Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

mercoledì 30 luglio 2014

“Guarda lassù tra le foglie, vedi, c’è un pezzettino di cielo blu, blu, usciamo a vederlo” Lidia Macchi

Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci


NELLA BELLISSIMA, STRUGGENTE LETTERA DI LIDIA, SCRITTA POCO DOPO AVER INCONTRATO DON GIUSSANI (E POCO PRIMA DI ESSERE CRUDELMENTE ASSASSINATA), 30 ANNI FA, C’E’ ANCHE LA MIA STORIA… COSI’ FIORI’ LA NOSTRA GIOVINEZZA…


Lidia Macchi, studentessa universitaria varesina attiva nei boy scout e militante di Comunione e Liberazione, venne ritrovata uccisa con 29 coltellate il 7 gennaio 1987 in una radura nei pressi dell’ospedale di Cittiglio, Varese, dove era andata a trovare un’amica. Aveva 21 anni. Lo scorso venerdì 25 luglio, dopo 27 anni che il caso giaceva insoluto presso la procura di Varese e avendolo avocato a sé soltanto otto mesi orsono, il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda ha depositato presso la Corte d’Appello del capoluogo lombardo l’avviso della conclusione delle indagini e una richiesta di archiviazione della posizione di un sacerdote che il pm di Varese Agostino Abate non aveva mai ufficialmente espunto dall’albo degli indagati (vedi per esempio la cronaca dell’Ansa).

Qui di seguito riportiamo la lettera in cui Lidia confida a un’amica la circostanza del suo primissimo incontro con don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. La lettera, risalente agli anni in cui Lidia è già iscritta e frequenta l’Università statale di Milano, proviene dall’archivio personale del direttore di Tempi e all’epoca fu trascritta e fatta circolare dai ciellini in forma di ciclostilato.
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Carissima Mara,
abbiamo appena appeso il telefono ed io mi sono con amarezza resa conto che in fondo ti ho raccontato solo le cose più banali della mia vita di adesso. A me sta capitando una cosa straordinaria e un po’ confusa ma veramente grande; è come se in me adesso ribollissero con chiarezza un sacco di domande e di desideri sulla vita. Il desiderio d’essere felice, d’essere libera, cioè di trattare con libertà, senza essere schiacciata od appesantita da tutte le circostanze della vita, il desiderio di amare con profondità le persone che mi sono care, gli amici; il desiderio di costruire anch’io un pezzetto di storia perché altrimenti la storia ce la fanno gli altri sulla nostra testa e noi viviamo la nostra vita completamente indifferenti a ciò che accade fuori dal nostro cantuccio, che per quanto comodo è pur sempre meschino e determinato da piccole stupidaggini ed angherie quotidiane.
Ecco è come se la mia incoscienza, il fare sempre solo ciò che istintivamente mi salta in mente, mi avesse profondamente annoiato con la sua stupidità e superficialità. Mai come adesso la vita mi sembra profonda e grande e soprattutto misteriosa.
È proprio un mistero grandissimo che io ci sia, esista, che sia un fragile puntolino su questo pianeta che ruota con leggi straordinariamente perfette intorno al sole, ed il sole non è che un microbo nell’immensità spaziale e temporale del cosmo.
Ma cavoli, basta sollevare gli occhi al cielo di notte per intuire che la vita di tutto questo universo è un mistero grandioso e noi che siamo uomini e abbiamo e possiamo avere la coscienza di ciò, sprechiamo il nostro tempo afflitti da piccole banalità e da piccoli dolori, senza chiederci – perché ci fa troppa paura ascoltarci per un attimo, ascoltare quella voce che parla in noi, che grida che la vita non può non avere un senso – senza chiederci perché ci siamo, perché siamo fatti così uno diverso dall’altro, eppure al fondo, tutti con lo stesso desiderio.
Dio mio, ma perché se queste domande e desideri ci sono noi ci rassegniamo, viviamo in fondo disperati cioè non attendendoci niente dal domani, chiudendoci in una gabbia che diventa la nostra tomba al limite concedendoci qualche ricordo nostalgico dei bei tempi? Ma quali tempi! È inutile piagnucolare, siamo noi che per primi abbiamo presuntuosamente rinunciato ad essere seri, a prendere in considerazione tutti i grandi desideri che si agitano in noi, perché ci fa comodo piagnucolare, stare nel nostro brodo, fare dei piccoli e miseri peccatucci per credere che se almeno non siamo santi, beh, un po’ cattivelli però lo siamo; invece i nostri peccati fanno ridere i polli, consistono al massimo nella sensualità, in trasgressioni che in realtà fanno tutti, sono alla portata di tutti, perché in fondo siamo solo dei mediocri. Magari si incontrasse qualche grande peccatore profondamente abbagliato dal male!
E quand’anche io sappia tutto, come funziona l’universo intero, e come faccio a respirare, a camminare, a mangiare, chi si sogna per un attimo di ascoltarti quando ti chiedi chi sei, che cosa ci fai sulla faccia di questa terra? Di queste domande hanno tutti paura e nessuno ne parla… Ma perché oggi ci sei, domani muori, e buonanotte…
Buonanotte un corno! Io ci sono, le domande ci sono e voglio sapere, fossi anche l’unica con questo desiderio, in questo mondo superficiale – perché vuole essere tale – urlerò fino a squarciagola, finché morirò, quello che io sento.
Un mese fa mi è capitato, quasi per caso, di andare alla Cattolica con dei miei amici di Varese e di ascoltare uno che si chiama don Giussani, che faceva una lezione di teologia o morale, qualcosa del genere, perché questi esami lì sono obbligatori, e al posto di parlare dei santi e tutto il resto, parlava proprio di queste domande, con un entusiasmo ed una forza che mi hanno molto colpito e spiegava tutti i procedimenti tecnici e pratici che gli uomini escogitano per non starle ad ascoltare, per fare come se non ci fossero o non fossero importanti. Mi sembrava che parlasse proprio di me e ritrovavo tutti i nostri comportamenti abituali spiegati così chiaramente.
Io ero andata lì quasi per caso perché queste persone di Varese e altre di Milano che lo conoscono, mi avevano invitato ed io sono andata lì pensando di ascoltare le solite cose, e invece no.
È strano perché più delle sue parole, mi ha colpito lui, il suo sguardo profondo e attento, qualcosa di inafferrabile, un uomo libero, aperto, non arrabbiato o irato con la vita. Non so dirti niente di più preciso ma è come se custodisse un segreto, una forza non sua.
Io sento che devo parlargli, che lui non ha calpestato le domande che si agitano dentro di me, avrei molte cose da chiedergli, in un modo o nell’altro devo incontrarlo ancora.
Adesso non mi sembra più di essere sola alla ricerca disperata di qualcosa di cui tutti se ne fregano; è come se qualcuno, facendomi sobbalzare, perché è arrivato inaspettatamente, mi avesse detto: “Ehi, sono qui, non urlare e non disperarti, perché seguendo questa strada usciremo dalla foresta”.
E io voglio uscire dalla foresta, perché la vita è mare, cielo, monti e pianure, case, alberi, volti umani, stelle, sole e vento e noi siamo fatti per questo Infinito che c’è; basta solo guardarsi in giro e per questo seguire questo “Qualcuno” che mi è venuto incontro nel groviglio della foresta e che mi dice: “Guarda lassù tra le foglie, vedi, c’è un pezzettino di cielo blu, blu, usciamo a vederlo”.
Lidia Macchi
Ringrazio Luigi Amicone di questa pagina straordinaria

