Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

lunedì 2 giugno 2014

Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini.

Lunedì della VII settimana del Tempo di Pasqua



Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. 
Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 
Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, verrà l'ora, anzi è gia venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. 
Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».  
(Dal Vangelo secondo Giovanni 16,29-33)
*


Il cuore della fede di Isrele è lo Shemà: "Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze". Esso è il primo comandamento, la sintesi della Torah, la vita del Popolo di Israele. Nelle parole di Gesù che chiudono il discorso pronunciato durante l'ultima cena, preludio alla grande preghiera del Capitolo XVII, è chiara e distinta l'eco dello Shemà. Un solo Dio, e un Popolo scelto ed eletto per manifestarlo. Un Popolo unico per un Dio unico. La santità di Dio, ovvero il suo essere totalmente altro, separato (significato della parola "santo") riverbera nella santità del Popolo, di ogni suo membro. La missione di Israele è la santità, un popolo diverso da tutte le Nazioni per mostrare un Dio unico e diverso da tutti gli dei. L'Alleanza, sigillata nella circoncisione, esprime il rapporto di amore fedele tra Dio ed il suo Popolo, il mezzo attraverso il quale la presenza di Dio nel mondo si fa autentica e credibile: "Siate dunque santi, perché io sono santo (Lv 11,45). "La santità esigeva la separazione dal mondo e da tutti coloro che rifiutavano la legge. Essa era garantita dall'osservanza meticolosa delle regole di purità. In effetti il Levitico enumera le categorie fondamentali dell'ebraismo: il puro e l'impuro, il sacro e il profano, il consentito e il proibito. Questo codice proponeva una scala da percorrere per raggiungere la santità" (F. Manns). Nelle parole di Gesù emerge evidente la sua missione, che coincide con quella dei suoi discepoli, primizie dell'Ecclesia, l'assemblea del nuovo Israele. Gesù è il Santo di Dio, unto di Spirito Santo per rendere testimonianza alla Verità, compiendo sino alla fine lo Shemà. Per questo i discepoli, figli di Israele, credono d'aver capito, di sapere che Gesù è davvero l'inviato, il Messia atteso, uscito da Dio. Le sue parole toccano il loro cuore, in esse rivive la storia del loro Popolo, le attese e le speranze si coagulano in quel loro Maestro; seppur confusamente, intuiscono che di lì a poco avrebbe compiuto il miracolo di "ristabilire Israele" nella sua missione, nella santità per la quale era stata eletto. Ancora un istante prima dell'Ascensione si porranno infatti questa domanda, l'interrogativo che cerca disperatamente una risposta al grido della carne, della storia, del Popolo oppresso ingiustamente: "come vivere la santità in un paese in cui comandano i pagani? Un gruppo di farisei proporrà una soluzione radicale: se si crede nel regno di Dio occorre opporsi fortemente al «regno dell'impertinenza». La resistenza si organizzerà proprio in Galilea... Dio è il re d'Israele e il padrone della storia. Il dono della terra è il segno dell'alleanza. Arrogarsi la proprietà della terra come facevano i romani significava dar prova di un orgoglio smisurato, dell'appartenenza al regno dell'impertinenza. La sete di libertà che animava i rivoltosi scaturiva dal più stretto monoteismo. Era lo zelo della legge a spingerli ad agire" (F. Manns). Gli Apostoli erano originari della Galilea, non a caso dunque il luogo dove più forte era la tensione e l'aspettativa messianica. Nel Cenacolo, le parole di Gesù, sovrapposte all'esperienza dei tre anni trascorsi con Lui, planavano nei cuori di questi galilei confusi ma affascinati: esse intercettavano la loro speranza, e, seppure misteriosamente, le conferivano un contenuto e una ragione nuove. Per loro il mondo da cui Israele era stato separato, santificato, era il regno dell'impertinenza, e doveva essere distrutto. Per questo le parole di Gesù, decodificate attraverso i loro criteri, suonavano come l'annuncio del compimento delle loro speranze. Il loro leader, Pietro, aveva già dovuto fare i conti con il rimprovero di Gesù, sentendosi apostrofare come satana, il cui pensiero non coincide con quello di Dio. Ma non era stato sufficiente, se di lì a poco, nel Getsemani, inforcherà la spada e taglierà l'orecchio al servo del centurione. Gli Apostoli credono di sapere, ma non si conoscono, e non conoscono Gesù. La Parola che è stata loro annunciata li ha mondati, santificati, ma in questo momento essa rimane ancora come un torrente d'acqua sotterraneo, che irriga le profondità della loro anima, ma che non è tuttavia sgorgato