Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

venerdì 2 agosto 2013

Messaggio di Papa Francesco ai musulmani di tutto il mondo in occasione della fine del Ramadan

Papa Francesco: Messaggio per la conclusione del Ramadan






Nuovo tweet del Papa: "La sicurezza della fede non ci rende immobili e chiusi, ma ci mette in cammino per rendere testimonianza a tutti e dialogare con tutti" (2 agosto 2013)

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[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]
In passato il tradizionale messaggio della Santa Sede ai musulmani di tutto il mondo veniva inviato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Questa volta però, ed è una pratica rara, è stato il Santo Padre stesso a voler indirizzare e firmare il Messaggio.
Una circostanza simile si verificò con giovanni Paolo II che firmò personalmente il messaggio del 3 aprile 1991, subito dopo la Guerra del Golfo. 
Ai musulmani nel mondo intero
È per me un grande piacere rivolgervi il mio saluto in occasione della celebrazione di ‘Id al-Fitr che conclude il mese di Ramadan, dedicato principalmente al digiuno, alla preghiera e all’elemosina.
È ormai tradizione che, in questa occasione, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso vi mandi un messaggio augurale, accompagnato da un tema offerto per la riflessione comune. Quest’anno, il primo del mio Pontificato, ho deciso di firmare io stesso questo tradizionale messaggio e di inviarvelo, cari amici, come espressione di stima e amicizia per tutti i musulmani, specialmente coloro che sono capi religiosi.
Come tutti sapete, quando i Cardinali mi hanno eletto come Vescovo di Roma e Pastore Universale della Chiesa cattolica, ho scelto il nome di « Francesco », un santo molto famoso, che ha amato profondamente Dio e ogni essere umano, al punto da essere chiamato « fratello universale ». Egli ha amato, aiutato e servito i bisognosi, i malati e i poveri; si è pure preso grande cura della creazione.
Sono consapevole che, in questo periodo, le dimensioni familiare e sociale sono particolarmente importanti per i musulmani e vale la pena di notare che vi sono certi paralleli in ciascuna di queste aree con la fede e la pratica cristiane.
Quest’anno, il tema su cui vorrei riflettere con voi e con tutti coloro che leggeranno questo messaggio, e che riguarda sia i musulmani sia i cristiani, è la promozione del mutuo rispetto attraverso l’educazione.
Il tema di quest’anno intende sottolineare l’importanza dell’educazione nel modo in cui ci comprendiamo gli uni gli altri, sulla base del mutuo rispetto. « Rispetto » significa un atteggiamento di gentilezza verso le persone per cui nutriamo considerazione e stima. « Mutuo » significa che questo non è un processo a senso unico, ma qualcosa che si condivide da entrambe le parti.
Ciò che siamo chiamati a rispettare in ciascuna persona è innanzitutto la sua vita, la sua integrità fisica, la sua dignità e i diritti che ne scaturiscono, la sua reputazione, la sua proprietà, la sua identità etnica e culturale, le sue idee e le sue scelte politiche. Siamo perciò chiamati a pensare, parlare e scrivere dell’altro in modo rispettoso, non solo in sua presenza, ma sempre e dovunque, evitando ingiuste critiche o diffamazione. Per ottenere questo scopo, hanno un ruolo da svolgere le famiglie, le scuole, l’insegnamento religioso e ogni genere di mezzi di comunicazione sociale.
Venendo ora al mutuo rispetto nei rapporti interreligiosi, specialmente tra cristiani e musulmani, siamo chiamati a rispettare la religione dell’altro, i suoi insegnamenti, simboli e valori. Uno speciale rispetto è dovuto ai capi religiosi e ai luoghi di culto. Quanto dolore arrecano gli attacchi all’uno o all’altro di questi!
Chiaramente, nel manifestare rispetto per la religione degli altri o nel porgere loro gli auguri in occasione di una celebrazione religiosa, cerchiamo semplicemente di condividerne la gioia, senza fare riferimento al contenuto delle loro convinzioni religiose.
Riguardo all’educazione della gioventù musulmana e cristiana, dobbiamo formare i nostri giovani a pensare e parlare in modo rispettoso delle altre religioni e dei loro seguaci, evitando di mettere in ridicolo o denigrare le loro convinzioni e pratiche.
Sappiamo tutti che il mutuo rispetto è fondamentale in ogni relazione umana, specialmente tra persone che professano una credenza religiosa. È così che può crescere un’amicizia sincera e duratura.
Nel ricevere il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il 22 marzo 2013, ho detto: «Non si possono vivere legami veri con Dio, ignorando gli altri. Per questo è importante intensificare il dialogo fra le varie religioni, penso anzitutto a quello con l’Islam, e ho molto apprezzato la presenza, durante la Messa d’inizio del mio ministero, di tante Autorità civili e religiose del mondo islamico». Con queste parole, ho voluto ribadire ancora una volta la grande importanza del dialogo e della cooperazione tra credenti, in particolare tra cristiani e musulmani, e la necessità di rafforzarla.
Con tali sentimenti, rinnovo la mia speranza che tutti i cristiani e musulmani possano essere veri promotori di mutuo rispetto e amicizia, in particolare attraverso l’educazione.
Vi porgo, infine, i miei migliori auguri e preghiere affinché le vostre vite possano glorificare l’Altissimo e arrecare gioia a coloro che vi circondano.
Buona festa a tutti voi!
Dal Vaticano, 10 luglio 2013

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Radio Vaticana
Il Messaggio di Papa Francesco ai musulmani per il Ramadan rappresenta un’iniziativa di grande rilevanza per il dialogo con l’Islam: é quanto sottolinea il cardinale Jean-Louis Tauran. Intervistato da Hélène Destombes, il presidente del Pontificio Consiglio (...)

