Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

lunedì 28 dicembre 2015

NATALE DI GESU'

I documenti storici veri lo confermano : 
LA FESTA DEL NATALE DI CRISTO 
E' SEMPRE STATA FESTEGGIATA 
il 25 dicembre ,fin dalle prime comunità cristiane ! 
I pagani hanno sempre tentato di cancellarla,esattamente come fanno oggi.
           >>>    ilcoraggodiguardareilcielo

Il Natale di Gesù 

Per un’antichissima tradizione che risale agli albori della Chiesa di Roma, i cristiani celebrano il mistero del Natale del Signore nel cuore della notte, ricordando il silenzio che tutto avvolgeva quando discese la parola divina, e la luce brillò davanti ai pastori i quali, mentre erano in veglia, accolsero il lieto annunzio della nascita del Salvatore. Il “Libro dei Giubilei” apocrifo del II sec. a.C. ritrovato nelle grotte di Qumran nel 1947, attesta che la classe sacerdotale di Abia, l’VIII delle 24 che ruotavano attorno l’ufficiatura del Tempio, entrava nel Tempio la settimana compresa tra il 23 e il 30 settembre. Ebbene se Zaccaria è entrato nel Tempio il 23 settembre ed ha avuto la visione dell’arcangelo Gabriele che gli preannuncia che Elisabetta sua moglie “gli darà” un figlio sebbene “vecchia e sterile” ed esce “muto” fin quando non farà la volontà di Dio, possiamo pensare che il 24 settembre concepisce il figlio Giovanni Battista con Elisabetta che nascerà nove mesi dopo il 24 giugno (festa liturgica della nascita di San Giovanni Battista). Intanto Maria santissima subito dopo l’Annunciazione – il concepimento ad opera dello Spirito Santo di Gesù il Figlio di Dio - va “in fretta” a trovare Elisabetta quando era incinta di 6 mesi e immediatamente Giovanni Battista esulta in Elisabetta facendole esclamare nei confronti di Maria santissima, “madre del mio Signore” che corrisponde a “madre del mio Dio” perché l’ebraico “Adonai” – letteralmente “Signore” – gli ebrei lo riferivano solo a Dio. Maria santissima – nell’Annunciazione – riceve la visita dell’angelo Gabriele nel compleanno del “sesto mese” di gravidanza di Elisabetta, quindi il 25 marzo giorno liturgico in cui festeggiamo l’Annunciazione. Gesù nascendo nove mesi dopo nasce veramente il 25 dicembre.

   