per dissetare l'uomo nuovo, libero, riscattato dalla schiavitù della carne. Essi intuiscono, ma resta loro da compiere il tratto più difficile, quello decisivo: scendere negli abissi della verità circa se stessi di fronte all'abisso della verità testimoniata da Gesù: lo scandalo della Croce, la dispersione e la solitudine. Solo discendendo l'ultimo gradino che conduce alla piscina battesimale si può sperimentare nella propria vita il compimento del Mistero Pasquale del Signore. Solo riconoscendo la dispersione e la dissipazione del proprio cuore, della propria mente e delle proprie forze - l'antitesi dello Shemà - si può conoscere e accogliere nella fede il compimento dello Shemà in Gesù, la prova decisiva della sua identità. E' drammatico e doloroso, ma sono le stesse parole profetiche di Gesù ad annunciarlo e a decretarne la veridicità: i discepoli, e noi con loro, abbiamo lasciato solo il Signore. Lo scandalo del Getsemani, il male che si abbatte su Gesù, l'ingiustizia e quella sua mansuetudine oltre ogni limite ragionevole, la spada della Croce, il sepolcro sigillato, ci hanno scandalizzato e disperso. La malattia di nostro figlio, quel lato sconosciuto ed oscuro del carattere del nostro coniuge, il licenziamento, il tradimento dell'amico, e la nostra debolezza inguaribile, quel cadere sempre negli stessi peccati. E il male nel mondo, la sofferenza degli innocenti, le guerre, i terremoti, i disastri, le ingiustizie. La Croce ci ha disperso, ognuno per conto proprio, a cercare le ragioni, a riflettere illudendoci, con Cartesio, di esistere in virtù del pensiero, a preparare e realizzare rivoluzioni, ad inginocchiarci dinanzi alla scienza, alla politica, alla cultura. All'uomo, alla sua carne. Separati dal mondo ci siamo, invece, caduti dentro, e abbiamo scoperto di non essere migliori né diversi dai figli del regno dell'impertinenza. Come gli Apostoli, abbiamo lasciato solo Gesù, l'unico santo, ci siamo allontanati dall'unica Verità, dall'unica Via, dall'unica Vita. Ci siamo dispersi e abbiamo strappato lo Shemà in mille pezzi, abbiamo dimenticato la primogenitura e l'elezione, e con esso abbiamo visto la vita sbriciolarsi senza più senso. Mentre quel rivolo d'acqua, la Parola che ci ha scelti ed eletti, irrevocabile, a sostenerci e a prepararci, misteriosamente, all'irrompere della Grazia. Anche noi, come gli Apostoli, bisognosi di salvezza e redenzione, del perdono. Come il mondo.bMa è proprio questo il paradosso che ci salva, che strappa ogni uomo dalla morte: l'abisso della nostra solitudine ha incontrato la solitudine di Cristo, ed in essa, la sua intimità con il Padre. La nostra vuota solitudine ha incontrato la sua colma solitudine. Lui non era solo! Pur sperimentando nella sua carne l'abbandono totale, pur gridando sulla croce "Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Gesù non era solo: attraverso quel legno era inchiodato alla volontà del Padre, e in essa gli era più intimo che mai, nell'amore che compiva lo Shemà. Nel sepolcro non era solo. Proprio nel cortocircuito della nostra solitudine con la sua, è scoccata la scintilla della verità: Il Padre è con Gesù, in Gesù. E nell'amara solitudine della storia, della nostra storia di oggi, si svela l'impensabile: essa non è preludio della fine di tutto, è il grembo dove vedere e riconoscere l'amore di Dio; nell'abisso della nostra dissipazione brilla la verità che ci fa liberi, l'amore dello Shemà compiuto per noi da Cristo. Possiamo allora "avere pace in Lui", riposare nel suo amore. E' l'esperienza dei discepoli, cercati e amati da Gesù risuscitato: nessun giudizio, solo un amore e una misericordia sconfinati. Il suo apparire vittorioso sulla morte schiude le loro menti all'intelligenza delle Scritture, di ogni profezia, della Legge di Santità, dello Shemà. Bisognava che il Figlio dell'uomo soffrisse e morisse... Era necessario anche il loro scandalo della Croce, il dramma della verità. Dovevano scoprirsi mondani e impertinenti come gli altri, peggio degli altri, dei pagani, che almeno non avevano conosciuto il Signore. Era il mistero della volontà di Dio, perché i discepoli potessero vedere, credere e sperimentare, attraverso la loro infedeltà, la loro debolezza, i loro peccati, i loro adulteri e la loro idolatria, la mondanizzazione del loro cuore, l'amore di Dio, lo Shemà compiuto, l'unicità e la santità di Dio.Occorreva rivestirsi di Cristo, passare dalla dispersione all'unità, dalla solitudine all'intimità. E' questa la vittoria di Cristo, lo Shemà compiuto, la santità di Dio incarnata nella debolezza di ogni uomo! La vittoria sul mondo è la vittoria sulla dispersione, sulla disgregazione, sulla solitudine, sulla morte. Così, la Galilea dei