Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

mercoledì 4 giugno 2014

Papa Francesco - il senso cristiano del matrimonio, in analogia al rapporto tra Gesù e la Chiesa

Questi matrimoni che non vogliono i figli, che vogliono rimanere senza fecondità…

 
 Nell’omelia mattutina a Santa Marta, il Papa parla del senso cristiano del matrimonio, in analogia al rapporto tra Gesù e la Chiesa
Vaticano
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Gian Guido Vecchi) «Questi matrimoni che non vogliono i figli, che vogliono rimanere senza fecondità… La cultura del benessere di dieci anni fa ci ha convinto: è meglio non avere i figli! È meglio! Così tu puoi andare a conoscere il mondo, in vacanza, puoi avere una villa in campagna, stai tranquillo…». Francesco alza lo sguardo, sorride ironico: «Ma forse è meglio, è più comodo avere un cagnolino, due gatti, e l’amore va ai due gatti e al cagnolino! 
È vero o no questo? Lo avete visto voi? E alla fine questo matrimonio arriva alla vecchiaia in solitudine, con l’amarezza della cattiva solitudine. Non è fecondo, non fa quello che Gesù fa con la sua Chiesa: la fa feconda».
Nell’omelia mattutina a Santa Marta, il Papa parla del senso cristiano del matrimonio, in analogia al rapporto tra Gesù e la Chiesa: «fedele», «perseverante» e «fecondo». Ad ascoltarlo, nella piccola cappella dell’albergo vaticano, ci sono una quindicina di coppie, alcune sposate da venticinque, cinquanta, perfino sessant’anni. E Bergoglio spiega che tra «le cose che a Gesù non piacciono» ci sono i matrimoni sterili non per necessità, ma per scelta. Il problema, naturalmente, non sono gli animali domestici, Francesco del resto sta preparando una enciclica sulla custodia del creato e lo ha già scritto nell’esortazione Evangelii Gaudium: «Ci sono altri esseri fragili e indifesi, che molte volte rimangono alla mercé degli interessi economici o di un uso indiscriminato. Mi riferisco all’insieme della creazione. Come esseri umani non siamo dei meri beneficiari, ma custodi delle altre creature». Il problema, piuttosto, è se diventano surrogati di figli che non si vogliono avere. È la «cultura del benessere che ci fa poco coraggiosi, ci fa pigri e anche egoisti» perché «il benessere anestetizza», come aveva già denunciato in un’altra omelia di Santa Marta, il 27 maggio dell’anno scorso: «No, no, più di un figlio no, perché non possiamo fare le vacanze, non possiamo andare qua, non possiamo comprare la casa… Sta bene seguire il Signore, ma fino a un certo punto. Questo è quello che fa il benessere: ci getta giù, ci spoglia di quel coraggio, del coraggio forte di andare vicino a Gesù».
Francesco, l’aria assorta e preoccupata, lo spiegava una settimana fa ai giornalisti nel volo di ritorno da Tel Aviv, spiegando le ragioni del sinodo sulla famiglia di ottobre: «Oggi, tutti lo sappiamo, la famiglia è in crisi: è in crisi mondiale. I giovani non vogliono sposarsi o non si sposano e convivono, il matrimonio è in crisi, e così la famiglia». Così il Papa parla della fecondità matrimoniale, ma anche della fedeltà («l’amore di Gesù della sua Chiesa è fedele, e questa fedeltà è come una luce sul matrimonio: la fedeltà dell’amore, sempre!») e della perseveranza: «La vita matrimoniale deve essere perseverante, perché al contrario l’amore non può andare avanti. La perseveranza nell’amore, nei momenti belli e nei momenti difficili, quando ci sono i problemi: i problemi con i figli, i problemi economici, i problemi qui, i problemi là. Ma l’amore persevera, va avanti, sempre cercando di risolvere le cose, per salvare la famiglia. Perseveranti: si alzano ogni mattina, l’uomo e la donna, e portano avanti la famiglia». Un po’ quello che diceva ai giovani appena sposati, nel viaggio di ottobre ad Assisi: «Litigate quanto volete, se volano i piatti pazienza, ma mai finire la giornata senza fare la pace!».
Quanto al problema dei (pochi) figli, all’inizio dell’anno il consiglio permanente della Cei notava come, tra problemi economici e «una cultura diffidente verso la vita», l’Italia in particolare avesse un tasso di natalità di 1.3 figli per donna, tra i più bassi (il nostro Paese è terzultimo) in Europa. I genitori, diceva Francesco durante la Giornata mondiale della gioventù, a Rio de Janeiro, dicono che i figli sono le «pupille dei loro occhi» ed è «un’immagine molto bella»: come dalle pupille «la luce entra in noi», è dalle nuove generazioni che «il futuro entra nel mondo» osservava. Prima di concludere: «Che ne sarà allora di noi se non ci prendiamo cura dei nostri occhi? Come potremo andare avanti?».
Fonte
Un neppure troppo velato rimprovero di Papa Francesco alle coppie di sposi che preferiscono gli animali da compagnia ai figli, apre la gazzarra degli animalisti. Eppure chi crede che con un animale si "riempie un vuoto" è un illuso.

Cani e gatti e... figli.  