Madre silenziosa ...Maria , donna del riposo.



Santa MARIA, donna del riposo, accorcia le nostre notti quando non riusciamo a dormire.Come è dura la notte senza SONNO!È una pista senza LUCE, su cui atterrano tenebrosi convogli di ricordi, e da cui decollano stormi di incubi che stringono il cuore.
Mettiti accanto a noi quando, nonostante i sedativi, non ce la facciamo a chiudere occhio, e il LETTO più morbido diventa una tortura, e dalla strada i latrati del cane sembrano dar voce ai gemiti dell'universo, e dalla torre dell'orologio i rintocchi scendono sull'anima come colpi di maglio, e i secondi scanditi dal pendolo del corridoio non si sa bene se vogliano farti compagnia, o ricordarti l'inarrestabile corsa del tempo, o dilatare il supplizio delle ore che non passano mai.
Sorveglia il riposo di chi vive solo.Allunga nei vecchi i sipari del sonno, corti e leggeri come veli di melagrana.Tonifica il dormiveglia di chi sta in ospedale SOTTO un pianto di flebo.Rasserena l'inquietudine notturna di chi si rigira nel letto sotto un pianto di rimorsi.Acquieta l'ansia di chi non riposa PERCHÉ teme il sopraggiungere del giorno.Rimbocca gli stracci di chi dorme SOTTO i ponti.E riscalda i cartoni con cui la notte i miserabili si riparano dal freddo dei marciapiedi.
Santa MARIA, donna del riposo, vogliamo pregarti per coloro che annunciano il Vangelo.Qualche volta li vediamo stanchi e sfiduciati, e sembrano dire come san Pietro: «Abbiamo faticato tutta la notte, ma non abbiamo preso nulla».Ebbene, fermali quando la generosità pastorale li porta a trascurare la loro stessa PERSONA.Richiamali al dovere del riposo.Allontanali dalla frenesia dell'azione.Aiutali a dormire tranquilli.Non indurli NELLA tentazione di ridurre le quote minime di sonno, neppure per la causa del Regno.Perché lo stress apostolico non è un incenso gradito al cospetto di Dio.
Pertanto, quando nel breviario recitano il Salmo 126, mettiti a cantarlo con loro, e calca la voce sui versetti in cui si dice che è inutile alzarsi di buon mattino o andare tardi a riposare la sera, perché «ai suoi amici il Signore dà il pane nel sonno».Capiranno bene, ALLORA, che tu non li esorti al disimpegno, ma a rimettere tutto nelle mani di colui che dà fecondità al lavoro degli uomini.
Santa Maria, donna del riposo, donaci il gusto della domenica.Facci riscoprire la gioia antica di fermarci sul sagrato della chiesa, e conversare con gli amici senza guardare l'orologio.Frena le nostre sfibranti tabelle di marcia.Tienici lontani dall'agitazione di chi è in lotta perenne col TEMPO.Liberaci dall'affanno delle cose.Persuadici che fermarsi sotto la tenda, per ripensare la rotta, vale molto di più che coprire logoranti percorsi senza traguardo.Ma, soprattutto, facci capire che se il segreto del riposo fisico sta nelle pause settimanali o nelle ferie annuali che ci concediamo, il segreto della pace interiore sta nel saper perdere tempo con Dio.Lui ne perde tanto con noi. E anche tu ne perdi tanto.
Perciò, anche se facciamo tardi, attendici sempre la sera, sull'uscio di casa, al termine del nostro andare dissennato.E se non troviamo altri guanciali per poggiare il capo, offrici la tua spalla su cui placare la nostra stanchezza, e dormire finalmente tranquilli.
- don Tonino Bello -
 

martedì 29 luglio 2014

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto...

Mercoledì della XVII settimana del Tempo Ordinario


Rembrandt, La parabola del tesoro nascosto



L'ANNUNCIO

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».
 (Dal Vangelo secondo Matteo 13, 44-46)




Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni, 
soffia nel mio giardino si effondano i suoi aromi. 
Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti.

