, “non hanno da mangiare”, perché chi è stato resuscitato e perdonato ha bisogno di “un alimento e sostegno indispensabile per poter percorrere la via della vita, finché non giungiamo, dopo aver lasciato questo mondo, alla nostra vera meta, che è il Signore. Perciò egli disse: Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete la vita in voi". (San Gaudenzio da Brescia, Trattati, 2). Gesù ci conosce bene e sa che nessuno è confermato in Grazia; nonostante tante esperienze del suo amore, possiamo “svenire” di fronte alle tentazioni. A Gesù non basta “guarirci”, vuole “saziarci”. E per farlo, prende del poco che trova in noi, insufficiente come lo erano per gli apostoli e Gesù, “i cinque pani e i due pesci”. Ma Lui ha un modo originale per sfamarci: come fece Elia con la vedova di Zarepta, il Signore ci chiede tutto quanto abbiamo per vivere, perché l’abbondanza scaturisce dalla totale spoliazione. Avrebbe potuto operare diversamente creando dal nulla, ma ha voluto prendere tra le sue mani la fragile opera che aveva iniziato a ricreare: per “saziarci” ci conduce nell’umiltà che supera il dubbio sollevato dei discepoli: “Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. La domanda che sorge di fronte alla sproporzione tra il desiderio di infinito dell’uomo e la sua realtà di peccato e precarietà - alla quale il mondo risponde con la compassione assassina che “rimanda digiuni” coloro che non ha saputo guarire - trova in Gesù una risposta inaspettata, l’unica esatta. Lui guarda con compassione la nostra povertà: ai suoi occhi la debolezza, la malattia, le nevrosi, i complessi, il carattere, l’aspetto fisico, la nostra persona così com’è custodisce il germe di vita eterna che Egli stesso vi ha seminato e che attende solo di portare a maturazione e compimento. Noi siamo il “dove” poter trovare, in mezzo ai “deserti” dell’umanità, l’alimento necessario per “sfamare la folla” in mezzo alla quale viviamo. Basta l’umiltà che sa guardare con compassione alla propria storia e alla propria realtà, accettando i limiti e le malattie, senza difendere nulla con la scusa di essere inadatti o inesperti, per “deporre” con audacia, istante dopo istante, tutto noi stessi nelle mani del Signore. Nella sua compassione saprà trasformare la nostra vita come nell’”eucaristia” trasforma il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. Questo Avvento ci chiama a “sederci” nella liturgia e nella preghiera, per consegnare a Cristo le nostre ore, i nostri progetti, i nostri schemi perché siano “spezzati” dalle sue mani trapassate dai chiodi che lo crocifiggono alla nostra debolezza, e per questo moltiplicati in una fecondità che il mondo non conosce. Solo da una vita “spezzata” per amore, infatti, scaturisce una vita saziata, abbondante sino ad “avanzare sette sporte", la pienezza capace di “sfamare” chi ancora non conosce l’amore di Dio.








APPROFONDIMENTI


martedì 3 dicembre 2013


3 Dicembre. San Francesco Saverio



Vi prego, in tutte le vostre cose,
di fondarvi totalmente in Dio,
senza confidare nel vostro potere o sapere od opinione umana,
e in tal modo faccio conto che voi siate preparati
per tutte le grandi avversità, sia spirituali sia corporali,
che vi possono accadere, poiché Dio solleva e fortifica gli umili,
soprattutto quelli che nelle cose piccole e basse
hanno visto le loro debolezze come in un limpido specchio
e in esse seppero vincersi.
Questi tali, quando si vedono in tribolazioni
maggiori di quelle in cui mai si siano trovati,
e sprofondando in esse,
né il demonio con i suoi ministri,
né le molte tempeste del mare,
né le genti malvage e barbare tanto del mare come della terra,
né alcun'altra creature li può danneggiare:
essi sanno per certo
— stante la grande confidenza che hanno in Dio —
che senza il Suo permesso o licenza non possono far niente.


San Francesco Saverio

Mc 16, 15-20


In quel tempo, apparendo agli Undici, Gesù disse loro: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.
E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno".
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano.