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FRANCESE
Aux musulmans partout dans le monde
C’est pour moi un grand plaisir de vous saluer alors que vous célébrez ‘Id al-Fitr concluant ainsi le mois de Ramadan, consacré principalement au jeûne, à la prière et à l’aumône.
Il est désormais de tradition qu’en cette occasion le Conseil Pontifical pour le Dialogue Interreligieux vous adresse un Message de voeux, accompagné d’un thème en vue d’une réflexion commune. Cette année, la première de mon Pontificat, j’ai décidé de signer moi-même ce Message traditionnel et de vous l’envoyer, chers amis, comme expression d’estime et d’amitié envers tous les musulmans, spécialement envers leurs chefs religieux.
Comme vous le savez, lorsque les cardinaux m’ont élu Évêque de Rome et Pasteur universel de l’Église catholique, j’ai choisi le nom de « François », un saint très célèbre qui a si profondément aimé Dieu et chaque être humain au point d’être appelé le « Frère universel ». Il a aimé, aidé et servi les nécessiteux, les malades et les pauvres ; en outre il a eu un grand souci de la sauvegarde de la création.
Je suis conscient que les dimensions de la famille et de la société sont particulièrement importantes pour les musulmans pendant cette période, et il vaut la peine de noter qu’il y a des parallèles avec la foi et la pratique chrétiennes dans chacun de ces domaines.
Cette année, le thème sur lequel je voudrais réfléchir avec vous et également avec tous ceux qui liront ce message, c’est un thème qui concerne à la fois musulmans et chrétiens : il s’agit de la promotion du respect mutuel à travers l’éducation.
Le thème de cette année entend souligner l’importance de l’éducation en fonction de la manière où nous nous comprenons les uns les autres sur la base du respect mutuel. « Respect » signifie une attitude de gentillesse envers les personnes
pour lesquelles nous avons de la considération et de l’estime. « Mutuel » exprime un processus qui, loin d’être à sens unique, implique un partage des deux côtés.
Ce que nous sommes appelés à respecter dans chaque personne, c’est tout d’abord sa vie, son intégrité physique, sa dignité avec les droits qui en découlent, sa réputation, son patrimoine, son identité ethnique et culturelle, ses idées et ses choix politiques. C’est pourquoi nous sommes appelés à penser, à parler et à écrire de manière respectueuse de l’autre, non seulement en sa présence, mais toujours et partout, en évitant la critique injustifiée ou diffamatoire. À cette fin, la famille, l’école, l’enseignement religieux et toutes les formes de communications médiatiques jouent un rôle déterminant.
Pour en venir maintenant au respect mutuel dans les relations interreligieuses, notamment entre chrétiens et musulmans, ce que nous sommes appelés à respecter c’est la religion de l’autre, ses enseignements, ses symboles et ses valeurs. C’est pour cela que l’on réservera un respect particulier aux chefs religieux et aux lieux de culte. Quelles-sont douloureuses ces attaques perpétrées contre l’un ou l’autre de ceux-ci!
Il est clair que, quand nous montrons du respect pour la religion de l’autre ou lorsque nous lui offrons nos voeux à l’occasion d’une fête religieuse, nous cherchons simplement à partager sa joie sans qu’il s’agisse pour autant de faire référence au contenu de ses convictions religieuses.
En ce qui concerne l’éducation des jeunes musulmans et chrétiens, nous devons encourager nos jeunes à penser et à parler de manière respectueuse des autres religions et de ceux qui les pratiquent en évitant de ridiculiser ou de dénigrer leurs convictions et leurs rites.
Nous savons tous que le respect mutuel est fondamental dans toute relation humaine, spécialement entre ceux qui professent une croyance religieuse. C’est n’est qu’ainsi que peut croître une amitié durable et sincère.
Recevant le Corps diplomatique accrédité près le Saint-Siège, le 22 mars 2013, j’ai affirmé : « On ne peut vivre des liens véritables avec Dieu en ignorant les autres. Pour cela, il est important d’intensifier le dialogue entre les différentes religions, je pense surtout au dialogue avec l’islam, et j’ai beaucoup apprécié la présence, durant la messe du début de mon ministère, de nombreuses autorités civiles et religieuses du monde islamique ». Par ces mots, j’ai voulu souligner encore une fois la grande importance du dialogue et de la coopération entre croyants, en particulier entre chrétiens et musulmans, ainsi que la nécessité de renforcer cette coopération.
C’est avec ces sentiments que je réitère l’espoir que tous les chrétiens et les musulmans soient de véritables promoteurs du respect mutuel et de l’amitié, en particulier à travers l’éducation.
Je vous adresse, enfin, mes voeux priants pour que vos vies puissent glorifier le Très-Haut et apporter la joie autour de vous.
Bonne fête à vous tous !
Du Vatican, le 10 juillet 2013
INGLESE
To Muslims throughout the World
It gives me great pleasure to greet you as you celebrate ‘Id al-Fitr, so concluding the month of Ramadan, dedicated mainly to fasting, prayer and almsgiving.
It is a tradition by now that, on this occasion, the Pontifical Council for Interreligious Dialogue sends you a message of good wishes, together with a proposed theme for common reflection. This year, the first of my Pontificate, I have decided to sign this traditional message myself and to send it to you, dear friends, as an expression of esteem and friendship for all Muslims, especially those who are religious leaders.
As you all know, when the Cardinals elected me as Bishop of Rome and Universal Pastor of the Catholic Church, I chose the name of “Francis”, a very famous saint who loved God and every human being deeply, to the point of being called “universal brother”. He loved, helped and served the needy, the sick and the poor; he also cared greatly for creation.
I am aware that family and social dimensions enjoy a particular prominence for Muslims during this period, and it is worth noting that there are certain parallels in each of these areas with Christian faith and practice.
This year, the theme on which I would like to reflect with you and with all who will read this message is one that concerns both Muslims and Christians: Promoting Mutual Respect through Education.
This year’s theme is intended to underline the importance of education in the way we understand each other, built upon the foundation of mutual respect. “Respect” means an attitude of kindness towards people for whom we have consideration and esteem. “Mutual” means that this is not a one-way process, but something shared by both sides.
What we are called to respect in each person is first of all his life, his physical integrity, his dignity and the rights deriving from that dignity, his reputation, his property, his ethnic and cultural identity, his ideas and his political choices. We are therefore called to think, speak and write respectfully of the other, not only in his presence, but always and everywhere, avoiding unfair criticism or defamation. Families, schools, religious teaching and all forms of media have a role to play in achieving this goal.
Turning to mutual respect in interreligious relations, especially between Christians and Muslims, we are called to respect the religion of the other, its teachings, its symbols, its values. Particular respect is due to religious leaders and to places of worship. How painful are attacks on one or other of these!
It is clear that, when we show respect for the religion of our neighbours or when we offer them our good wishes on the occasion of a religious celebration, we simply seek to share their joy, without making reference to the content of their religious convictions.
Regarding the education of Muslim and Christian youth, we have to bring up our young people to think and speak respectfully of other religions and their followers, and to avoid ridiculing or denigrating their convictions and practices.
We all know that mutual respect is fundamental in any human relationship, especially among people who profess religious belief. In this way, sincere and lasting friendship can grow.
When I received the Diplomatic Corps accredited to the Holy See on 22 March 2013, I said: “It is not possible to establish true links with God, while ignoring other people. Hence it is important to intensify dialogue among the various religions, and I am thinking particularly of dialogue with Islam. At the Mass marking the beginning of my ministry, I greatly appreciated the presence of so many civil and religious leaders from the Islamic world.” With these words, I wished to emphasize once more the great importance of dialogue and cooperation among believers, in particular Christians and Muslims, and the need for it to be enhanced.
With these sentiments, I reiterate my hope that all Christians and Muslims may be true promoters of mutual respect and friendship, in particular through education.
Finally, I send you my prayerful good wishes, that your lives may glorify the Almighty and give joy to those around you.