Così si capisce come i cristiani fin dal I secolo festeggiavano liturgicamente le date storiche della nascita di San Giovanni Battista (24 giugno), l’Annunciazione (25 marzo) e il Natale (25 dicembre). Le fonti storiche dimostrano che furono i pagani a sovrapporre nel IV secolo la loro festa del “solis invicti” che celebravano il 19 dicembre o anche nel periodo compreso tra il 19 e il 22 ottobre, al Natale cristiano che da subito veniva festeggiato il 25 dicembre. Quali sono queste fonti? Ippolito di Roma nel 204 – nel suo “Commento al libro di Daniele” - riferisce che esisteva la tradizione consolidata a Roma della festa cristiana del Natale il 25 dicembre. Nel IV secolo in occidente si pervenne ad una concordanza su questa data. Dall’altra, le prime notizie storiche accertate della invenzione della celebrazione pagana del “Dies Natalis Solis invicti” o “culto del dio sole” in modo ufficiale è tardiva – del 274 d.C. - ad opera dell’imperatore Aureliano. Quindi 70 anni dopo l’autorevole testimonianza di Ippolito da Roma. Addirittura solo nel 354 d.C. – ben 150 anni dopo la fonte storica di Ippolito di Roma – con il calendario romano “Chronographus” si attesta che la festa pagana del “solis invicti” è il 25 dicembre. Cosa vuole dire? Vuol dire che furono i pagani – che per almeno IV secoli perseguitarono e uccisero i cristiani – a sovrapporre la loro festa pagana del solstizio di inverno alla festa del Natale cristiano già ampiamente consolidata. Perché? Perché come testimoniano gli scritti di Plinio, Svetonio e Dione Cassio i pagani inventavano false accuse e utilizzavano tutti i mezzi possibili per uccidere i cristiani. Scrive lo storico pagano Tacito della feroce persecuzione ai cristiani di Nerone del 64: “Nerone per farla cessare [la voce che lo vedeva colpevole] inventò i colpevoli e sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava Cristiani … così una moltitudine fu messa a morte … e a questi si aggiunse lo scherno, sicchè, rivestiti di pelli ferine, perivano sbranati da cani, o appesi alle croci e dati alle fiamme venivano bruciati vivi, al calar del sole, come torce di notte”. Quindi i pagani “inventano” il modo di distruggere la festa del Natale il 25 dicembre ma non ci riescono. Tanto che nel IV secolo d.C. – dice Rodney Stark il più eminente sociologo delle religioni americano – “la conversione di Costantino fu la risposta alla massiccia crescita esponenziale del cristianesimo non la sua causa”. Sempre Clemente Alessandrino del II sec. d.C. scrive: “Il Signore è disceso per portare la pace del cielo a quelli che sono sulla Terra … per questo è sorto l’astro straniero e nuovo che distrugge la vecchia disposizione degli astri e risplenda di luce nuova, non di quella del mondo e traccia vie nuove e salutari … per trasferire quanti credono in Cristo dalla fatalità alla provvidenza” (Excerpta ex Theodoto). Infatti sia prima del 300 d.C. che dopo il 350 d.C. la percentuale di crescita del cristianesimo si attesta sempre sul 56,5% della popolazione dell’Impero romano. Cristo che si presenta come “luce del mondo” e “sole che sorge” ispira al martire San Giustino all’inizio del II sec. d.C. di impostare la teologia della Chiesa sul simbolo del sole. Egli afferma nella sua “Apologia prima”: “Una stella lucente si levò, e un fiore germogliò dalla radice di Jesse, questi è il Cristo … E nel giorno detto del sole, riunendoci tutti in sol luogo dalla città e dalla campagna, si fa un’assemblea e si leggono le memorie degli apostoli e gli scritti dei profeti fino a quando vi è tempo… Tutti quanti insieme di riuniamo nel giorno del sole poiché è il primo giorno nel quale Dio creò il mondo avendo trasformato la tenebra e la materia, e Gesù Cristo, nostro salvatore, risuscitò nello stesso giorno dai morti”. Nelle catacombe del II-III sec. d.C. della necropoli vaticana – ad esempio – Cristo è presentato sul carro trainato da cavalli bianchi come si usava rappresentare il sole che sorge. Il cristianesimo non ha adottato una festa pagana ma ha sostituito l’interpretazioni di alcuni simboli universali assumendoli, purificandoli ed elevandoli perché lo stesso Cristo li aveva già applicato a sé. Le fonti storiche di Porfirio di Tiro (233-305) riferiscono che nell’anno 35 d.C. l’imperatore Tiberio porta presso il Senato romano la proposta di riconoscere Gesù di Nazaret come un “dio” ed introdurlo con gli altri “dei” nel Pantheon pagano. Questo significa che: 1)Gesù fin dall’inizio è stato riconosciuto come divino e non vi è stata una divinizzazione successiva; 2)Gesù da subito era adorato come Dio dai cristiani contemporanei. Il Senato romano bocciò “provvidenzialmente” la proposta; infatti i cristiani non possono tollerare che Gesù sia considerato un “dio” tra altri “dèi”. Tanto che poco tempo dopo i falsi “dei” pagani furono sfrattati dal Pantheon (lett. “tempio di tutti gli dei”) romano fatto costruire dall’imperatore Agrippa nel 27-25 a.C. e quindi ricostruito poi diventò una chiesa nel 609 d.C., la sola dimora di Cristo-Re. Lo stesso Tertulliano (II sec. d.C.) nella “Apologia” che riprende quella stessa notizia invita i detrattori della divinità di Gesù dicendo “consultate i vostri annali” (quelli del Senato) per vedere che l’imperatore Tiberio – precedente a Nerone – aveva comunque mantenuto la protezione dei cristiani mentre“Nerone fu il primo a infierire contro questo gruppo religioso che allora fioriva grandemente a Roma”. Anche gli ebrei perseguitano i cristiani e come dice Giustino nel “Dialogo con Trifone”, “maledicono nelle sinagoghe coloro che credono in Cristo … con accuse amare, tenebrose e ingiuste contro l’unica luce perfetta e giusta inviata da Dio agli uomini”. Alcuni si chiedono, come è possibile che gli angeli abbiano incontrato in pieno inverno i pastori in campagna e di notte? Per gli ebrei – secondo la legge della purità – c’erano tre tipi di gregge: 1)di “lana bianca” considerate pure che possono accedere negli ovili dei centri abitati; 2)di “lana in parte bianca e in parte nera” che possono essere ospitate negli ovili solo fuori dei centri abitate e solo entrando di sera; 3)di “lana nera” considerate impure che non possono entrare nelle città, non possono essere ospitate negli ovili anche fuori dalle città e che devono stare sempre all’aperto – giorno e notte, estate ed inverno - con i loro pastori. I pastori di Betlemme – città ubicata 800 metri sul livello del mare - incontrano l’angelo che preannuncia sempre la volontà di Dio di porsi fortemente in relazione agli uomini che gli “annuncia una grande gioia”, il natale di Gesù,  sono pastori di pecore nere, impure! Gesù sceglie Betlemme che significa sia “casa del pane” e sia “casa della carne” per farsi eucarestia di salvezza. È la città natale del re Davide dove svolgeva il mestiere di pastore – di re a Gerusalemme – ad indicare che Gesù sarà un re ma dai tratti preponderanti del “buon” pastore. Tutti ricordiamo l'imbarazzo del profeta Samuele mandato ad ungere re uno dei figli di Iesse; Iesse gliene presentò solo 7, mentre l'ottavo, Davide che era solo un povero pastorello non era secondo i criteri dei tempo selezionabile. Iesse lo ignorò. Allora disse Samuele a Iesse: "«Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge». Samuele ordinò a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: «Alzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell'olio e lo consacrò con l'unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi" (1Sam.16). Ebbene anche nel Natale i primi ad adorarlo sono pastori! Gesù si fa adorare prima dai “piccoli”,  i pastori, che secondo il Talmud a quel tempo era la condizione più disprezzata – in particolare dei pastori di pecore nere – e non potendo accedere alla sinagoga o al Tempio per purificarsi erano l’emblema del peccatore impuro senza possibilità di salvezza. Gesù come “buon pastore” viene per salvare come primizia coloro che vorrebbero ma non si ritengono degni di salvezza: i pastori. “La gloria del Signore li avvolse di luce” – avvolse loro che sono peccatori – senza castigarli. Il timore avvolge i pastori per la paura del castigo di Dio ma l’angelo di Dio ribadisce dolcemente “non temete”. Perché? Perché il “Vangelo” o letteralmente “Buona Notizia” è che nella città di Betlemme non è nato un giustiziere ma il Salvatore. Chi è questo Salvatore? Dice l’angelo ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». Gesù la “pienezza della divinità” e Dio manifestato nella sua gloria tra gli uomini. Infatti apparve una moltitudine di angeli che lodavano Dio: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama».La gioia del Natale è che Gesù ci dice che non c’è nessuno che è escluso dall’amore di Dio. Il racconto storico della nascita di Gesù riportato dall’evangelista San Luca dice che “un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse un censimento su tutta la terra … quando era governatore della Siria, Quirinio”. Ebbene lo storico Giuseppe Flavio ne “La guerra giudaica” (75 d.C.) ci parla di questo censimento e di come “molti giudei” si sottraessero al censimento“quando Quirinio era stato mandato nella Giudea come censore … viene mandato da Cesare nel territorio della Siria, Quirinio, ex console per censire sia i beni della Siria sia per dare in appalto la riscossione delle proprietà di Archelao”. Anche lo storico Eusebio di Cesarea del III secolo nella “Storia Ecclesiastica” parla del Natale avvenuto “nell’anno quarantaduesimo del regno di Augusto, ventotto anni dopo l’assoggettamento dell’Egitto e la morte di Antonio e Cleopatria, durante la quale si concluse la dominazione dei Tolomei sull’Egitto al tempo del primo censimento e mentre Quirinio era governatore della Siria, nacque a Betlemme di Giudea, conformemente alle profezie su di lui, il nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo”. Gli storici sono propensi a considerare la nascita di Gesù tra il 7 a.C. – data del censimento - e il 4 d.C., data della morte di Erode. Nel Natale la “notte del mondo senza Dio” viene vinta dalla “luce di Dio, Gesù”: “La divina Scrittura è solita chiamare notte il tempo prima della venuta di Cristo, nel quale ancora satana esercitava la sua tirannide e l’oscurità dell’ignoranza teneva soggetta la terra; mentre chiama giorno il tempo della venuta del Salvatore, perché ci illumina e noi riceviamo i raggi della retta conoscenza di Dio e con gli occhi del cuore contempliamo il sole di giustizia” (San Cirillo d’Alessandria IV-V sec. d.C., De adoratione in spiritu et veritate).
                                                                               dFA

Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua Gloria

28 Dicembre. Santi Innocenti





αποφθεγμα Apoftegma

Per una specie di equivalenza
questi innocenti hanno pagato per mio figlio
Essi furono presi per lui.
Furono massacrati per lui.
Invece di lui. Al suo posto.
Erano coetanei di mio figlio,
erano simili a mio figlio.
E lui era simile a loro.