Il commento


I "segni che accompagnano quelli che credono" mostrano il Cielo; sono opere soprannaturali, miracoli che l'uomo, per quanto onesto, "civile" e tollerante non può compiere. Non si possono pianificare in un consiglio pastorale, su di essi vi è, inconfondibile, il copyright di Dio, impresso nella vita di Gesù come in quella di ogni cristiano. Alter Christus si diceva di San Francesco d'Assisi: un altro Cristo, questo è un santo, un cristiano, uguale a tutti eppure diverso. Santo è chi, amato da Cristo, ha un cuore che brucia d'amore che lo getta sulle strade del mondo sino agli estremi confini della terra a “predicare” il Vangelo che, per primo, ha salvato lui. Il cuore di San Francesco Saverio, che bruciava letteralmente le sue camicie, e che ha fatto della sua vita un lampo di Cielo sulle terre dove ha posato i suoi passi. Come fa ogni buon ebreo la vigilia di Pesah, come ha fatto Cristo, che con il suo sangue ha lavato le impurità di ogni uomo e con la sua carne ha offerto il vero e puro pane azzimo, anche San Francesco Saverio ha percorso ogni centimetro dell’Asia nel desiderio ardente di cercare tutto ciò che era hametz, ogni lievito della menzogna di Satana che impedisce all’uomo di passare dalla morte alla vita piena e felice. Francesco Saverio, un chiodo fisso nella mente, la salvezza d'ogni uomo. Un fuoco inestinguibile nel cuore, l'amore a Chi lo aveva amato infinitamente. Macinava chilometri, a piedi, sotto il sole e nella neve, andando a scovare tutti gli uomini che, lui lo sapeva, senza conoscere Cristo, giacevano nella morte. Oggi nessuno, tranne il Papa e pochi altri, osa più dire che senza Cristo la vita è, quanto meno, mutilata. Eppure il Signore risorto ha inviato gli apostoli di ogni generazione ad evangelizzare dicendo: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”; ma oggi questa parola suona scandalosa, e lo zelo si spegne tra riunioni, stesure di documenti, e paure d’essere troppo diversi dal mondo nel quale si vive. “Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d'Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all'inferno! Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti!”: dopo un lungo cammino di conversione, San Francesco Saverio aveva compreso l’unica urgenza improcrastinabile: “annunciare il Vangelo ad ogni creatura”, perché finché l’uomo non incontra Cristo non è autenticamente libero, e per questo “è condannato all’inferno”. Ma no, si ripete nelle “Parigi” contemporanee, tutte le religioni sono uguali, è sufficiente cercare Dio che si rivela a tutti in diversi modi. E le persone scivolano nell’inferno, già qui, già ora, accanto a noi, in famiglia, in ufficio, ovunque, tra la nostra colpevole indifferenza. A chi importa la “salvezza” dei figli? Non vengono prima lo studio, il lavoro, la libertà di fare le proprie esperienze, la sicurezza economica? A chi importa la “salvezza” del marito - che conosca l'amore infinito di Dio rivelato in Cristo - della moglie, del fidanzato, del collega? Ma, se non abbiamo a cuore la “salvezza” dell’anima di chi ci è accanto, allora significa che non lo amiamo davvero. Significa che guardiamo ancora alle persone con occhi mondani, illudendoci che gli altri abbiano bisogno di tutto prima che di Cristo.