Happy Feast to you all!
From the Vatican, 10 July 2013
SPAGNOLO 
A los musulmanes del mundo entero
Es para mí un gran placer daros mis felicitaciones con motivo de la celebración del 'Id al-Fitr, que concluye el mes del Ramadán, dedicado principalmente al ayuno, la oración y la limosna.
Se ha convertido en tradición que, en esta ocasión, el Consejo Pontificio para el Diálogo Interreligioso os envíe un mensaje de buena voluntad, acompañado de un tema propuesto a la común reflexión. Este año, el primero de mi Pontificado, decidí firmar yo mismo este tradicional mensaje y enviároslo, queridos amigos, como expresión de aprecio y amistad para todos los musulmanes, especialmente aquellos que son líderes religiosos.
Como todos sabéis, cuando los Cardenales me eligieron como Obispo de Roma y Pastor Universal de la Iglesia Católica, escogí el nombre  de “Francisco”, un santo muy famoso, que amó profundamente a Dios y a todo ser humano, hasta el punto de ser llamado “hermano universal”.  Amó, ayudó y sirvió a los necesitados, a los enfermos y a los pobres; también se preocupó mucho de la creación.
Soy consciente de que, en este período, las dimensiones familiar y social son especialmente importantes para los musulmanes, y vale la pena subrayar que hay ciertos paralelos en cada una de estas áreas con la fe y la práctica cristiana.
Este año, el tema sobre el que me gustaría reflexionar con vosotros y con todos los que lean este mensaje, y que afecta tanto a los musulmanes como a los cristianos, es la promoción del respeto mutuo a través de la educación.
El tema de este año quiere destacar la importancia de la educación en la forma en que nos comprendemos unos con otros, sobre la base del respeto mutuo. “Respeto” significa una actitud de amabilidad hacia las personas para las que nutrimos consideración y estima. “Mutuo” significa que no se trata de un proceso unidireccional, sino de algo que es compartido por ambas partes.
Lo que estamos llamados a respetar en cada persona es ante todo su vida, su integridad física, su dignidad y los derechos que de ella manan, su reputación, su propiedad, su identidad étnica y cultural, sus ideas y sus decisiones políticas. Por esto estamos llamados a pensar, hablar y escribir del otro en un modo respetuoso, no sólo en su presencia, sino siempre y en todas partes, evitando críticas injustas o la difamación. Para lograr esto, tienen un papel fundamental la familia, la escuela, la enseñanza religiosa y todo tipo de medios de comunicación social.
Si nos referimos ahora al respeto mutuo en las relaciones interreligiosas, especialmente entre cristianos y musulmanes, estamos llamados a respetar la religión del otro, sus enseñanzas, símbolos y valores. Un respeto especial se debe a los líderes religiosos y los lugares de culto. ¡Cuánto dolor causan los ataques a uno u otro de ellos!
Claramente, al mostrar respeto por la religión de los demás o manifestar los mejores deseos con motivo de una celebración religiosa, simplemente tratamos de compartir la alegría, sin referencia al contenido de sus creencias religiosas.
En cuanto a la educación de los jóvenes musulmanes y cristianos, debemos formar nuestros jóvenes a pensar y hablar de un modo respetuoso de otras religiones y de sus seguidores, evitando ponerlos en ridículo o denigrar sus creencias y prácticas.
Todos sabemos que el respeto mutuo es esencial en cualquier relación humana, sobre todo entre las personas que profesan una creencia religiosa. Es así como puede crecer una amistad sincera y duradera.
Al recibir al Cuerpo Diplomático acreditado ante la Santa Sede, el 22 de marzo de 2013, les dije: “No se pueden vivir auténticas relaciones con Dios ignorando a los demás. Por eso, es importante intensificar el diálogo entre las distintas religiones, pienso en primer lugar en el Islam, y he apreciado mucho la presencia, durante la Misa de inicio de mi ministerio, de tantas autoridades civiles y religiosas del mundo islámico”. Con estas palabras, quise subrayar una vez más la gran importancia del diálogo y de la cooperación entre los creyentes, sobre todo entre cristianos y musulmanes, así como la necesidad de fortalecerla.
Con estos sentimientos, renuevo mi esperanza de que todos los cristianos y musulmanes sean auténticos promotores del respeto mutuo y la amistad, especialmente a través de la educación.
Os expreso, por último, mis mejores deseos y oraciones para que vuestras vidas puedan glorificar al Altísimo y dar alegría a los que os circundan.
¡Feliz fiesta a todos vosotros!
Desde el Vaticano, 10 de julio de 2013
PORTOGHESE
Aos muçulmanos do mundo inteiro:
É para mim um grande prazer dirigir-vos a minha saudação por ocasião da celebração do «Id al-Fitr», que encerra o mês do Ramadão, dedicado principalmente ao jejum, a oração e a esmola.
Tornou-se praticamente tradição que, por esta ocasião, o Conselho Pontifício para o Diálogo Inter-religioso vos mande uma mensagem de felicitações, acompanhada por um tema proposto para a reflexão comum. Este ano, o primeiro do meu Pontificado, decidi assinar eu mesmo esta mensagem tradicional e enviá-la a vós, queridos amigos, como expressão de estima e amizade por todos os muçulmanos, especialmente aqueles que são líderes religiosos.
Como todos sabeis, quando os Cardeais me elegeram como Bispo de Roma e Pastor Universal da Igreja Católica, escolhi o nome "Francisco", um santo muito famoso, que amou profundamente a Deus e a cada ser humano, até ao ponto de ser chamado "irmão universal". Ele amou, ajudou e serviu os necessitados, os doentes e os pobres; e também teve grande cuidado para com a criação.
Estou consciente de que, neste período, as dimensões familiar e social são particularmente importantes para os muçulmanos, e vale a pena notar que existem certos paralelos em cada uma destas áreas com a fé e a prática cristãs.
Este ano, o tema sobre o qual gostaria de reflectir convosco e com todos os que lerem esta mensagem, e que diz respeito tanto aos muçulmanos como aos  cristãos, é a promoção do respeito mútuo através da educação.
O tema deste ano quer destacar a importância da educação na maneira como nos entendemos uns aos outros, na base do respeito mútuo. "Respeito" significa uma atitude de amabilidade para com as pessoas para quem temos consideração e estima. "Mútuo" significa que não se trata dum processo unidireccional, mas algo que é partilhado por ambas as partes. Aquilo que somos chamados a respeitar em cada pessoa é, antes de tudo, a sua vida, a sua integridade física, a sua dignidade e os direitos que dela derivam, a sua reputação, a sua propriedade, a sua identidade étnica e cultural, as suas ideias e as suas opções políticas. Somos, por isso, chamados a pensar, falar e escrever sobre o outro de forma respeitosa, não apenas na sua presença, mas sempre e por todo o lado, evitando críticas injustas ou a difamação. Para conseguirmos este objectivo, têm um papel fundamental a desempenhar a família, a escola, o ensino religioso e todo o tipo de meios de comunicação social.
Passando agora ao respeito mútuo nas relações inter-religiosas, especialmente entre cristãos e muçulmanos, somos chamados a respeitar a religião do outro, os seus ensinamentos, símbolos e valores. Um particular respeito é devido aos líderes religiosos e aos lugares de culto. Quanta dor causam os ataques a uns ou a outros destes!
Claramente, ao mostrarmos respeito pela religião dos outros ou lhes dirigirmos felicitações por ocasião de uma celebração religiosa, simplesmente procuramos partilhar da sua alegria, sem fazermos referência ao conteúdo das suas convicções religiosas.
Quanto à educação dos jovens  muçulmanos e cristãos, devemos formar os nossos jovens a pensar e falar das outras religiões e dos seus seguidores de forma respeitosa, evitando denegrir ou ridicularizar as suas convicções e práticas.
Nós todos sabemos que o respeito mútuo é fundamental em qualquer relação humana, sobretudo entre pessoas que professam uma crença religiosa. E’ assim que pode crescer uma amizade sincera e duradoura.
Ao receber o Corpo Diplomático acreditado junto da Santa Sé, a 22 de Março de 2013, eu disse: "Não se podem viver autênticas relações com Deus, ignorando os outros. Por isso, é importante intensificar o diálogo entre as várias religiões, penso antes de tudo no diálogo com o Islão, e apreciei muito a presença, durante a Missa para o início do meu ministério, de muitas Autoridades civis e religiosas do mundo islâmico". Com estas palavras, quis reiterar mais uma vez a grande importância do diálogo e da cooperação entre os crentes, especialmente entre cristãos e muçulmanos, e a necessidade de fortalecê-la.
Com estes sentimentos, renovo a minha esperança de que todos os cristãos e muçulmanos sejam autênticos promotores do mútuo respeito e amizade, particularmente através da educação.
Exprimo-vos, finalmente, os melhores votos e orações para que as vossas vidas possam glorificar o Altíssimo e sejam motivo de alegria para aqueles que vos rodeiam.
Feliz festa para todos vós!
Cidade do Vaticano, 10 de Julho de 2013.

