Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

mercoledì 1 ottobre 2014

Nelle tue mani....

NELLE TUE MANI "Parole per cantare l'amore del Signore"



NELLE TUE MANI








Parole per cantare l'amore del Signore.
"La preghiera non consiste in una serie di richieste, ma nel toccare Qualcuno che a ogni supplica si piega su di me,intreccia il suo respiro con il mio."                 Ermes Ronchi
del libro ultima poesia ...pag. 89

AMAMI
Colmami del Tuo Amore,
Signore!
Sii per me l'amante prediletto,
la carezza che cerco
l'abbraccio preferito.

Colmami del Tuo Spirito,
Signore!
Sii per me la forza
che ho cercato nella vita.
Donami la Luce
che è sapienza,
la tua giustizia
che in me si fa misericordia.
Amami,  Signore,
come una sposa,
come una figlia, come una sorella.
Amami, dolce mio amore,
nel calore del Tuo incontro
più sete non avrò.

Mariella Lunardi

Da edizionisanpaolo.it/autore


Mariella-Lunardi, insegnante nella scuola primaria da più di trent'anni, si occupa da sempre di seminare la sensibilità  verso la parola scritta. Allo scopo di stimolare negli alunni il piacere di leggere, ha attuato nella sua realtà  scolastica varie e significative iniziative legate alla lettura, organizzando incontri con i più importanti autori della letteratura per l'infanzia.



L'angelo custode & "Festa dei Nonni"

I Nonni sono gli “angeli custodi” della famiglia

I NONNI

Quante volte ho ascoltato la voce degli alberi

e quante volte mi hanno reso calmo e felice

con la loro saggezza, frutto di una vita lunga

più della nostra e di una meditazione

che a noi non è concessa perché noi

non siamo liberi come loro.

I nonni sono come vecchi alberi

che hanno visto e appreso tante cose.

Da loro imparate ad amare il prossimo,

come loro amano voi.

Ad apprezzare le cose vere della vita,

come i nonni saggi sanno fare.

A vivere ogni momento in armonia

con tutto il creato.

Il mondo forse avrà speranza

(Anna Tombini)


NONNO CHE SEI IL MIO ANGELO CUSTODE: BUONGIORNO 

Come tutti i nati il 2 ottobre, ho sempre avuto un rapporto

tormentato ma vivo con il nostro co-festeggiato:

l’angelo custode. La preghiera infantile “Angelo che sei il

mio custode…” ha lasciato il posto alle ironie dell’adolescenza

e ai dubbi dell’età adulta, fino a quando un approccio

diverso alle questioni dello spirito mi ha convinto

dell’esistenza di energie invisibili agli occhi (l’essenziale,

direbbe il Piccolo Principe). Ma c’è un angelo visibilissimo,

la cui festa è stata giustamente associata a quella

degli esseri di luce. Il nonno. Il nuovo Stato Sociale. Se in

Italia la disoccupazione endemica dei ragazzi dai 18 ai 40

anni non ha ancora prodotto una rivolta è perché i nonni

mantengono i nipoti con i soldi che avrebbero voluto lasciare

in eredità ai figli.

Il nonno custode è un nonno sempre più lucido e longevo.

Un nonno pioniere, protagonista di una rivoluzione

demografica che non ha precedenti nella storia. Gli anziani

si avviano a diventare maggioranza nel Paese. Un

primato che comporta diritti, ma anche doveri. Uno è il

ruolo, già ricordato, di banchieri a fondo perduto. L’altro

consiste nel non potersi più permettere il lusso di essere

vecchi. Finché erano pochi, i nonni avevano tempo e modo

di dedicarsi alla rivisitazione nostalgica del passato.

Ma da quando sono un esercito, e un esercito in salute,

tocca loro il compito che sarebbe della giovinezza: fare

progetti, annaffiare sogni, coniugare verbi al futuro. Affinché

si avveri l’auspicio di un umorista sublime, Marcello Marchesi:

l’importante è che la morte ci colga vivi.