Anche Francesco Saverio, giovane e brillante studente, a Parigi cercava tutt’altro che Cristo. Ma il Signore lo ha sedotto strappandolo all’egoismo e alla vanagloria, e da allora, in lui non vi fu nessun’altra volontà che quella di Dio. Aveva incontrato Cristo nel suo “inferno”, aveva conosciuto se stesso, e così non poteva più staccare gli occhi da ogni persona senza vedere in tutti lo schiavo che anche lui era stato, per annunciare a “ogni creatura” la liberazione che egli stesso aveva sperimentato. Nulla lo ha più fermato, nulla ha avuto potere sulla vita divina che portava dentro come in un tabernacolo. Per “salvare” tutti quelli a cui era stato inviato, ha bruciato nel “fuoco” dello zelo e dell'amore ogni energia, morendo sfinito a quarant’anni dopo aver fatto cose per le quali ne sarebbero stati necessari duecento: “Questo è il modo dell’evangelizzazione: «Accéndat ardor proximos», che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta…così il fuoco della sua presenza, la novità del suo essere con noi, diventa realmente visibile e forza del presente e del futuro” (Benedetto XVI). Quanti “serpenti” ha preso nelle sue mani incandescenti, bruciando i demoni che si insinuano nelle culture e nei cuori che non conoscono Cristo; quanti “malati e infermi sanati” nel “fuoco” della misericordia. Quanti “veleni” bevuti davanti ai nemici del Vangelo, evaporati nel calore del suo zelo senza che ne soffrisse “alcun danno”. E la “nuova lingua” ardente della misericordia con la quale ha annunciato il Vangelo alle più estreme periferie come nei palazzi dei Re. Sino all'alba d'un mattino di dicembre, alle porte della Cina, quando, esausto e abbandonato da tutti, come il suo Signore, ha fatto ritorno al Padre consumato sino all'ultimo respiro come un olocausto offerto per aprire all'evangelizzazione anche quell'immenso Paese dove non era potuto arrivare. La sua storia è un “segno” dell'irripetibile avventura che è la vita di un uomo che appartiene a Cristo. Dio ha avuto molta pazienza con San Francesco Saverio, come ne ha con noi, ogni giorno. Ma spesso siamo paralizzati non comprendendo a che cosa Dio ci stia chiamando. Dubitiamo che Egli sia davvero l'amore che cerchiamo, e ci spaventa consegnargli la vita. Diceva Benedetto XVI inaugurando il suo pontificato: "Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? No! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera… Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita". Oggi, con lui, può nascere in ciascuno di noi, un santo capace di incendiare d’amore ogni luogo dove siamo chiamati a vivere. Fidanzati, sposati, studenti, anziani, per tutti è pronto lo stesso zelo di Francesco Saverio, l'amore indomito e paziente di Dio che brucia il peccato e fa di ogni istante delle nostre vite un irripetibile atto d'amore. Vivere come Saverio, ognuno dove è stato inviato, con il carattere e le attitudini, con le debolezze e i doni che ci appartengono e ci fanno unici e preziosi agli occhi di Dio, perché tutto di noi è santo, “segno” della presenza di Dio qui sulla terra. Non possiamo buttar via nulla, neanche un istante. Questa vita ci è donata per essere vissuta sino in fondo con Gesù che “opera i prodigi” che “accompagnano la parola” d’amore predicata sulle strade del mondo: “il nostro tempo richiede cristiani che siano stati afferrati da Cristo, che crescano nella fede grazie alla familiarità con la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Persone che siano quasi un libro aperto che narra l’esperienza della vita nuova nello Spirito, la presenza di quel Dio che ci sorregge nel cammino e ci apre alla vita che non avrà mai fine” (Benedetto XVI, Udienza del 24 ottobre 2012). 







APPROFONDIMENTI



S. Francesco Saverio. La lettera più bella. (Lettera n. 90)
Antonio Maria Sicari. Biografia di San Francesco Saverio
Antonio Socci. San Francesco Saverio.

Benedetto XVI. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.
Benedetto XVI. Come annunciare il Vangelo?
Benedetto XVI. L'"evangelo" e l'evangelizzazione
Benedetto XVI. Il "fuoco" del vangelo è la carità che accende gli uomini
Benedetto XVI. La confessione della fede


J. Ratzinger. Il Regno di Dio e la nuova evangelizzazione


Benedetto XVI. Nuovi percorsi dell'evangelizzazione
Benedetto XVI. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo


Benedetto XVI. Nell'evangelizzazione occorre riaprire il Cortile dei Gentili
Congregazione per la Dottrina della Fede. Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione
Card. Carlo Caffarra. «La nostra predicazione del Vangelo ha lo scopo e la forza di strappare le persone dal mondo e trasferirle nella sfera di Dio»


Tornare a proclamare un semplice e al contempo scandaloso: Jesùs estì kyrios, Gesù è il Signore. Vittorio Messori

lunedì 2 dicembre 2013

“Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.