di Rino Cammilleri LaNuovaBussolaQuotidiana
Cani&Gatti

Personalmente, non amo granché gli animali. Questo non vuol dire che li odio, però. Diciamo che non me ne frega niente. Sono nato e cresciuto in campagna, tra i contadini degli anni Cinquanta che vivevano in mezzo a bestie di tutte le taglie, da lavoro, da carne e latte, da cortile e domestiche. Tutte però avevano la loro utilità, anche queste ultime: col cane si andava a caccia, il gatto teneva lontani i topi. Il contadino di una volta ci stava a stretto contatto, con gli animali, ma per necessità. Non ho mai visto un contadino sbaciucchiare una bestiola, né giocarci, né – figuriamoci - dormirci insieme. Li rispettava e ne aveva cura, certo, perché ne aveva bisogno. Ma il loro compito era, come il suo, lavorare. Punto. Se aveste chiesto a un contadino se amava gli animali vi avrebbe guardato come un personaggio bizzarro e magari avrebbe chiesto: «Scusi, può ripetere la domanda?».
Diversa è la storia in città, dove tutti gli animali sono «da compagnia». Ce ne sono di esotici, è vero, e anche pappagallini in gabbia o pesci nell’acquario. Ma i più gettonati sono i cani e i gatti. È con questi ultimi che, nella quasi totalità dei casi, si instaura un rapporto di «amore». Ora, poiché – stando alle statistiche - nelle case italiane ci sono più cani & gatti che bambini, Papa Francesco, alla messa in Santa Marta, ha parlato proprio di questo a una quindicina di coppie (etero, ovviamente) che festeggiavano il venticinquesimo, il cinquantesimo e qualcuna addirittura il sessantesimo anniversario di matrimonio. Riferendosi, con non tanto velato rimprovero, a quelli che, scientemente, preferiscono i pets ai figli, ha detto, tra l’altro, che questi «forse trovano sia meglio, più comodo, avere un cagnolino e due gatti, e l’amore va ai due gatti e al cagnolino».
In effetti, non si può negare che a cani&gatti basta mangiare ed essere portati a evacuare ai giardinetti, mentre i figli richiedono maggiori cure, maggiori spese, spese che spesso si protraggono per decenni. I figli, tra l’altro, sono come l’uovo di pasqua, che non sai mai cosa ci trovi dentro. Infatti, possono venir su problematici o malati, possono non ricambiare l’affetto, mentre questo non accade con le bestiole. Queste, basta addestrarle e poi ubbidiscono: zitto, a cuccia, fermo, dài un bacino a papà (con i cani vien meglio, perché i gatti, si sa, sono più indipendenti). E poi, la pet-therapy è ottima se sei depresso. Certo, anche loro si ammalano e bisogna sterilizzarli, ma è un impegno da poco se paragonato a quello richiesto dai figli, che comincia addirittura nove mesi prima che nascano (e poi il parto va fatto in ospedale, fonte di ansia, mentre le bestiole le compri già pronte). I pets non abbisognano di colloqui coi maestri e i professori, non devi spendere per prime comunioni, non devi stare attento a chi frequentano, non devi inserire password criptate nel computer, non devi svenarti in asili nido, pediatri, vestiti, libri, iscrizioni a musica-sport-danza, ricariche telefoniche. Non devi continuare a mantenerli se disoccupati. Insomma, rispetto ai figli, gli animaletti sono un affare. È vero, muoiono prima, ma puoi sempre comprarne altri. Cani&gatti «danno», i figli «chiedono».
Il vantaggio competitivo, tuttavia, va a farsi benedire nella terza parte della vita, quando sei vecchio e quasi sicuramente malato. Qui non c’è gatto che tenga, e il cane può andar bene, al massimo, se diventi cieco. Qui, senza figli, sono dolori. Se puoi permettertelo, vai a finire in un ospizio a quattro stelle, dove puoi giocare a carte o a dama coi coetanei e guardare la tivù in stanza (a basso volume, perché attraverso le pareti si sente: se sei diventato mezzo sordo, inforchi l’apparecchio). Purtroppo, nessuno ti viene a trovare, perché non hai figli né, per forza di cose, nipoti. Il cane e il gatto che allietavano la tua esistenza sono morti da un pezzo, e non si sa se all’ospizio te ne fanno tenere altri. Ma se non sei benestante sono guai, perché a te dovranno provvedere le istituzioni. Italiane. Con i Nas che solo se allertati vengono a controllare che non ti leghino al letto o peggio. Sei ancora in grado di startene a casa tua? Bene. Ma chi va a pagarti le bollette, a fare la fila in banca, a vedere che non ti freghino, a protestare alle poste o per una improvvisa cartella di Equitalia? Be’, qui l’elenco degli svantaggi di non avere prole, ma tutt’al più badanti (le quali, anche loro, sono come l’uovo di pasqua) sarebbe lungo e invito il lettore ad aggiungere, come esercizio, ciò che manca.
Non mi addentro nel discorso «se non ci sono i giovani chi paga le pensioni?» perché è stato già troppe volte esaustivamente affrontato e qui intendiamo limitarci a cani&gatti. Commentando le parole del Papa, il veterinario del «Giornale», Oscar Grazioli, ha così, rispettosamente, concluso: «Santità, ma per chi non ha il dono della fede, l’affetto di un animale può colmare molti vuoti, senza l’angoscia di un mondo che lacera le vite di genitori e figli. Forse anche per chi ha la fede». I contadini (siciliani, nel mio caso) degli anni Cinquanta avevano di fronte una realtà molto più angosciante: una devastante sconfitta bellica e la fame. Tuttavia, i figli li facevano, e pure tanti. Poi partivano con la valigia di cartone legata con lo spago. Anche quelli che, oggi, affollano i barconi di Lampedusa lasciano una realtà ancora più angosciante, nella quale, però, non hanno smesso di procreare. Già, perché i figli sono investimento e speranza nel futuro, quel che da sempre ha fatto andare avanti l’umanità.
Uno che ai figli preferisce i cani e i gatti perché ha l’angoscia esistenziale è solo un illuso disinformato: crede che la salute e la giovinezza gli dureranno in eterno. È uno che vive nel presente e non vuole responsabilità. Insomma, è il perfetto frutto della società edonistica contemporanea e per forza non vuole figli: è un bimbetto lui. Per l’«affetto» gli bastano «un cagnolino e due gatti», che riempiono di vita la casa e non impegnano. I figli, invece, costano. Soldi e pazienza. La politica, composta di personaggi che ci rappresentano perfettamente, ha preso atto e, infatti, non solo non sostiene la famiglia tradizionale, ma aggiunge benzina allo sfascio. E si è attrezzata per i «diritti» degli animali. Fateci caso: anche i partiti «di destra» stanno pompando l’animalismo. Eh, dato l’andazzo, in Italia sono voti.

Rinaldo Fabris Pentecoste. Nasce la Chiesa...

 AlzogliOcchiversoilCielo 

PENTECOSTE.
 NASCE LA CHIESA, 
COMUNITÀ DEI TEMPI MESSIANICI

 Nel suo secondo libro, noto come “Atti degli apostoli”, Luca ricostruisce la storia della nascita e crescita della Chiesa da Gerusalemme fino “ai confini della terra”. Lo scopo dell’intera opera lucana, dedicata a Teofilo è mostrare l’attendibilità delle informazioni che l’illustre personaggio ha ricevuto sull’esperienza cristiana e nello stesso tempo fondare la fiducia nella fedeltà di Dio che porta a compimento le sue promesse nella storia di Gesù e dei suoi discepoli. Questo tema, annunciato nella conclusione del Vangelo,... altro »

Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.