MASSIMO GRAMELLINI

Santa Teresa di Lisieux "Teresina di Gesù Bambino"

1 ottobre. Santa Teresa di Lisieux


Oggi si è adempiuta questa scrittura 
che voi avete udita con i vostri orecchi
το κήρυγμα Il Kèrygma

La felicità, la beatitudine, la pace sono regali preparati per i bambini; non importa se capricciosi o irritanti, perché un bambino è amato proprio per la sua piccolezza. Più è debole, goffo e insicuro, più è oggetto di tenerezze e attenzioni. Non si può non amarlo, anche quando sbaglia, cade, urla e strepita o si chiude nel silenzio dei sogni infranti.  
Santa Teresa di Lisieux lo aveva compreso: Dio cerca, predilige e ama la piccolezza, la nostra realtà senza ipocrisie. Per questo una porta “porta stretta” schiude il passo al Regno dei Cieli. Per entrarvi non sono necessari sforzi e fantasie, le dimensioni di quell’uscio coincidono esattamente con le nostre, quelle “originali” con le quali Dio ci ha creati. Convertirci è, semplicemente, ritornare a quelle misure, al pensiero di Dio su ciascuno di noi; quello che avanza non ci appartiene, è falso, fonte di sofferenza e frustrazione. Diventare come bambini, significa dunque aprire senza paura gli occhi su noi stessi e amare la nostra piccolezza, accogliere la storia che con la Croce pota il superfluo. Anche oggi infatti, Gesù ci “chiama a sé”, piccoli “in mezzo” ai tanti grandi secondo la carne, ma i “più grandi” nel suo cuore, il Regno dei cieli così vicino a noi.



L'ANNUNCIO
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.
 (Dal Vangelo secondo Matteo 18, 1-4)



L'ambizione è sempre figlia dell'insoddisfazione. Essa scaturisce dall'esigenza insopprimibile di colmare il vuoto di cui ogni uomo fa esperienza. Tutto appare sfuggevole e precario, incapace di saziarci: la malinconia per le esperienze scivolate via, la delusione per un affetto, e poi il lavoro, la salute, gli amici, la famiglia; così, prepotente, si fa strada nel cuore e nella mente il desiderio di grandezza, che non è necessariamente relazionato al prestigio. Grandezza significa sicurezza, pienezza, realizzazione. Anche chi sembra nascosto nella timidezza non è immune da questa ambizione. L'esperienza quotidiana che nulla riesce a colmare il nostro cuore ci spinge ad ambire, a desiderare qualcosa di grande capace di dar senso alle nostre vite. Grande in un affetto, sul lavoro, nello studio, tra fratelli. Grande, ovvero importante per qualcuno; grande, ovvero amato e ricordato. Anche chi si nasconde nella timidezza cerca la stessa grandezza; spesso ci si sottomette all’evidenza della realtà covando risentimento, e l’apparente umiltà è solo un soprabito indossato per vestire le frustrazioni.
  