Gentili, non a caso il luogo dell'Incarnazione, diviene, attraverso gli Apostoli, immagine del mondo tornato ad essere di Dio. E' in Galilea che Gesù dà appuntamento ai suoi, dove appare loro risuscitato. E' la Galilea il mondo strappato al mondo, il luogo della vittoria di Cristo! E' sulle rive del Mare di Galilea che Pietro incontra il perdono e la missione; è sul Monte delle Beatitudini che il mondo diviene il luogo dell'annuncio di vittoria. La Galilea della nostra vita, ogni centimetro di questo mondo, disperso, rancoroso, preda della solitudine. E' la nostra storia la Galilea che attende il riscatto, perché ogni uomo ritorni ad essere se stesso, santo, unico perché creato ad immagine dell'unico Dio. "Io ho vinto il mondo!. Cristo è forse contro il mondo? Quando vince la morte, Egli rivela di nuovo all’uomo il mondo; questo mondo, che scaccia Dio dal cuore dell’uomo, viene restituito da Cristo a Dio e all’uomo, come spazio dell’alleanza originaria, che deve essere anche l’alleanza definitiva quando Dio sarà tutto in tutti." (Giovanni Paolo II). Restituiti da Cristo a Dio e all'uomo, ecco gli Apostoli, ecco ciascuno di noi! Risuscitati nello Shemà del Figlio diveniamo anche noi testimoni e annunciatori di questo stesso amore che ci ha salvato, della vittoria di Cristo. Il cammino che ci aspetta non può che essere il suo. Il cammino della solitudine, quella ricolma della presenza del Padre, nel compimento della sua volontà. Avremo tribolazioni nel mondo; con il figlio che si ribella e non ne vuol sapere nulla del cristianesimo, delle preghiere, della Chiesa; con i colleghi di lavoro; con gli amici che ci inducono a giocare sporco; con il fidanzato che reclama ed esige un amore carnale. Nelle tentazioni, all'esterno e all'interno di noi. Ovunque, con chiunque, perché il mondo è stretto dall'angoscia della solitudine, lo sappiamo per esperienza. Ma l'amore a nostro figlio, a nostro marito, ai nostri genitori, alla fidanzata, all'amico, l'amore autentico è soprattutto solitudine, la solitudine di Cristo. Senza di essa non può apparire e compiersi la sua vittoria: "nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell'amore di Dio e lo scioglie in esso" (Benedetto XVI). Per questo è necessaria "la tribolazione", l'essere schiacciati, pestati, secondo il significato del termine originale greco: che il male ed il peccato vengano deposti, attraverso di Cristo vivo in noi, nel tino della nostra storia, per essere schiacciati dall'amore di Dio. Occorre passare per la porta stretta e angusta di cui parla Gesù, secondo un altro significato della stessa parola. Sono le tribolazioni di Cristo, quelle sofferte per noi che ora, in noi, salvano coloro ai quali siamo inviati. Avremo tribolazioni, saremo soli, ma non dobbiamo temere, il Signore ha vinto il mondo: "Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me. Li ho pigiati con sdegno. Il loro sangue è sprizzato sulle mie vesti e mi sono macchiato tutti gli abiti." (Is. 63,3). Il trofeo della vittoria di Cristo è proprio la solitudine che possiamo assumere, ovvero il rifiuto, il non essere compresi, l'odio, l'invidia, il rancore, l'ingiustizia. Soli per essere santi, perché la santità è la solitudine feconda dell'amore! "Allora Balaam pronunziò il suo poema e disse: "Dall'Aram mi ha fatto venire Balak, il re di Moab dalle montagne di oriente: Vieni, maledici per me Giacobbe; vieni, inveisci contro Israele!". Come imprecherò, se Dio non impreca? Come inveirò, se il Signore non inveisce? Anzi, dalla cima delle rupi io lo vedo e dalle alture lo contemplo: ecco un popolo che dimora solo e tra le nazioni non si annovera. Chi può contare la polvere di Giacobbe? Chi può numerare l'accampamento d'Israele? Possa io morire della morte dei giusti e sia la mia fine come la loro. Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele!" (cfr. Nm. 23-24). Un popolo che dimora solo, e proprio per questo testimone e vessillo di salvezza. Israele, ed il Messia che ha compiuto questa profezia, e i suoi fratelli, la santa Chiesa di Dio, e ciascuno di noi. Soli con il Solo, per strappare il mondo a stesso. Soli nel rifiuto del figlio, per salvarlo. Soli nella gelosia della moglie, per amarla. Soli ovunque, nell'intimità piena con Gesù, e in Lui con il Padre, per mostrare a tutti la bellezza delle tende di Israele, la vita divina nella debole tenda della carne; dimorare soli tra le Nazioni, nella santità dello Shemà, perché la maledizione del mondo si trasformi, come fu per Balaam, in benedizione. Perché ogni uomo possa desiderare la stessa solitudine, la Croce di un amore infinito, la morte, la fine, il compimento dei giusti, di ciascuno di noi, frutti splendenti della vittoria di Cristo.