Cantico dei Cantici
Sia come sia oggi è un giorno fantastico. Qualcuno si è innamorato follemente di ciascuno di noi. Qualcuno ci ha cercato, ci ha ardentemente desiderato, ci ha trovato laddove eravamo, nascosti e impauriti. Ci ha amato di un amore inverosimile. Qualcuno "ha gioito" al vederci. E, pieno di quella gioia, "ha venduto tutto per acquistare noi". Ha dato tutto se stesso: la propria vita, il proprio sangue, sino all'ultima goccia. E' Gesù, che ha visto in te e in me il suo tesoro, la sua perla preziosissima. Ai suoi occhi, infatti, siamo la sua amata perfetta, la sua colomba, e desidera poter saziarsi del nostro sguardo, ascoltare la nostra voce, e farci felici. Eccolo anche oggi venirci incontro, cercarci appassionato, sporcarsi per noi, scendere sino al giardino nel quale ci siamo nascosti, nelle nostre ore che ci appaiono sempre uguali, nel grigio di relazioni trascinate, nell'insignificanza di un lavoro che non ci soddisfa, di un'estate forse obbligata in città, al capezzale di un'amicizia evaporata. Ecco l'amato scendere nel "suo giardino" di delizie, il "campo che ha acquistato al prezzo della sua vita, laddove è stato crocifisso, sepolto ed è risorto. Il suo giardino che è oggi questa nostra vita, questa nostra storia per la quale forse mormoriamo, che non accettiamo, che vorremmo correggere, limare, imbellire. Ecco l'Amato "scavare" nella fossa dove siamo precipitati, la stessa nella quale è stato sepolto come un seme piccolissimo. Eccolo entrare nelle nostre angosce, è Lui che ci ama, che non ci giudica, che ha deciso, anche oggi, di tirarci fuori dai pasticci conseguenze dei nostri peccati, ovvero dalla morte. Lui, esperto rabdomante dell'anima, ci scova negli angoli più bui, nelle solitudini più tristi, laddove ci siamo rintanati per piangere, per accarezzarci le disillusioni e i sogni infranti, per coccolarci il cuore ferito; laddove l'accusatore, travestito da consolatore, ci ha sospinto perché toccassimo l'albero della vita, e ne mangiassimo il frutto riservato al Creatore, illudendoci di diventare come Dio, capaci di determinare il bene e il male. Eccolo passeggiare per liberarci dall'inganno di una consolazione che prima ci adula e poi ci insulta sino a farci sentire soli al mondo, incompresi, disprezzati, sotto il fuoco amico e nemico, obiettivo dell'artiglieria di ingiustizie dei colleghi di lavoro, della suocera e del genero, del vicino di casa e del fratello che si batte il petto in Chiesa. Il Signore è l'unico che riconosce, tra la zizzania seminata dal nemico, tra le sterpaglie del malumore, del giudizio e della mormorazione, sotto metri di peccati e concupiscenze, il segno luminoso del tesoro nascosto, della perla preziosa celata. E' l'amore dell'Amato che sente il profumo dell'amata a distanza siderale. Per Lui il nostro odore è comunque un profumo soave e inconfondibile, anche se confuso tra mille altri odori e sapori, anche in mezzo al fetore acre di spazzatura e cibo andato a male, tra la corruzione e la perversione di una vita ricevuta come un fiore pronto a sbocciare e sprecata nelle spirali dell'egoismo. Il Signore ci riconosce, anche oggi, come il suo tesoro più prezioso, la sua gioia, l'amata nella quale riversare, come un fiume in piena, il suo amore traboccante di misericordia. Incontrarci è la sua gioia, salvarci e amarci è il suo unico desiderio, l'essenza della sua natura. Per questo oggi è un giorno meraviglioso, e possiamo partecipare della sua stessa gioia. Mette i brividi, lascia senza fiato: è la gioia contagiosa del Signore nel rivedere i discepoli al termine della traversata nelle profondità della terra e della morte, quando appare risuscitato e apre il loro cuore alla sua stessa gioia. L'allegria e la pace di chi si ritrova dopo che l'ineluttabile sembrava aver divorato ogni speranza, dopo che tutto pareva perduto. Egli è sceso in quella terra di nessuno che è la vita di chi è stato aggredito dall'inganno del demonio e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. E qui esplode la sua gioia incontenibile sciolta dall'incontro con la pecora perduta, ferita e sanguinante, ma comunque sua. E' questa l'unica e autentica gioia anche per noi, la sua gioia per il nostro riscatto. Gioire in essa è gioire per quello che siamo, per l'amore con il quale siamo amati; e ci fa entrare in una verità che distrugge perfezionismo, moralismo e orgoglio. E' simile all'esultanza ebbra di gioia e gratitudine della Vergine Maria, innescata dai suoi occhi aperti sulle grandi cose compiute dall'Onnipotente nella sua umiliazione. Gioia vera, umiltà autentica. Siamo nulla, deboli, fragili, peccatori; siamo poveri vasi di creta, campo pieno di zizzania, terra sassosa, e spine, e strade assolate. Siamo quello che siamo, ma un tesoro è nascosto in noi. Solo il suo sguardo pieno di compassione è capace di trarlo alla luce, perché tra le sue mani creatrici, risplenda del suo valore, l'infinito valore della sua immagine impressa in ciascuno di noi, lavata e restaurata dal suo sangue, e riportata alla luce dalla sua resurrezione; ed è solo gioia, dirompente che scaturisce dall'esperienza del suo amore fatto vita e storia in noi. Per questo il Signore ha comprato "tutto il campo", non solo quell'appezzamento dove ha individuato il tesoro. Tutta la nostra storia, tutto di noi è oggetto delle sue attenzioni, del suo amore. Nulla in noi è da buttare, nulla nella nostra storia è stato, è e sarà senza senso. Tutto è importante perché ai suoi occhi abbiamo un valore infinito, paradossalmente più della sua stessa vita. Ci ha amati per trasformarci in Lui, e continuare ad amare, in noi, ogni peccatore. Siamo un "tesoro" destinato a tutti i poveri della terra. Capito? Per questo la gioia di Cristo è così grande: perché ci amati come se fossimo gli unici al mondo, ma contemporaneamente ha visto in noi il suo tesoro da regalare a chi nulla ha, le infinite grazie con le quali ci colma perché giunga il suo amore a chi non lo ha conosciuto o ha perduto la sua amicizia. Quante volte ci disprezziamo, ci buttiamo via e pensiamo male di noi stessi, del nostro fisico, del nostro carattere, delle nostre storie. Disprezziamo ciò che per Gesù ha un valore immenso, anche i difetti, che tra le sue mani brillano come perle preziosissime, anche i peccati che Lui ha perdonato, destinati ad essere un segno di speranza per il mondo, per chi ci è accanto. Mentre noi vorremmo cancellare quanto di più prezioso il Signore ha voluto riscattare e fare suo. Ecco la radice di tante nostre sofferenze: guardarci con occhi diversi da quelli con i quali ci guarda Gesù. Se avessimo oggi il suo sguardo su di noi, la sua pazienza, la sua misericordia, il suo amore.... Siamo preziosi, ovvero di gran pregio, e un prezzo altissimo per riscattarci, la sua stessa vita. Come disprezzare ciò che Lui ha amato così... Siamo il suo Regno e il suo Regno è dentro di noi. La nostra vita è tutta qui, in questo mistero mozzafiato. Siamo opera sua, la più bella, la più preziosa. Lasciamoci amare dunque. Lasciamoci riscattare, riconciliare, rigenerare. L'incontro con questo amore ci farà liberi, schiavi di tutti perchè liberi da tutti. Colmi di un tale amore venderemo tutto a nostra volta, e non sarà sacrificio, e non sarà un semplice commercio di cose sante, religiosità del dare e avere destinata alla delusione. Sarà amore, quello autentico che sa e può camminare nella notte oscura dove tutto, dinanzi al Signore, perde il falso valore per acquistarne il giusto. Per questo sarà naturale non anteporre nulla all'amore di Cristo, e dare tutto perché Lui ci ha dato tutto se stesso.Amore per amore, gioia per gioia, consegnati completamente a Lui perché Lui si è consegnato completamente a noi. E' questa la via, la gioia, la pace: noi sua gioia, suo tesoro, sua perla preziosa, e Lui nostra gioia, nostro tesoro, nostra perla preziosissima: "Gesù è un tesoro nascosto, un bene inestimabile che poche anime sanno trovare perché è nascosto mentre il mondo ama ciò che brilla. Ah! Se Gesù avesse voluto mostrarsi a tutte le anime con i suoi doni ineffabili; senza dubbio nessuna l'avrebbe disdegnato, ma non vuole che lo amiamo per i suoi doni. Lui in persona deve essere la nostra ricompensa" (Santa Teresa di Lisieux). Come non annunciarlo a tutti, uscire per le strade, le piazze, ovunque, e gridare la gioia di un incontro, l'unico, capace di salvare, colmare, ridare vita, valore, senso e pienezza a ogni centimetro della vita di ogni uomo? Chi ha incontrato l'Amato non può più essere indifferente, è trasformato in un cercatore di tesori tra i campi del mondo, in famiglia innanzitutto, nel campo del marito e della moglie, dei figli e dei suoceri, e poi al lavoro, a scuola; ovunque c'è un pezzo di terra da "scavare" con l'annuncio del Vangelo, e dare per esso la nostra stessa vita, per riconsegnare alla luce della Vita i forzieri nascosti dalla malvagità del nemico. E' questo il mistero gioioso del Regno al quale siamo chiamati, la missione della Chiesa che ci ha accolto come il tesoro più prezioso del suo Amato. 