Grande, come il serpente aveva illuso di diventare Adamo ed Eva, che, per averci creduto, hanno perduto il Paradiso. Pensavano di diventare come Dio, per salire più in alto di tutti e poter decidere in tutta "libertà", dirigere e proteggere la propria vita senza nessuno che la contesti e ne frustri i desideri. E si sono trovati fuori dal Regno dei Cieli. Per questo Gesù rispondendo alla domanda dei discepoli nei quali risuonava l’inganno di satana, li invita a “convertirsi” per “entrare” in quel “Regno” da dove ogni uomo è stato scacciato. E “chiama a sé un bambino”, l’esatto contrario di un “grande”. Chiama oggi a sé la nostra piccolezza, la debolezza, la realtà che ci definisce, perché solo se andiamo a Lui e ci consegniamo al suo amore così come siamo, potremo “convertirci”, “rientrare” cioè nel Regno che il Padre ha preparato per noi.
In esso non vi è qualcuno più grande; se per entrarci occorre “diventare come un bambino” significa che dentro non vi è nessuno che non sia “piccolo”. Nella Chiesa, infatti, presenza viva di Gesù nella storia e immagine del Regno di Dio che è in mezzo a noi, non vi sono gerarchie secondo i parametri mondani. Vi sono ministeri, e Grazie speciali accordate per compiere missioni speciali. Se dobbiamo andare a dissodare un terreno non prenderemo una Ferrari, ma un trattore. Allo stesso modo vi sono diversi carismi e ministeri per il bene della Chiesa e per la sua missione. Ma non si tratta che uno sia più “grande” di un altro. Perché l’unico carisma davvero grande è la “carità”, l’amore di Dio rivelato in Cristo. 
E questo amore cerca e “chiama a sé” i più piccoli, i “bambini”. Un bambino, infatti, è amato di più proprio per la sua piccolezza. Più è debole, goffo e insicuro, più è oggetto di tenerezze e attenzioni. Non si può non amarlo, anche quando sbaglia, cade, urla e strepita o si chiude nel silenzio dei sogni infranti. 
E' l'esperienza della Vergine Maria cantata nel Magnificat: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiliazione della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata". Dio ha guardato l'umiliazione di Maria, che nel Vangelo non significa il suo umiliarsi quanto sua realtà, la sua piccolezza. Dio ha guardato Maria così come era, piccola, indifesa, debole; l'ultima. Lo sguardo di Dio ha colmato il suo vuoto, ed era lo stesso suo Figlio, il tutto di Dio fatto carne a prendere dimora in lei. La beatitudine di Maria, la sua gioia, la sua pace, la benedizione, scaturiscono dal prodigioso incontro dello sguardo di Dio con il suo nulla. La grandezza di Dio con la piccolezza di Maria.
Santa Teresa di Lisieux aveva intuito esattamente questo: quello che Dio cerca, ciò di cui il Signore si innamora, il segno della sua predilezione è proprio la piccolezza. Che non è una virtù morale, il frutto di uno sforzo o di un'ascesi. Semplicemente è la verità, accogliere e rimanere nella verità. Non ce la faremmo mai da soli, siamo troppo orgogliosi. Per questo abbiamo bisogno che il Signore “ci chiami a sé” attraverso la Chiesa. Solo in essa possiamo scoprire e accettare la nostra piccolezza, l'estrema indigenza, il fatto di essere peccatori senza aver bisogno che l’orgoglio si muova in nostra difesa. Nella Chiesa siamo tutti piccoli e con un  bisogno assoluto di Lui. La conversione che ci fa diventare come bambini non è altro che il cammino sul quale la Parola di Dio e i sacramenti uniti agli eventi e alle persone della nostra storia, ci aprono gli occhi su noi stessi, per accogliere la nostra piccolezza come il tesoro più grande e lasciarci amare così come siamo.