Ultimo messaggio da Medjugorje



 Messaggio del 2 Agosto 2013
 
             per la versione audio clicca qui             
Medjugorje, 2 agosto 2013 (Mirjana): 


Cari figli, se soltanto mi apriste i vostri cuori con totale fiducia, comprendereste tutto. Comprendereste con quanto amore vi invito, con quanto amore desidero cambiarvi, farvi felici. Con quanto amore desidero farvi discepoli di mio Figlio e donarvi la pace nella pienezza di mio figlio. Comprendereste la grandezza immensa del mio amore materno. Perciò, figli miei, pregate perchè attraverso la preghiera la vostra fede cresce e nasce l’amore con il quale nemmeno la croce è insopportabile perchè non la portate da soli. In comunione con mio Figlio glorificate il nome del Padre Celeste. Pregate, pregate per il dono dell’amore perchè l’amore è l’unica verità. Esso perdona tutto, serve tutti e in ciascuno vede il fratello. Figli miei, apostoli miei, il Padre Celeste attraverso me, Sua serva, ha dato a voi una grande fiducia perchè aiutate coloro che non Lo conoscono, perchè si riconcilino con Lui e Lo seguono. Perciò vi insegno ad amare perchè sarete capaci di rispondermi soltanto se avrete amore. Vi invito di nuovo: amate i vostri pastori e pregate che in questo tempo difficile, sotto la loro guida, il nome di mio Figlio venga glorificato. Vi ringrazio!
Mirjana


«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua».

La Madre della Divina Misericordia





Singolare incontro di Santi e di devozione la data odierna, del 2 agosto! La Chiesa ricorda Sant’Eusebio, vescovo di Vercelli, strenuo difensore in Occidente -come lo fu, tra gli altri, in Oriente, Sant’Atanasio- della divinità di Gesù Cristo, contro la invadente e deleteria eresia ariana, che seminò i suoi errori per lunghi decenni del sec. IV. È bello pensare che un altro “eroe della fede”, di cui si commemora oggi la festa, San Pier Giuliano Eymard (1811-1868), apostolo della Eucaristia, fondatore dei “Sacramentini”, poté coltivare personalmente e promuovere pubblicamente, presso il popolo di Dio, una tenerissima devozione a Gesù Sacramentato proprio grazie a quella tenace resistenza, messa in atto 1500 anni prima, a difesa della vera identità del Salvatore. Come dire: quanto la Tradizione ci offre, merita sommo rispetto, perché porta sempre in sé il segno e il sigillo della Croce di Cristo e della sofferta partecipazione di innumerevoli anime (impegnate alla custodia di uno straordinario deposito di verità, giunte integralmente fino a noi grazie al loro sacrificio).
Il due di questo mese riporta anche, naturalmente, alla mente e al cuore, il “Perdono di Assisi”: il privilegio, cioè, che San Francesco ottenne dal Papa Onorio III per la chiesetta dedicata a Santa Maria degli Angeli, detta Porziuncola (e poi esteso, universalmente, alle consuete condizioni, a tutte le chiese francescane e infine a tutte le chiese parrocchiali del mondo). Il Pontefice concesse la “indulgenza plenaria”, secondo la richiesta avanzata dal Poverello a Dio stesso, durante una celeste visione: “Santissimo Padre (Iddio), benché io sia misero peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, gli conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Il Vicario di Cristo, che si trovava allora a Perugia, dopo debita riflessione, concesse a San Francesco il favore, che non necessitò né di firme né di protocolli: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, penserà a manifestare l’opera sua, io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli angeli i testimoni”. Altri tempi, verrebbe da dire, pensando alla attuale diffusissima incapacità di mantenere la parola data e al sospetto, che quasi inevitabilmente regola i rapporti tra le persone e le istituzioni...
È bello pensare come, in questa “faccenda” spirituale, in questo tenerissimo scambio di pentimento sincero per i propri peccati e di infinita pietà e condiscendenza, da parte del Cielo, rientri, a pieno titolo, la Vergine Santa, Madre di Misericordia e Regina degli Angeli. A Lei l’umanità, debitrice del dono più bello, dell’autore stesso della Salvezza, guarda con rinnovata speranza; a Lei eleviamo gli occhi e lo spirito, come alla Donna che finalmente ristabilisce la perduta signoria di Dio sul cuore ribelle dell’uomo e lo riporta al suo destino, di libertà e di pace.
Signora degli Angeli, la sua vita riconduce al mistero della Annunciazione, quando Gabriele si trattiene con Lei, rivelandole la sua altissima missione e chiarendo i misteriosi “passaggi” di quel progetto divino, che si sarebbe realizzato nel suo seno e nel suo Cuore.
Di quelle creature angeliche Ella riproduce, nella sua esistenza, la celestiale purezza, la fedeltà assoluta alla Volontà del Padre, la custodia -vigile, attenta, premurosa- di chi è affidato a Lei.
Nel corso della Storia, fin dai primi secoli della Cristianità, Maria Santissima svolgerà spesso il compito e il mandato, proprio degli Angeli, di essere inviata da Dio, di annunciare al mondo la forza e la soavità perenne del Vangelo, richiamando alla conversione e alla pienezza di vita cristiana, alla “misura alta” della Santità.
A Fatima, nel 1917, la sua venuta sarebbe stata anticipata da una visione angelica, che per tre volte -nella primavera, nell’estate e nell’autunno del 1916- dispose i Pastorelli, Lucia, Francesco e Giacinta, a ricevere poi dalle sue mani il mandato di diffondere nel mondo la devozione al suo Immacolato Cuore, mettendo in guardia l’uomo del nostro tempo, devastato dalla indifferenza religiosa, schiavo delle sue passioni, costantemente distratto dalle “cose del mondo”, ottenebrato nella intelligenza e infiacchito nella volontà e incapace di elevare il suo desiderio oltre gli angusti confini delle sue limitate prospettive.
Diceva San Francesco, della Porziuncola: “Questo luogo è veramente santo e abitato da Dio. Qui il Signore moltiplicò il nostro piccolo numero; qui illuminò i cuori dei suoi poveri con la luce della sua divina sapienza; qui accese le nostre volontà con il fuoco del suo amore; qui, chi avrà pregato con devozione, otterrà quello che chiederà, e chi mancherà sarà punito più gravemente. Perciò, figli, ritenete degno di ogni onore il luogo della dimora di Dio, e con tutto il trasporto del vostro cuore rendete in esso lode al Signore”.
Quel “luogo beato” è il Cuore angelico di Maria, nostra dolcissima Madre. A Lei, confidenti, offriamo il dono più gradito al Cielo: la contrizione per i nostri peccati e il proposito di essere, come Lei, creature nuove, angeliche; figli obbedienti della divina Grazia.