Charles Péguy



QUI IL COMMENTO AUDIO




L'ANNUNCIO
Dal vangelo secondo Matteo. 2, 13-18

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».




Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua Gloria


Come scriveva Peguy, i Santi Innocenti sono stati dei privilegiati: hanno offerto il sangue per Cristo prima ancora di poter parlare: “O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta perché non muovono ancora le membra, e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria” (Dai «Discorsi» di san Quodvultdeus ). In questo mistero, scandaloso per i più, come la sofferenza che colpisce ogni innocente, si cela la Buona Notizia che illumina la nostra storia, proprio tra le ferite incomprensibili di bambini sterminati al posto di uno solo. Brilla in questi fanciulli una Grazia simile a quella che ha colmato e resa immacolata, ancor prima d’essere concepita, la Vergine Maria. E si svela il mistero dell’elezione di ciascuno di noi, la primogenitura che ci fa appartenere a Cristo ancor prima d’essere nati: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Ger. 1,). Certo, è facile sbattere contro il muro d’irragionevolezza che, a prima vista, circonda questo evento che ha bagnato di sangue i primi vagiti del Signore. Come ci scandalizza ogni avvenimento di sofferenza innocente, i terremoti, i bambini violati e uccisi, le malattie, la guerra. Restiamo senza parole, sbigottiti, dinanzi alla furia di Erode, e ancor più, se pensiamo che tutto quel sangue ha coperto la fuga del Signore. Muti, infanti, etimologicamente senza favella, come i Santi Innocenti, capaci di esprimersi solo con grida e lacrime. E non abbiamo risposte, se non andiamo a cercarle in quel Bimbo messosi miracolosamente in salvo, grazie al martirio di tanti altri. Esule e perseguitato sin dalla nascita, Gesù scende in Egitto che, in ebraico, significa angoscia. Inizia così per Lui il lungo cammino che lo condurrà alla Croce, l’ingiustizia più grande. Occorre oggi, e ogni giorno della nostra vita, fermarsi presso la Croce, come Maria, e imparare a “custodire e meditare nel cuore” ogni avvenimento della nostra vita, perché ciascuno di essi fa parte della vita di Cristo, perché apparteniamo a Lui, sin dall’eternità: “Quando gli eventi ci avvicinano a Cristo, quando soffriamo per Cristo, è sicuramente un privilegio indicibile – qualunque sia la sofferenza, anche se sull'istante, non siamo coscienti di soffrire per lui” (Beato John Henry Newman).

E’ la Croce che illumina la storia, anche quella che ha inghiottito i Santi Innocenti: gli eventi drammatici sono soprattutto una Parola viva di Dio che come una spada discende sino al midollo dell'esistenza. La Chiesa è chiamata a mostrare Cristo per annunciarlo vivo e capace di dare senso ad ogni dolore, anche a quello più assurdo. Al dolore e alla sofferenza degli innocenti. Quel giorno che ha segnato con il sangue dei bambini di Betlemme l’inizio della via crucis di Gesù, è la data annotata in rosso sul taccuino di Dio. Quel giorno, e tutti i giorni che partoriscono dolore innocente, ci svelano il suo cuore, il suo progetto di amore per ogni uomo: per amore Gesù è disceso nell’Egitto e nella tomba di ogni uomo a compatirne angosce e sofferenze per deporvi la speranza che non delude, e liberare tutti insieme con Lui: “Dall’Egitto ho chiamato ogni mio figlio” nel Figlio che ha consegnato se stesso. Laddove la vita s'è fatta detrito sotto le onde di uno tsunami, tra le macerie dell'esistenza, nel dolore sordo degli innocenti è sceso l'amore. E questo amore ha un nome, Cristo, ed un volto, la Chiesa dei suoi fratelli più piccoli, i Santi Innocenti di ogni generazione. Essi sono morti per amore, dando compimento alla propria vita: non importa il tempo trascorso sulla terra, importa il Cielo al quale tutti siamo chiamati! E il Cielo esiste perché Cristo lo ha spalancato dinanzi a ciascun uomo, gratuitamente. Importa il destino per il quale siamo nati, la vita, qualunque essa sia, ci è data per amare, e un secondo speso senza amore è buttato; questi bambini sono una profezia per ciascuno di noi. Non importa il nostro carattere, il modo di parlare, la forma del corpo; non importano neanche i peccati, perché Dio, conoscendo tutto di noi, ci ha scelti, come questi bambini, prima ancora di essere formati nel seno materno. E’ la sua impronta in noi ad essere decisiva, e che essa si riveli in un amore che nulla difende e tutto dona, al di là di come siamo, nel perimetro spesso angusto della nostra debole carne. Tutto è santo in noi, anche i difetti, perché tutto apre il cammino a Cristo, alla salvezza e alla vita eterna. Come i santi innocenti, proprio la sofferenza che ferisce la nostra vita è il segno offerto al mondo che rivela che nella terra di nessuno della solitudine è disceso Cristo: l'Agnello senza macchia era lì quel giorno, innocente tra i suoi fratelli innocenti, la spada non lo ha risparmiato, la violenza lo ha travolto insieme a tutti, la paura non lo ha evitato. Il male che avvelena la vita di tanti giovani, che sfianca le famiglie, che asfissia il lavoro, il male banale che spegne questa generazione si è schiantato sul suo corpo crocifisso. Uno solo ha preso sul serio il male, al punto di morirci dentro. Uno solo lo ha guardato in faccia, lo ha sfidato, se ne è addossato ogni conseguenza, capro espiatorio di ogni veleno. Non vi è sofferenza che Cristo non abbia conosciuto, solitudine che non abbia sperimentato. Il mistero più grande, da quel giorno sul Golgota, ogni dolore è divenuto il dolore della stessa carne di Cristo, dolore divino, e per questo innocente. Quel giorno che solo tu conosci era la tua vita, ma era Calvario. Da quel giorno sul Golgota, ogni dolore è il dolore di Cristo, ogni tomba è il suo sepolcro. In tutti ha deposto, come un seme di vita eterna, il suo corpo benedetto. Quel corpo oggi è la Chiesa, i suoi missionari e i suoi cristiani, i piccoli innocenti perché amati e perdonati da Cristo, che Dio depone nella trama dei giorni, come un seme di speranza, tra le viscere di dolore di ogni uomo: Voi bambini imitate Gesù. Non l'imitiate. Siete dei bambini Gesù. Senza accorgervene, senza saperlo, senza volerlo” (Charles Péguy)