29 luglio. Santa Marta... Io credo che sei il Cristo, il Figlio di Dio.

29 luglio. Santa Marta





L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi.

Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».
Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».
 (Dal Vangelo secondo Luca 10, 38-42)


«Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose...





Una bella faccia tosta Marta.

Si "fa avanti", e già si muove male...

Tutto in lei è un "farsi avanti", mentre tutto in Maria è un farsi indietro, tanto indietro da "sedersi ai piedi di Gesù". E' il contrasto tra l'atteggiamento di chi si fa discepolo e quello di chi si fa maestro. Maria è discepola, Marta si crede maestra. E le accade come a Pietro, che va avanti a Gesù e gli si mette di traverso per farlo inciampare sul cammino verso la Croce: "torna indietro satana, tu mi sei di scandalo, perché tu pensi secondo gli uomini e non secondo Dio". Dunque anche Marta, "presa dai molti servizi", è schiava come Pietro del pensiero mondano, sempre ispirato dal tentatore, “shatan”. Il pensiero di Pietro e di Marta, singolarmente simili, sono dunque delle tentazioni offerte a Gesù. La sua risposta, tanto a Pietro come a Marta, è innanzitutto in difesa della volontà di Dio. Pietro lo voleva sviare dall'offerta di se stesso; Marta voleva che le facesse giustizia con sua sorella. Entrambi cercano di tirare Gesù dalla propria parte, a seguire il proprio "pensiero". E' l'atteggiamento pericoloso che ritroviamo in quel tale che si avvicina a Gesù chiedendogli di dire al fratello di dividere con lui l'eredità. E Gesù risponde: "O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni" (Lc 12, 13-15). Gesù non è il giudice che esigeva Marta, non è stato "accolto" nella sua casa per farle giustizia. Al proposito è molto interessante sottolineare i termini usati da Luca per descrivere Marta: "Marta è qualificata quasi come la donna degli aoristi, delle azioni puntuali: «accoglie» Gesù come un’azione fra tante nel corso della giornata, «si fa avanti» e parla a Gesù, lamentandosi. Ne emerge il ritratto di una donna frammentata interiormente, e la sua mancanza di orientamento la porta a giudicare allo stesso modo l’atteggiamento della sorella: secondo Marta, Maria l’ha «lasciata» sola a servire e dovrebbe invece «aiutarla». Tenendo conto che anche questi verbi sono all’aoristo, bisogna interpretarli nel senso che Marta esige dalla sorella fatti concreti, occasionali, azioni di un momento, “cose da fare”. Due soli verbi all’imperfetto caratterizzano Marta: «aveva» una sorella (v. 39) e, soprattutto, «era tutta presa» dal molto servizio" (R. Fornara). Per Luca Marta era solo una donna che aveva una sorella, nel senso che la sua vita dipendeva da quella relazione malsana; ciò che la definiva era Maria, e, proprio per questo, dev'essere stata molto difficile la loro relazione. Sembra una scaramuccia come tante che si incendiano anche nelle nostre case. Eppure nasconde un Vangelo, una Buona Notizia così importante da indurre Luca a scrivere l'episodio e a tramandarlo a ogni cristiano. Quanti di noi soffrono perché "hanno una sorella", o un fratello, o un padre, una madre, una moglie, un figlio che, come Maria per Marta, con la loro attitudine contestano la nostra? Tutti, nessuno escluso; anche il parroco soffre perché "ha un viceparroco", una suora perché "ha una consorella". Le relazioni sotto lo stesso tetto sono così importanti da assorbire il nostro cuore. Marta era "presa" da qualcosa che l'aveva resa insofferente, ansiosa, alienata; e quindi gravida di giudizi, al punto di rivolgersi al Signore con la presunzione e l'orgoglio di essere nel giusto, ed esigere da Lui la giustizia che sembrava esserle dovuta. "Presa", infatti, traduce il greco "perispao", che significa letteralmente "essere ansioso”, “vivere in una grande tensione", ma anche "essere distratto". La "diaconia", il "servizio" l'aveva afferrata sino nel suo intimo, inquinando i suoi "pensieri". Era stata "distratta", allontanata dallo stesso motivo per cui era indaffarata. Il cuore del Vangelo di oggi è nascosto qui: aveva invitato Gesù, accidenti, e ora quell'invito le era diventato pesante. Che cosa era successo? Era successo che la presenza di Gesù, il suo essere l'unico di cui davvero c'è bisogno, la parte buona e migliore della vita, aveva scatenato in lei i demoni che l'avevano "presa" al laccio della menzogna originale. Maria, la sua sorella, la carne della sua carne, era in quel momento divenuta lo specchio della parte migliore di lei stessa; in essa le era annunciata la chiamata e l'elezione che significava il farsi suo ospite di Gesù. Senza dire una parola, "seduta ai piedi di Gesù", Maria stava smascherando il suo uomo vecchio, che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Maria era la discepola che anche Marta era chiamata a diventare. Ma, di fronte a questo, "presa" dall'inganno del demonio, ella resisteva. E giudicava Maria, perché, in fondo, come sempre accade quando giudichiamo un fratello, Marta stava giudicando se stessa; voleva giustizia da Gesù per giustificare la sua superficialità e durezza di cuore. Attenzione però, perché un testo rabbinico del tempo affermava: “Questi sono i lavori che deve fare una donna per il marito: cucire, lavare, cucinare, allattare i bambini, pulire la casa e lavorare la lana...”