Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

martedì 2 dicembre 2014

Piccoli - Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto.

QUI IL COMMENTO AL VANGELO DELLA I DOMENICA DI AVVENTO. ANNO B

SPECIALE AVVENTO. TESTI PER PREPARARSI E VIVERLO

Martedì della I settimana del Tempo di Avvento



Piccoli


La nostra piccolezza è la gioia del Signore. Il Padre, infatti, ha voluto rivelare "queste cose" - “il grande mistero del Figlio” (Benedetto XVI) - ai “nèpioi”, i “piccoli” e ultimi della terra. Incontrando i settantadue discepoli al ritorno dalla missione, dove erano stati inviati "come agnelli in mezzo ai lupi, senza borsa, né bisaccia, né sandali", Gesù “riconosce” - secondo il significato del greco originale dell’espressione “ti rendo lode” - il riflesso di Dio in ciò che i loro “occhi hanno visto” pieni di gioia; e, “in quello stesso istante”, “esulta nello stesso Spirito” che li aveva preceduti e accompagnati. L'annuncio del Vangelo aveva segnato la sconfitta di satana impotente contro i piccoli discepoli del Signore; durante la missione si era compiuta in loro la stessa beatitudine che, attraverso la predicazione, aveva raggiunto la "messe" alla quale erano stati inviati: beati i poveri perché "vedono" avvicinarsi il Regno dei Cieli preparato per loro. Il Vangelo, infatti, è sempre annunciato dai poveri per i poveri, perché solo loro sanno guardare Cristo nell’umiltà che si fa semplicità e che esplode in una lode purissima. Scriveva San Tommaso d’Aquino che “la luce della fede fa vedere le cose che sono credute…; l’habitus della fede inclina lo spirito dell’uomo ad assentire alle cose della vera fede, non alle altre”. E’ lo stesso Spirito che agisce in chi annuncia e in chi ascolta, come accadde nell’incontro tra la Vergine Maria ed Elisabetta, entrambe immagini degli ’anawim, i poveri e i piccoli che attendono la salvezza. Non a caso, infatti, Giovanni “esultò” di gioia nel grembo di Elisabetta all’udire lo “shalom” di Maria, il saluto della prima evangelizzatrice incamminatasi per portare alla cugina l’annuncio che Dio aveva finalmente visitato il suo popolo deponendo nel suo grembo il Figlio di Dio; la stessa gioia “nello stesso Spirito Santo“ sboccia poi sulle labbra di Maria all’udire la benedizione di Elisabetta, e ancora su quelle di Gesù suo Figlio, il più piccolo tra i piccoli. In loro, infatti, vi è una connaturalità che li rende docili all’opera del Padre che prepara e precede sempre l’annuncio del Vangelo. I piccoli figli della pace accolgono senza indugio la pace, come gli apostoli accolsero, con "grandissima gioia", il saluto di Gesù risorto la sera di Pasqua. In quell’uomo avevano riconosciuto, come Maria, come Elisabetta, come i poveri, il "mistero" nascosto anche agli angeli, che "molti profeti e re hanno desiderato vedere e udire". Dio, infatti, prepara nello stesso modo gli apostoli e chi è destinato ad ascoltare il loro annuncio. Per questo, la storia ci fa tutti piccoli. Ma ci riesce molto difficile accogliere i fatti che ci umiliano, perché l'uomo vecchio ascolta il mondo "intelligente" secondo la carne al quale Dio ha nascosto il segreto della felicità: non sa che proprio nell'indigenza e nella totale precarietà che ci definisce è nascosto il segreto dell'autentica beatitudine. Ma oggi, in questo inizio di Avvento, la gioia prorompente di Gesù vuole raggiungerci e contagiarci, assorbirci nella verità che ci può fare davvero liberi. La piccolezza è sinonimo della verità che scioglie le catene del dover dimostrare sempre e a tutti i costi qualcosa. Siamo piccoli e bisognosi di tutto: ogni mattina ci svegliamo dal sonno ed è come il giorno in cui siamo nati, nudi, fragili, incapaci. L’Avvento ci annuncia che Cristo torna ogni giorno a visitarci, come Maria fece con Elisabetta, con gli eventi, con le persone e con la predicazione. Certo, potrebbe trovare le porte del nostro cuore sbarrate dalla “sapienza” della carne, quell’orgoglio che ci fa "dotti" secondo il mondo per il quale sono "nascoste" le "cose" di Dio, la sua intimità e i suoi segreti d'amore. Ma Cristo ha il potere di passare anche attraverso le barriere dei nostri peccati e mostrarci il “frutto benedetto” del suo amore, la vita nuova e piena che è pronto a donarci. Proprio dinanzi ai problemi più grandi di noi e che non possiamo risolvere, risuonano le parole di San Paolo: "Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?  Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione". Solo Lui “conosce” il Padre, e lo “vuole rivelare” a ciascuno di noi, proprio perché piccoli, un "nulla ignobile e disprezzato" agli occhi del mondo orgoglioso, "per ridurre a nulla le cose che sono". Siamo chiamati allora ad abbandonare le certezze, gli schemi e i criteri per fare nostra la sapienza di Cristo che ci invia nel mondo piccoli per parlare ai piccoli, "perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini". Abbiamo i sospiri, le lacrime, i dolori, le ansie, le preoccupazioni, l'apparente routine di cose sempre uguali - la stessa fermata dell'autobus, le stesse scartoffie, gli stessi libri, gli stessi banchi al mercato - questa nostra vita visitata dalla Croce del Signore, con la quale annunciare ai piccoli che incontreremo, la beatitudine di essere e sentirsi amati sempre e ovunque, "vedendo" lo sguardo di Cristo in ogni circostanza, l'unico capace di far risuonare nell'intimo la gioia che il mondo soffoca nella menzogna.