"L'Avvento ci rivela come l'attesa sia l'attitudine più difficile"


Commento al Vangelo della I Domenica di Avvento. Anno C








Takamatsu, 28 Novembre 2013 (Zenit.org) Don Antonello Iapicca




"Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro...". Con queste parole inizia l'Avvento. Il Padrone di casa, Papa Francesco, insieme alla Chiesa, lo sa eccome…. Per questo può …leggi tutto

Lunedì della I settimana di Avvento







Accade un fatto imprevedibile e incredibile, eppure reale:
nello spessore della vita,
in cui l’impotenza e la rassegnazione sembrano inevitabili,
c’è una presenza che cambia i termini della questione.
Li cambia oggettivamente per una pretesa che pone.


L. Negri, Essere prete oggi.


Mt 8,5-11



In quel tempo, entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”.
All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.

Il commento


La fede è alle porte di questo Avvento. La certezza di un appoggio sicuro, che basta una Parola per essere salvati. Una Parola e nulla più. La luce, il mondo, l'uomo, tutto è nato dalla forza creatrice della Parola scaturita dalle labbra di Dio. Siamo stati creati in Cristo, in Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti; ma la realtà è che, nati per servire, giaciamo distesi in un letto d'impotenza. Il nostro cuore è malato, riconosciamolo, incapace d'amare e di servire. Anche se viviamo e facciamo le solite cose d'ogni giorno, siamo come paralizzati. E soffriamo terribilmente.

Forse vorremmo servire. Forse desideriamo che la nostra vita sia quella che Dio ha pensato, ma proprio non ce la facciamo. I ricordi, le sofferenze, le angosce, i tradimenti, la solitudine, la morte incontrata appena abbiamo tentato di donare qualcosa di noi; le delusioni, le attese tramutate in cocenti delusioni, ovunque, tra gli amici, sul lavoro, perfino in famiglia e nella Chiesa. L'esperienza di sofferenza e di morte del nostro essere più profondo ci ha paralizzati. Il passato di peccato pesa come un macigno. E ci ritroviamo soli.

L'Avvento, questo Avvento, coincide con la nostra vita concreta, con queste tenebre nelle quali siamo immersi; non abbiamo bisogno di fare chissà cosa, basta viverla così come ci è data; la sapienza della Chiesa ci viene incontro per annunciarci e ricordarci la verità, introducendoci in un Tempo Forte che ci strappi alle illusioni, per collocarci esattamente dove siamo: nella notte. E' la storia stessa infatti che attende la luce: "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rom. 8, 22). E ciascuno di noi è, nella storia, come chiuso nell'oscurità di un utero materno. Nel buio non si distingue nulla, ci si muove e si sbatte sui mobili, si rompono le cose, ci si ferisce, si può inciampare e cadere tramortiti. Le tenebre ci nascondono la realtà, rapiscono anche quanto abbiamo di più caro. Nel buio non vi è alcuna certezza, nulla a cui appoggiarci. E' tenebra fitta la morte del padre o della madre, la perdita del lavoro, una relazione conflittuale con un figlio o con il coniuge; è buio una malattia, la precarietà economica, il fallimento di un progetto; è notte quella che ci abbraccia dopo averle tentate tutte per salvare una persona - perchè non divorzi, non abortisca, non si droghi - senza alcun esito. Sì, la libertà dell'altro che si fa peccato, è oscurità che ci inghiotte e ci lascia mezzi morti. Come quell'uomo che, scendendo da Gerusalemme e Gerico, incappa nei briganti che lo spogliano di tutto e quasi lo ammazzano. Come il servo del centurione, come ciascuno di noi oggi, aspettando, forse inconsapevolmente, l'incontro con Cristo risorto, la Luce di una sola sua Parola.