domenica 1 giugno 2014

IO PARTECIPO AL ...Festival Biblico:

 "Le Scritture, Dio e l'uomo si raccontano"




Se noi guardiamo al cuore delle Sacre Scritture...
 vi è narrato un colloquio, un incontro tra il Dio della vita e gli uomini. E in questa narrazione essi riscoprono le fondamenta profonde della loro esistenza". Perché la Bibbia affascina anche i non credenti? "Perché parla di vita e apre sulle dimensioni del mistero, sul fatto che la vita è più grande di ciò che ogni giorno sperimentiamo. Ogni giorno dovremmo aprirne una pagina e lasciare che Dio ci parli e che noi raccontiamo a Lui le nostre angosce quotidiane e le nostre gioie
La scrittrice Michela Murgia interverrà al Festival insieme al suo conterraneo Marcello Fois nell'ambito del dibattito: "Una scrittura incarnata. Benedizione e maledizione di essere scrittori sardi oggi". Ai nostri microfoni spiega come un'appartenenza geografica e culturale incide sulla propria scrittura: "Dagli scrittori sardi i sardi si aspettano una rappresentazione collettiva e non semplicemente la narrazione della propria personale prospettiva, perché la nostra matrice è una tradizione orale, quindi collettiva, appunto. Da un lato ciò rappresenta una benedizione, perché ti senti portatore di un racconto comune, dall’altro non lo è perché non sempre quello che scrivi è ciò che chi ti manda vorrebbe sentirsi dire".

La Murgia - vincitrice di numerosi premi letterari, già insegnante di religione in diverse scuole, nonché membro del Coordinamento delle Teologhe Italiane - ricorda la visita di Papa Francesco a Cagliari nel settembre scorso sottolineando che "la condivisione delle difficoltà economiche ed occupazionali di buona parte del popolo sardo e la preghiera da parte della Chiesa dovrebbero essere considerati elementi propulsivi dagli amministratori locali, non una sorta di rischioso paravento". E continua con un'analisi sociologica: "Oggi è sempre meno possibile il racconto corale perché sono sempre più slabbrati i legami sociali e non esistono nemmeno più i luoghi dove si può costruire una identità collettiva. Le sezioni di partito non ci sono più, le piazze sono diventati luoghi di passaggio, i bar ricettacolo di macchinette mangiasoldi. Esistono solo la tv e la rete". E la parrocchia, dove lei per lungo tempo è stata impegnata nell’Azione Cattolica? "In parrocchia io ci ho costruito la mia idea di amicizia civica. So che alcuni della mia generazione si sono anche salvati dalla trappola dell’eroina là perché le parrocchie erano aperte. Oggi mi pare che non abbiano più quella funzione. Le dinamiche della rete hanno cambiato molto le regole del gioco e purtroppo devo constatare che si è investito poco sulla professionalità degli animatori, lasciando sempre troppo al volontarismo tutto l’operato. In realtà - insiste Murgia - la formazione dei giovani e giovanissimi è una cosa così delicata che meriterebbe un investimento economico maggiore da parte della Cei. Si è creduto poco nei laici. Speriamo in Papa Francesco. Questa elezione mi ha dato una grandissima gioia. Spero che si abbandoni definitivamente l’idea che il genio femminile sia un genio ancillare. Il genio ancillare è di tutti nella Chiesa". 

E continua parlando della sua esperienza nel mondo della scuola, del destino mediocre a cui è condannata finché gli insegnanti saranno considerati lavoratori di serie B e decideranno per questo impiego solo perché non riescono a trovare di meglio. Battuta conclusiva sul mestiere di scrittore: "La narrazione è relazione, e scrivere è una disciplina: puoi avere una intuizione ma poi ci voglioni mesi di lavoro perché quella tua intuizione diventi un oggetto che abbia un suo mercato. Le due cose devono incontrarsi. E’ una cosa sempre difficile da spiegare a chi ha una idea romantica dello scrittore. Bisogna puntare sulla rete. Puoi cercare di farti notare laddove ritieni ma non è detto che chi ti cerca ti trovi dove tu pensi che ci riesca".

(Antonella Palermo)


*

MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino, al Festival Biblico di Vicenza racconta il destino, l'amore, la morte, il fallimento e la speranza attraverso gli occhi di tre donne dell'antico testamento: Rebecca, Rachele e Sara, moglie di Tobia. Cos'hanno da dire queste donne alle donne e agli uomini di oggi? E cos'hanno da dire le donne alla Chiesa di oggi?
Domani ultimo appuntamento ...
Lunedì 2 giugno, alle 15.00, arriva un evento diverso dal solito, organizzato nell'ambito del Festival Biblico 2014 da Play The City in collaborazione con diverse ...

Raccontare il destino: Rebecca

Sabato 31 maggio 2014 alle 09:00

Chiesa di Santo Stefano - Contrà S. Stefano, 6, Vicenza - VI

meditazionemeditazione del mattino
riflessione biblica
MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino

guida alla preghiera
Associazione Presenza Donna, Vicenza

Raccontare il destino con Rebecca. E poi raccontare la morte con Rachele. E ancora, raccontare il fallimento e la speranza con Sara, la sposa di Tobia. Questi i tre racconti che saranno al centro della lectio mattutina di fratel Michael Davide il 31 Maggio, il 1 e il 2 Giugno. Raccontare per imparare a raccontarsi. Tre figure di donne saranno la guida ad una sorta di apprendistato del racconto che si fa sempre con la capacità di ascoltare i racconti che ci hanno preceduto per diventare a nostra volta capaci di raccontare e tramandare la sapienza appresa alla scuola della vita e, in modo del tutto particolare, alla scuola del dolore.