Mercoledì della VII settimana di Pasqua







L'ANNUNCIO
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».
 (Dal Vangelo secondo Giovanni 17, 11-19)
 

Caro Cardo Salutis (Tertulliano, De resurrectione mortuorum VIII, 6-7): La carne è cardine della salvezza. Le parole pregate da Gesù che compaiono nel frammento odierno della grande preghiera sacerdotale ci svelano un segreto decisivo: la vetta della contemplazione mistica coincide con la più semplice quotidianità. "Essi sono ancora nel mondo": il mistero di Dio si svela nella nostra storia. Il mondo nel quale siamo posti è il luogo dove sperimentare la pienezza della gioia di Cristo. "Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Volerla fare da angeli, mentre siamo sulla terra, è  una vera pazzia…» (Santa Teresa d'Avila, Vita 22,10): non apparteniamo al mondo, ma siamo nel mondo. E non si tratta di una sventura, anche se spesso crediamo che lo sia. In noi, come nella Chiesa, si fanno guerra due concezioni del cristianesimo, entrambe eretiche: o terra o Cielo, o mondo o Dio, o carne o Spirito. E' l'astuzia più subdola e perversa del demonio, dove cela il peccato che negenera ogni altro, la superbia. Per questo Gesù non prega il Padre di togliere dal mondo i suoi discepoli, ma di custodirli dal maligno. Gesù prega perché i suoi discepoli trovino il loro posto nel mondo. E non è questo il problema principale nel quale ci imbattiamo e al quale non sappiamo dare risposta? Qual'è la volontà di Dio per la mia vita? Qual'è la mia vocazione? E ora, in questa situazione concreta, cosa debbo fare? Il diavolo vuole gettare di traverso la nostra vita, dividerla, secondo l'etimologia del suo nome (dal latino diabŏlus, traduzione del termine greco, diábolos, "calunniatore", "accusatore"; derivato dal greco diabàllo, dia "a traverso" e bàllo "getto, metto", getto di traverso). Il maligno vuole mettere sottosopra la nostra esistenza, confondere le acque, dividerci interiormente dividendoci da Dio e dagli altri. Per questo la preghiera di Gesù implora al Padre l'unità per i suoi discepoli, che è la pienezza della sua stessa gioia: "perché siano una cosa sola, come noi". Siamo stati creati a immagine di Dio, che è comunione d'amore, unità perfetta. Il compimento della nostra vita, l'identità che ci costituisce, è la stessa unità che vi è in Dio. Il male è il contrario dell'unità, è divisione, frammentazione, dissipazione. Stiamo male quando la nostra vita ha perduto l'unità, il senso fondamentale che la costituisce. Non comprendiamo più nostra moglie, gli eventi ci appaiono pezzi di un puzzle che non riusciamo a riordinare. E vorremmo scappare, e prendiamo in odio la carne, la storia, il mondo; oppure, al contrario, ci gettiamo a capofitto in esso tentando di cambiarlo, di piegarlo ai nostri desideri e ai nostri criteri, illudendoci di avere il potere di rimettere ordine, il nostro ordine. Ma il problema non è nel mondo, nella carne, negli eventi della storia, negli altri. Certo, tutto ciò che ci circonda può condizionarci, ma non in maniera decisiva. Il problema è dentro di noi, dove si è insinuata la divisione primordiale, quella che ci ha separato da Dio: ci siamo nascosti, sfuggendo la verità, e la nostra vita è andata in frantumi. Sulla Croce Gesù ha attirato tutti a sé, ha come catalizzato ogni scheggia impazzita dell'esistenza di ciascun uomo e, attraverso il suo passaggio nella morte, ha distrutto l'opera del mentitore e del divisore; la sera di Pasqua apparendo ai discepoli consegna loro la Pace, il segno dell'ordine e dell'unità ristabilita. La Pace che scaturisce dalla Verità rivelata in quell'istante: Gesù di Nazaret è Dio, è il Signore. In Lui l'uomo è stato riconciliato con Dio, la carne è stata redenta definitivamente. Egli ha oltrepassato la barriera della morte, il muro di divisione che sino ad allora aveva impedito l'autentica comunione tra l'uomo e Dio, tra l'uomo e se stesso, e tra l'uomo e l'altro uomo. Gesù si è incuneato attraverso la morte, l'ha vinta, è entrato nel Cielo con la nostra stessa carne, ci ha introdotti nell'intimità con il Padre, ha posto ciascuno di noi nella comunione e nell'unità divina: "Tremunt videntes Angeli Versam vicem mortalium: Peccat caro, mundat caro, Regnat Deus Dei caro. Gli Angeli tremano, mentre vedono la rovesciata sorte dei mortali: pecca la carne, la Carne apporta la purificazione, la "carne di Dio" regna come Dio" (Inno Aeterne Rex altissime del Breviarium Romanum proprio dell’Ascensione). Gesù ha assunto la carne che pecca, ne ha fatto uno strumento per purificare il genere umano e la ha associata al suo trionfo, al punto di fare di essa, di questa nostra carne, la carne di Dio! E quando è apparso vivo come primizia di ogni carne, ha consegnato ai suoi discepoli le chiavi di quell'intimità. In Lui, nel suo Spirito vivificante, ogni suo discepolo può ritrovare il Paradiso, l'innocenza perduta, l'unità profonda nella quale è stato creato: “In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere” (M. Buber, Il cammino dell’uomo). Ogni cosa della nostra vita è come assorbita dal nucleo d'amore di Dio, attirata e legata dalla forza di gravità che scaturisce dal cuore di Dio che ci svela il nostro sentimento più profondo. Matrimonio, famiglia, lavoro, studio, amicizie, svaghi, sino alle cose più piccole e routinarie, tutto è innestato come i raggi della ruota di una bicicletta sul suo mozzo centrale. Quando, a causa del terreno accidentato, il cerchio della ruota si deforma, occorre provvedere alla centratura. Quando questa è ben fatta i benefici si sentono nella frenata, si evitano certe cadute sul bagnato, e si hanno effetti positivi sulla comodità della bicicletta, risolvendo i problemi dei continui sbalzi provocati da una ruota difettosa. Cristo ha provveduto alla centratura della nostra vita, raddrizzando e ricentrando i raggi della nostra storia. Centrando in Lui ogni aspetto della nostra vita possiamo frenare di fronte alle tentazioni, evitare di cadere sul terreno viscido degli inganni, viaggiare comodi, in letizia e pace, sulle strade che ci attendono. "La manifestazione di Dio nella carne è l’avvenimento che ha rivelato la Verità nella storia... Solo perché veramente il Figlio, e in Lui Dio stesso, “è disceso” e “si è fatto carne”, morte e risurrezione di Gesù sono eventi