domenica 27 dicembre 2015

SCUOLA DELLA PAROLA on-line materiali lectio dicembre 2015

on-line materiali lectio dicembre 2015

Sono disponibili on-line i materiali multimediali della lectio divina di novembre 2015, terzo incontro della stagione 2015-2016 dal titolo "Le opere della misericordia".

La lectio è stata tenuta da fr. Fabio Scarsato.

Troverete il file pdf del fascicolo di preghiera e i files mp3 per l'ascolto.

Ecco il link: http://www.itsad.it/it/lectio.html

Pace e bene a tutti!

Un grazie e un saluto a tutti gli amici che partecipano alle nostre iniziative, compresi gli amici che ci seguono via internet :-)


BUON ANNO A TUTTI!
istituto teologico sant'antonio dottore

Santa Messa nella Festa della Santa Famiglia di Gesù e Maria e Giuseppe...

Santa Messa nella Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe e per il Giubileo delle Famiglie. Omelia di Papa Francesco

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Santa Messa nella Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe e per il Giubileo delle Famiglie. Papa Francesco: "Nell’Anno della Misericordia, ogni famiglia cristiana possa diventare luogo privilegiato di questo pellegrinaggio in cui si sperimenta la gioia del perdono. Il perdono è l’essenza dell’amore che sa comprendere lo sbaglio e porvi rimedio"
 Sala stampa della Santa Sede 

[Text: Italiano, Français, English, Español, Português] 
Alle ore 10 di oggi, Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, il Santo Padre Francesco celebra la Santa Messa nella Basilica Vaticana. Nel corso della Celebrazione Eucaristica con le famiglie romane e i pellegrini convenuti in occasione del Giubileo delle Famiglie, dopo la proclamazione del Santo Vangelo il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:
Omelia del Santo Padre
Le Letture bibliche che abbiamo ascoltato ci hanno presentato l’immagine di due famiglie che compiono il loro pellegrinaggio verso la casa di Dio. Elkana e Anna portano il figlio Samuele al tempio di Silo e lo consacrano al Signore (cfr 1 Sam 1,20-22.24-28). Alla stessa stregua, Giuseppe e Maria, per la festa di pasqua, si fanno pellegrini a Gerusalemme insieme con Gesù (cfr Lc 2,41-52).

Spesso abbiamo sotto gli occhi i pellegrini che si recano ai santuari e ai luoghi cari della pietà popolare. In questi giorni, tanti si sono messi in cammino per raggiungere la Porta Santa aperta in tutte le cattedrali del mondo e anche in tanti santuari. Ma la cosa più bella posta oggi in risalto dalla Parola di Dio è che tutta la famiglia compie il pellegrinaggio. Papà, mamma e figli, insieme, si recano alla casa del Signore per santificare la festa con la preghiera. E’ un insegnamento importante che viene offerto anche alle nostre famiglie. (...)  
Quanto ci fa bene pensare che Maria e Giuseppe hanno insegnato a Gesù a recitare le preghiere! (...) E ci fa bene anche sapere che durante la giornata pregavano insieme; e che poi il sabato andavano insieme alla sinagoga per ascoltare le Scritture della Legge e dei Profeti e lodare il Signore con tutto il popolo. E certamente durante il pellegrinaggio verso Gerusalemme hanno pregato cantando con le parole del Salmo: «Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!”. Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!» (122,1-2).
Come è importante per le nostre famiglie pellegrinare insieme, camminare insieme e avere una stessa meta da raggiungere! Sappiamo che abbiamo un percorso comune da compiere; una strada dove incontriamo difficoltà ma anche momenti di gioia e di consolazione. In questo pellegrinaggio della vita condividiamo anche il momento della preghiera. 

Cosa può esserci di più bello per un papà e una mamma di benedire i propri figli all’inizio della giornata e alla sua conclusione. Tracciare sulla loro fronte il segno della croce come nel giorno del Battesimo. Non è forse questa la preghiera più semplice dei genitori nei confronti dei loro figli? Benedirli, cioè affidarli al Signore, come hanno fatto Elkana e Anna, Giuseppe e Maria, perché sia Lui la loro protezione e il sostegno nei vari momenti della giornata. Come è importante per la famiglia ritrovarsi anche in un breve momento di preghiera prima di prendere insieme i pasti, per ringraziare il Signore di questi doni, e per imparare a condividere quanto si è ricevuto con chi è maggiormente nel bisogno. Sono tutti piccoli gesti, che tuttavia esprimono il grande ruolo formativo che la famiglia possiede, nel pellegrinaggio di tutti i giorni.
Al termine di quel pellegrinaggio, Gesù tornò a Nazareth ed era sottomesso ai suoi genitori (cfr Lc 2,51). Anche questa immagine contiene un bell’insegnamento per le nostre famiglie. Il pellegrinaggio, infatti, non finisce quando si è raggiunta la meta del santuario, ma quando si torna a casa e si riprende la vita di tutti i giorni, mettendo in atto i frutti spirituali dell’esperienza vissuta. 