. E Marta rappresenta proprio il ritratto della donna perfetta... Ma, ma ora aveva davanti non più lo sposo della carne, ma lo Sposo della sua anima, Colui che era venuto sino a casa sua per donarle l'autentica perfezione. Essa, infatti, non mira a un compimento esteriore della Legge, ma all'amore. E l'amore rivelato in Cristo non sa giudicare... Marta, invece, con il cuore gonfio di giudizi, giunge in quel momento a giudicare addirittura Gesù, a pensare male di Lui: "non ti curi" di me? Hai solo occhi per mia sorella? Non vedi che sto qui penando per accoglierti degnamente, come una perfetta donna della Scrittura, mentre mia sorella se ne sta "seduta" a non far niente? A che cosa le era servito il suo "servizio"? A nulla, anzi a qualcosa sì, a peccare. C'è in questo breve passaggio tutta la tensione e il dramma del parto battesimale: in Marta appare l'uomo della carne visitato da Cristo che lo chiama ad uscire da se stesso, a "sedersi" ai suoi piedi, ad accoglierlo come l'unico Sposo (i piedi, nella Scrittura, fanno anche riferimento agli organi sessuali, non vi scandalizzate); Marta è ancora "presa" dal pensiero del mondo, ma Gesù che ha attirato a sé sua sorella Maria, è come una bomba gettata in quel groviglio di passioni, gelosie, invidie e rancori che albergano nel suo cuore. Dal momento che vi è entrato il Signore, la sua casa - quelle mura nelle quali la carne l'ha fatta da padrona - è destinata a divenire una Chiesa, un'assemblea convocata dalla Parola di Dio, la comunità che ha sperimentato la risurrezione di Gesù, la celebra e la vive nell'amore e nell'unità. Gesù non sarebbe potuto scendere a Betania per risuscitare Lazzaro, se prima non vi ci fosse recato come ospite per smascherare il cuore di Marta e chiamarla a conversione. Oggi la celebriamo come santa perché è stata visitata e amata così com'era, centrata su stessa, orgogliosa e superba. La sua santità brillata nella stupenda professione di fede in Gesù e nella sua resurrezione fatta mentre il suo fratello Lazzaro era ancora morto, inizia qui, dallo svelamento della propria povera realtà (Betania significa "casa del povero"), e dalle parole profetiche di Gesù. Anche per Marta sarebbe arrivato il momento di rinnegare se stessa e di seguire il Signore. Anche Marta avrebbe smesso di "farsi avanti" per sedersi ad ascoltare la Parola di Gesù. Così, anche a noi, che viviamo i nostri rapporti esattamente come Marta, è rivolto lo stesso annuncio: Maria, la Chiesa, la tua comunità concreta, ha scelto la "parte buona", non solo la migliore tra altre buone. Cammina con Maria, cammina sedendoti come un discepolo ad ascoltare l'unica parola buona per la tua vita. Ascolta la predicazione della Chiesa, abbraccia la Parola come una sposa, stringiti a Cristo i ogni istante della tua vita, lascia che faccia di te carne della sua carne. Ascolta e vedrai crescere in te la fede sino a divenire adulta, e in essa saprai obbedire alla volontà di Dio, amando oltre te stesso. Coraggio Marta, coraggio a te e a me che, come lei, ci "preoccupiamo" delle cose del mondo e "ci agitiamo" per quello che ci sarà tolto! E' preparata per noi la novità di vita che ha reso libera Maria. Era donna, e per questo non le era concesso sedere ai piedi del Rabbì. Eppure, nella libertà che Gesù ha offerto a tutti, ella "sceglie" di essere sua discepola, come ogni uomo. Maria è così la profezia luminosa per ogni donna liberata dagli stereotipi che la cultura dominante le appiccica addosso: Maria è la donna libera perché ha scoperto in Gesù l'amore gratuito, e ascoltandolo, può mettersi a servizio di ogni persona come donna, sposa e madre. Così anche noi nella Chiesa, troviamo dignità e libertà, che solo scaturiscono da un cuore perdonato e rigenerato. Chiediamoci allora, sinceramente, per chi sono, oggi, i nostri occhi? C'è Gesù, lo abbiamo accolto con amore, con gioia, ma per caso il nostro sguardo si perde tra giudizi e mormorazioni? Gli occhi tradiscono il cuore. "La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!" (Mt. 6, 22-23). Non abbiamo forse lo sguardo piantato su noi stessi, dimenticando il Signore che è proprio lì, accanto a noi. Abbiamo bisogno di occhi per la Parola, perché la Parola è un uomo - il più bello tra figli dell'uomo - e sguardi, e amore vero e visibile; perché la Parola si ascolta e si guarda. La Parola si contempla, come e più del volto dell'innamorato. La Parola di Gesù è Lui stesso, la parte buona, l'unica, della vita. Nella Chiesa possiamo guardarlo con il cuore, spalancargli le porte, accovacciarci ai suoi piedi come un discepolo, e pendere dalle sue labbra. Il suo amore, infatti, è l'unica nostra possibilità di amare. E' Lui l'indispensabile, lo sappiamo, lo abbiamo sperimentato. Allora, cominciamo oggi a sventolare la bandiera bianca di fronte alla nostra superbia. Chiediamo al Signore la Grazia di stare, oggi, con Lui. Che tutto il nostro desiderio, che ogni nostro pensiero, che ogni sguardo sia per Lui: "Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra" (Sal. 16). "Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio" (Sal 72). Che sia davvero il Signore la "mia parte di eredità e il mio calice". Sant’Agostino commenta: "Il Salmista non dice: O Dio, dammi un’eredità! Che mi darai mai come eredità? Dice invece: tutto ciò che tu puoi darmi fuori di te è vile. Sii tu stesso la mia eredità. Sei tu che io amo… Sperare Dio da Dio, essere colmato di Dio da Dio. Egli ti basta, fuori di lui niente ti può bastare". Nelle Parole di Gesù rivolte a Marta risuona questo salmo, e sono parole che schiudono alla vita eterna, alla vita salvata dalla corruzione; tutte le esperienze, ogni evento fissato in eterno dall'intimità con il Signore. Il Cielo è l'eredità magnifica che ci attende, anticipata dalla Parola del Signore preparata per noi e vissuta nella Chiesa. E' la parte buona della quale Maria, seduta ai piedi di Gesù, ha cominciato a gustarne le primizie. Quell'eredità nella quale anche Marta ha imparato a credere, sino al limite della morte che ha visitato il fratello amato. Anche di fronte alla corruzione Marta professa la fede nella risurrezione, contro ogni speranza umana. Il cammino di Marta è il nostro cammino: dalla mormorazione alla fiducia, dal giudizio alla gratitudine, dalla tristezza alla gioia, dal moralismo alla fede e all'amore vero, gratuito, purificato. La Parola di Verità ha avuto ragione delle sue ragioni e le ha donato un cuore nuovo, colmo di speranza, fede e carità. L'opera della Grazia in lei è preparata per ciascuno di noi, perché ascoltarlo, obbedire e guardarlo operare nei fratelli e in noi è già la Vita eterna. Tutto di noi è già eterno; in Lui, con Lui, per Lui c'è già gioia piena e dolcezza senza fine.