che risultano a noi contemporanei e ci riguardano, ci strappano dalla morte e ci aprono ad un futuro in cui questa “carne”, l’esistenza terrena e transitoria, entrerà nell’eternità di Dio.Lasciamoci trasformare totalmente da Colui che è entrato nella nostra carne... Tale mistero è il compimento della vocazione dell’uomo." (Benedetto XVI), La preghiera di Gesù ci annuncia questa notizia sconvolgente: qui ed ora possiamo essere felici cominciando a pregustare le delizie del Cielo. Qui, in questo mondo, in questa storia concreta, in quest'ora che ci accoglie, possiamo sperimentare la gioia di Cristo, la letizia infinita della sua comunione con il Padre. Non si tratta di brevi spazi riservati alla preghiera. Anche nell'esperienza dei santi più grandi le consolazioni di questo tipo sono state rarissime e brevissime. La mistica più autentica, la contemplazione dei misteri (dal greco mystikòs = misterioso) si realizza nella storia, negli eventi apparentemente più banali. E' nella carne che incontriamo Cristo; è nella vita di ogni giorno che egli ci custodisce nella sua intimità, perché ogni istante della nostra esistenza è un tesoro prezioso che Egli difende nello scrigno del suo amore: “La nostra autentica missione in questo mondo in cui siamo stati posti non può essere in alcun caso quella di voltare le spalle alle cose e agli esseri che incontriamo e che attirano il nostro cuore; al contrario, è proprio quella di entrare in contatto, attraverso la santificazione del legame che ci unisce a loro, con ciò che in essi si manifesta come bellezza, sensazione di benessere, godimento. Il chassidismo insegna che la gioia che si prova a contatto con il mondo conduce, se la santifichiamo con tutto il nostro essere, alla gioia in Dio... L’uomo deve allontanarsi dalla natura solo per ritornarvi rinnovato e per trovare, nel contatto santificato con essa, il cammino verso Dio.” (M. Buber, Il cammino dell’uomo). Per questo non possiamo disprezzare nulla di noi, della storia che viviamo. Alla fine della sua vita, il curato di campagna del celebre romanzo di Bernanos, scrive sul suo diario: "Non importa! E' finita. Quella specie di diffidenza che avevo di me, della mia persona si è dissipata, credo, per sempre. Questa lotta è giunta al suo termine. Non la capisco più. Sono riconciliato con me stesso, con questa povera spoglia. Odiarsi è più facile di quanto si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi. Ma se in noi fosse morto ogni orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe di amare umilmente noi stessi, allo stesso modo di qualunque altro membro sofferente di Gesù Cristo" (G, Bernanos, Diario di un curato di campagna). Morendo, questo giovane prete che ha vissuto dentro di sé le tensioni e le contraddizioni della propria natura, ha sussurrato: "Che importa? Tutto è grazia". Gesù prega il Padre perché in ciascuno di noi si dissipi la diffidenza di noi stessi, del mondo, della carne. Gesù prega per i suoi che rimangono nel mondo, e non li vuole strappare dalla realtà, dalle contraddizioni: essi sono inviati nel mondo come è stato inviato Lui, povero, debole, inerme. "Lasciate che la carne faccia il suo ufficio. Rammentatevi quello che disse Gesù nella preghiera dell'orto: La mia carne è inferma e ricordatevi quel suo sorprendente e doloroso sudore. Se, come lui stesso dice, era pure inferma la sua carne divina che non aveva peccati, come vorremmo che la nostra sia tanto forte da non sentir paura per le persecuzioni e i travagli che la minacciano? Non preoccupiamoci delle nostre paure né perdiamoci di animo per la nostra debolezza" (Santa Teresa D'Avila, Pensieri sull'amore di Dio, 3, 9 ss). Gesù prega perché, nella storia che ci è data, impariamo ad amare umilmente noi stessi, dimora della sua presenza, sperimentando giorno dopo giorno il potere del suo amore; Gesù è ormai in Cielo, ma è anche qui, nella carne reale dei suoi discepoli, per compiere la sua missione. L'amore che rompe ogni barriera, l'amore tra di loro che si traduce in un'unità a prova di bomba atomica, l'amore agli altri come a se stessi, questo amore è la Verità che può liberare il mondo, salvarlo dall'inganno e dalla dissipazione: "Tutto ciò che il Santo, Benedetto Egli sia, ha creato nel mondo, creò nell’uomo” (Abot de Rabbi Natan, 31). Quando nell'uomo si compie l'unità originaria, anche il mondo ritrova la stessa unità. E' in fondo questa la missione della Chiesa, degli apostoli, di ciascuno di noi: provvedere, in Cristo, alla centratura del mondo. Attraverso le nostre vite riconciliate, consacrate nella verità, sospingere il mondo nella stessa unità, accompagnarlo in Cielo. Infatti "l’altro è lo scopo stesso della creazione dell’adam, dell’uomo: Cinque in fila, e al numero 5 corrisponde e sempre corrisponderà la gematrijah di chajim, vita” (G. Limentani, Il Midrash. Come i Maestri ebrei leggevano e vivevano la Bibbia). Ristabiliti nel centro possiamo amare: il posto che Dio ci ha donato nel mondo è l'amore, l'unica Verità, Cristo stesso. Per questo siamo nel mondo ma non gli apparteniamo, perché siamo di Cristo, consacrati nella sua Verità per testimoniarla al mondo: "Consacrali nella verità. Io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati in verità. I discepoli devono essere coinvolti nella consacrazione di Gesù; anche in loro deve compiersi questo passaggio di proprietà, questo trasferimento nella sfera di Dio e con ciò realizzarsi il loro invio nel mondo... il loro passaggio nella proprietà di Dio, la loro consacrazione è legata alla consacrazione di Gesù Cristo, è partecipazione al suo essere consacrato... Secondo il Librodell'Esodo la consacrazione sacerdotale dei figli di Aronne si compie mediante la vestizione con gli indumenti sacri e mediante l'unzione; nel rituale del giorno dell'Espiazione si parla anche di un bagno completo primo di indossare le vesti sacre. I discepoli di Gesù vengono santificati, consacrati «nella verità». La verità è il lavacro che li purifica, la verità è la veste e l'unzione di cui hanno bisogno. Questa «verità» purificatrice e santificatrice, in ultima analisi, è Cristo stesso. In Lui devono essere immersi, di Lui devono essere come «rivestiti», e così sono resi partecipi della sua consacrazione, del suo incarico sacerdotale, del suo sacrificio" (Benedetto XVI).