Fare esperienza di Gesù



La Liturgia di oggi Venerdi 2 Agosto 2013

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    Venerdì della XVII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
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Grado della Celebrazione: Feria

Colore liturgico: Verde
Antifona d'ingresso

Dio sta nella sua santa dimora;
ai derelitti fa abitare una casa,
e dà forza e vigore al suo popolo. (Sal 68,6-7.36)
Colletta

O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
PRIMA LETTURA (Lv 23,1.4-11.15-16.27.34-37)

Queste sono le solennità del Signore nelle quali convocherete riunioni sacre.
Dal libro del Levìtico


Il Signore parlò a Mosè e disse: «Queste sono le solennità del Signore, le riunioni sacre che convocherete nei tempi stabiliti.
Il primo mese, al quattordicesimo giorno, al tramonto del sole sarà la Pasqua del Signore; il quindici dello stesso mese sarà la festa degli Àzzimi in onore del Signore; per sette giorni mangerete pane senza lievito. Nel primo giorno avrete una riunione sacra: non farete alcun lavoro servile. Per sette giorni offrirete al Signore sacrifici consumati dal fuoco. Il settimo giorno vi sarà una riunione sacra: non farete alcun lavoro servile».
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla agli Israeliti dicendo loro: “Quando sarete entrati nella terra che io vi do e ne mieterete la messe, porterete al sacerdote un covone, come primizia del vostro raccolto. Il sacerdote eleverà il covone davanti al Signore, perché sia gradito per il vostro bene; il sacerdote lo eleverà il giorno dopo il sabato.
Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno in cui avrete portato il covone per il rito di elevazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione.
Il decimo giorno del settimo mese sarà il giorno dell’espiazione; terrete una riunione sacra, vi umilierete e offrirete sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore.
Il giorno quindici di questo settimo mese sarà la festa delle Capanne per sette giorni in onore del Signore. Il primo giorno vi sarà una riunione sacra; non farete alcun lavoro servile. Per sette giorni offrirete vittime consumate dal fuoco in onore del Signore. L’ottavo giorno terrete la riunione sacra e offrirete al Signore sacrifici consumati con il fuoco. È giorno di riunione; non farete alcun lavoro servile.
Queste sono le solennità del Signore nelle quali convocherete riunioni sacre, per presentare al Signore sacrifici consumati dal fuoco, olocausti e oblazioni, vittime e libagioni, ogni cosa nel giorno stabilito”».

Parola di Dio
SALMO RESPONSORIALE (Sal 80)

Rit: Esultate in Dio, nostra forza.
Intonate il canto e suonate il tamburello,

la cetra melodiosa con l’arpa.
Suonate il corno nel novilunio,
nel plenilunio, nostro giorno di festa.

Questo è un decreto per Israele,
un giudizio del Dio di Giacobbe,
una testimonianza data a Giuseppe,
quando usciva dal paese d’Egitto.

Non ci sia in mezzo a te un dio estraneo
e non prostrarti a un dio straniero.
Sono io il Signore, tuo Dio,
che ti ha fatto salire dal paese d’Egitto.
Canto al Vangelo (1 Pt 1,25)

Alleluia, alleluia.
La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.
Alleluia.


Vangelo
Matteo 13,54-58
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
Lettura 
La lettura del Levitico consegna a ciascuno di noi una sorta di “regola di vita spirituale” scandita da tempi prestabiliti, ognuno caratterizzato da un suo significato. Sembra quasi che Dio ci chieda di riconsiderare come il nostro tempo è scandito dal Ritmo del “tempo” di Dio, cioè quanto il tempo di Dio – lo stesso anno liturgico – è capace di scandire, di incidere sulla nostra vita quotidiana.
Meditazione
Questa è una tra le più belle pagine del Vangelo di Matteo, perché permette al lettore di effettuare un vero e proprio esercizio spirituale capace di scendere in profondità sia nel mistero del Cristo, come nell’autenticità della propria fede e del suo rapporto con Lui. “Non è costui il figlio del falegname, e sua madre non si chiama Maria… e i suoi fratelli… e le sue sorelle… Allora da dove gli vengono tutte queste cose?”. È una semplice frase, che forse lascia tutti indifferenti, ma che potrebbe essere persino ovvia visto che a pronunciarla sono i conterranei di Gesù. Il punto di svolta per la nostra riflessione è un altro ed è di natura fortemente spirituale. Infatti, se al posto di quella folla, al posto della gente ci mettessimo proprio noi, la prospettiva cambierebbe. Ed è vero: tante volte noi siamo un po’ come quella gente; di Gesù sappiamo tutto, in ragione del nostro cammino di fede, in ragione della nostra formazione e per il nostro stato di vita; sappiamo davvero tutto! Eppure, sembra quasi come se non ci credessimo abbastanza: “da dove gli vengono tutte quelle cose?”. Nel nostro cammino di fede accade che, troppe volte, conosciamo e sappiamo tanto di Gesù ma abbiamo fatto poca esperienza di Lui, poche volte ci siamo lasciati toccare dalla Sua vita e ci siamo lasciati trasformare nella nostra. Il Vangelo di Matteo ci pone davanti alla verità di molti dei nostri cammini di vita cristiana e ai veri punti deboli della nostra fede: “ci siamo lasciati toccare da Gesù, abbiamo fatto esperienza di Lui, o lo conosciamo semplicemente come un dato acquisito nella nostra vita?”. Gesù non è né una nozione né un’informazione da ritenere, è una persona da incontrare, e di cui si deve fare esperienza.
Preghiera:
Signore, aiutami a fare esperienza di te non solo per sentito dire, né solo perché conosco tutto di te; ma perché sei entrato nel mio cuore e mi hai toccato la vita nel profondo. Signore, aiutami a fare esperienza di te non solo perché conosco il tuo nome, ma perché il tuo nome ha dato un significato nuovo alla mia vita. Signore, aiutami a fare esperienza di te non solo perché sei l’amore, ma perché ho sentito il tuo amore nelle ferite della mia vita.
Agire:
Nella giornata di oggi proverò a intensificare il mio rapporto con Gesù facendo memoria di tutte le volte che mi ha amato, guarito e risollevato nella mia vita.
Meditazione del giorno a cura di S.E.R. Mons. Domenico Cornacchia, Vescovo di Lucera-Troia, tratta dal mensile Messa Meditazione, per gentile concessione di Edizioni ART.

giovedì 1 agosto 2013

Il Vangelo della Domenica "E disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé:.."


Ronchi - 4 agosto 2013 XVIII Tempo Ordinario


Illusi dai beni, si perde la vita vera

E disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé:

«Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». Ma Dio gli disse:

«Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. 
«Crescere a più libertà, a più consapevolezza, a più amore, questo è il cammino della vita spirituale» (Giovanni Vannucci). 
E oggi il Vangelo traccia proprio alcuni passi di questa crescita. Dì a mio fratello che divida con me l'eredità. Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? Gesù rifiuta decisamente l'idea di fare da arbitro tra due fratelli in contesa. Perché Cristo non è venuto per sostituirsi all'uomo. Non offre soluzioni già predisposte, ma la sua parola come luce per i tuoi passi, lampada per il tuo sentiero, che devi scoprire e percorrere da te. Come dirà poco oltre: perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? È il tema delicato ed emozionante della libertà umana, di un Dio fonte di libere vite. In alleanza con lui, l'uomo non è più un semplice esecutore di ordini ma un libero inventore di strade, che lo conducano verso gli altri e verso Dio. Un uomo ricco aveva avuto un raccolto abbondante e diceva tra sé: Che cosa farò? Demolirò i miei granai e ne ricostruirò di più grandi. Non è un uomo avido o un disonesto il protagonista, non fa del male, non è cattivo, ma è «stolto», non ha la sapienza del vivere. Per due motivi: fa dipendere la sua sicurezza e il suo futuro dai suoi beni materiali, manca di consapevolezza che ricchezza promette ma non mantiene, non colma il cuore né il futuro; che il filo della vita ha il capo solo nelle mani di Dio. Non di solo pane vive l'uomo. Anzi di solo pane, di solo benessere, di sole cose, l'uomo muore. C'è poi un secondo motivo per cui quell'uomo è stolto, privo della sapienza sulla vita. È ricco ma solo: non c'è nessun altro attorno a lui, nessuno è nominato nel racconto; è povero di relazioni e d'amore perché gli altri contano poco nella sua vita, meno della roba e dei granai. Stolto questa notte dovrai restituire la tua vita. Per quell'uomo senza saggezza la morte non è un accadimento sorprendente ma il prolungamento delle sue scelte: in realtà egli ha già allevato e nutrito la morte dentro di sé, l'ha fatto con la sua mancanza di profondità, per non essere cresciuto verso più consapevolezza e verso più amore. È già morto agli altri, e gli altri per lui. Con questa parabola sulla precarietà Gesù non disprezza i beni della terra, quasi volesse disamorarci della vita e delle sue semplici gioie. Intende rispondere a una domanda di felicità. Vuoi vita piena? Non cercarla al mercato delle cose. Sposta il tuo desiderio. Gli unici beni da accumulare sulla terra per essere felici sono relazioni buone con le persone, relazioni libere e liberanti, una sempre maggiore profondità. Il segreto della vita buona sta nel crescere verso più amore, più consapevolezza e più libertà.