"Il Signore è il nostro specchio

aprite gli occhi e volgetevi a lui,

osservate come sono i vostri volti!
Glorificate altamente il suo Spirito!
Togliete lo sporco dai vostri visi,
amate la sua santità e rivestitevene,
siate irreprensibili al suo cospetto. Alleluia!"
Odi di Salomone, 13



APPROFONDIMENTI




 αποφθεγμα Apoftegma


A te mi abbandono. - Gesù, non lasciarmi mai sola quando soffro! 
Tu conosci la mia assoluta nullità, conosci l'abisso della mia miseria. 
La mia debolezza è tanto grande, 
che non c'è davvero da stupirsi se io cadrò, lasciata sola. 
Sono impotente, mio Signore, e non so, da sola, comportarmi bene. 
In te confido, e a te m'abbandono!

Santa Faustina Kowalska

Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario



Gesù e Barabba davanti a Pilato. Evangeliario di Rossano

Cristo sulla Croce led legato. Immagine Portable dal tempio di Santa Croce in Pelentri Cipro, 13 ° secolo.





L'ANNUNCIO
Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!  (Dal Vangelo secondo Matteo 13, 35-43)



In questo brano del Vangelo Gesù in persona commenta la sua parabola:

































con semplicità e chiarezza, senza giri di parole. Non annacqua, non trucca, non cede ai compromessi. Per i suoi discepoli la Parola delle parabole diviene chiara come un alba, non è possibile sbagliare: la Parola non è come quei disegni appena abbozzati che si trovano nei settimanali enigmistici, il cui esito definitivo è lasciato all'abilità dei lettori. Non si tratta di aggiungere, togliere, correggere, colorare a proprio piacimento. La Parola del Signore è una spada, arriva diritta al cuore, senza sconti. Per questo è Verità che genera libertà. "Per mezzo delle realtà comuni [Gesù] vuole indicarci il vero fondamento di tutte le cose e così la vera direzione che dobbiamo imboccare nella vita di tutti i giorni, per seguire la retta via. Egli ci mostra Dio, non un Dio astratto, ma il Dio che agisce, che entra nella nostra vita e ci vuole prendere per mano" (J. Ratzinger - Benedetto XVI). La Parabola della zizzania illumina la natura della Chiesa e l'identità dei cristiani: sono figli di un Regno che non è di questo mondo, ma vi camminano giorno dopo giorno. Nel mondo ma non del mondo si trovano gomito a gomito con la zizzania, con i figli del maligno; e qui Gesù precipita inesorabilmente nel politicamente scorrettissimo:esistono i figli del demonio. Coloro che ne compiono i desideri, che obbediscono a un padre che è nemico acerrimo di Dio. Figli del maligno, assassini che cercano di uccidere Cristo. Spesso travestiti da figli di Abramo, battezzati chissà, ma con tra le mani opere che di Abramo non hanno neanche l'ombra. "Se, con l’incarnazione del Verbo, la figliolanza divina fosse attribuita immediatamente a ogni uomo, il mistero della scelta o elezione e quindi la fede, il battesimo e la Chiesa non avrebbero più alcun ruolo costitutivo per la salvezza: la missione della Chiesa nel mondo sarebbe solo quella di far prendere coscienza a tutti gli uomini di questa salvezza già presente nella profondità di ognuno. Insomma, ogni uomo, in virtù dell’incarnazione del Verbo, acquisirebbe automaticamente, anche se inconsapevolmente, “l’esistenza in Cristo” ricevendo così, in virtù della sua trascendenza come persona umana, gli effetti salvifici della redenzione operata da Gesù Cristo. Sarebbe un “cristiano anonimo”. (Ignace De La Potterie)Ma non è così. Nelle parole del Signore emerge, come una saetta, una verità incontrovertibile: esistono i figli del Regno ed i figli del maligno. Vivono fianco a fianco, e la missione della Chiesa non è, come nell'Islam, sradicare la zizzania malvagia, ma, semplicemente, vivere secondo la propria natura. Si comprende così come alle fonti della missione della Chiesa e di ciascun cristiano vi sia una tenace e perseverante difesa della primogenitura, della misteriosa elezione ad essere, per il mondo, sale, luce e lievito, segno autentico e credibile del Regno di Dio. I cristiani sono eletti per vivere in pienezza la cittadinanza celeste, lasciando che Cristo, Primogenito dei figli del regno, mostri in ciascuno la sua natura; pur tra le debolezze e le imperfezioni della carne, sono chiamati a lasciare brillare la bellezza del Signore, riflesso della bellezza di una vita secondo la volontà del Padre: "La natura corrotta dal peccato genera perciò i cittadini della città terrena, mentre la grazia che libera la natura dal peccato genera i cittadini della città celeste. Perciò i primi sono chiamati vasi d’ira; gli altri sono chiamati vasi di misericordia. Se ne ha un simbolo anche nei due figli di Abramo. L’uno, Ismaele, nacque secondo la carne dalla schiava Agar, l’altro, Isacco, nacque secondo la promessa da Sara, che era libera. Entrambi sono stirpe di Abramo, ma un rapporto puramente naturale ha fatto nascere il primo, invece la promessa che è segno della grazia ha donato il secondo. Nel primo caso si rivela un comportamento umano, nel secondo caso si rivela la grazia di Dio" (S. Agostino, De Civitate Dei).  Dietro le parole della parabola emergono in filigrana quelle del salmo 37, che traducono concretamente l'atteggiamento proprio dei cristiani nel mondo: 

Non adirarti contro gli empi non invidiare i malfattori. 