Raccontare l'amore e la morte: Rachele

Domenica 1 giugno 2014 alle 09:00

Chiesa di Santo Stefano - Contrà S. Stefano, 6, Vicenza - VI

meditazione
meditazione del mattino
riflessione biblica

MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino

guida alla preghiera

Associazione Presenza Donna, Vicenza


Raccontare il destino con Rebecca. E poi raccontare la morte con Rachele. E ancora, raccontare il fallimento e la speranza con Sara, la sposa di Tobia. Questi i tre racconti che saranno al centro della lectio mattutina di fratel MichaelDavide il 31 Maggio, il 1 e il 2 Giugno. Raccontare per imparare a raccontarsi. Tre figure di donne saranno la guida ad una sorta di apprendistato del racconto che si fa sempre con la capacità di ascoltare i racconti che ci hanno preceduto per diventare a nostra volta capaci di raccontare e tramandare la sapienza appresa alla scuola della vita e, in modo del tutto particolare, alla scuola del dolore. 

Raccontare il fallimento e la speranza: Sara, sposa di Tobia


Chiesa di Santo Stefano - Contrà S. Stefano, 6, Vicenza - VI
meditazione

meditazione del mattino
riflessione biblica



guida alla preghiera

Associazione Presenza Donna, Vicenza

Raccontare il destino con Rebecca. E poi raccontare la morte con Rachele. E ancora, raccontare il fallimento e la speranza con Sara, la sposa di Tobia. Questi i tre racconti che saranno al centro della lectio mattutina di fratel MichaelDavide il 31 Maggio, il 1 e il 2 Giugno. Raccontare per imparare a raccontarsi. Tre figure di donne saranno la guida ad una sorta di apprendistato del racconto che si fa sempre con la capacità di ascoltare i racconti che ci hanno preceduto per diventare a nostra volta capaci di raccontare e tramandare la sapienza appresa alla scuola della vita e, in modo del tutto particolare, alla scuola del dolore. 

Festival Biblico 2014 "storia come mito o come narrazione"

Le Scritture, Dio e l'uomo si raccontano



Card. Gianfranco Ravasi  Presidente del Pontificio Consiglio della cultura
Giovedì 22 maggio 2014 alle 20:45Chiesa Cattedrale - Piazza Duomo, 8, Vicenza - VI
Lectio Magistralis
Inaugurazione della decima edizione del Festival Biblico esecuzione di"Tre meditazioni"opera originale per violoncello e corodi Jorge Andrès Bosso, musicista e compositore Jorge Andrès Bosso, violoncello
coro I Cantori di Santomiodiretti da Nicola Sella
INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO DEI POSTI DIRETTA TV SU TELECHIARAcon interpretazione simultanea LIS in italiano (solo TV)dell'intervento di S.E. Card RavasiCanale 14 (Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Rovigo, Belluno)Canale 604 (Verona)
Canale 74 (Trento, Bolzano)

   Video 2014


FB 2014 - TG festival - VII edizione




2014 Philippe Daverio

>>> "storia come mito o come narrazione"

Intervento di Philippe Daverio al Festival Biblico di Vicenza, sabato 31 maggio 2014.  

Storia come mito o come narrazione?

Sabato 31 maggio 2014 alle 19:00

Tempio di Santa Corona - Contrà S. Corona, 2, Vicenza - VI

Conversazione
come la Bibbia ha influenzato e influenza i nostri racconti
relatore
Philippe Daverio, critico d'arte e giornalista
introduce e modera
Bruna Mozzi, critico letterario
ACCESSO IN SALA CON PRECEDENZA
AI POSSESSORI DELLA "CARD 2014" DEL FESTIVAL
CHE SI PRESENTANO ENTRO LE 18.45
DIFFERITA TV SU TELECHIARA MARTEDI' 3 GIUGNO ORE 20.45
Canale 14 (Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Rovigo, Belluno)
Canale 604 (Verona)
Canale 74 (Trento, Bolzano)
La visione della storia monumentale può essere contrapposta ad un’archeologia dei saperi come tentativo di recuperare una verità spesso non consegnata dai manuali e dai trattati storici. Come la Bibbia ha influenzato e influenza i nostri racconti storici? Non la leggiamo forse con gli stessi occhiali deformati di una storia fatta solo di battaglie e trattati? Il viaggio tra arte e storia di questo intervento si pone esso stesso come un affascinante racconto, alla ricerca e alla scoperta di verità nascoste.