Un cammino angusto e una porta stretta schiudono il passo al Regno dei Cieli. Per entrarvi non sono necessari sforzi e fantasie, le dimensioni di quell’uscio coincidono esattamente con le nostre, quelle “originali” con le quali Dio ci ha creati. Convertirci è, semplicemente, ritornare a quelle misure, al pensiero di Dio su ciascuno di noi; quello che avanza non ci appartiene, è falso, fonte di sofferenza e frustrazione fonte avvelenata di peccati.
Diventare come bambini, significa dunque aprire senza paura gli occhi su noi stessi e amare come Teresa del Gesù Bambino la nostra piccolezza. Proprio quello che pensiamo ci renda inadeguati e indegni, proprio gli aspetti della storia che non mandiamo giù. No, non i peccati certo, ma i difetti sì, quelli che ci impediscono di diventare "grandi" agli occhi del mondo; perché Gesù ama di noi la povertà, non le qualità. Queste servono a Lui per la missione che ha pensato, e certo non è più importante una macchina di chi la usa; mettetene una di quella che si usano per le operazioni chirurgiche in mano a un vigile urbano... Ma sia un chirurgo che un vigile hanno debolezze e povertà che attirano la compassione di Cristo. 
Per amare quello che ama Lui, concretamente dobbiamo sperimentare che tutto concorre al nostro bene, per imparare ad accogliere la storia che con la Croce pota il superfluo. Obbedire, anche facendo i capricci, perché un bambino, il bambino di cui parla Gesù è quello che così piccolo che non si mette a decidere e a opinare. Mamma mia, allora, dobbiamo perdere la nostra personalità, rinunciare alle nostre idee, buttare nel secchio sogni e progetti? Sì, se sono quelli dell’uomo vecchio. Perché siamo chiamati ad avere la personalità di Cristo, il suo pensiero e il suo cuore; a camminare seguendo le sue orme spesso invisibili e incomprensibili. 
Come un bambino che i genitori mettono sul sedile della macchina per andare dove hanno deciso. Come un bambino che la madre prende tra le braccia e lo allatta, e lui, appena divezzato, appena finito di poppare, si addormenta sazio e felice stretto in quell’amore. Così si entra nel regno dei Cieli, nella felicità che Teresina ha sempre custodito, molto al di là dei sentimenti. Viveva in Cristo e per Lui si offriva come vittima del suo amore, per la Chiesa e per i peccatori. Anche tra dolori lancinanti e incomprensioni, nella notte oscura in cui le pareva di sperimentare l’aridità dei peccatori e degli atei, ella viveva in Cristo e per Lui si offriva come vittima del suo amore. La sua vita era offerta sulla Croce per la Chiesa e per i peccatori, soprattutto per i missionari. Ah, ecco il cuore della Chiesa, il motore della sua missione. Non sono i preti, neanche i missionari. E’ l’amore che consumava Teresina nel segreto del Carmelo, invisibile al mondo come Gesù lo fu nel Getsemani, sulla Croce e nel sepolcro.
Oggi Gesù ci “chiama” di nuovo “a sé”, piccoli “in mezzo” ai tanti grandi secondo la carne, per fare giustizia del nostro orgoglio. Ci chiama così come siamo, proprio perché peccatori, scacciati dal Regno. Coraggio, la nostra realtà, i nostri luoghi nascosti, insignificanti, senza alcun prestigio agli occhi del mondo sono quelli dove diventare i “più grandi” nel cuore di Cristo. Per amore dei lontani, dei pagani ci chiama; per salvare il mondo attraverso la nostra inutilità, fragilità, piccolezza; anche attraverso i nostri capricci. Lui prende tutto di noi per esaltarvi il suo potere sul peccato e sulla morte. Lui esplode in tutto il suo amore proprio negli ultimi della terra, perché nessuno tra i peccatori si senta escluso. Affrettiamoci allora, andiamo a Lui, per dimorare nel suo cuore e offrire noi stessi, in ogni nostro istante, per la salvezza di questa generazione.




