Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

giovedì 26 aprile 2012

Messaggio Medjugorje del 25 aprile 2012


per ascoltare la versione audio clicca qui sotto
 
 

Giovedì della III^ settimana del Tempo di Pasqua

IL VANGELO DEL GIORNO




L’uomo aspira ad una gioia senza fine,
vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito

Benedetto XVI, Luce del mondo


Dal Vangelo secondo Giovanni 6,44-51.

Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 


IL COMMENTO

Abbiamo udito la voce del Padre? Nel fondo del nostro intimo abbiamo ascoltato le sue parole, quel moto dello Spirito che ci conduce a Cristo? La voce del Padre è il desiderio inappagato che ci stringe il cuore. Chi lo sente e non vi sfugge ode il Padre e va a Cristo. Chi se ne libera come di un ferrovecchio, superstizione o sentimentalismo d'accatto, non ode il Padre e non può andare a Cristo.

Dal Padre si impara il cammino al Figlio, si apprende il destino prorompente che non lascia tranquilli. "Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito" (Cesare Pavese). Altre speranze, altri desideri insegnano altri destini, di morte, di dolore, d'inferno. Sì, perchè l'inferno comincia qui ed è l'assenza di desiderio, la sparizione dell'amore dall'orizzonte dell'esistenza. E' la manna che sfama ma non sazia, il cibo che non libera dalla morte. Scriveva Sant'Agostino: "Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: “Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo».

Solo chi ha imparato dal Padre può comprendere, accogliere e conoscere il Figlio. E la scuola del Padre è il suo attirare con un piacere alto, impossibile all'uomo, e per questo donato dal Cielo. Imparare dal Padre significa essere attirati dal desiderio di Cristo. Ogni nostro desiderio, anche quello tradotto in concupiscenza della carne, esprime il desiderio latente dell'unico piacere che può saziare, un piacere che non uccide ma dona la vita. La sessualità ad esempio, è incastonata in un piacere carnale che non si esaurisce nella soddisfazione dell'istinto, ma che invece si dilata nella misura che sorge da una donazione totale di sé, nel compimento della volontà divina di un amore che non difende nulla, aperto alla fecondità e alla vita.

Quando l'atto sessuale è sganciato dall'autenticità del dono totale di se stessi responsabilmente e liberamente scelto nel vincolo matrimoniale, diviene manna che non sazia, un dono del Cielo pervertito al punto di condurre alla morte. Ci si può unire al proprio coniuge e morire, usando del corpo altrui per soddisfare un desiderio ed un bisogno svincolato dalla verità. E' una menzogna che uccide, molto più quando lo stesso atto sessuale è compiuto al di fuori del matrimonio, tra ragazzini o tra amanti ultra quarantenni, o quando si usano metodi anticoncezionali, ovvero anti-vita, barriere erette contro la volontà di Dio. La concupiscenza carnale infatti, come scriveva Sant'Agostino, "non è un bene procedente dalla essenza del matrimonio, ma un male, conseguenza del peccato originale".

Essere costantemente attirati dal Padre e condotti verso Cristo significa dunque vivere ogni desiderio ed ogni piacere, anche la sessualità, come un dono celeste, nutrirsi di un cibo che non perisce; in ogni santo desiderio si può sperimentare la vita eterna, perchè nulla è contro l'uomo quando è vissuto in Cristo. E' Lui il piacere compiuto, e per questo si è fatto carne da mangiare. In Cristo la carne è redenta; attirati dall'amore del Padre e consegnati a Cristo possiamo sperimentare la bellezza, la pace e la sazietà della nostra carne trasfigurata, fatta essa stessa pane consegnato per la vita di chi ci è accanto. La sessualità secondo la volontà di Dio è il dono del Pane della vita, è il mistero di un amore che non esige e non si appropria di nulla, è una liturgia celeste celebrata nella carne consegnata mutuamente. Non a caso sul talamo nuziale veniva posto lo stesso baldacchino che sormontava gli altari, immagine della Shekinà divina, la presenza di Dio che dal Cielo discende sulle specie eucaristiche come sugli sposi; il letto coniugale infatti è un altare dove si consuma lo stesso mistero di vita che si compie sulla mensa eucaristica: il pane di vita che discende dal cielo e dona la vita.