Etica cristiana e misericordia nelle parole di Bergoglio



Etica cristiana e misericordia nelle parole di Bergoglio 
di Enzo Bianchi
la Repubblica, 31 luglio 2013

Dicevano i rabbini che Dio ha una capacità che noi umani non abbiamo: quella di dimenticare i peccati che commettiamo, dimenticarli perché cancellati e, dunque, considerati come non commessi. Noi possiamo perdonare, ma non dimenticare; Dio invece, quando perdona i peccati, li dimentica. È dunque nella tradizione sia ebraica che cristiana proclamare che la misericordia di Dio è infinita, che Dio condanna il peccato, il male commesso, ma non vuole né la morte né la condanna del peccatore. Anche Gesù di Nazareth – secondo un brano evangelico che ora troviamo al capitolo 8 del Vangelo di Giovanni, ma che nella chiesa antica ha faticato a trovare una collocazione certa e documentata, a causa del messaggio scandaloso che conteneva – di fronte a una donna sorpresa in flagrante adulterio disse: “Donna, nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno! Va’ e non peccare più!” (Gv 8, 10-11). È in fedeltà a questa “buona notizia” che papa Giovanni, nell’enciclica Pacem in terris cinquant’anni fa affermava che non bisogna “mai confondere l’errore con l’errante” e che “l’errante è sempre e anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona” e va quindi trattato con misericordia e compassione.
Da quando ha assunto il ministero petrino, papa Francesco proclama la buona notizia cristiana per eccellenza, il vangelo che è molto semplice: Dio è amore universale infinito, il suo amore non necessita di essere meritato, la sua misericordia vuole raggiungere tutti gli uomini, tutti peccatori, cioè responsabili di un cattivo vivere e operare. Perché questo messaggio di papa Francesco sorprende, scandalizza, turba e intriga? Dobbiamo ammetterlo: perché abbiamo alle spalle decenni di intransigenza cattolica e, negli ultimi tempi, un’alzata di tono e un moltiplicarsi di voci nella chiesa cariche di severità, esigenti, tese a un ministero di condanna che sembrava assorbire in sé tutto il messaggio cristiano..In verità non c’è alcun mutamento sostanziale nel magistero papale: Giovanni Paolo II ha esaltato la misericordia attraverso un’enciclica e addirittura l’istituzione di una “domenica della misericordia” e Benedetto XVI sempre ha messo al centro della sua predicazione questo amore-carità che è l’ultima definizione del Dio narrato da Gesù Cristo.


Se Gesù ha detto all’adultera “neanche io ti condanno”, papa Francesco non può dire altro di fronte a un uomo, a una donna che sono peccatori come tutti gli altri: ciascuno di noi, se onesto, può al massimo dire di aver commesso peccati diversi, ma non di essere senza peccato. “Chi sono io per giudicarli?” ha detto il papa interrogato riguardo a chi ha un orientamento omosessuale e magari anche comportamenti che per la chiesa restano peccati. Ha detto bene, ha detto quello che deve dire un cristiano che sa rimettere a Dio il giudizio. La chiesa, e dunque i suoi ministri, possono e devono discernere ciò che è male, denunciarlo, mettere in guardia dal male, ma non possono giudicare chi commette il male. Lo stato emette un giudizio su ciò che è delittuoso secondo la sua legge e commina anche una pena al colpevole, ma un semplice cristiano e nemmeno il papa stesso possono farlo: il giudizio lo rimandano a Dio. Questo non è buonismo, non è faciloneria, non è annebbiamento dell’esigente etica cristiana, non è un inseguire mode o posizioni mondane: è semplicemente far risplendere la verità del vangelo senza che questa abbagli chi la vuole cercare.
In questo senso il papa mi sembra richiamare anche a una lettura necessaria e urgente oggi nella chiesa: nella foga della “tolleranza zero” – espressione non cristiana! – a volte non si sa più distinguere tra ciò che è male secondo la chiesa, i peccati, e ciò che è male secondo la legge dello stato, i delitti. Quando c’è un reato, per il cristiano come per chiunque altro sottoposto alle leggi dello stato, la giustizia deve intervenire ed esercitare il suo potere di condanna, ma su ciò che è solo contraddizione alla legge di Dio e non è delitto per lo stato, nello spazio ecclesiale è prevista la confessione, il riconoscimento della colpa, la richiesta di perdono a Dio che sempre lo concede. Solo così ogni cristiano, sempre peccatore, può dire, secondo le parole di abba Antonio, padre del deserto: “Io oggi ricomincio!”.
Per chiunque presieda una chiesa o una comunità, non è facile camminare sul filo del rasoio: proclamare a tempo e fuori tempo, ribadire con forza ciò che è bene e denunciare ciò che è male, ma continuare a esercitarsi nella misericordia verso chi, tentato, soccombe e compie il male. Chiunque governi nella chiesa, dunque anche il papa, deve essere saldo nella fede e nella dottrina, ma con il cuore misericordioso plasmato da Dio: il Dio che lascia novantanove pecore nell’ovile e va in cerca di quella che si è smarrita, il Dio che attende il figlio che si è allontanato e fa più festa per lui che per l’altro che non aveva mai avuto il coraggio di andarsene, il Dio che sulla croce, in Gesù perdona quelli che lo crocifiggono e lo disprezzano. Questo messaggio è da sempre scandaloso per gli uomini devoti e religiosi, è follia per gli intellettuali che confidano nel loro pensiero, ma questo è il cristianesimo. Pietro il Venerabile, l’abate di Cluny del XII secolo, dopo anni di governo del monastero lasciò scritto: “Preferisco andare all’inferno per aver esercitato troppa misericordia piuttosto che andarci per intransigenza”.


Cosa dunque è veramente grave nella vita di un cristiano? È grave giudicare gli altri con intransigenza e livore, è grave e ipocrita condannare con forza e severità gli altri perché commettono atti che sovente proprio chi condanna compie a sua volta, è grave assuefarsi al male del peccato perché resta vero che “chi non vive secondo quel che pensa, finisce per pensare come si è assuefatto a vivere”. È ancor più grave se dei comportamenti peccaminosi diventano mezzi di ricatto, di potere, di complicità, fino a condurre battaglie comuni contro “altri” sentiti come nemici.
Mi sia permesso di confessare che chi come me, come tanti monaci, dedicano la maggior parte del loro tempo all’ascolto degli altri, se ascoltano veramente anche Dio, avvertono la responsabilità di annunciare l’amore di Dio che non deve mai essere meritato, la responsabilità di essere misericordiosi come lo è il loro Padre che è nei cieli. Chi non giudica non sarà giudicato, chi fa misericordia otterrà misericordia: queste sono parole di Gesù, non del papa. È in questa comprensione del vangelo che papa Francesco ha detto all’episcopato brasiliano: “serve una chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia. Senza la misericordia non è possibile inserirsi in un mondo di ‘feriti’ che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore”.