Philippe Daverio, è un critico d'arte, giornalista, conduttore televisivo e docente francese naturalizzato italiano. Ha curato varie pubblicazioni sui movimenti d'avanguardia tra le due guerre, ed è anche un valente studioso di musicologia storica. Ha collaborato in passato con riviste come Panorama, Vogue e Liberal. Nel 1999/2000 è stato inviato speciale della trasmissione Art'è su Rai 3. Nel 2005 ha curato la polemica mostra 13x17 concepita ed ideata da Momò Calascibetta, Elena Agudio e Cristina Alaimo. Conduce la trasmissione Il Capitale di Philippe Daverio su Rai 3. Ha condotto anche la serie Passepartout su Rai 3 e Emporio Daverio su Rai 5, oltre a essere direttore del periodico Art e Dossier. Collabora inoltre ad una rubrica sull'arte nel mensile Style Magazine del Corriere della Sera. Attualmente ha l'incarico di professore ordinario (insegna Disegno Industriale) presso l'Università degli Studi di Palermo. Nel 2011, in concomitanza dei festeggiamenti per il 150º anniversario dell'Unità d'Italia, fonda il movimento d'opinione Save Italy. Il movimento, privo di una struttura organizzativa, si propone di sensibilizzare intellettuali e cittadini di ogni provenienza geografica alla salvaguardia dell'immensa eredità culturale dell'Italia.




Semeraro: Luoghi di Dio, dimore dell'uomo

Intervento di padre Michael Davide Semeraro in occasione della terza anteprima della X edizione del Festival Biblico, tenuto nella Chiesa Araceli il 31 marzo 2014.

Raccontare il destino: Rebecca

Sabato 31 maggio 2014 alle 09:00

Chiesa di Santo Stefano - Contrà S. Stefano, 6, Vicenza - VI

meditazione
meditazione del mattino
 
riflessione biblica
MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino
 
guida alla preghiera
Associazione Presenza Donna, Vicenza
 
Raccontare il destino con Rebecca. E poi raccontare la morte con Rachele. E ancora, raccontare il fallimento e la speranza con Sara, la sposa di Tobia. Questi i tre racconti che saranno al centro della lectio mattutina di fratel MichaelDavide il 31 Maggio, il 1 e il 2 Giugno. Raccontare per imparare a raccontarsi. Tre figure di donne saranno la guida ad una sorta di apprendistato del racconto che si fa sempre con la capacità di ascoltare i racconti che ci hanno preceduto per diventare a nostra volta capaci di raccontare e tramandare la sapienza appresa alla scuola della vita e, in modo del tutto particolare, alla scuola del dolore. 

Raccontare l'amore e la morte: Rachele

Domenica 1 giugno 2014 alle 09:00

Chiesa di Santo Stefano - Contrà S. Stefano, 6, Vicenza - VI

meditazione
 
meditazione del mattino
 
riflessione biblica
MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino
 
guida alla preghiera
Associazione Presenza Donna, Vicenza
 
Raccontare il destino con Rebecca. E poi raccontare la morte con Rachele. E ancora, raccontare il fallimento e la speranza con Sara, la sposa di Tobia. Questi i tre racconti che saranno al centro della lectio mattutina di fratel MichaelDavide il 31 Maggio, il 1 e il 2 Giugno. Raccontare per imparare a raccontarsi. Tre figure di donne saranno la guida ad una sorta di apprendistato del racconto che si fa sempre con la capacità di ascoltare i racconti che ci hanno preceduto per diventare a nostra volta capaci di raccontare e tramandare la sapienza appresa alla scuola della vita e, in modo del tutto particolare, alla scuola del dolore.

Raccontare il fallimento e la speranza: Sara, sposa di Tobia

Lunedì 2 giugno 2014 alle 09:00

Chiesa di Santo Stefano - Contrà S. Stefano, 6, Vicenza - VI

meditazione
 
meditazione del mattino
 
riflessione biblica
MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino
 
guida alla preghiera
Associazione Presenza Donna, Vicenza
 
Raccontare il destino con Rebecca. E poi raccontare la morte con Rachele. E ancora, raccontare il fallimento e la speranza con Sara, la sposa di Tobia. Questi i tre racconti che saranno al centro della lectio mattutina di fratel MichaelDavide il 31 Maggio, il 1 e il 2 Giugno. Raccontare per imparare a raccontarsi. Tre figure di donne saranno la guida ad una sorta di apprendistato del racconto che si fa sempre con la capacità di ascoltare i racconti che ci hanno preceduto per diventare a nostra volta capaci di raccontare e tramandare la sapienza appresa alla scuola della vita e, in modo del tutto particolare, alla scuola del dolore.


L. Manicardi Festival Biblico 

Gesù, narratore di Dio

                             >>> Sabato 31 maggio 2014 alle 16:30

Chiesa di San Gaetano - Corso Palladio, 147, Vicenza - VI

Lectio Magistralis
Narrazione e trasmissione della fede
 
incontro con l'autore 
Luciano Manicardi, scrittore e monaco della Comunità di Bose
 
introduce e modera
Alberto Vela, biblista
 
A cura di
Edizioni Messaggero di Sant'Antonio, Padova
 
L'uomo è un animale narrante, racconta pe rumanizzare il tempo, per sfuggire la precareità della vita. Noi viviamo di storie, dai racconti di fiabe ai bambini alla semplice conversazione. L'efficacia del racconto è terapeutica perchè leggere è lasciarsi leggere da libro. Anche la fede si regge su una narrazione antica e inedita: la storia di Gesù testimoniata nei Vangeli in cui la dimensione narrativa del vivere indica come la vita del credente sia chiamata a divenire narrazione di fede. Gesù è narratore per eccellenza, divenendo racconto vivente dell'essenza stessa di Dio.
 