Dio desta in noi il desiderio del Suo Figlio, di gustare il suo amore vivo, celeste eppure reale, che si può mangiare. Il Pane della Vita, la volontà di Dio che scende sul campo della nostra esistenza come rugiada, giorno dopo giorno come un alimento capace di saziare e che fa pregustare il destino autentico, la vita eterna. Lasciamoci oggi ammaestrare da Dio attraverso la storia, liquido di contrasto donatoci per evidenziare il desiderio con il quale Dio ci ha creati, la nostalgia di Lui, dell'amore che colma e dà senso e gioia e compiutezza alle nostre vite. Anche le sofferenze, le delusioni, i fallimenti, gli stessi peccati ci ammaestrano e ci fanno umili sino a consegnarci tra le braccia del Padre, quelle stesse crocifisse e accoglienti del suo Figlio. Attirati in Cristo, per sperimentare il sapore del Cielo in ogni relazione, in ogni evento; attirati in Cristo per gustare un amore che è la stessa vita eterna. "L’amore è “estasi”, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio" (Benedetto XVI, Deus caritas est).



San Pier Damiani (1007-1072), eremita poi vescovo, dottore della Chiesa
Discorsi, 45 ; PL 144,743 et 747
« Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia »

La Vergine Maria ha dato alla luce Gesù Cristo, l'ha riscaldato nelle sue braccia, l'ha avvolto in fasce e l'ha circondato di cure materne. È proprio lo stesso Gesù di cui riceviamo ora il corpo e beviamo il sangue redentore nel sacramento dell'altare. Questo ritiene vero la fede cattolica, questo insegna fedelmente la Chiesa.
Nessuna lingua umana potrà mai glorificare abbastanza colei dalla quale ha preso carne, lo sappiamo, « il mediatore fra Dio e gli uomini » (1 Tm 2,5). Nessun omaggio umano è all'altezza di colei il cui grembo purissimo ha dato il frutto che è il cibo delle nostre anime : colui, in altri termini, che rende testimonianza a se stesso con le parole : « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno ». Infatti, noi che eravamo stati cacciati dal paradiso di delizie a causa di un cibo, per mezzo di un cibo ritroviamo le gioie del paradiso. Eva ha preso un cibo, e siamo stati condannati a un digiuno eterno ; Maria ha dato un cibo, e la porta del banchetto del cielo ci è stata aperta.

mercoledì 25 aprile 2012

San Marco evangelista


25 aprile - da IL Vangelo del Giorno




La presentazione del messaggio evangelico 
non è per la Chiesa un contributo facoltativo: 
è il dovere che le incombe per mandato del Signore Gesù, 
affinché gli uomini possano credere ed essere salvati. 
Sì, questo messaggio è necessario. È unico. È insostituibile. 
Non sopporta né indifferenza, né sincretismi, né accomodamenti. 
È in causa la salvezza degli uomini. 
Esso rappresenta la bellezza della rivelazione. 
Comporta una saggezza che non è di questo mondo. 
È capace di suscitare, per se stesso, la fede, 
una fede che poggia sulla potenza di Dio. 
Esso è la Verità. 
Merita che l'Apostolo vi consacri tutto il suo tempo, 
tutte le sue energie, e vi sacrifichi, se necessario, la propria vita.

Paolo VI, Evangelii nuntiandi



Dal Vangelo secondo Marco 16,15-20


In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.


Il Commento




Per credere occorre essere accompagnati dai segni elencati dalle parole stesse del Signore: quelli che credono infatti, scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Gesù non specifica chi siano "quelli che credono"; questi possono essere nello stesso tempo gli apostoli che annunceranno il Vangelo e chiunque ad esso crederà. Si tratta di un affare serio, dell'opera del Signore che si compie attraverso la storia: Dio non si è fatto carne, non è entrato nella morte, non è risorto per dare una pacca sulle spalle dell'umanità, un incoraggiamento e una consolazione a buon mercato. C'è di mezzo salvezza e condanna per "ogni creatura". Dimenticare il dramma che costituisce la vita dell'uomo, la reale possibilità di perdere o salvare la propria anima è forse il rischio più grande che corre la Chiesa. Se essa non freme di zelo e compassione autentiche per "ogni creatura", compromette la sua missione. La Chiesa è mandata ad annunciare il Vangelo, custodendo il deposito della fede che si fa visibile attraverso segni concreti e inequivocabili negli apostoli e in chi accoglie il loro annuncio: "Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio" (Paolo VI, Evengelii nuntiandi).