E' iniziato l'Avvento, liturgia viva che diviene storia perchè questa sia trasformata in liturgia. "Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce" (Is. 9,2). Tu ed io siamo parte di questo Popolo immerso nel buio gemente e sofferente in attesa della luce, come nel seno benedetto della storia; l'Avvento è la vita nostra così come oggi ci è data, è un utero contratto, in tensione verso il parto. Il senso ultimo del dolore, del soffrire terribilmente, è nascosto in questo parto misterioso. Esso è immagine del dolore di Gesù nel Getsemani, l'angoscia che trasforma il sudore in sangue, l'agonia che descrive il limite tra la propria volontà e quella del Padre; la soglia tra le tenebre e la luce, tra la vita e la morte. In quel giardino sono riassunte tutte le agonie della storia. Ma quanto durerà questo nostro "passi da me questo calice"? Una settimana, un mese, dieci anni? Non sappiamo. Il peccato ci inchioda alle tenebre, solo la vittoria di Cristo può liberarcene. Solo il suo rinunciare a se stesso e alla sua volontà per compiere quella del Padre può salvarci. Solo il suo apparire risorto e vivo nella nostra vita, più forte delle porte sprangate, della notte che ci paralizza. "Pace a voi!": l'Avvento è il seno che ci prepara ad ascoltare questo annuncio, lo stesso che, non a caso, gli angeli hanno trasmesso ai pastori nella notte di Betlemme. Pace a te, sono Io, ho vinto la morte, davvero! Sono proprio Io, guardami, tocca le mie piaghe, sono proprio quelle della croce! Dammi da mangiare di quello che hai preparato, la tua vita di oggi, la prendo Io, la faccio mia perchè questa vita mia ormai senza limiti, sia tua. 

Per questo, alle porte di questo nuovo Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi la figura di questo centurione, nel quale possiamo vedere ciascuno di noi. Egli ha incontrato il Signore, il Kyrios che, con una parola, ordina alla morte di far posto alla vita. Il centurione non rappresenta una fede magica; egli fa presente il cammino dentro il dolore e l'angoscia e l'approdo ad una certezza: quell'Uomo che aveva lì davanti che, non a caso, riconosce essere il Kyrios, il Signore. Esperto della struttura imperiale, sapeva che l'autorità conferiva il potere di comandare e farsi obbedire; subalterno del Caesar-Kyrios partecipava del suo potere. Nell'incontro con Gesù, dal profondo dell'angoscia, si fonda sulla propria esperienza per scongiurarlo di esercitare l'autorità ed il potere che gli riconosceva. Il centurione, pagano, ha percorso un cammino di conversione nella storia, ha sperimentato la sua impossibilità di fronte al male, pur avendo autorità e potere nella società. Il percorso che lo ha condotto ad incontrare un altro Kyrios, quel Rabbì galileo, e a consegnargli la sua vita per salvare quella del servo. 

"Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito": è cosciente della sua indegnità, non fa parte del Popolo eletto, e sa che, per la Legge, quel rabbino non può contaminarsi ed entrare in casa sua. Ma, e qui appare la novità della fede, non si ferma a questo. L'amore per il suo servo, l'angoscia per la sua sofferenza, lo rende audace più di quanto non sia indegno. Ha a cuore la sorte del suo servo e questo lo spinge ad oltrepassare le barriere della Legge. Egli sa che Cesare, il Kyirios di Roma, può infrangere la Legge perchè ne è lo stesso autore: una sola parola e la Legge cambia. Questa è la fede del centurione! Quell'Uomo è un Kyrios ancora più potente, la sua Parola può compiere quello che per l'uomo è impossibile, perchè quella Parola è molto più della legge, è la vita stessa più forte della morte. Con il centurione possiamo, in questo tempo, imparare l'umiltà che sorge dalla verità: sono nella notte, ma ti ho visto ora qui di fronte a me, sei il Kyrios, il Signore che ha vinto la morte. Sei Tu l'unica certezza, so che una parola della tua bocca può accendere di vita eterna la mia vita spenta. Non sono degno che tu venga nella mia notte, ho dilapidato le sostanze e ora sono prostrato accanto ai porci, e non ho da mangiare se non i miei fallimenti. Non sono degno d'essere chiamato tuo figlio, non ho nessuna credenziale da mostrarti, nessun diritto per essere salvato se non Tu stesso, la tua parola, il tuo amore gratuito unica speranza. 