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martedì 3 giugno 2014

Padre, glorifica il Figlio tuo.




L'uomo ha trovato la vita, 
quando si attacca a Colui
che è Egli stesso la vita. 

Benedetto XVI







Dal Vangelo secondo Giovanni 17,1-11a.


Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. 

COMMENTO


La Gloria dell'amore. La preghiera sacerdotale di Gesù è come un elettrocardiogramma fatto sotto sforzo; durante l’esame lo sforzo è progressivo, aumentando costantemente il carico di lavoro si tiene sotto controllo la frequenza cardiaca attraverso un monitor e viene rilevata, durante i vari carichi di lavoro, la pressione arteriosa. Questo elettrocardiogramma sotto sforzo serve a diagnosticare una sospetta  cardiopatia coronarica, ed è una metodica estremamente sicura. Le parole della preghiera di Gesù disegnano le curve del diagramma dell'attività cardiaca durante la sua Passione: abbiamo così dinanzi a noi un monitor che ci informa con estrema sicurezza sui moti del cuore del Signore, man mano che il carico della Croce lo schiacciava. Sino alla sua morte, il segno della cardiopatia di Gesù: troppo amore, come scrive San Paolo nella lettera agli Efesini (cfr. Ef. 2, 4). Esattamente come è accaduto ad alcuni santi, a San Filippo Neri per esempio, alla cui morte scoprirono che due costole si erano spostate per fare posto al cuore dilatato. 

Ogni parola di questa preghiera trasuda amore. Amore al Padre, amore ai discepoli, amore ad ogni uomo. Gesù sta per inoltrarsi nella notte della Passione, della Croce e del Sepolcro e fissa una sola cosa, la Gloria di Dio; essa si manifesta nella glorificazione del Figlio che diviene la gloria dei discepoli. La Gloria della Croce, il cuore di Dio. L'ultimo posto del mondo, il più malfamato, l'angolo più sporco, la feccia della storia, la discarica di ogni peccato, qui è apparsa la Gloria di Dio. "La croce di Cristo, sulla quale il Figlio, consostanziale al Padre, rende piena giustizia a Dio, è anche una rivelazione radicale della misericordia, ossia dell'amore che va contro a ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell'uomo: contro al peccato e alla morte" (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia). E' nel peggior pezzo della nostra storia, nell'anfratto più oscuro del nostro cuore che è scesa la Shekinà, la Gloria di Dio. La sua presenza colma di misericordia infinita accompagnò il Popolo d'Israele tra le angosce dell'esilio a Babilonia; allo stesso modo essa non ha mai abbandonato l'esilio dal paradiso di ogni uomo, scendendo sino ai bassifondi più corrotti. Non vi è luogo di dolore, di morte, di peccato, dove non sia giunta la Gloria di Dio. Proprio laddove la carne di ogni uomo lo rigettava come nemico, il Signore ha voluto deporre la sua carne, mostrando così il suo potere sopra ogni carne: Lui era, ed è malato d'amore, una cardiopatia inguaribile, un cuore dilatato all'infinito, ad abbracciare, perdonare, riscattare il peccatore più grande. 
La Gloria del Padre si è manifestata nel suo Figlio crocifisso, umiliato, disprezzato, rifiutato. Come il figliol prodigo, esule dalla casa paterna, al culmine della disfatta è rientrato in se stesso mosso interiormente dalla Gloria di Dio che non lo aveva lasciato, anche noi possiamo conoscere il Nome di Dio, il suo amore, al fondo dei nostri fallimenti, nel perdono dei nostri peccati. La Parola di misericordia ci è stata svelata in Cristo crocifisso. Come il figliol prodigo eravamo del Padre, lo abbiamo sfuggito, e il Signore ci ha ricondotti a casa, sulle spalle della sua misericordia. Conoscenza crocifissa, mistero insondabile di un legame indissolubile. Oggi, nelle ore dure e dolorose che ci accompagnano, possiamo ancora vedere la sua Gloria, la Presenza ineffabile del suo amore. Nella morte che ci ghermisce sperimentare la vita eterna, la conoscenza intima di Cristo, l'amore del Padre più forte di ogni peccato. Frutti maturi della preghiera del Figlio, siamo chiamati anche noi a guardare ad ogni evento come all'ora che giunge perchè il Padre glorifichi il Signore in noi. Ogni situazione, ogni relazione è la terra che accoglie la nostra vita che vi cade come un seme: la morte che sembra inghiottirci - l'umiliazione, l'insignificanza, la contraddizione, la solitudine, il fallimento, l'impotenza - è il passo al frutto maturo, la salvezza di chi ci è accanto. Nella Chiesa, nella piccola comunità, nella famiglia, ovunque, la salvezza delle persone che Dio lega alla nostra vita, passa per il cammino angusto che ci scioglie nella terra, nell'oscurità dell'impotenza. Brucia certo, non poter parlare al figlio, non poter spiegare al marito, non poter fare quello che siamo persuasi si dovrebbe fare; ma quando ogni porta si chiude inesorabilmente, quando pungente giunge la frustrazione che taglia le ali ad ogni slancio, idea, progetto o ispirazione, è proprio allora che su ciascuno di noi sta per scendere la Gloria di Dio! I momenti che sanno di morte sono i più fecondi! Dare Gloria a Dio e ricevere la sua significa accogliere la storia così come si presenta, con il suo carico di fatti incomprensibili che urtano violentemente con la nostra ragione; significa offrire, proprio laddove tutto ci appare assurdo e addirittura contro le ragioni di Dio, la propria vita. 