Gesù è risorto e dal Cielo accompagna i discepoli "dappertutto" agendo con loro, autenticando la loro parola con i segni celesti che svelano la presenza di Dio. Sono segni soprannaturali, opere, prodigi, miracoli che l'uomo, per quanto onesto, buono, rispettoso non può compiere. Su di essi vi è, inconfondibile, il copyright di Dio. Opere di Dio nella carne debole degli uomini, che svelano la loro natura celeste. Chi crede al Vangelo opera quanto esso annuncia; è passato dalla morte alla vita e ogni sua opera ha il sapore del Cielo, come un aereo che supera la barriera del suono, essa oltrepassa la barriera della carne e della corruzione. Il veleno che uccide, la condanna di chi non crede, non reca danno a chi è passato oltre il sepolcro. Il veleno dell'invidia, del rancore, del giudizio, del male, non può nulla in chi crede. Gli apostoli passano indenni nelle fiamme delle persecuzioni, la loro fede vince il mondo; attraverso la stoltezza della loro predicazione, Dio dona la fede, e coloro che accolgono l'annuncio degli apostoli la ricevono gratuitamente. Così, la stessa fede che muove gli araldi del Vangelo irrora la vita di chi lo accoglie, ed essa si fa visibile come un sigillo nei segni che l'accompagnano. Esattamente gli stessi segni accompagnano la fede di chi annuncia e chi crede: quello che gli apostoli predicano e mostrano appare in coloro che accolgono e credono. Perchè chi crede non muore, chi crede ama oltre la morte. Chi crede è strappato e strappa alla condanna.


I segni di cui ci parla il Signore non si possono pianificare in un consiglio pastorale, preparare nelle riunioni delle Conferenze Episcopali. Non si studiano. Sono miracoli, saette che trafiggono la normalità d'una vita senza Dio. Gesù non ha frequentato un corso su Dio, non lo ha imparato da nessuna parte, era, semplicemente, Suo Figlio. Così è di ogni figlio nel Figlio, d'ogni cristiano. Così è per la Chiesa che attraversa i secoli con lo zelo appassionato che freme di compassione e la spinge ad andare dappertutto, nella consapevolezza che ogni evento che la riguarda, ogni persecuzione, ciascun istante della vicenda concreta dei suoi apostoli, è legato alla missione di annunciare il Vangelo: "La Chiesa resta nel mondo, mentre il Signore della gloria ritorna al Padre. Essa resta come un segno insieme opaco e luminoso di una nuova presenza di Gesù, della sua dipartita e della sua permanenza. Essa la prolunga e lo continua. Ed è appunto la sua missione e la sua condizione di evangelizzatore che, anzitutto, è chiamata a continuare. Infatti la comunità dei cristiani non è mai chiusa in se stessa. In essa la vita intima... non acquista tutto il suo significato se non quando essa diventa testimonianza, provoca l'ammirazione e la conversione, si fa predicazione e annuncio della Buona Novella. Così tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l'opera di ciascuno è importante per il tutto" (Paolo VI, ibid). Nulla della nostra vita è fine a se stesso, perchè tutto è in funzione della missione alla quale siamo chiamati. Il veleno che oggi ciascuno di noi dovrà bere - l'incomprensione del marito, la ribellione el figlio, la malattia, la precarietà economica - è il segno con il quale il Signore accompagna e sostiene e certifica la nostra fede e quella di coloro ai quali siamo inviati. Anche oggi prenderemo in mano il serpente antico, il seduttore di tutta la terra, la menzogna che che avvelena la vita di ogni uomo, e lo renderemo innocuo in virtù della fede, per noi e per chi ci è accanto. Parleremo lingue nuove, la lingua dell'amore che solo in Cielo si parla, perchè supera le grammatica della carne per distendersi sulle declinazioni che raggiungono le debolezze, le sofferenze, le ansie e le speranze di chi ci è accanto senza il filtro dei nostri criteri, senza le correzioni che l'affettività vorrebbe apporre alle parole che descrivono la loro vita. Guariremo i malati, sì, in virtù della fede toccheremo il cuore ferito di chi ci è vicino deponendovi la misericordia di Dio. 


La nostra storia concreta è un segno per i figli, i coniugi, i fidanzati, gli amici, i colleghi. Tutto è segno di un amore che vince la morte, il peccato, che trasforma la condanna in Grazia. Anche oggi siamo mandati dappertutto, in ogni istante della nostra giornata, e nulla ci è indifferente, da nessuna situazione dobbiamo scappare. Niente ci cade addosso improvviso, perchè è il Signore che ci invia a vivere ogni evento da risorti con Cristo; non subiamo la vita, la affrontiamo da protagonisti, come la missione più importante: liberare i prigionieri, cancellare la condanna che pesa su ogni uomo, spalancare per tutti le porte del Cielo, il destino di felicità eterna che il Vangelo annuncia: "l mondo, che nonostante innumerevoli segni di rifiuto di Dio, paradossalmente lo cerca attraverso vie inaspettate e ne sente dolorosamente il bisogno, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l'Invisibile" (Paolo VI, Ibid). 