 αποφθεγμα Apoftegma



Appena do un’occhiata al Santo Vangelo,
subito respiro i profumi della vita di Gesù
e so da che parte correre… Non è al primo
posto, ma all’ultimo che mi slancio…
Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza
tutti i peccati che si possono commettere,
andrei, con il cuore spezzato dal pentimento,
a gettarmi tra le braccia di Gesù,
perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui.
Teresa di Lisieux 

La Bibbia e san Francesco

Enzo Bianchi "La Bibbia e san Francesco"


14 10 01 bose cortile francescoOsservatore Romano

 1 ottobre 2014

di ENZO BIANCHI   

(dal sito del Monastero di Bose)


San Francesco d’Assisi è stato da subito riconosciuto come “somigliantissimo a Cristo”, capace lui,simplex et idiota, di lasciar trasparire dietro il suo volto e il suo agire, l’umanità di Gesù. Ma da dove nasceva questa somiglianza spirituale, questo diminuire perché Cristo crescesse nei cuori di chi lo incontrava? Dalla familiarità di Francesco con la Scrittura, e in particolare con il Vangelo1, dal suo frequentare assiduamente e tenere in altissima considerazione i testi biblici: una venerazione che porta Francesco ad annotare nel Testamento che, se trovate "in luoghi indecenti", esse devono essere "raccolte e collocate in luogo decoroso"2. Tale è la santità delle Scritture che anche coloro che le spiegano devono essere onorati "come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita"3.
All'interno delle Scritture Francesco privilegia il riferimento al NT e in particolare ai vangeli. Anzi, al Vangelo, che egli nomina rigorosamente sempre e solo al singolare. Perché nei differenti vangeli è sempre lo stesso Cristo che parla. E che parla oggi, qui e ora. Frequente è l'espressionesicut dicit Dominus seguita da una citazione evangelica4, oppure dicit Dominus in evangelio5 o, semplicemente, dicit Dominus6. Francesco non usa il verbo al passato, perché nel Vangelo il Signore parla attualmente, parla a Francesco e ai suoi frati nel loro oggi.
Le indicazioni per la missione rivolte un tempo da Gesù ai discepoli, per Francesco sono parole che riguardano i frati che partono per la missione "tra i saraceni": "Dice il Signore: 'Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe' (Mt 10,16)"7. Nel Vangelo parla Cristo: il testo biblico, e particolarmente il Vangelo, è presenza di Cristo. Emerge una concezione sacramentale della Scrittura per cui si deve "onorare nelle sue parole il Signore che le ha pronunciate"8. L'approccio di Francesco alla Scrittura non è intellettuale, non è mosso da interesse storico, ma coinvolto, partecipe, vitale, teso a dare forma all'esistenza cristiana. Tanto che possiamo vedere l'intera sua vita di radicalità cristiana come esegesi del Vangelo, anzi, la possiamo inquadrare tra la lettura iniziale dei Sinottici e la lettura finale del IV vangelo, quasi a indicare un percorso e un'evoluzione spirituale che porta Francesco a privilegiare il vangelo giovanneo.
Tommaso da Celano narra l'episodio in cui Francesco, dopo aver ascoltato durante la messa la lettura del brano evangelico presente nei Sinottici relativo al mandato della predicazione e all'invio dei discepoli in radicale povertà, ha chiesto spiegazioni del passo al sacerdote e quindi ha esclamato: "Questo voglio, questo cerco, questo desidero fare con tutto il cuore"9. Il testo è interessante anche per la sua dimensione simbolica: la parola di Dio è consegnata a Francesco dalla Chiesa, in una tradizione che nella liturgia trova il suo strumento privilegiato, e certamente la liturgia è stata il tramite fondamentale della conoscenza della Scrittura per Francesco. Un'altra tradizione narra dell'ingresso di Francesco, insieme a Bernardo, suo primo seguace, nella chiesa di san Nicolò, dove aprì per tre volte il libro dei vangeli trovando successivamente le tre espressioni: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri" (Mt 19,21); "Non portate niente durante il viaggio" (Lc 9,3); "Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24).
La reazione di Francesco mostra che egli accolse quelle parole evangeliche come parole viventi e vivificanti rivolte a lui e a Bernardo, parole da obbedire e mettere in pratica subito: "Questa è la vita e la regola nostra e di tutti quelli che vorranno unirsi alla nostra compagnia"10. I testi evangelici per Francesco sono consigli da seguire, comandi da obbedire, parole con cui entrare in dialogo. E rappresentano per lui la rivelazione della volontà del Signore. In riferimento a questa triplice apertura del vangelo Francesco dice nel suo Testamento: "Dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo vangelo"11.