Conosciamo che cosa Gesù aveva fatto quella volta. Invece di tornare a casa con i suoi, si era fermato a Gerusalemme nel Tempio, provocando una grande pena a Maria e Giuseppe che non lo trovavano più. Per questa sua “scappatella”, probabilmente anche Gesù dovette chiedere scusa ai suoi genitori. Il Vangelo non lo dice, ma credo che possiamo supporlo. La domanda di Maria, d’altronde, manifesta un certo rimprovero, rendendo evidente la preoccupazione e l’angoscia sua e di Giuseppe. Tornando a casa, Gesù si è stretto certamente a loro, per dimostrare tutto il suo affetto e la sua obbedienza. (...)  
Nell’Anno della Misericordia, ogni famiglia cristiana possa diventare luogo privilegiato di questo pellegrinaggio in cui si sperimenta la gioia del perdono. Il perdono è l’essenza dell’amore che sa comprendere lo sbaglio e porvi rimedio. E’ all’interno della famiglia che ci si educa al perdono, perché si ha la certezza di essere capiti e sostenuti nonostante gli sbagli che si possono compiere.
Non perdiamo la fiducia nella famiglia! E’ bello aprire sempre il cuore gli uni agli altri, senza nascondere nulla. Dove c’è amore, lì c’è anche comprensione e perdono. Affido a tutte voi, care famiglie, questo pellegrinaggio domestico di tutti i giorni, questa missione così importante, di cui il mondo e la Chiesa hanno più che mai bisogno.
Francese
Les lectures bibliques que nous avons écoutées nous ont présenté l’image de deux familles qui accomplissent leur pèlerinage vers la maison de Dieu. Elkana et Anne portent leur fils Samuel au temple de Silo et le consacrent au Seigneur (cf. 1 Sam 1, 20-22.24-28). De la même manière, Joseph et Marie, pour la fête de la Pâque, se font pèlerins à Jérusalem avec Jésus (cf. Lc 2, 41-52).
Nous avons souvent sous les yeux les pèlerins qui se rendent aux sanctuaires et aux lieux chers à la piété populaire. En ces jours, beaucoup se sont mis en chemin pour rejoindre la Porte Sainte ouverte dans toutes les cathédrales du monde et aussi dans de nombreux sanctuaires. Mais la chose la plus belle mise en relief aujourd’hui par la Parole de Dieu est que toute la famille accomplit le pèlerinage. Papa, maman et les enfants, ensemble, se rendent à la maison du Seigneur pour sanctifier la fête par la prière. C’est un enseignement important qui est offert aussi à nos familles.
Comme cela nous fait du bien de penser que Marie et Joseph ont enseigné à Jésus à réciter les prières ! Et savoir que durant la journée ils priaient ensemble ; et qu’ensuite le samedi, ils allaient ensemble à la synagogue pour écouter les Écritures de la Loi et des Prophètes et louer le Seigneur avec tout le peuple. Et certainement durant le pèlerinage vers Jérusalem, ils ont prié en chantant avec les paroles du Psaume : « Quelle joie quand on m’a dit : “Nous irons à la maison du Seigneur!”. Maintenant notre marche prend fin devant tes portes, Jérusalem ! » (122, 1-2).
Comme il est important pour nos familles de marcher ensemble et d’avoir un même but à atteindre ! Nous savons que nous avons un parcours commun à accomplir ; une route où nous rencontrons des difficultés mais aussi des moments de joie et de consolation. Dans ce pèlerinage de la vie, nous partageons aussi le moment de la prière. Qu’y-a-t-il de plus beau pour un papa et une maman que de bénir leurs enfants au début de la journée et à la fin ? Tracer sur leur front le signe de la croix comme le jour du Baptême. N’est-ce pas peut-être la prière la plus simple des parents pour leurs enfants ? Les bénir, c’est-à-dire les confier au Seigneur pour que Lui soit leur protection et leur soutien dans les différents moments de la journée. Comme il est important pour la famille de se retrouver aussi pour un bref moment de prière avant de prendre ensemble les repas, pour remercier le Seigneur de ces dons, et pour apprendre à partager ce qui est reçu avec celui qui est davantage dans le besoin. Ce sont de tout-petits gestes qui expriment cependant le rôle de formation que possède la famille.
Au terme de ce pèlerinage, Jésus retourne à Nazareth et il était soumis à ses parents (cf. Lc 2, 51). Cette image contient aussi un bel enseignement pour nos familles. Le pèlerinage, en effet, ne finit pas quand on arrive au but du sanctuaire, mais quand on revient à la maison et qu’on reprend la vie de tous les jours, mettant en acte les fruits spirituels de l’expérience vécue. Nous savons ce que Jésus avait fait cette fois. Au lieu de revenir à la maison avec les siens, il s’était arrêté à Jérusalem dans le Temple, causant une grande peine à Marie et à Joseph qui ne le trouvaient plus. Pour cette “escapade”, Jésus a dû aussi probablement faire des excuses à ses parents. L’Évangile ne le dit pas, mais je crois que nous pouvons le supposer. La question de Marie, d’ailleurs, manifeste une certaine réprobation, rendant évidente sa préoccupation et son angoisse ainsi que celles de Joseph. Revenant à la maison, Jésus s’est certainement soumis à eux pour montrer toute son affection et son obéissance.
Au cours de l’Année de la Miséricorde, que chaque famille chrétienne puisse devenir un lieu privilégié où s’expérimente la joie du pardon. Le pardon est l’essence de l’amour qui sait comprendre l’erreur et y porter remède. C’est à l’intérieur de la famille qu’on s’éduque au pardon, parce qu’on a la certitude d’être compris et soutenus malgré les erreurs qui peuvent se commettre.
Ne perdons pas confiance dans la famille ! C’est beau d’ouvrir toujours le coeur les uns aux autres, sans rien cacher. Là où il y a l’amour, là aussi il y a compréhension et pardon. Je confie à vous toutes, chères familles, cette mission si importante, dont le monde et l’Église ont plus que jamais besoin.
Inglese
The biblical readings which we just heard presented us with the image of two families on pilgrimage to the house of God. Elkanah and Hannah bring their son Samuel to the Temple of Shiloh and consecrate him to the Lord (cf. 1 Sam 1:20-22, 24-28). In the same way, Joseph and Mary, in the company of Jesus, go as pilgrims to Jerusalem for the feast of Passover (cf. Lk 2:41-52).
We often see pilgrims journeying to shrines and places dear to popular piety. These days, many of them are making their way to the Holy Door opened in all the cathedrals of the world and in many shrines. But the most beautiful thing which emerges from the word of God today is that the whole family goes on pilgrimage. Fathers, mothers and children together go to the house of the Lord, in order to sanctify the holy day with prayer. It is an important teaching, which is meant for our own families as well.
How comforting it is for us to reflect on Mary and Joseph teaching Jesus how to pray! And to know that throughout the day they would pray together, and then go each Sabbath to the synagogue to listen to readings from the Law and the Prophets, and to praise the Lord with the assembly. Certainly, during their pilgrimage to Jerusalem, they prayed by singing the Psalm: “I was glad when they said to me, ‘Let us go to the house of the Lord!’ Our feet are standing within your gates, O Jerusalem (122:1-2).
How important it is for our families to journey together towards a single goal! We know that we have a road to travel together; a road along which we encounter difficulties but also enjoy moments of joy and consolation. And on this pilgrimage of life we also share in moments of prayer. What can be more beautiful than for a father and mother to bless their children at the beginning and end of each day, to trace on their forehead the sign of the cross, as they did on the day of their baptism? Is this not the simplest prayer which parents can offer for their children? To bless them, that is, to entrust them to the Lord, so that he can be their protection and support throughout the day. In the same way, it is important for families to join in a brief prayer before meals, in order to thank the Lord for these gifts and to learn how to share what we have received with those in greater need. These are all little gestures, yet they point to the great formative role played by the family.
At the end of that pilgrimage, Jesus returned to Nazareth and was obedient to his parents (cf. Lk 2:51). This image also contains a beautiful teaching about our families. A pilgrimage does not end when we arrive at our destination, but when we return home and resume our everyday lives, putting into practice the spiritual fruits of our experience. We know what Jesus did on that occasion. Instead of returning home with his family, he stayed in Jerusalem, in the Temple, causing great distress to Mary and Joseph who were unable to find him. For this little “escapade”, Jesus probably had to beg forgiveness of his parents. The Gospel doesn’t say this, but I believe that we can presume it. Mary’s question, moreover, contains a certain reproach, revealing the concern and anguish which she and Joseph felt. Returning home, Jesus surely remained close to them, as a sign of his complete affection and obedience.