Beato John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo PPS vol. 2, n°16


«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura»


«Rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite» (Eb 12,12; Is 35,3)... Preso da Barnaba e Paolo per il loro primo viaggio apostolico, davanti al pericolo, Giovanni [Marco] si separò da loro e ritornò a Gerusalemme (At 13,13 ; 15,38)... Ora, in seguito, egli è stato l' aiutante di san Pietro a Roma (1Pt 5,13). E' là che ha scritto il suo vangelo, soprattutto con ciò che l'apostolo gli aveva raccontato. Infine, è stato inviato da Pietro ad Alessandria d'Egitto, dove ha fondato una Chiesa tra le più strutturate e potenti, in quei primi tempi... Colui che aveva abbandonato la causa del Vangelo di fronte ai primi pericoli si è dimostrato in seguito... un servitore molto determinato e fedele a Dio... Lo strumento di tale cambiamento sembra essere proprio san Pietro, che ha saputo rinfrancare quel discepolo timido e pavido in modo davvero ammirevole. 


Ci viene dato un insegnamento attraverso questa storia: con la grazia di Dio, il più debole può diventare forte. Quindi, occorre non fidarsi di se stessi, né disprezzare mai un fratello che dà prova di debolezza, né disperare mai nei suoi confronti, ma invece aiutarlo a portare i propri pesi (Ga 6,2) e ad andare avanti... La storia di Mosè ci fornisce l'esempio di un temperamento fiero orgoglioso ed impulsivo che lo Spirito ha domato al punto da farne un uomo di una mitezza eccezionale: «molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra» (Nm 12,3). ... La storia di Marco offre il caso di un cambiamento ancora più raro: il passaggio dalla timidezza all'audacia. ... Ammiriamo dunque in san Marco una trasformazione più sorprendente di quella di Mosé: «Per fede ... trovarono forza dalla loro debolezza» (Eb 11,34).

martedì 24 aprile 2012

Martedì della III^ settimana di Pasqua


Da Il Vangelo del Giorno - Commento e approfondimento 




Gesù viene in ciascuna delle nostre vite come pa­ne di vita...
per farsi mangiare, per farsi consumare da noi. Ecco come ci ama.



Madre Teresa di Calcutta


Dal Vangelo secondo Giovanni 6,30-35.

Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 


IL COMMENTO
Siamo abituati a credere vedendo. Abbiamo bisogno di poterci appoggiare a segni che ci siano familiari, non sopportiamo la precarietà di ciò che sfugge al rigido incasellamento della realtà che abbiamo prodotto. Come i Giudei in dialogo con Gesù che hanno sperimentato qualcosa di incredibile, hanno intuito l'eco di segni passati, vorrebbero la certezza che quel Gesù di Nazaret sia proprio il Profeta simile e più grande di Mosè che attendevano. Chiedono ancora un segno, magari più esplicito, ed una bella didascalia che rientri nelle loro categorie. Non escludono la possibilità che Gesù sia il Messia, ma reclamano un segno cui siano abituati, intellegibile, decodificabile. Ma mancano degli strumenti adatti per discernere il significato cui esso rimanda, è la carne che li muove, non è lo Spirito che li guida nella comprensione delle Scritture, della Storia, dei segni.

Anche se apparentemente religiosa e secondo tradizione, la questione che essi pongono sale dalla pancia, dall'esperienza della sazietà che restringe inesorabilmente il campo visivo all'istinto primordiale, mangiare per vivere. Il miracolo è schiacciato su una prospettiva tutta immanente, il Cielo è solo una finestra che si apre per sfamare gli appetiti, risolvere i problemi, provvedere alle necessità. E' questo il criterio che muove i loro occhi e le loro menti, ed appare evidente quando confondono l'umanissimo Mosè con Dio stesso. Essi non superano le sembianze, idolatrano la creatura dimenticando il Creatore. Fissano lo sguardo sulla carne pur guardando al Cielo. Come ciascuno di noi, che confondiamo gli eventi della nostra vita quali prodotti delle nostre o delle altrui forze, siano essi positivi o negativi. Dio aggiusta, aiuta, collabora, elargisce qualche strumento perchè noi si possa operare, ma nulla di più. "Aiutati che Dio ti aiuta", frase assurta al rango di Parola di Dio mentre di essa nella Scrittura non v'è traccia.