La "rivelazione" non si riferisce ad alcun fenomeno mistico, ma all'ascolto delle parole evangeliche che segneranno la forma di radicalità cristiana a cui Francesco darà vita12. Ora, se all'inizio della sua vicenda spirituale è attestata l'importanza dei vangeli Sinottici, alla fine della sua vita è il IV vangelo che fornisce a Francesco le espressioni più consone al suo sentire spirituale. In prossimità della sua morte, "mentre i frati versavano amarissime lacrime ..., si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei vangeli e chiese che gli leggessero il vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: "'Prima della festa di Pasqua ...' (Gv 13,1)"13. La pagina di Gv 13 contiene quella lavanda dei piedi che è il corrispettivo giovanneo dell'istituzione eucaristica dei Sinottici ed è il programma della vita fraterna dei seguaci di Francesco: "Nessuno sia chiamato priore, ma tutti allo stesso modo siano chiamati frati minori.
E l'uno lavi i piedi dell'altro"14. Il passo della Vita seconda sopra citato indica anche la profonda unità spirituale che Francesco ha sempre sentito e vissuto tra parola di Dio ed eucaristia. NellaPrima lettera ai custodi egli afferma che la Scrittura santa dev'essere venerata come il corpo di Cristo: si veneri "sopra ogni cosa il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo"15. Questa venerazione è rivolta alla presenza del Signore che si manifesta nella parola stessa del Vangelo. Così in Francesco non troviamo esempi di esegesi allegorica o tipologica diffusa all'epoca, ma una loro lettura immediata e pratica. Emerge un criterio di interpretazione caro a Francesco: la Scrittura la si comprende vivendola.
La vita è il luogo fondamentale per comprendere la Scrittura. Altro criterio è l'unità della Scrittura: l'AT e il NT formano un unico corpo: spesso Francesco unisce una citazione dell'AT a una del NT per mostrare l'unità dei Testamenti e il compimento dell'Antico nel Nuovo. Altro criterio è quellocristologico. Nella sua Lettera ai fedeli Francesco dice: "Mi sono proposto di riferire a voi ... le parole del Signore nostro Gesù Cristo, che è la Parola del Padre, e le parole dello Spirito santo, che sono spirito e vita"16. Cristo è il Verbum di Dio in cui si condensa tutta la rivelazione, è colui che si è "abbreviato" con l'incarnazione nel corpo di Maria, è colui che abbrevia anche, cioè rende essenziali le parole e i comandi biblici nel comando dell'amore. Tutto questo è noto a Francesco, ma il tema del Verbum abbreviatum, su cui tanto hanno riflettuto esegeti e teologi medievali, viene da lui inteso con estrema semplicità come indicazione di brevità ed essenzialità di parola da parte dei frati, analogamente al Signore che fece brevi discorsi: egli chiede loro che predichino "con brevità di discorso, poiché brevi discorsi fece il Signore sulla terra"17.
La semplicità dell'uso della Scrittura nasconde in realtà una profonda intelligenza spirituale e una grande libertà che porta Francesco a legare insieme passi biblici memorizzati, ad accostarli come in un mosaico o a tesserli insieme come in un tappeto. Prendere il Vangelo “alla lettera” per Francesco significa far parlare direttamente la Scrittura, nella coscienza che le frasi bibliche rivelano il Signore che parla. L'Ammonizione VII è un chiaro esempio di questo approccio, applicato al versetto di san Paolo: "La lettera uccide, lo Spirito, invece, dà la vita" (2Cor 3,6). La lettera è l'orgoglio della conoscenza e del sapere, mentre lo Spirito porta l'uomo a non attribuire a se stesso il sapere, ma a riferirlo a Dio da cui proviene ogni bene.
Un passo della Vita seconda di Tommaso da Celano esprime bene il rapporto di Francesco con le Scritture. Vedendolo malato e sofferente un suo compagno lo esortò a trovare conforto nelle Scritture, come tante altre volte aveva fatto. Francesco gli rispose: "È bene leggere le Scritture e cercare in esse il Signore nostro Dio. Ma, per quanto mi riguarda, mi sono già preso tanto dalle Scritture, da essere più che sufficiente alla mia meditazione e riflessione. Non ho bisogno di più, figlio: conosco Cristo povero e crocifisso"18. La conoscenza delle Scritture conduce alla conoscenza partecipe, nel proprio corpo, di Cristo e questi crocifisso.
1 Secondo le Concordantiae verbales curate da Giovanni Boccali, in essi sono presenti 248 citazioni dell'AT, di cui 172 tratte dai Salmi, e 426 dal NT, di cui 268 dai vangeli.
2 Testamento 12.
3 Testamento 13.
4  Regola non bollata IV,4; IX,13.
5 Rnb II,14; V,10; XVI,8.
6 Rnb XVI,1; XXII,1.
7 Rnb XVI,1-3
8 Lettera a tutto l'Ordine IV,36.
9 Vita prima IX,22.
10 Bonaventura, Leggenda maggiore III,3.
11 Testamento 14.
12 cf. Rnb I.
13 Tommaso da Celano, Vita seconda CLXIII,217
14 Rnb VI,3-4
15 Prima lettera ai custodi 2
16 Lettera ai fedeli 3
17 Regola bollata IX,4
18 Tommaso da Celano, Vita seconda LXXI,105.