L'ANNUNCIO

In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 
Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 
Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono». 
 (Dal Vangelo secondo Luca 10,21-24)

La nostra piccolezza è la gioia del Signore. Molto di più: Lui esulta per il mistero di una rivelazione riservata ai piccoli. Questo Vangelo è un'autentica bomba. Sconvolge ogni criterio, azzera la sapienza della carne. Il Padre ha voluto rivelare ai pitocchi "queste cose", i misteri del Regno, suo Figlio stesso, la Verità unica che fonda la vita, la storia, il passato, il presente, il futuro. A quelli che scorrono anonimi nella storia, quelli di cui nessuno si accorge, gli ultimi. Ad essi è rivelato il Regno dei Cieli. La beatitudine più grande, quella posta come incipit del Discorso della montagna: Beati i poveri perché di essi è il Regno dei Cieli. Ai piccoli è concesso di vedere e udire quello che neanche ai Profeti e ai Re è stato dato. I piccoli vedono e ascoltano Cristo. E Lui esulta di gioia perché si può donare totalmente a loro, che nulla hanno in questa vita, nulla.
Non si tratta solo di povertà economica. E' l'assoluta indigenza spirituale, umana, affettiva, ancor prima che quella materiale. La piccolezza che al nascere ci accomuna tutti e contro la quale, in diversi modi, lottiamo senza tregua. Non possiamo accettare di essere disprezzati, non compresi, rifiutati. Ci è impossibile accettare d'essere quel che siamo, tutto intorno e dentro di noi ci spinge a superare i nostri limiti. Nessuno che ci abbia detto che proprio nell'indigenza e nella totale precarietà che ci definisce è nascosto il segreto dell'unica beatitudine. Il risultato è sotto i nostri occhi. A livello planetario come a livello familiare, come a quello della nostra personale esistenza.