Per questo, quando le cose girano diversamente dai nostri progetti, quando non siamo esauditi nelle nostre preghiere, mormoriamo, ci chiudiamo, e tagliamo con Dio. La nostra relazione con Lui non è altro che una spruzzatina di zucchero a velo sulla torta che ci sforziamo di preparare. E Gesù oggi spiazza noi come ha spiazzato i Giudei che lo seguivano. Non è stato Mosè, ma Dio stesso a dare il Pane del Cielo, e, volgendo il verbo dal passato al presente, Gesù annuncia che l'azione di Dio non è ferma ad un momento di cui si attende la ripetizione. Mosè era un segno per il Popolo, un indicatore di Dio stesso. Non le opere degli uomini, fossero anche profeti, ma l'Opera di Dio. La fede è l'Opera di Dio perchè è incastonata nella sua stessa esistenza, nel suo amore che dona, senza riserve, la Vita. La manna, il pane del Cielo, è un segno che sfugge ai limiti dello spazio e del tempo, è il Cielo stesso che appare sulla terra; paradossalmente, proprio nel suo corrompersi giorno dopo giorno, richiama a una dipendenza quotidiana, di ogni istante, la stessa che costituiva Adamo ed Eva nel Paradiso come creature libere e felici, nude e senza difese, abbandonate al proprio Creatore. La manna annuncia il Cielo, il riposo escatologico, la Terra Promessa, il destino d'ogni uomo. Per questo solo il venerdì era concesso prenderne doppia razione, profezia del giorno senza tramonto dove non vi sarà più bisogno di nulla perchè l'amore di Dio colmerà eternamente ogni uomo.

Così si comprende l'annuncio di Gesù, il suo dichiararsi Pane della Vita. L'accostarsi a Lui, il credere, cioè il mangiare, istante dopo istante, la sua stessa Vita è la vera e definitiva sazietà. Lui è Dio stesso, il Cielo approdato sulla Terra, la Vita che non muore e che si fa cibo, manna da accogliere, semplicemente, giorno dopo giorno, rinnovando l'abbandono fiducioso alla sua Opera. Passare dalla carne allo Spirito,odiare padre, madre, figli, fratelli, finanche la propria vita per seguire Lui, lasciando che sia Lui ad operare in noi. "La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata" (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993). Solo la fede che cresce e si rinnova in un continuo andare a Cristo ci fa capaci di accogliere quello che realmente il nostro cuore desidera; non avere più fame, non dover più operare perchè gli altri ci sazino con pani che non sfamano, affetti, consolazioni, gioie che passano in un istante. Lasciamoci oggi stupire dal Signore, abbandonando quei criteri attraverso i quali filtriamo tutto, e accogliamo il segno che ci è dato, Gesù stesso, Dio fatto pane, amore sbriciolato per ciascuno di noi.


San Giustino (circa 100 -160), filosofo, martire
Prima Apologia, 67.66 ; PG 6, 427-431


«Il pane del cielo, quello vero »

Nel giorno chiamato "del Sole" [la domenica] ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere; e, come abbiamo detto, terminata la preghiera, vengono portati pane, vino ed acqua, ed il preposto, nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e rendimenti di grazie, ed il popolo acclama dicendo: "Amen".

Questo cibo è chiamato da noi Eucaristia, e a nessuno è lecito parteciparne, se non a chi crede che i nostri insegnamenti sono veri, si è purificato con il lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e vive così come Cristo ha insegnato. Infatti noi li prendiamo non come pane comune e bevanda comune; ma come Gesù Cristo, il nostro Salvatore incarnatosi, per la parola di Dio, prese carne e sangue per la nostra salvezza, così abbiamo appreso che anche quel nutrimento, consacrato con la preghiera che contiene la parola di Lui stesso e di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne per trasformazione, è carne e sangue di quel Gesù incarnato. Infatti gli Apostoli, nelle loro memorie chiamate vangeli, tramandarono che fu loro lasciato questo comando da Gesù, il quale prese il pane e rese grazie dicendo: "Fate questo in memoria di me, questo è il mio corpo". E parimenti, preso il calice e rese grazie disse: "Questo è il mio sangue"; e ne distribuì soltanto a loro (Mt 26,26s; 1 Cor 11,23s)... Ci raccogliamo tutti insieme nel giorno del Sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, il nostro Salvatore, risuscitò dai morti.


Leggere gli eventi per discernere