In the Year of Mercy, every Christian family can become a privileged place for experiencing the joy of forgiveness. Forgiveness is the essence of the love which can understand mistakes and mend them. Within the family we learn how to forgive, because we are certain that we are understood and supported, whatever the mistakes we make.
Let us not lose confidence in the family! It is beautiful when we can always open our hearts to one another, and hide nothing. Where there is love, there is also understanding and forgiveness. To all of you, dear families, I entrust this most important mission which the world and the Church need, now more than ever.
Spagnolo
Las Lecturas bíblicas que hemos escuchado nos presentan la imagen de dos familias que hacen su peregrinación hacia la casa de Dios. Elcaná y Ana llevan a su hijo Samuel al templo de Siló y lo consagran al Señor (cf. 1 S 1,20- 22,24-28). Del mismo modo, José y María, junto con Jesús, se ponen en marcha hacia Jerusalén para la fiesta de Pascua (cf. Lc 2,41-52).
Podemos ver a menudo a los peregrinos que acuden a los santuarios y lugares entrañables para la piedad popular. En estos días, muchos han puesto en camino para llegar a la Puerta Santa abierta en todas las catedrales del mundo y también en tantos santuarios. Pero lo más hermoso que hoy pone de relieve la Palabra de Dios es que la peregrinación la hace toda la familia. Papá, mamá y los hijos, van juntos a la casa del Señor para santificar la fiesta con la oración. Es una lección importante que se ofrece también a nuestras familias.
Cuánto bien nos hace pensar que María y José enseñaron a Jesús a decir sus oraciones. Y saber que durante la jornada rezaban juntos; y que el sábado iban juntos a la sinagoga para escuchar las Escrituras de la Ley y los Profetas, y alabar al Señor con todo el pueblo. Y, durante la peregrinación a Jerusalén, ciertamente cantaban con las palabras del Salmo: «¡Qué alegría cuando me dijeron: “Vamos a la casa del Señor”. Ya están pisando nuestros pies tus umbrales, Jerusalén» (122,1-2).
Qué importante es para nuestras familias a caminar juntos para alcanzar una misma meta. Sabemos que tenemos un itinerario común que recorrer; un camino donde nos encontramos con dificultades, pero también con momentos de alegría y de consuelo. En esta peregrinación de la vida compartimos también el tiempo de oración. ¿Qué puede ser más bello para un padre y una madre que bendecir a sus hijos al comienzo de la jornada y cuando concluye? Hacer en su frente la señal de la cruz como el día del Bautismo. ¿No es esta la oración más sencilla de los padres para con sus hijos? Bendecirlos, es decir, encomendarles al Señor, para que sea él su protección y su apoyo en los distintos momentos del día. Qué importante es para la familia encontrarse también en un breve momento de oración antes de comer juntos, para dar las gracias al Señor por estos dones, y para aprender a compartir lo que hemos recibido con quien más lo necesita. Son pequeños gestos que, sin embargo, expresan el gran papel formativo que la familia desempeña.
Al final de aquella peregrinación, Jesús volvió a Nazaret y vivía sujeto a sus padres (cf. Lc 2,51). Esta imagen tiene también una buena enseñanza para nuestras familias. En efecto, la peregrinación no termina cuando se ha llegado a la meta del santuario, sino cuando se regresa a casa y se reanuda la vida de cada día, poniendo en práctica los frutos espirituales de la experiencia vivida. Sabemos lo que hizo Jesús aquella vez. En lugar de volver a casa con los suyos, se había quedado en el Templo de Jerusalén, causando una gran pena a María y José, que no lo encontraban. Por su «aventura», probablemente también Jesús tuvo que pedir disculpas a sus padres. El Evangelio no lo dice, pero creo que lo podemos suponer. La pregunta de María, además, manifiesta un cierto reproche, mostrando claramente la preocupación y angustia, suya y de José. Al regresar a casa, Jesús se unió estrechamente a ellos, para demostrar todo su afecto y obediencia.
Que en este Año de la Misericordia, toda familia cristiana sea un lugar privilegiado en el que se experimenta la alegría del perdón. El perdón es la esencia del amor, que sabe comprender el error y poner remedio. En el seno de la familia es donde se nos educa al perdón, porque se tiene la certeza de ser comprendidos y apoyados no obstante los errores que se puedan cometer.
No perdamos la confianza en la familia. Es hermoso abrir siempre el corazón unos a otros, sin ocultar nada. Donde hay amor, allí hay también comprensión y perdón. Me encomiendo a vosotras, queridas familias, esta misión tan importante, de la que el mundo y la Iglesia tienen más necesidad que nunca.
Portoghese
As leituras bíblicas, que acabámos de ouvir, apresentam-nos a imagem de duas famílias que realizam a sua peregrinação à casa de Deus. Elcana e Ana levam o filho Samuel ao templo de Silo e consagram-no ao Senhor (cf. 1 Sm 1, 20-22.24-28). E da mesma forma José e Maria, juntamente com Jesus, vão como peregrinos a Jerusalém pela festa da Páscoa (cf. Lc 2, 41-52).
Muitas vezes os nossos olhos deparam com os peregrinos que vão a santuários e lugares queridos da devoção popular. Mesmo nestes dias, há muitos que se puseram a caminho para penetrar na Porta Santa aberta em todas as catedrais do mundo e também em muitos santuários. Mas o facto mais interessante posto em evidência pela Palavra de Deus é a peregrinação ser feita pela família inteira: pai, mãe e filhos vão, todos juntos, à casa do Senhor a fim de santificar a festa pela oração. É uma lição importante oferecida também às nossas famílias.
Como nos faz bem pensar que Maria e José ensinaram Jesus a rezar as orações! E saber que, durante o dia, rezavam juntos; depois, ao sábado, iam juntos à sinagoga ouvir as Sagradas Escrituras da Lei e dos Profetas e louvar o Senhor com todo o povo! E que certamente rezaram, durante a peregrinação para Jerusalém, cantando estas palavras do Salmo: «Que alegria, quando me disseram: “Vamos para a casa do Senhor!” Os nossos passos detêm-se às tuas portas, ó Jerusalém» (122/121, 1-2)!
Como é importante, para as nossas famílias, caminhar juntos e ter a mesma meta em vista! Sabemos que temos um percurso comum a realizar; uma estrada, onde encontramos dificuldades, mas também momentos de alegria e consolação. Nesta peregrinação da vida, partilhamos também os momentos da oração. Que poderá haver de mais belo, para um pai e uma mãe, do que abençoar os seus filhos ao início do dia e na sua conclusão? Fazer na sua fronte o sinal da cruz, como no dia do Baptismo? Não será esta, porventura, a oração mais simples que os pais fazem pelos seus filhos? Abençoá-los, isto é, confiá-los ao Senhor, para que seja Ele a sua protecção e amparo nos vários momentos do dia? Como é importante, para a família, encontrar-se também para um breve momento de oração antes de tomar as refeições juntos, a fim de agradecer ao Senhor por estes dons e aprender a partilhar o que se recebeu com quem está mais necessitado. Trata-se sempre de pequenos gestos, mas expressam o grande papel formativo que a família possui.
No final daquela peregrinação, Jesus voltou para Nazaré e era submisso a seus pais (cf. Lc 2, 51). Também esta imagem contém um ensinamento estupendo para as nossas famílias; é que a peregrinação não termina quando se alcança a meta do santuário, mas quando se volta para casa e se retoma a vida de todos os dias, fazendo valer os frutos espirituais da experiência vivida. Sabemos o que Jesus então fizera: em vez de voltar para casa com os seus, ficou em Jerusalém no Templo, causando uma grande aflição a Maria e a José que não O encontravam. Provavelmente, por esta sua «escapadela», também Jesus teve que pedir desculpa a seus pais (o Evangelho não diz, mas acho que podemos supô-lo). Aliás, na pergunta de Maria, subjaz de certo modo uma repreensão, ressaltando a preocupação e angústia dela e de José. No regresso a casa, com certeza Jesus uniu-se estreitamente a eles, para lhes demonstrar toda a sua afeição e obediência.
No Ano da Misericórdia, possa cada família cristã tornar-se um lugar privilegiado onde se experimenta a alegria do perdão. O perdão é a essência do amor, que sabe compreender o erro e pôr-lhe remédio. É no seio da família que as pessoas são educadas para o perdão, porque se tem a certeza de ser compreendidas e amparadas, não obstante os erros que se possam cometer.
Não percamos a confiança na família! É bom abrir sempre o coração uns aos outros, sem nada esconder. Onde há amor, também há compreensão e perdão. A vós todas, queridas famílias, confio esta missão tão importante de que, hoje, o mundo e a Igreja têm mais necessidade do que nunca.