Come fieno presto appassiranno, cadranno come erba del prato. 

Confida nel Signore e fa il bene; abita la terra e vivi con fede. 
Cerca la gioia del Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore. 
Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera;
farà brillare come luce la tua giustizia, come il meriggio il tuo diritto. 
Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui; 
non irritarti per chi ha successo, per l'uomo che trama insidie. 
Desisti dall'ira e deponi lo sdegno, non irritarti: 
faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, 
ma chi spera nel Signore possederà la terra. 
Ancora un poco e l'empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. 
I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace.  
Conosce il Signore la vita dei buoni, la loro eredità durerà per sempre. 
Non saranno confusi nel tempo della sventura e nei giorni della fame saranno saziati. 
Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo e segue con amore il suo cammino. 
Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano. 
I giusti possederanno la terra e la abiteranno per sempre. 
Occhi aperti dunque, e un abbandono sconfinato e audace alla fedeltà del Signore. Intorno a noi il male esiste, esiste il demonio che, come annuncia l'Apocalisse, cerca il bambino per divorarlo, per farci rinunciare alla primogenitura, l'immagine di Cristo in ciascuno di noi, figli del Regno. E gli attacchi non sono solo quelli del sesso, del denaro, del potere. Esistono i fendenti più subdoli, quelli con cui il demonio cerca di ancorare la menzogna nella mente attraverso l'evidente ragionevolezza della lotta all'ingiustizia. La parabola è come il bozzetto del quadro che Gesù stesso dipingerà con il colore del suo sangue. Con i tratteggi del grano e della zizzania il Signore stava profetizzando l'episodio che sarebbe andato in scena davanti a Pilato, anticipando indirettamente ai discepoli la domanda che il Procuratore avrebbe rivolto al Popolo: "chi volete che vi liberi, Gesù o Barabba?". Il grano o la zizzania? La Chiesa sarà sempre posta al fianco di Barabba, come ciascuno di noi, ogni giorno. E sempre seguirà le orme del suo Signore; di fronte al dilagare delle persecuzioni e del male, ascolterà di nuovo le parole che Gesù rivolse a Pietro nel Getsemani: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada; Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?" (Mt. 26, 52-54). Il grano è accanto alla zizzania per compiere la Parola, perché si realizzi la volontà di Dio per ogni uomo di tutte le generazioni. E così è stato, e la "spada" che ha fatto rimettere nel fodero, è caduta su Gesù, per colpire in Lui tutto il male che la zizzania ha provocato. Il grano è accanto alla zizzania per proteggerla sino alla "fine del mondo", per dare occasione di convertirsi ai "figli del maligno" "seminati dal diavolo". Non tralasciamo un punto importante: il "campo" è "suo", è di Gesù. Il "mondo" è del Signore, non del demonio. Anche se questi ne è il principe, non significa che abbia su di esso un potere indefinito. Sopra di lui c'è "uno più forte", che può legarlo e liberare coloro che satana tiene in suo potere. Il diavolo è stato precipitato sulla terra ed è furioso perché sa che gli resta poco tempo (cfr. Ap. 12). Questo tempo che ci separa dalla "fine del mondo", il tempo in cui il "grano" cresce accanto alla "zizzania". Ma la Chiesa ha l'esperienza di essere stata, per pura grazia, seminata nel mondo come un "seme buono"; sa che è i "figli del Regno" sono stati amati mentre erano peccatori e meritevoli della "spada" che Dio ha rivelato al profeta Ezechiele: "Così dice il Signore Dio: Eccomi contro di te. Sguainerò la spada e ucciderò in te il giusto e il peccatore. Se ucciderò in te il giusto e il peccatore, significa che la spada sguainata sarà contro ogni carne, dal mezzogiorno al settentrione. Così ogni vivente saprà che io, il Signore, ho sguainato la spada ed essa non rientrerà nel fodero... Spada, spada aguzza e affilata, aguzza per scannare, affilata per lampeggiare! L'ha fatta affilare perché la si impugni, l'ha aguzzata e affilata per darla in mano al massacratore!... Perché i cuori si struggano e si moltiplichino le vittime, ho messo ad ogni porta la punta della spada, fatta per lampeggiare, affilata per il massacro... Poiché voi avete fatto ricordare le vostre iniquità, rendendo manifeste le vostre trasgressioni e palesi i vostri peccati in tutto il vostro modo di agire, poiché ve ne vantate, voi resterete presi al laccio... mentre tu hai false visioni e ti si predicono sorti bugiarde, la spada sarà messa alla gola degli empi perversi, il cui giorno è venuto, al colmo della loro malvagità" (Ez   ). E questo "giorno" ebbe inizio proprio nel podere chiamato Getsemani. Gesù sapeva che quella spada era preparata per Lui, e non per quelli che lo volevano morto. La "spada" era per Lui, l'unico "seme buono" che il Padre aveva seminato nel seno della Vergine Maria, l'unica "terra buona". Gesù sapeva che "proprio per quello era giunto a quell'ora", perché "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv. 12, 24). Doveva portare frutto e moltiplicare il "seme buono": con la sua morte e la sua resurrezione, infatti, avrebbe seminato nel mondo i "figli del Regno", perché "completassero in loro quello che sarebbe mancato alla Passione di Gesù" in ogni generazione, ovvero carne e sangue da versare per salvare il mondo, la Chiesa martire del suo amore. La "spada" destinata a "sradicare la zizzania" dal mondo era sguainata, aguzza e affilata, come il flagello che gli ha straziato le carni, le spine infilate nella testa, i chiodi penetrati nelle mani e nei piedi, e la lancia giunta nelle sue viscere. Sulla Croce aveva attirato tutti a sé, i peccatori e anche chi, innocente, ha sofferto l'espandersi del male. Sul Golgota era scesa, violenta la "spada" che doveva colpire e purificare il mondo giunto al "colmo delle sue malvagità". Ma il Golgota è preparato anche per noi, "figli del Regno" rinati dall'acqua e dal sangue zampillati dal costato di Cristo trafitto dalla "spada". Anche per noi è pronto il flagello: proprio come la zizzania che cresce e si distende quasi a soffocare il grano, ci percuoteranno le ingiustizie, ci feriranno le calunnie con