Il segreto dell'opera che Gesù ha compiuto e con la quale ha glorificato il Padre è nel potere che gli è stato dato: nessuno gli toglie la vita, ma è lui che la offre, perchè ha il potere di darla e di riprenderla. Gesù ha la vita eterna dentro, lo Spirito del Padre muove ogni sua fibra, non è schiavo di nessuno e di nulla, non difende se stesso. Gesù offre la sua vita! E' questo il segreto per vivere pienamente, per compiere l'opera che ci è affidata, in famiglia, a scuola, al lavoro, ovunque e con chiunque; offrire la propria vita perchè essa è eterna, non ha fine, è la vita di Dio! Si può perdere la vita eccome, ed essere sempre tristi, pieni di mormorazioni, obbligati a vederci strappare quanto ci è di più caro. Oppure vivere in Cristo ed offrire tutto se stessi, nel potere che la vita celeste infonde in noi. Nessuna ci ruba nulla, perchè siamo noi ad offrire tutto! Così cambia radicalmente la prospettiva, e ogni istante diviene un'occasione per amare gratuitamente, per dare gloria a Dio. Usciamo dalla trincea per avviarci incontro alle persone e alla storia disarmati, come agnelli, per offrirci con amore a Cristo, attraverso le situazioni e le persone che il Padre ci dona. La stessa vita di Cristo, il cuore del Padre nel Figlio,e noi in loro, e loro in noi, oggi, ora, per mostrare al mondo la Gloria pronta ad abbracciare ogni uomo. Questa è la vita che non muore, che nulla può distruggere, conoscere Dio nella Verità, che Lui è l'unico perchè unico è il suo amore manifestato in Colui che ha inviato, Cristo Gesù nostro Signore. 



Beato Guerrico d'Igny (circa 1080-1157), abate cistercense 
Omelia per l'Ascensione, 1-2 : PL 185, 153-155 


« Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre...disse »


        Il Signore ha fatto questa preghiera la vigilia della sua passione. Ma si può dire pure che riguarda il giorno dell'Ascensione, il momento in cui egli stava per separarsi, per l'ultima volta, dai suoi « figlioli » (Gv 13, 33) che aveva affidato al Padre suo. Lui che in cielo ammaestra e dirige la moltitudine degli angeli che ha creati, aveva legato a sè sulla terra un « piccolo gregge » (Lc 12, 32) di discepoli per istruirli mediante la sua presenza nella carne, fino al momento in cui, con il cuore allargato, sarebbero stati in grado di essere condotti dallo Spirito. Amava questi piccoli con un amore degno della sua grandezza. Li aveva staccati dall'amore di questo mondo. Li vedeva rinunciare ad ogni speranza di quaggiù per dipendere solo da lui. Tuttavia, finché viveva con loro nel suo corpo, non ha prodigato loro con superficialità l'espressione del suo affetto ; si è mostrato con loro più fermo che tenero, come conviene ad un maestro e ad un padre.

        Ma, venuto il momento di lasciarli, egli sembra vinto dal tenero affetto che nutriva per loro, e non può dissimulare l'immensità della sua mansuetudine... Per cui è detto : « Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13, 1). Infatti in questo momento ha versato, in un certo senso, tutta la forza del suo amore per i suoi amici, prima di versare se stesso, come acqua, per i suoi nemici (Sal 21, 15). Ha consegnato loro il sacramento del suo corpo e del suo sangue e ha prescritto loro di celebrarlo. Non so cosa deve essere ammirato maggiormente : la sua potenza o la sua carità, quando ha inventato questo nuovo modo di dimorare con essi per consolarli della sua partenza.