Sui campi e su le strade, silenziosa e lieve, volteggiando, la neve cade.

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Cade la neve di Ada Negri e Nebbia di Giovanni Pascoli

Sui campi e su le strade,
silenziosa e lieve,
volteggiando, la neve
cade.
Danza la falda bianca
ne l'ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
stanca.
In mille immote forme,
sui tetti e sui camini,
sui cippi e sui giardini,
dorme.
Tutto d'intorno è pace;
chiuso in oblìo profondo,
indifferente il mondo
tace.

- Ada Negri - 
(1870 - 1945)


Un albero secco fuori dalla mia finestra solitario leva nel cielo freddo i suoi rami bruni: Il vento sabbioso la neve e il gelo non possono ferirlo. 
Ogni giorno quell'albero mi dà pensieri di gioia, da quei rami secchi indovino il verde a venire.

W.Ya-p'ing
da Albero Secco


"Inverno” acquerello su carta cotone di Celeste Gurgone
Nebbia – Giovanni Pascoli

E guardai nella valle: era sparito
tutto: sommerso! Era un gran mare piano,
grigio, senz'onde, senza lidi, unito.
E c'era appena, qua e là, lo strano
vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
uccelli sparsi per quel mondo vano.
E alto, in cielo, scheletri di faggi,
come sospesi, e sogni di rovine
e di silenzïosi eremitaggi.
Ed un cane uggiolava senza fine.

- Giovanni Pascoli - 
(1855 - 1912)



La neve cadeva pesante, approfondiva il silenzio, veniva immediatamente dal cielo e portava con sé un mistero inesplicabile. Qualche fiocco restava appeso alla finestra e sembrava una piccola stella piena di luce. Altri cadevano sul davanzale e coprivano lentamente le briciole che aspettavano gli uccelli.
Una volta pregai la nonna: «Nonna, raccontami anche una storia del cielo». Allora la nonna domandò: «Perché anche?». «Perché la neve viene di lassù e dice sicuramente che in cielo è tutto bianco».


- Adrienne von Speyr -



Chiudo gli occhi, e sento il tocco gelido del cielo, sogno di riaprirli e di ritrovarmi in un piccolo paradiso e lo sguardo ora si perde, in un candido paesaggio, non è l'immaginazione è il potere magico della neve, attutisce i rumori con il suo candido manto e mi regala... un piccolo minuscolo, straordinario sogno.