Luciano Manicardi, laureato in lettere classiche, dal 1981 fa parte della Comunità di Bose (BI) ed è maestro dei novizi e vicepriore. Membro della redazione della rivista "Parola, Spirito, Vita" (Dehoniane, Bologna) collabora a diverse riviste di argomento biblico e spirituale.
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>>>  Gesù, narratore di Dio

Luciano Manicardi, scrittore e monaco della comunità di Bose, nell'incontro "Gesù, narratore di Dio", ha ripercorso il "racconto" che Gesù ha fatto del Padre, mostrandoci il suo volto compassionevole e aperto ai destini dell'uomo. E non l'ha fatto solo con le parole e con le parabole, ma soprattutto con la sua umanità.

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Luciano Manicardi Monastero Bose "Il viaggio più lungo: quello tra due persone"


L'ultima fase della vita di Gesù (L. Manicardi) 


L'ultima fase della vita di Gesù (L. Manicardi)
dimensionesperanza.it
La vita di Gesù, come la vita di ogni uomo, ha conosciuto una fase finale. I vangeli, pur con differenze rilevanti, testimoniano che questa vita ha conosciuto un finale tragico e scandaloso culminato nella infamante morte di croce.

L'ultima fase della vita di Gesù

di Luciano Manicardi
La sequela del Maestro, conduce i discepoli lungo i medesimi sentieri, anche nella fase terminale dell'esistenza. Spazi profondi di povertà e debolezza sorgono a minacciare quella serenità del bene che si era precedentemente radicata. La forza dell'amore che vince la morte sa restituire al credente La gioia della speranza, anche quando gli orizzonti dell'esistenza appaiono troppo scuri.