Della felicità, quella vera che nulla può togliere, non vi è traccia. Ma oggi, in questo inizio di Avvento, la gioia prorompente di Gesù vuole raggiungerci e contagiarci, assorbirci nella verità che ci può rendere davvero liberi. Piccolezza infatti è sinonimo di verità. Siamo piccoli, nudi e bisognosi di tutto: ci svegliamo dal sonno ed è esattamente come quando siamo nati. Fragili, incapaci di tutto, capaci solo di piangere e strillare. Ovvio che non si tratta delle capacità umane, dell'abilità nel lavoro, in cucina o dove sia. Siamo incapaci di amare al di là della morte, di offrire senza condizioni la nostra vita, di consegnarla a chi ci vuole male. "Senza di me non potete fare nulla", e Gesù non scherzava.

Ma se non possiamo amare sino alla fine, oltre il limite imposto dalla carne, siamo morti, il veleno della corruzione sta già infettando le nostre cellule; chi non ama rimane nella morte scrive San Giovanni. La storia concreta che viviamo è il purissimo amore con il quale il Padre provvede alla nostra felicità; sì, proprio tutto quello che sembra distruggerci è invece la fonte della gioia incorrotta. E' questa la bomba contenuta nelle parole di Gesù. I discepoli erano appena tornati dalla missione, inviati come pecore in mezzo ai lupi, nudi e senza denaro, alla mercè del mondo. Avevano annunciato il Vangelo, avevano portato agli uomini il Regno ricevuto in dono.


Un Regno che non ha confini, la cui unica legge, l'unico alimento, l'unica atmosfera è l'amore infinito di Dio. Un Regno che viene dal Cielo, il destino ultimo di ogni uomo consegnato ai più piccoli e inutili uomini della terra. Al vederli tornare Gesù esulta nello Spirito santo. Così come esulta al nostro ritorno quotidiano dalle fatiche e dai travagli del lavoro, della scuola, della famiglia. Piccoli e indifesi siamo gettati nel mondo come neonati, perché nel mondo appaia l'impensabile: un amore senza condizioni, donato e basta. L'unica verità, l'unico approdo, l'unica beatitudine.
Piccoli. Essere quello che siamo. A questo siamo chiamati! Senza artifici, mendicanti di tutto per poter vivere. Figli. Perchè piccoli. Cultura, idee, immaginazioni, ideali. Nulla, solo una "mediocrissima quotidianità", la nostra vita di ogni giorno, nascosta alle cineprese dell'effimero, nota solo al Padre che vede nel segreto. La vita nascosta con Cristo in Dio, la vita nostra. I sospiri, le lacrime, i dolori, le ansie, le preoccupazioni, l'apparente inutilità di cose sempre uguali, la stessa fermata dell'autobus, le stesse scartoffie, gli stessi libri, gli stessi banchi al mercato. E partorire figli, educarli sui cammini della fede, lavorare per sostenerli, o restare legati ad una missione a volte impossibile, la fedeltà nascosta di ore consumate nell'ombra. Piccoli, inutili. Cuccioli bagnati ai lati delle strade delle storia.
Se questa è oggi la nostra realtà, rallegriamoci. Sono per noi i segreti di Dio, l'intimità preparata per chi non ha nulla di cui gioire e godere, la prossimità di chi, un "nulla" per il mondo, eredita ogni istante il Regno dei Cieli. Piccoli per stare nel cuore di Cristo, mite ed umile di cuore. Piccoli per esser ricolmi di Lui. E in Lui, ogni piccolezza, ogni evento che ci fa insignificanti, che ci nasconde alla platea della storia, che ci umilia, che ci rende poveri e mendicanti, ogni istante che ci fa piccoli è pura grazia, un dono del Cielo. Una carezza del Signore che ci fa, ogni volta, più vicini, più Suoi. Ogni istante un passi in più sui sentieri del Cielo. E beati i nostri occhi, che vedono il Suo volto, l'unico capace di saziare ogni nostro desiderio, al di là d'ogni immaginazione.

APPROFONDIMENTI






αποφθεγμα Apoftegma






E c'è l'altro modo di usare la ragione, 
di essere sapienti, 
quello dell'uomo che riconosce chi è; 
riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, 
aprendosi nell'umiltà alla novità dell'agire di Dio. 
Così, proprio accettando la propria piccolezza, 
facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. 
In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, 
non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande.