- Stephen Littleword -





Buona giornata a tutti  :-)
leggoerifletto

Festa della Santa Famiglia


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Quella volta, per la Santa Famiglia di Nazaret, il viaggio a Gerusalemme era speciale: si andava per celebrare la Bar Mitswa di Gesù che, come ogni ragazzo ebreo, giunto ai dodici anni, doveva recarsi al Tempio per divenire "figlio della Legge". 
Per Maria si trattava di un nuovo parto: suo Figlio stava per entrare nel mondo degli adulti, e Lei era lì ad accompagnarlo, come quella notte a Betlemme. E non a caso sono i due momenti nei quali l'evangelista Luca afferma che "sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore". 
A Betlemme Maria ha partorito suo Figlio nel mondo, al Tempio lo doveva partorire all'obbedienza che accoglie e si sottomette alla volontà di Dio espressa nella Torah. 
L' "angoscia" di Maria inizia qui, nel suo cuore immacolato che comincia ad essere trapassato dalla spada; come quello di ogni madre di fronte al futuro adulto dei figli. Insieme a Giuseppe lo avevano portato a Gerusalemme "secondo l'usanza", ma di sicuro Maria aveva intuito che quella di Gesù non era una Bar Mitswà come tutte le altre.
Sapeva di essere era la Madre del Messia. E infatti, sulla strada del ritorno accade di nuovo un imprevisto misterioso e doloroso: quel Figlio le era sfuggito, "senza che se ne accorgessero". Maria doveva imparare ancora, perché anche questo fa un "cuore immacolato".
Lo "cerca" nella carne, negli affetti, nelle abitudini, nelle mappe dell'esistenza disegnate faticosamente con l'esperienza, quelle con le quali tutti cerchiamo di orientarci tra gli eventi e le persone; ma non era lì che doveva "cercarlo" e, infatti, "non avendolo trovato, "torna" in cerca di lui a Gerusalemme".
E' un primo passo, accetta di non aver capito e "torna" indietro, perché la fede è un cammino di liberazione continua da se stessi, e Maria, per accompagnare Gesù alla Bar Mitswà della Croce, per essere Madre della Chiesa e Madre nostra, doveva camminare docile nella volontà di Dio, "custodendo nel cuore ogni cosa" che la spogliava delle certezze umane, per entrare nella notte che segna il passaggio al giorno della risurrezione. 
Dopo "tre giorni", infatti, "trovarono Gesù nel Tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte".
E' una profezia di ciò che, dopo la resurrezione, il Signore avrebbe compiuto nella sua Chiesa attraverso i secoli, sino ai confini della terra: colma dell' "intelligenza" della Croce, offrirà la "risposta" della resurrezione alla domanda di ogni uomo di fronte al dolore e alla morte. 
Maria era giunta proprio lì, dentro a quella profezia. Vi era "discesa" nella carne per cercare suo Figlio, vi ha trovato nella fede il Messia Figlio di Dio che "deve occuparsi delle cose del Padre suo". E Maria tace. Il suo "cuore immacolato" accetta di non capire.
E' la fede di Madre che si fa adulta abbracciando per "custodire e meditare nel cuore" la Parola, senza la quale nessuna Bar Mitswà del Figlio sarebbe autentica. E nella fede Maria lascia andare suo Figlio, nell'attesa umile che sia Dio, nel suo "cuore immacolato", a spiegarglielo, se, come e quando avrebbe voluto. 
Quante Bar Mitswà abbiamo celebrato con i nostri figli? Nessuna, probabilmente, e non perché non siamo ebrei. Quante volte, cioè, ci siamo fermati dinanzi al loro mistero? ci sono atteggiamenti, parole, gesti incomprensibili, soprattutto peccati inaccettabili. 
Hai discusso con lui? Se sì, significa che hai cercato "nella carovana" della carne le risposte, anche quando hai pensato di trovarle nella religione, perché, a differenza di Maria, la tua relazione con lui è viziata all'origine dalla menzogna del demonio.
Dubiti di Dio, e per questo il cuore non è aperto alla speranza del Cielo capace di porre la relazione sul piano divino. Ti manca la fede adulta che, anche di fronte al peccato inaccettabile, conosce la speranza; ami tuo figlio nella carne, non con l'amore che sgorga da un "cuore che serba le opere di Dio meditando le con umiltà". 
Però ci è impossibile cambiare il nostro cuore. Certo, ma non lo è per Dio, e per la sua Chiesa, nella quale possiamo rinascere con un cuore nuovo. 
Un cuore capace di accompagnare i figli alla loro Bar Mitswà, ad accogliere cioè la Parola perché diventi la luce per ogni loro passo; e questo non si può fare se essa non lo è prima diventata per noi. 
Anche i nostri figli, infatti, per "occuparsi delle cose di loro Padre" hanno bisogno come Gesù di una madre che glielo insegni. Hanno bisogno cioè di genitori che "siano sottomessi" a Dio loro per primi, come Gesù proprio nella sottomissione di Maria alla volontà di Dio ha imparato a obbedire alla Torah "tornare a casa" per "stare loro sottomesso" come a Dio; vuoi che tuo figlio ti obbedisca? Sottomettiti a Dio, e vedrai che prima o poi riconoscerà nelle tue le Parole di Dio autentificate dalla tua vita.
I nostri figli hanno bisogno di genitori che, prima di loro, hanno imparato alla scuola di Maria a pensare, discernere e amare con un "cuore puro" gestato, nato e cresciuto nella fede nelle grembo fecondo della Chiesa. 
Allora sapremo essere uscire dalla "carovana" per essere dinanzi ai nostri figli come Maria dinanzi al suo; perché amarli come Lei ha amato suo Figlio significa amare e servire innanzitutto la volontà di Dio in loro. 
Per te e per me significa amare Dio più di tuo figlio, del tuo figlio nella carne, delle tue speranze e dei tuoi progetti, di tutto quello che si impara e si vive "nella carovana, tra parenti e conoscenti".
Perché se sei un cristiano, sei figlio della Vergine Maria, e anche a te è stata annunciata la stessa profezia di Simeone: anche tuo figlio ha un'elezione speciale, sarà un segno di contraddizione, e per questo, e non per altro, anche oggi il tuo cuore sarà trapassato da una spada. 
Impara da Maria, allora, e ti accorgerai che hanno bisogno della tua fede, solo di quella. In ogni evento si nasconde, infatti, la mano di Dio che conduce tuo figlio, con pazienza e fedeltà sino al compimento della sua vocazione.