La vita di Gesù, come la vita di ogni uomo, ha conosciuto una fase finale.
I vangeli, pur con differenze rilevanti, testimoniano che questa vita ha conosciuto un finale tragico e scandaloso culminato nella infamante morte di croce. Questo appare con particolare evidenza nei racconti evangelici della passione secondo Matteo e secondo Marco. Colui che ha attirato folle e creato una comunità itinerante di discepoli viene rigettato dalle folle che ne invocano la crocifissione e viene abbandonato dai discepoli che lo lasciano solo. Colui che ha curato e guarito molte persone malate nel corpo e nella mente, ora si trova nell'impotenza di salvare chicchessia. Colui che ha annunciato l'evangelo del Regno con potenza di parola e insegnato molte cose alle folle affamate del pane della parola di Dio, ora entra progressivamente nel silenzio. Colui che ha vissuto una vita di fedeltà al Dio unico, si vede sconfessato e condannato dalle legittime autorità religiose del popolo di Dio. Colui che ha sempre nutrito una relazione personalissima e intima di confidenza con il Dio a cui si rivolgeva chiamandolo «Abbà», ora gli si rivolge con una domanda che grida l'enigma del sentirsi abbandonato da Lui. Vi è negli eventi che scandiscono l'ultima fase della vita di Gesù, qualcosa che sembra smentire tutto ciò che Gesù ha vissuto fino allora, tutta la sua fede, il suo amore, la sua speranza. In particolare, gli avversari di Gesù sembrano sintetizzare la sua vita con insulti che mettono in derisione tre piani della vita di Gesù: l'autorità che Gesù ha mostrato durante tutta la sua vita, la sua relazione di salvezza (aiuto, guarigione, perdono) nei confronti degli altri, e infine la sua stessa fede, la sua relazione personale con Dio.
«Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso» (Mt 27,39). Con questa provocazione i passanti scherniscono l'autorità di Gesù e, facendo forza sull'evidente impotenza attuale del crocifisso, sembrano annullare e dichiarare falsa anche l'autorità che Gesù ha mostrato in precedenza. Nella loro lettura la croce smentisce l'autorità che ha portato il Nazareno a pronunciare parole di giudizio su chi rendeva il tempio un luogo di mercato e a scacciarne i cambiavalute. L'autorità che emergeva dalle parole di Gesù («Gesù insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi»: Mt 7,29; Mc 1,22) e dai suoi gesti («Con quale autorità fai queste cose? Chi ti ha dato questa autorità?»: Mt 21,23; Mc 11,28), appare ora sconfessata dalla situazione di debolezza e impotenza in cui Gesù sprofonda.
Ma anche la sua relazione buona con gli altri, con le persone che ha incontrato nel cammino della sua esistenza, viene azzerata dalla lettura che ne fanno sacerdoti, scribi e anziani: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso!» (Mt 27,42). Il finale della vita di Gesù sembra autorizzare i suoi avversari a invalidare tutto il bene che Gesù ha fatto in passato, a farlo entrare nel dimenticatoio.
E infine, dopo la sua autorità e la sua relazione con gli altri, perfino la sua fede in Dio viene messa in derisione e in discussione. «Ha confidato in Dio: lo liberi lui ora, se gli vuol bene» (Mt 27,43). L'aver avuto fiducia in Dio gli viene rinfacciato quasi come una colpa. Questo è l'atto più radicale e invadente di decostruzione e demolizione della vita precedente di Gesù, il più impudico, quello che si permette di giudicare l'intimità e l'ineffabilità della sua relazione con il Padre. L'osservatorio particolare costituito dalla fase finale dell'esistenza di Gesù appare ancora una volta come ciò che consente di leggere come fasulla l'intera sua precedente vita, perfino la sua fede.
E così un'intera vita vissuta e spesa nella donazione di sé per gli uomini e nella fedeltà obbediente al Padre, nel dare vita e nell'operare giustizia, nell'amare e nel benedire, si trova a essere sepolta sotto il peso dell'infamia che Gesù vive e subisce nei suoi ultimi momenti. Colui che passò sanando molti e benedicendo, ora si trova sprofondato nella maledizione e nell'impotenza.
È così per il Signore, può essere così anche per il discepolo che segue il Signore e che può trovarsi là dove il suo Signore si è trovato. Un'intera vita spesa nel perseguire l'amore di Dio e del prossimo, un'intera vita segnata dalla fede e dall'obbedienza, traversata dal vigore profetico della denuncia delle infedeltà a Dio e dall'instancabile opera di aiuto ai deboli e ai poveri, può venire a trovarsi in una fase finale in cui il credente appare travolto dal male e dal peccato, a causa degli eventi e degli altri. Un servo di Dio può trovarsi in una situazione simile a quella del suo Signore, o perché si fa carico del peccato e del male altrui, quello che gli altri non saprebbero reggere né portare, o perché vittima della calunnia. Viene in mente il caso del Card. Joseph Louis Bernardin, arcivescovo di Chicago dal 1982 al 1996, morto di cancro dopo aver subito l'onta di infamanti accuse false.
Ma può anche avvenire che una vita tutta segnata dalla ricerca della santità possa essere offuscata da una caduta. O che una vita spesa nell'apostolato conosca nella parte finale il male dovuto all'alienazione mentale o alla demenza. Ora, la verità di un uomo non è mai riducibile a un momento solo, fosse pure quello più vicino alla sua morte. E men che meno può essere riducibile a un momento di debolezza morale o di perdita della salute psichica o fisica. Dietro e dentro ogni uomo vi è sempre un desiderio di amore e di senso, di pienezza e di dedizione che non può essere smentito da circostanze che paio-no essere di segno contrario. Un uomo è sempre tutta la sua vita. E questo chiede ai nostri occhi e ai nostri cuori di vincere le tentazioni di giudicare, di dare sentenze, di condannare, di definire, per assumere invece uno sguardo capace di misericordia e soprattutto di longanimità, di memoria e di fede.
Lo sguardo di fede è quello che sa vedere in Gesù crocifisso il Figlio di Dio. Che sa discernere la rivelazione del volto di Dio nel Gesù che subisce ogni sorta di violenza, che appare privato di ogni dignità umana fino a vedere non rispettata neppure la sua morte, che risulta essere condannato dalle autorità religiose e bandito dalla società civile: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio» (Mt 27,55), confessa il centurione ai piedi della croce. Lo sguardo di fede sa vedere la continuità della vita di Gesù anche in quei drammatici momenti finali, sa vedere in lui il profeta anche se ridotto al silenzio dell'agnello afono, sa vedere in lui il maestro anche se privato ormai dei suoi discepoli, sa vedere in lui il Signore anche privato perfino dalla sua stessa vita. E lo sguardo che sa riconoscere e dare espressione all'amore e alla fede che Gesù continua a vivere anche allora.
È così che, narrando la passione, i vangeli ci presentano un Gesù che si rivolge a Giuda chiamandolo amico (Mt 26,50), che si volge con sguardo pieno di amore verso Pietro che 10 ha rinnegato (Lc 22,61), che guarisce il servo del sommo sacerdote ferito da uno che era con lui (Lc 22,50-51), che invoca il perdono per i suoi aguzzini (Lc 23,34), che prega il suo Dio affidandosi interamente a Colui di cui ora conosce l'abbandono, quasi gli stesse dicendo:
«Mio Dio, tu che mi hai abbandonato, tu solo sei e resti il mio Dio; in te solo, di cui ora sperimento l'abbandono, io spero e metto la fiducia». La vittoria sulla morte con la resurrezione è preceduta da questa vittoria sulla croce che si trova a essere ri-significata da colui che vi viene steso sopra.
E Gesù dà senso anche al patibolo della morte vergognosa portandovi la sua vita piena di amore per gli uomini e di obbedienza amorosa al Padre. Vi dà senso, ovvero, la vive nella libertà e nell'amore.
Anche l'ultima fase della sua vita, per quanto segnata dal male e difficilmente leggibile come fase di fedeltà a Dio, è ancora traversata dalla forza dell'amore più forte della morte. E questo dà speranza a ogni credente.
Quale che possa essere la fase finale della sua esistenza.
(in L’ancora, 5, 2005, pp. 52-54)