Sappiamo che il professare che Gesù è il Signore costituisce il nucleo primitivo del Kerygma, della professione di fede più antica della Chiesa; lo attesta San Paolo: "Nessuno può dire che Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo" (1 Cor. 12,16); "Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza" (Rm 10, 8-10). Il centurione, sotto l'azione dello Spirito Santo che lo ha guidato durante tutto il cammino verso Gesù, è ora come dinanzi alla piscina battesimale: ciò che haimparato a credere nel cuore per "ottenere la giustizia" - per essere purificato - lo professa con le labbra per avere la salvezza del servo. 

Ecco allora il cammino del centurione, immagine del catecumenato della Chiesa primitiva: il desiderio intriso d'amore lo ha spinto verso Gesù, come quello dei tanti pagani che si avvicinavano ai cristiani nel desiderio di "vivere come loro". Ha sperimentato l'amore che lo ha accolto offrendosi di andare Egli stesso a casa sua, in un luogo impuro, e curare il servo malato; di fronte alla risposta inaspettata che rompe ogni schema legalistico, il centurione - a differenza degli scribi e dei farisei, che sbiadivano la fede in Israele - ne riconosce la novità, la grandezza e la speranza che porta con sé: quell'Uomo è disposto a sporcarsi con lui, con le sue cose, con i suoi peccati; quell'Uomo, uscendo da se stesso e non difendendo gelosamente i suoi diritti, vuole scendere nella sua tenebra. Quell'Uomo è Kyrios perchè può andare oltre la Legge, e dimostra il suo potere in una forma radicalmente diversa da quella di tutti gli altri signori: Gesù è tanto potente da mettere da parte il suo potere, da obbedire invece di farsi obbedire, da servire invece di farsi servire. "Io verrò e lo curerò!": in queste parole è tracciata tutta l'esperienza del centurione, quella sconvolgente di un amore mai visto che lo spinge sino alla certezza, alla fede che gli illumina il cuore; solo un Kyrios così può salvare il mio sottoposto, solo chi si è fatto servo può raggiungere, toccare e sanare il mio servo. Solo un Dio che si è fatto uomo come ciascuno di noi ci può davvero salvare, strappare dalle tenebre e dalla morte: "Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,11 ss).

Per questo il centurione può professare ora che Gesù è il Signore, perchè ha sperimentato che una sua sola parola ha il potere di cambiare l'esistenza. "Io verrò": in questa parola Gesù lo ha amato così come egli è, lo ha conosciuto e lo ha perdonato, e per questo egli lo può riconoscere come Kiryos, e credere nel potere della sua parola. La stessa fede scaturita dal cuore della Maddalena all'incontrare Gesù risorto: "Maria!", il suo nome pronunciato come nessuno ha mai fatto, un amore che scende e consuma ogni peccato, quella voce che sa di Cielo e misericordia, accende la sua voce nella professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!". Per questo, nelle tenebre che sembrano ingoiarci, siamo chiamati a sederci silenziosi, ad attendere Lui, quando voglia venire. Queste tenebre che ci avvolgono sono già il nostro cammino incontro a Lui, che è già vicino, nella stessa nostra oscurità. Gesù scende nell'impurità della nostra esistenza, è accanto a noi, basta aspettare che si riveli, scongiurare "maranhatà! Vieni Signore Gesù".

La fede del centurione infatti sorge dalle tenebre di una vita pagana, vissuta lontana da Dio, senza Legge nè promesse. Il centurione è, sulla soglia di questo Avvento, immagine di ogni pagano che si avvicina a Cristo, che vede la Luce in mezzo alle tenebre ed è accolto a mensa, ammesso ai sacramenti e alla comunione della Chiesa. Il centurione è la profezia che oggi scende come un dono alla nostra vita, l'annuncio di speranza deposto nella nostra storia. Il servo che è in noi giace malato. E' vero, non possiamo negarlo. Ma la sofferenza è un grembo fecondo che gesta la luce, come la notte è puntata verso l'aurora, come il sepolcro si apre sulla Pasqua, perchè, in Cristo, la morte è un Avvento di Vita. 