Sant' Alfonso Maria de' Liguori Vescovo e dottore della Chiesa “Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi ...

 Sant'Alfonso Maria de’ Liguori

Alfonso (Napoli 1696 – Nocera de’ Pagani, Salerno, 1 agosto 1787), già avvocato del foro di Napoli, lasciò la toga per la vita ecclesiastica. Vescovo di Sant’Agata dei Goti (1762-1775) e fondatore dei Redentoristi (1732), attese con grande zelo alle missioni al popolo, si dedicò ai poveri e ai malati, fu maestro di scienze morali, che ispirò a criteri di prudenza pastorale, fondata sulla sincera ricerca oggettiva della verità, ma anche sensibile ai bisogni e alle situazioni delle coscienze. Compose scritti ascetici di vasta risonanza. Apostolo del culto all’Eucaristia e alla Vergine, guidò i fedeli alla meditazione dei novissimi, alla preghiera e alla vita sacramentale.

Raccoglie ogni genere di pesce


La Liturgia di oggi Giovedi 1 Agosto 2013
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    Sant'Alfonso Maria de’ Liguori
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Grado della Celebrazione: Memoria

Colore liturgico: Bianco
Antifona d'ingresso
I saggi rifulgeranno come lo splendore del firmamento;
coloro che insegneranno a molti la giustizia
brilleranno come stelle per sempre. (Dn 12,3)
Colletta
O Dio, che proponi alla tua Chiesa
modelli sempre nuovi di vita cristiana,
fa’ che imitiamo l’ardore apostolico
del santo vescovo Alfonso Maria de’ Liguori
nel servizio dei fratelli,
per ricevere con lui
il premio riservato ai tuoi servi fedeli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
PRIMA LETTURA (Es 40,16-21.34-38)

La nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora.
Dal libro dell’Èsodo


In quei giorni, Mosè eseguì ogni cosa come il Signore gli aveva ordinato: così fece.
Nel secondo anno, nel primo giorno del primo mese fu eretta la Dimora. Mosè eresse la Dimora: pose le sue basi, dispose le assi, vi fissò le traverse e rizzò le colonne; poi stese la tenda sopra la Dimora e dispose al di sopra la copertura della tenda, come il Signore gli aveva ordinato.
Prese la Testimonianza, la pose dentro l’arca, mise le stanghe all’arca e pose il propiziatorio sull’arca; poi introdusse l’arca nella Dimora, collocò il velo che doveva far da cortina e lo tese davanti all’arca della Testimonianza, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube sostava su di essa e la gloria del Signore riempiva la Dimora.
Per tutto il tempo del loro viaggio, quando la nube s’innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende. Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. Perché la nube del Signore, durante il giorno, rimaneva sulla Dimora e, durante la notte, vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d’Israele, per tutto il tempo del loro viaggio.



Parola di Dio
SALMO RESPONSORIALE (Sal 83)

Rit: Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti!
L’anima mia anela
e desidera gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente.


Anche il passero trova una casa
e la rondine il nido
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti,
mio re e mio Dio.



Beato chi abita nella tua casa:
senza fine canta le tue lodi.
Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio,
cresce lungo il cammino il suo vigore.



Sì, è meglio un giorno nei tuoi atri
che mille nella mia casa;
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende dei malvagi.
Canto al Vangelo (At 16,14)
Alleluia, alleluia.
Apri, Signore, il nostro cuore
e comprenderemo le parole del Figlio tuo.
Alleluia.

Vangelo
Matteo 13,47-53
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Terminate queste parabole, Gesù partì di là.
Lettura 
La prima lettura ci presenta l’immagine della “Dimora” che Mosè, su indicazione di Dio, prepara per accogliere la Sua presenza mediante la nube. Dio si manifesta e si rivela lì dove il cuore dell’uomo – “la Dimora”, appunto – è stato preparato con cura, secondo quanto Dio ha indicato. La Dimora è il luogo dove Egli si rivela all’uomo e, “per tutto il tempo del viaggio”, accompagna e indica all’uomo la direzione della vita, “perché se la nube del Signore non si innalzava essi non si mettevano in cammino”.
Meditazione
Il Vangelo di Matteo, per quanto sembri presentare la logica di un “Dio selettivo”, che fa selezione tra buoni e cattivi, ci consegna una prospettiva tutt’altro che chiusa e ristretta. Con l’immagine del Regno di Dio simile ad una rete che raccoglie ogni genere di pesce, il Vangelo ci immette nella logica della infinita misericordia di Dio, che non fa selezione di volti, di storie e di vite, siano “esse buone o cattive”. Il Regno di Dio raccoglie tutti ed è per tutti. Questa consapevolezza dovrebbe stupirci quotidianamente generando in noi almeno tre atteggiamenti per una vita piena, secondo lo spirito del Vangelo e, conseguentemente, per una vita autentica nella quotidianità di tutti i giorni. Tre sono gli atteggiamenti che “la raccolta di ogni genere” dovrebbe generare in noi; il primo è un sentimento di infinita gratitudine verso Dio, perché, nonostante tutto, nonostante i miei limiti, Lui “mi accoglie”; il secondo, è un sentimento di conversione, poiché, se Dio mi ha raccolto, non posso continuare ad essere quello di sempre, ma devo provare a rinnovarmi in Lui; il terzo atteggiamento è un sentimento di apertura e di accoglienza verso gli altri. Infatti, se Dio mi accoglie con tutte le mie fragilità, allora anche io non dovrò fare selezioni, ma sarò invitato ad accogliere tutti senza pregiudizi. In questo tempo particolare, come cristiani siamo invitati a riscoprire nella nostra vita la logica di questo “Dio accogliente” per riconvertire ogni nostro atteggiamento in tutti gli ambiti della vita: in famiglia, sul lavoro, nelle singole comunità parrocchiali, nelle comunità religiose e nei presbiteri. Riscopriamo questa logica e il profumo del Vangelo vivrà nella nostra vita.
Preghiera:
Signore, Dio accogliente, trasforma i nostri cuori e le nostre vite in “Dimore” che sappiano fare spazio al tuo amore. Un amore trasformante, misericordioso, capace di infondere nelle nostre esistenze la linfa di quella Vita Nuova che ha il profumo del Vangelo. Lascia, o Signore, che, accolto da te, sappia accogliere tutti “i lontani da me”.
Agire:
Come Mosè, vorrei essere capace di preparare il mio cuore, facendolo diventare dimora accogliente per Dio, specialmente nel ricevere la santa comunione e pregando per tutte quelle persone che difficilmente riesco ad “accogliere nella mia vita”.

Meditazione del giorno a cura di S.E.R. Mons. Domenico Cornacchia, Vescovo di Lucera-Troia, tratta dal mensile Messa Meditazione, per gentile concessione di Edizioni ART.

Non anni, ma anime

Una notte dell’anno del Signore 1216, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore! Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime.
La risposta di Francesco fu immediata: “Santissimo Padre, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”.
E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: “Per quanti anni vuoi questa indulgenza?”. Francesco scattando rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: “Come, non vuoi nessun documento?”. E Francesco: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.
E qualche giorno più tardi insieme ai Vesovi dell’Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.
(Da “Il Diploma di Teobaldo”, FF 3391-3397).