Papa Francesco - La storia di Jorge Mario Bergoglio


La grande storia :Papa Francesco - La storia di Jorge Bergoglio

Chi era e chi è Jorge Mario Bergoglio, l'uomo che ha conquistato le copertine delle più importanti riviste del mondo, protagonista di una nuova primavera della Chiesa Cattolica? La Grande Storia con un documentario storico firmato da Maite Carpio si propone di approfondire la sua figura, a più di un anno dalla elezione al soglio pontificio e in occasione del viaggio in Terra santa. Gli amici di vecchia data e le persone che lo hanno conosciuto da vicino raccontano chi è stato questo uomo. I testimoni della sua vita e le parole semplici e ispirate delle sue omelie, delle sue messe, e gli incontri con la gente umile delle periferie, raccontano una personalità insolita e complessa, con tutte le sfumature dell'uomo sincero, forte, anche di comando ma soprattutto: un uomo di Dio. Andato in onda giovedì 29 maggio 2014.
Gli allievi a Santa Fe ricordano il professor Bergoglio. Sconcertati dalla logica
Pubblichiamo stralci del libro di Jorge Milia Maestro Francesco. Gli allievi del Papa ricordano il loro professore (Milano, Mondadori, 2014, pagine 106, euro 14).
(Jorge Milia) Al Collegio dell’Immacolata, il programma ufficiale poteva diventare un problema per chi non prendeva la sufficienza in una materia e veniva rimandato a dicembre o a marzo. Non è che non si potesse consultare o che non venisse rispettato, ma i professori avevano un gran potere decisionale e potevano ampliare o approfondire certi argomenti o introdurne altri a proprio piacimento, oppure saltarli, magari perché già trattati in corsi precedenti. Jorge Bergoglio non fece eccezione, e in materia di Letteratura e Psicologia propose ai suoi allievi percorsi diversi, in genere più lunghi e impervi, ma sempre più ricchi di insegnamenti rispetto a quelli presentati dai programmi ufficiali. Tra gli allievi c’era chi avrebbe preferito che tutte le materie rispettassero i programmi ufficiali. Qualcuno ebbe persino l’ardire di manifestarlo al prefetto degli Studi o al rettore in persona. La risposta fu semplice e categorica: «Lei è un allievo dell’Immacolata, che è una scuola fuori dal comune; se desidera un’istruzione comune, cerchi una scuola comune, e noi saremo ben felici di aiutarla, perché vorrà dire che ci eravamo sbagliati riguardo al suo valore e alle sue capacità». Dopodiché, solitamente la discussione si chiudeva, perché l’Immacolata non era affatto una scuola comune. 
Questo collegio era il più antico del Paese, aveva accompagnato la città sin dagli inizi e perfino quando l’avevano trasferita. Per quanto avesse ospitato sempre cognomi patrizi — quella sorta di aristocrazia di emigranti, conquistatori, colonizzatori, insomma «figli di nessuno» che si sentivano «figli di qualcuno» — aveva riservato sempre un posto alle persone meno abbienti, e in origine anche agli indio che arrivavano in questo nuovo insediamento che gli abitanti chiamavano Santa Fe de la Vera Cruz. Era questo lo scenario in cui il giovane Bergoglio doveva affrontare lo spirito di ribellione adolescenziale e dimostrarsi capace di far fruttare al meglio quelle anime allo stato brado. 
L’ingresso in aula avvenne in un insolito silenzio. Gli alunni lo guardarono. Il giovane gesuita, né magro né grasso, aprì la porta, la fascia nera in vita che gli cadeva fino all’orlo della tonaca impeccabile. Fece un passo indietro e rispose con lievi cenni del capo al saluto timido di qualcuno. Quindi si fece il segno della croce, recitò la preghiera prima della lezione e cominciò: «Mi chiamo Jorge Bergoglio e quest’anno sarò il vostro professore di Letteratura spagnola e di Psicologia. Come libro di testo, ho scelto Arturo Berenguer Carisomo, perché mi è sembrato il più completo, ma è chiaro che la Letteratura non si può racchiudere tutta in un solo libro, per quanto massiccio» disse mostrando il grosso volume. «Letteratura è tutto ciò che si è scritto, e oserei dire anche tutto ciò che deve essere ancora scritto. Forse è qualcosa che scriverete voi stessi. Per Psicologia non ho ancora trovato il testo più adatto». 
In molti si scambiarono un’occhiata, pensando che non c’è mai limite al peggio. All’improvviso il manuale dell’autore spagnolo si era esteso all’infinito, arrivando addirittura a comprendere qualsiasi cosa si potesse scrivere... «Adesso facciamo l’appello» annunciò. «Quando vi chiamo, alzatevi in piedi, così imparo il vostro nome». L’operazione avrebbe potuto rivelarsi estremamente noiosa, ma i commenti divertenti del professore fecero ridere tutta la classe.
«L’hai visto in faccia?» disse uno con un filo di voce, quasi un sussurro. «Sì, che “faccia di bimbo”» disse Alberto Oseas Arrondo. Nessuno poteva immaginare che quel soprannome avrebbe avuto vita lunga in quel gruppo di adolescenti destinati a diventare uomini senza sapere quanto avrebbe influito sulle loro vite quell’esperienza. «Signor Arrondo, ha per caso qualche commento da aggiungere a quello che sto dicendo sulla Letteratura spagnola? Qualcosa che possa condividere con tutta la classe?» «Ecco...» rispose. «“Ecco” è una semplice interiezione, cerchi di essere più concreto». «Ecco...». «Seconda interiezione...» Qualcuno si mise a ridere. «Dicevo, padre, che il manuale è piuttosto spesso...» «Osservazione profonda, come poche altre direi... Continui così e ci colmerà della sua saggezza, vedrà...». La risata generale inaugurava una pratica che sarebbe divenuta abitudine, e il primo a ridere fu proprio l’allievo preso di mira. Il problema con Bergoglio non era venire puniti, bensì diventare oggetto della sua ironia. Ma l’importante era che il più delle volte la vittima rideva insieme a tutti gli altri.
Finito l’appello, quando anche l’ultimo allievo si fu presentato, il professore cominciò a parlare di Letteratura, o meglio di quel coraggio istintivo che molta gente ha avuto e continuerà ad avere di raccontare cose agli altri, e soprattutto di metterle per iscritto. Sapendo bene che nel collegio la redazione di testi era sempre stata imprescindibile nell’ambito linguistico, accennò a una serie di iniziative al riguardo e per ultimo parlò dell’Accademia di Letteratura Santa Teresa del Gesù, istituzione centenaria all’interno dello stesso collegio, i cui membri erano spesso divenuti illustri rappresentanti della Letteratura argentina. «Chi desidera entrare nell’Accademia di Letteratura dovrà presentare la domanda di ammissione e... possibilmente un testo da far valutare. Su questo punto bisognerà attendere la decisione del padre Peralta Ramos, che è il direttore».
Jorge Bergoglio pensò che il primo incontro con i suoi allievi si era dimostrato più promettente di quanto sperasse. In qualche modo, era come se rivedesse se stesso in quei ragazzini. Una dozzina di anni prima non era molto diverso da loro, a pensarci bene. La stessa ribellione, la stessa frenesia di vivere, cercando di trovare un senso alle cose, di scoprire la propria vocazione. Vedeva una sfida in questa opportunità e sapeva che avrebbe dovuto fare tutto il possibile perché l’incontro tra la sua vita e la loro si rivelasse positivo per tutti. 
Il nuovo professore non aveva un’aria cattiva, ma c’era qualcosa nel suo carattere che metteva in allarme. «Faccia di bimbo» non era altro che una copertura, un banale soprannome, perché lui, in realtà, era uomo metodico, perseverante, che si era messo in testa di tirar fuori il meglio da quei ragazzini. Iniziare il Cantare del Cid era come costringerli ad affrontare lo stoccaggio con gli elevatori di grano nei sili nel porto vicino, neanche fossero i mulini a vento del Chisciotte. Ma niente fu come temevano. Abbracciare l’intera Letteratura spagnola in un anno di lezione, da Gonzalo de Berceo a García Lorca, per citare i due estremi, è un’impresa impossibile se non si propone un viaggio panoramico con scali di una certa suggestione. Il bello di Bergoglio è che non esistevano mai porte chiuse, e se si voleva esplorare questo monumento che è la lingua spagnola, si era liberi di farlo senza eufemismi né condizionamenti di sorta. Ricercare, curiosare, queste erano le parole d’ordine.
E così, quegli alunni ebbero accesso a edizioni sconosciute nella biblioteca che cominciava ad aprire le sue porte anche al pubblico. Avere il permesso di esplorare la Letteratura spagnola senza restrizioni era per certi versi un regalo. 
L’aspettativa degli allievi nei confronti delle lezioni era duplice. Sapevano che erano interessanti, alle volte persino divertenti, ma i risultati non si rivelavano sempre quelli sperati. Non potevano fare affidamento sul semplice studio a memoria, per esempio. Bergoglio pretendeva immancabilmente che usassero la ragione. La logica era sempre al primo posto, ma si andava anche oltre, si cercava sempre di affrontare i problemi cambiando il punto di vista normale, prevedibile, comune a tutti. E questo per molti era sconcertante. Nel 1964 mancavano ancora tre anni prima che Edward De Bono coniasse il termine «pensiero laterale», ma un simile modo di affrontare i problemi non era poi molto diverso.
L'Osservatore Romano