Così anche un servo malato e paralizzato in un letto può alzarsi e tornare a servire al semplice pronunciarsi di una Parola, quella di Gesù. Così per te e per me oggi, anche se l'evidenza in noi e attorno a noi ci parla di schiavitù, di incapacità, di fallimenti. Di peccati e di morte. Anche se siamo segnati da catene più forti di noi che ci impediscono d'essere liberi di amare e servire, proprio oggi vi è una certezza che squarcia le tenebre. Questo Avvento ci consegna una possibilità:scongiurare il Signore, aspettando una sola Parola di Gesù. Scongiurare, così come ne siamo capaci, un gemito, come quello di un bimbo che sta lottando per venire alla luce. Un grido, forse in mezzo a mormorazioni e incertezze, forse balbettato, ma basta una parola - il gemito inesprimibile dello Spirito in noi - per sciogliere l'unica Parola capace di salvare e trasformare il nostro cuore. Non si tratta di cambiare le coordinate della storia, degli eventi o delle situazioni. No. La Parola, una Parola di Gesù, ha oggi il potere di farci uomini nuovi. Servi nel Servo, figli nel Figlio.

domenica 1 dicembre 2013

Tempo di avvento

I Domenica di Avvento. Anno A

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AVVENTO…… PERCHE’………? "vegliate per essere pronti al Suo arrivo"

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sullastradadiemmaus.it

Ancora attesa? Adesso basta, Signore! (omelia)

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"Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro...". Con queste parole inizia l'Avvento. Il Padrone di casa, Papa Francesco, insieme alla Chiesa, lo sa eccome…. Per questo può annunciare a tutti che il Vangelo è l’unica gioia autentica. Ma tu ed io, siamo così sicuri che la promessa di una vita nuova si compirà? 