cui ci toglieranno l'onore, ci batteranno rubandoci quello che ci appartiene; quelli di casa saranno i nostri nemici, coniuge, figli, e poi amici, colleghi, e poi i professori che vorranno imporre le loro vuote ideologie, e il governo che vorrà impedirci di annunciare la verità, e la cultura, e i media, e i social, tutto come fu già contro Gesù, e, nei secoli, contro la sua Chiesa. E di fronte a tutto questo, la Chiesa sarà ancora dalla parte di Gesù, l'Agnello muto di fronte ai suoi tosatori; e il mondo sceglierà Barabba, e lo lascerà libero, illudendosi di avere ragione delle ingiustizie con la violenza. E gli aborti si moltiplicheranno, e i divorzi e le guerre. E la "spada" giungerà ancora sulla terra, e colpirà ancora i cristiani, come accadde a Nagasaki, dove la bomba atomica fu gettata attraverso l'unico spazio che s'era aperto tra le nuvole, e precipitò sul quartiere cristiano, distruggendo la cattedrale e mietendo migliaia di vittime. E' il Mistero Pasquale di Cristo nel quale siamo stati salvati e che si compirà in noi, perché la pazienza di Dio si estenda anche a tuo figlio, a quel collega che ha appena divorziato, a quella cugina che ha abortito, ai signori della guerra e ai mafiosi. Sappiamo bene che, giudei o greci non importa, tutti eravamo peccatori, "ma siamo stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!" (1 Cor 6,4). E' un mistero insondabile "disegno di Dio" che ci ha chiamati a far parte della sua Chiesa,  insieme a San Francesco, a Santa Caterina, agli Apostoli e ai martiri: e "quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati" (Rm 8, 28-30). La misericordia di Dio ci ha "seminati nel campo" per "fiorire e fruttificare": è un immagine profetica del battesimo, "per mezzo del quale siamo stati sepolti con Cristo nella morte, e siamo risuscitati con Lui per camminare in una vita nuova" (Rm 6,4). La morte è vinta, esiste il Regno dei Cieli, ed esiste un giudizio! Il male non trionferà, non si scherza. Lo sappiamo per esperienza... Ma proprio perché scampati alla "spada" per la misericordia di Dio, siamo ora inviati ad annunciare a tutti e a testimoniare la stessa misericordia prendendo su di noi i colpi della "spada". Per questo sappiamo che "la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il nemico" che ha seminato con la menzogna i suoi figli nel mondo: anche oggi, uniti a Cristo e "attingendo forza in Lui e nel vigore della sua potenza" attraverso la Parola e i sacramenti, siamo inviati a non opporre resistenza "ai figli del maligno"; non andremo a sradicarli dal mondo. Il Signore ci invita a tornare al nostro battesimo, è l'unico modo per crescere accanto alla zizzania e dare frutto, nell'attesa della "mietitura": "Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” " (Benedetto XVI). Per questo risuonano oggi per noi le parole che San Paolo ha dettato per i cristiani di Efeso: "Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito cioè la parola di Dio" (Ef. 6,10-17). Ecco la "spada" che ci viene consegnata, la Parola di Dio! Ascoltiamola, celebriamola, scrutiamola, meditiamola, e chiediamo incessantemente che si faccia carne in noi. Esiste un combattimento, ed inizia nel nostro cuore, dove anche si annidano semi velenosi deposti dal nemico. E' fondamentale saper discernere il bene ed il male, per non cadere in stolte semplificazioniLa lotta appare allora per quello che in realtà essa è, una difesa strenua, sino al sangue, contro il peccato, contro gli inganni macchinati dal demonio. E' una lotta d'amore, stringersi sempre più come pietre vive a Cristo, nella quale lasciarci amare, colmare, perdonare, consolare, deliziare da Lui. E cercare in Lui la nostra gioia, cioè vivere in Cristo, di Cristo, per Cristo. Come vasi di creta, portare con gioia il tesoro immenso dell'amore di Cristo. "Questo tesoro fa di tutta la vita un cammino, un progredire, sempre preceduti e accompagnati da quei fatti di grazia operati dal Signore che tornano a sorprendere il cuore nutrendo così la fede" (De la Potterie, cit.). Questo cammino di fede rinnovato ogni giorno, sulle tracce della penitenza e della conversione, diviene esso stesso un annuncio, un grido che chiama ogni uomo alla Verità, alla salvezza. I figli del maligno non sono distrutti, ma lasciati accanto ai figli del Regno perchè, sino all'ultimo istante della loro vita, possano alzare lo sguardo e implorare la misericordia, quell'amore impresso nei fratelli di Cristo. "L’esperienza della figliolanza è invece tutta piena solo di gratitudine, per il dono immeritato, e di speranza nei confronti di tutti. Per cui non si tratta di giudicare i miscredenti, i lontani, o addirittura quelli che possono sembrare avversari. Anche perché ognuno di loro può, quando meno se lo aspetta, incontrare il fatto cristiano... Questa gratitudine non giudica nessuno, ma è magnanima e misericordiosa anche davanti all’errore e al peccato. Come accadde a san Francesco Saverio, il discepolo prediletto che Ignazio di Loyola aveva mandato a evangelizzare il lontano Oriente. Davanti ai peccati anche turpi dei pagani, Francesco Saverio si stupiva che senza la fede, i sacramenti e la preghiera filiale non ne facessero di più gravi. Come scrive in una lettera inviata ai suoi compagni da Cochin, nel 1552: «Io non mi meraviglio per i peccati che esistono fra bonzi e bonze, quantunque ve ne siano in grande quantità. Anzi, mi meraviglio che non ne facciano più di quelli che fanno…». I figli del regno come il miele per le api, come la dolcezza dell'amore di Cristo tra i pungiglioni della morte che sono i peccati di ogni generazione. L'amore infinito come miele che cola dall'arnia della scuola, del lavoro, del condominio, del mercato; della malattia e della precarietà, di ogni istante donato ai figli del Regno. Miele dolcissimo capace di salvare, per sempre, anche il peggior figlio del maligno, perchè non cada nella fornace ardente ed eterna. Il miele di Cristo, che ci attrae e ricrea ogni istante. "Il grano seminato da Cristo, seminato da Dio nel mondo, giungerà a maturazione, e cioè nessuna egregia impresa, nessun desiderio o sforzo per dare al bene la sua energia ed espansione andrà perduto: giacché il premio eterno è assicurato a coloro che porteranno il buon frumento nei granai celesti" (Paolo VI).