Gesù prega per ognuno di noi, mostrando al Padre le sue piaghe.

Il Papa:

 Gesù prega per noi il Padre mostrandogli le piaghe



Gesù prega per ognuno di noi, mostrando al Padre le sue piaghe. E’ uno dei passaggi forti dell’omelia di Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha sottolineato che Gesù è il nostro avvocato che ci difende, anche se siamo colpevoli e abbiamo commesso tanti peccati. 
Il congedo di Gesù, il congedo di San Paolo. Le letture del giorno hanno offerto a Papa Francesco un’occasione per soffermarsi sulla preghiera di intercessione. Quando Paolo se ne va da Mileto, ha osservato, sono tutti tristi e così era accaduto ai discepoli quando Gesù aveva pronunciato il discorso di congedo prima di “andare al Getsemani e incominciare la Passione”. Il Signore, ha proseguito, li consola, e “c’è una piccola frase del congedo di Gesù che fa pensare”. Gesù, ha rammentato il Papa, “parla con il Padre, in questo discorso, e dice: ‘Io prego per loro’. Gesù prega per noi”. Come aveva pregato per Pietro e per Lazzaro davanti alla tomba. Gesù ci dice: “Tutti voi siete del Padre. E io prego per voi davanti al Padre”. Gesù non prega per il mondo, “prega per noi”, “prega per la sua Chiesa”:
“L’apostolo Giovanni, pensando a queste cose e parlando di noi che siamo tanto peccatori, dice: ‘Non peccate, ma se qualcuno di voi pecca, sapete che abbiamo un avvocato davanti al Padre, uno che prega per noi, ci difende davanti al Padre, ci giustifica’. Credo che dobbiamo pensare tanto a questa verità, a questa realtà: in questo momento, Gesù sta pregando per me. Io posso andare avanti nella vita perché ho un avvocato che mi difende e se io sono colpevole e ho tanti peccati… è un buon avvocato difensore, questo, e parlerà al Padre di me”.
“Lui – ha detto – è il primo” avvocato che invia poi il Paraclito. Quando noi in parrocchia, a casa, in famiglia “abbiamo qualche necessità, qualche problema”, ha soggiunto, dobbiamo chiedere a Gesù di pregare per noi. “E oggi come prega Gesù? Io – ha affermato Francesco – credo che non parli troppo con il Padre”:
“Non parla: ama. Ma c’è una cosa che Gesù fa, oggi, sono sicuro che la faccia. Gli fa vedere al Padre le sue piaghe e Gesù, con le sue piaghe, prega per noi come se dicesse al Padre: 'Ma, Padre, questo è il prezzo di questi! Aiutali, proteggili. Sono i tuoi figli che io ho salvato, con questo’. Al contrario, non si capisce perché Gesù dopo la Risurrezione ha avuto questo corpo glorioso, bellissimo – non c’erano i lividi, non c’erano le ferite della flagellazione, tutto bello – ma c’erano le piaghe. Le cinque piaghe. Perché Gesù ha voluto portarle in cielo? Perché? Per pregare per noi. Per fare vedere al Padre il prezzo: ‘Questo è il prezzo, adesso non lasciarli da soli. Aiutali’”.
“Noi dobbiamo avere questa fede – ha ripreso Papa Francesco – che Gesù in questo momento intercede davanti al Padre per noi, per ognuno di noi”. E quando noi preghiamo, è stata la sua esortazione, non dobbiamo dimenticare di chiedere a Gesù di pregare per noi:
“‘Gesù, prega per me. Fai vedere al Padre le tue piaghe che sono anche le mie, sono le piaghe del mio peccato. Sono le piaghe del mio problema in questo momento’. Gesù intercessore soltanto fa vedere al Padre le sue piaghe. E questo succede oggi, in questo momento. Prendiamo la parola che Gesù ha detto a Pietro: ‘Pietro, io pregherò per te perché la tua fede non venga meno’”.
“Siamo sicuri – ha ribadito – che Lui sta facendo questo per ognuno di noi”. Dobbiamo avere fiducia, ha concluso, “in questa preghiera di Gesù con le sue piaghe davanti al Padre”.
Radio Vaticana

l'ultimo messaggio a Mirjana alla croce blu.


Medjugorje: 

Cari figli, invito ed accolgo voi tutti come miei figli. Prego che voi mi accogliate ed amiate come Madre. Ho unito tutti voi nel mio Cuore, sono scesa in mezzo a voi e vi benedico. So che voi volete da me consolazione e speranza, perché vi amo e intercedo per voi. Io vi chiedo di unirvi con me in mio Figlio e di essere miei apostoli. Perché possiate farlo, vi invito di nuovo ad amare. Non c’è amore senza preghiera, non c’è preghiera senza perdono, perché l’amore è preghiera, il perdono è amore. Figli miei, Dio vi ha creati per amare, amate per poter perdonare! Ogni preghiera che proviene dall’amore vi unisce a mio Figlio ed allo Spirito Santo. Lo Spirito Santo vi illumina e vi rende miei apostoli: apostoli che, tutto ciò che faranno, lo faranno nel nome del Signore. Essi pregheranno con le opere e non soltanto con le parole, poiché amano mio Figlio e comprendono la via della verità che conduce alla vita eterna. Pregate per i vostri pastori, perché possano sempre guidarvi con cuore puro sulla via della verità e dell’amore, la via di mio Figlio. Vi ringrazio.