Perdono di Assisi

Dal mezzogiorno del primo agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto), oppure, col permesso dell’Ordinario (Vescovo), nella domenica precedente o seguente (a decorrere dal mezzogiorno del sabato fino alla mezzanotte della domenica) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria.
Tale indulgenza è lucrabile, per sè o per le anime del Purgatorio, da tutti i fedeli quotidianamente, per una sola volta al giorno, per tutto l’anno in quel santo luogo (Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola) e, per una volta sola, da mezzogiorno del 1° Agosto alla mezzanotte del giorno seguente, oppure, con il consenso dell’Ordinario del luogo, nella domenica precedente o successiva (a decorrere dal mezzogiono del sabato sino alla mezzanotte della domenica), visitando una qualsiasi altra chiesa francescana o basilica minore o chiesa cattedrale o parrocchiale. 
 
CONDIZIONI RICHIESTE:
1 – Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa Cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l’indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).
2 – Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).
3 – Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica.
4 – Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un’”Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
5 – Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.
Le condizioni di cui ai nn. 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la chiesa; tuttavia è conveniente che la Santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita.



Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; 
in un mare di oscurità senza luce. 
La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte 
e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita.
Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, 
sorpresi dal Vangelo, da Cristo.
Non vi è niente di più bello che conoscere Lui 
e comunicare agli altri l’amicizia con lui




Benedetto XVI, Omelia di inizio Pontificato.







Mt 13,47-53



In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete capito tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”.
Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.




IL COMMENTO


Pazienza e misericordia, timore e pietà scandiscono il tempo del nostro pellegrinaggio. Siamo pellegrini in terra straniera, le cose a cui incolliamo i nostri cuori e i nostri sensi non ci soddisfano. Siamo nel mondo, ma non siamo del mondo.Viviamo nella carne, ma non viviamo per la carne. E' il mistero della nostra vita. Come pesci tratti dal mare cerchiamo un'acqua che, in apparenza, assomiglia alla vita vera per la quale siamo stati creati. Ma non è così. Siamo una specie unica e del tutto particolare. Siamo nati e salvati per un'altra Patria, per il Cielo. Gli inganni, le menzogne, le tentazioni ci sospingono con irruenza verso l'abisso da cui siamo stati tratti. Mentre nel nostro intimo lo Spirito Santo ci sussurra "Vieni al Padre". Benedetto XVI, inaugurando il suo pontificato, ricordava un'immagine cara ai Padri: "Per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. E’ proprio così – nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. E’ proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui" (Benedetto XVI, Omelia di inizio Pontificato).


Per questo ogni istante che ci è dato è l'attesa d'un compimento. La chiave della nostra vita è tutta qui: un'attesa che geme come nei travagli del parto. Siamo stati pescati dalla rete di Cristo. La sua Croce ci ha salvati dall'abisso della morte. Ma non è finita. Siamo pesci buoni, come il grano buono, e bello. Pesci puri, "commestibili" secondo la Legge, lavati, salvati, santificati dal sangue di Cristo. Ma conviviamo con quelli cattivi, impuri secondo la traduzione dell'originale, segni di morte che nessun ebreo poteva mangiare. Sono accanto a noi. Pesci cattivi che rendono impuri, che tagliano fuori dal popolo della promessa, che sottraggono l'eredità promessa. I pensieri, i desideri, gli sguardi, le concupiscenze. La carne senza lo Spirito. Accanto a noi, dentro di noi. E' il combattimento d'ogni giorno, nel quale però, come scriveva Péguy, “il Padre ha messo nelle nostre mani, nelle nostre deboli mani, la sua
speranza eterna”. La speranza donata a Pietro dalle mani di Cristo che lo tiravano fuori dall'abisso nel quale era caduto per la sua incredulità. Anche Pietro, come ciascuno di noi, prima d'essere pescatore, ha sperimentato cosa significhi essere pescato dal fondo della debolezza, della carne e dell'incredulità.


Anche oggi vi saranno angeli inviati dal Padre a separare il buono dal cattivo, il puro dall'impuro. Anche oggi messaggeri della Buona Notizia ci incontreranno per salvarci. Che il Signore ci conceda di non indurire il nostro cuore, di lasciarci amare e riconciliare, di essere strappati alle menzogne e ai veleni del nemico. Che oggi, anticipo della fine dei tempi, il Signore ci faccia ancora suoi, che getti nella fornace tutto quello che in noi ci separa da Lui, tutto quello che ci impedisce di amarlo e lodarlo, le nostre impurità. E ci doni la misericordia e la pazienza di fronte alla storia, nella quale è Lui che agisce. La pazienza della speranza, la perseveranza dell'amore: "Quando Cristo ha guardato la Maddalena con uno sguardo furtivo per la strada, era una cosa semplice: era un richiamarla con una semplicità ad una semplicità in cui la purità dominava, ridominava; contraria alla sua storia, ma non contraria alla sua possibilità presente" (Mons. Luigi Giussani). La pazienza di sapersi ogni giorno bisognosi di essere ri-pescati, ogni giorno strappati alla carne e alla memoria di una storia impura per sperimentare la nuova, pura e feconda possibilità presente. 


Appoggiati alla sua fedeltà, che è il sigillo profetico che ci svela l'autenticità e la credibilità dell'eterna. Capire tutte queste cose è vivere la promessa - le cose antiche - illuminata dall'amore di Cristo - la cosa nuova - che non delude. In pace, pieni di una gioiosa speranza, entriamo anche oggi in questo nuovo giorno dove ci attende il nostro destino, il nostro dolcissimo Signore. "Per incontrare la speranza, bisogna essere andati al di là
della disperazione. Quando si arriva fino al colmo della notte, si incontra un’altra aurora […] Non sperano se non coloro che hanno avuto il coraggio di disperare delle illusioni e delle menzogne nelle quali trovavano una sicurezza che essi prendevano falsamente per speranza” (George Bernanos). E Lui è alle porte, e bussa anche ora. E' questa la novità più bella. La nostra felicità. 








Santa Caterina da Siena (1347-1380), terziaria domenicana, dottore della Chiesa, compatrona d'Europa 
Dialogo della Divina Provvidenza, cap.39 

« Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita » (Gv 3,36)


[Santa Caterina sentì Dio dirle :] Sappi che ne l'ultimo di del giudicio, quando verrà il Verbo mio Figliuolo con la divina mia Maiestà a riprendere il mondo con la potenzia divina, egli non verrà come povarello, si come quando egli nacque venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni. Alora lo nascosi la potenzia mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fusse però separata da la natura umana; ma lassa' lo patire come uomo per satisfare a le colpe vostre. Non verrà cosí ora in questo ultimo punto; ma verrà con potenzia a riprendere egli con la propria persona...

A' giusti darà timore di reverenzia con grande giocondità. Non che egli si muti la faccia sua, però che egli è immutabile, perché è una cosa con meco, secondo la natura divina. E secondo la natura umana, la faccia sua anco è immutabile, poi che prese la gloria della resurrexione. Ma a l'occhio del dannato se gli mostrarrà cotale, però che, con quello occhio terribile e obscuro che egli ha in se medesimo, con quello el vedrà. 

Si come l'occhio infermo che del sole, che è cosí lucido, non vede altro che tenebre; e l'occhio sano vede la luce. E questo non è per difecto della luce che si muti piú al cieco che a l'alluminato, ma è per difecto de l'occhio che è infermo. Cosí e' dannati el veggono in tenebre, in confusione e in odio, non per difecto della divina mia Maiestà con la quale egli verrà a giudicare il mondo, ma per difecto loro.