“Come ai tempi di Noè prendiamo moglie e marito” solo per saziare la nostra fame, e viviamo “senza accorgerci di nulla”; nessun discernimento sulla storia, increduli e aggrappati alla terra, deridendo i Noè che ci annunciano il Cielo.
Il mondo vive in una routine grigia come un empio "eterno ritorno" che surgela e scongela ogni cosa vissuta, senza che nulla abbia davvero un senso e getti il suo profumo oltre terra e carne. E ne restiamo impigliati mille volte al giorno: al mattino quando i figli ci chiedono qualcosa che ci spiazza; in ufficio quando si tratta di scegliere tra carriera e famiglia; alla riunione di condominio dove, per una questione di principio e per quattro spiccioli ci avventiamo contro il vicino imbelle e avaro.
Anche oggi ci siamo alzati, lavati, vestiti, abbiamo fatto colazione e siamo saliti in macchina o in metropolitana; forse qualche novità, un esame all’università, un appuntamento importante, comunque una giornata come le altre, sino all’istante in cui spegneremo la luce per addormentarci.
Ma se su questo giorno si stendesse, improvvisa, la coltre della “notte” e dovessimo morire? Sarebbe tutto perduto, finito? Moriremmo con la vita troncata a metà, affamati come se ci avessero scacciato da un banchetto dove abbiamo potuto “mangiare” solo qualche antipasto e “bere” appena un paio di aperitivi?
Eppure è quello che sperimenteremo oggi. Ogni giorno, infatti, puntuali arrivano parole impreviste che ci umiliano, altri sono pronti a prendere decisioni inaspettate che stravolgono i nostri piani, le incomprensioni e i giudizi graffiano all’improvviso le relazioni a cui più teniamo; e, pur ribellandoci e lottando, coliamo a picco, perché non ci rendiamo conto che anche oggi, come sarà quello della morte per ciascun uomo e l’ultimo per il mondo, è il “giorno in cui il Figlio dell’uomo verrà”.
Così l’esperienza quotidiana diviene metafora: tutto e tutti ci sembrano in ritardo, e viviamo come vittime di una colossale ingiustizia. Un marito e un figlio che ritardano, infatti, spezzano il cuore, così come quando dall’altro ci aspettiamo rispetto, obbedienza e riconoscenza, magari solo che cambi un po’ e invece niente, notte fonda...
Per questo si deve afferrare tutto al più presto. Ecco allora le nuove generazioni allevate e stordite da social networks che schizzano a ripetizione immagini virtuali e abbozzi di parole come frammenti di fango. Gossip e segreti svelati per innescare e fomentare l'illusione di poter avere tutto e tutti in mano, e subito. Ogni relazione è vissuta alla velocità della fibra ottica: uno sguardo in discoteca e le carni si uniscono, un sms e ci si lascia.
I nostri figli sono incapaci di aspettare, impazienti, preda delle passioni da dover soddisfare. Esattamente come tu ed io: mai che sia contemplata la possibilità di un ritardo. No, infantili e capricciosi affrontiamo la vita come fosse una “memoria flash”, quella che permette ad alcuni computer di accendersi al solo tocco di un pulsante. 
Anche quest’anno l'Avvento, immagine della vita terrena, ci rivela come l'attesa sia l'attitudine più difficile. E ci interroga: stiamo aspettando qualcosa, qualcuno? Oppure scivoliamo inerti sui giorni, facendo della tranquillità narcotizzata il modo di stare al mondo? Chi non attende nulla è già morto, perché ha cercato di appropriarsi del tempo fallendo miseramente.
Per questo la sapienza della Chiesa ci invita di nuovo ad aspettare il Signore che viene come Noè: anche oggi prepara per noi un’Arca in mezzo alle nostre attività e ai nostri affetti. La costruisce a forma di Croce dove, come un Amato innamorato, ci chiama a salire per unirsi a noi.
E’ assurdo quello che ci accade, sì, proprio come una barca arenata sulla terraferma. Nostra figlia impigliata in una relazione inaccettabile è come l’arca incagliata in pianura. Per questo ci accaniamo perché rispetti i tempi della sua conversione che noi abbiamo stabilito. O nostra moglie, che spesso guardiamo come un distributore di piacere: deve essere sempre pronta a donarsi secondo i tempi da noi stabiliti, mentre invece se ne sta chiusa in se stessa proprio come doveva apparire l’arca ai contemporanei di Mosè…
Ma questo Avvento, come un fulmine a ciel sereno, ci scuote annunciandoci che sta arrivando lo Sposo. Come un’infallibile previsione metereologica, la Chiesa ci profetizza il diluvio che purificherà ogni inganno della carne lavando tutti i peccati. Tuonerà oggi, quando meno ce lo aspetteremo, forse mentre crederemo che tutto stia per finire… Sarà salvo il matrimonio, i figli incontreranno l’amore di Dio “nell’ora che non possiamo immaginare”.
Per questo il Vangelo ci invita a “vegliare” come la Sposa del Cantico dei Cantici, e a “stare pronti” come lo fu il Popolo di Israele la notte di Pasqua. Entrambi avevano bisogno di pienezza e pace, come noi… Non dobbiamo far altro che essere quel che siamo, poveri e deboli, come gli apostoli nel cenacolo. Pregare e stare con i fratelli senza allontanarci dalla comunità, ecco a cosa siamo chiamati in questo Avvento.
Gesù verrà, anche quando si nasconde è per farsi trovare. Proprio “come un ladro”, è l’unico che può passare attraverso le porte sprangate dalla paura della morte: eccolo, arriva per “scassinare” la durezza di cuore dell’uomo vecchio e rubare il cuore della sua amata.
Anche oggi “due” uomini saranno nel campo”, uno coltivandolo per se stesso e l’altro lavorandolo in attesa dell’autentico raccolto che solo Cristo potrà donare; “due donne macineranno alla mola”, una cercando di saziarsi, l’altra trepidando per l’avvento del Chicco di grano che la sfami nel perdono. In ogni evento, tra i fornelli e con un cliente, in una malattia e nella solitudine, il Signore viene a “prenderci” nella sua intimità per fare di noi i Noè per chi ci è accanto. Accogliamolo senza difenderci.