Benedetto XVI

lunedì 1 dicembre 2014

Catechesi di Paolo VI al Cammino Neocatecumenale

Catechesi di Paolo VI al Cammino Neocatecumenale


Udienza Generale del mercoledì  12 Gennaio 1977
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CORONA DELL'AVVENTO


Tempo d'Avvento fonte: 

è Tempo di Bellezza, è il Tempo del Cielo, è il Tempo dell'Eternità. Io ne sento tutto il profumo. Lo percepisco nell'aria fredda e pungente, nel colore bianco del cielo che preannuncia la caduta della neve, nella fiammella di una candela accesa.
Ad ogni respiro, ad ogni palpito del cuore sento il respiro di Dio che ci circonda e che si avvicina sempre più......
Perché è Dio che si muove verso di noi, che viene a noi, incarnandosi nel grembo della Vergine Maria. L'incarnazione nel tempo, del Signore eterno ed increato, è la manifestazione della sua divinità in modo reale e tangibile. Dio si fa uomo per manifestare all'intera creazione, la sua divinità. L'Avvento è tempo di gioia e di speranza. Ricordiamo e riviviamo la prima venuta, nella storia, del Signore Gesù e nel contempo aspettiamo e ci prepariamo alla sua seconda ed ultima venuta alla fine dei tempi. L'Avvento è anche il tempo di Maria. In esso poniamo in rilievo la storia di Maria Vergine che si intreccia con il grande mistero della redenzione e Maria che festeggeremo come l'Immacolata, prima della nascita di Gesù, è infatti il prototipo dell'umanità salvata, il frutto più eccelso della venuta redentiva di Gesù Cristo.
1.ma settimana di Avvento

ACCENDIAMO LA PRIMA CANDELA 


Introduzione 
Alla preghiera comune si unisca la collocazione della cosiddet­ta «corona d'Avvento» e un gesto concreto di solidarietà fraterna. La corona è segno di vittoria: a Natale Cristo, luce del mondo, trionfa sulle tenebre del peccato e illumina la notte dell'uomo.La corona viene intrecciata con rami di abete bianco, il sempre­verde che richiama la speranza portata dal Signore vivente per sem­pre in mezzo agli uomini.Questa speranza, per trovare compimento, esige una conversio­ne all'amore, cominciando dalla propria famiglia per aprirsi alle famiglie vicine e al mondo.I quattro ceri, da accendere uno per settimana, sono il simbolo della luce di Gesù che si fa sempre più vicina e intensa: la piccola comunità della famiglia l'accoglie con gioia nella preghiera e nella vigilanza, con un itinerario spirituale che coinvolge piccoli e grandi. Preghiera al momento di accendere la coronaPrima settimanaSiamo riuniti per cominciare il tempo d'Avvento: quattro settimane in cui ci prepariamo ad accogliere Dio che viene in mezzo agli uomini e a renderci più accoglienti gli uni verso gli altri.  Vieni, Signore Gesù! Signore, siamo impazienti di festeggiare il tuo Natale. Aiutaci a prepararci bene, con segni di accoglienza, di servizio e di condivisione. Allora, quando verrai, ti pre­senteremo come regalo tutto quanto avremo detto e fatto durante l'Avvento.  Lettore: Dal vangelo secondo Matteo (Mt 24,42)Dice il Signore: «State svegli perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». Il sacerdote benedice la corona con queste parole:Benedetto sii tu, Signore, che sei la luce. Aiutaci a preparare la venuta di tuo Figlio che ci fa passare dalle tenebre alla tua ammirabile luce.  accende la prima candela e dice:Padre buono, rendici pronti ad accogliere Gesù, la tua Parola vivente.Fa' che viviamo questo tempo di Avvento nella gioiosa attesa del tuo Figlio, che mandi a noi perché sia luce sulla nostra strada e ci liberi da ogni paura.Converti il nostro cuore perché con la testimonianza della vita possiamo portare la tua luce ai nostri fratelli.  Padre nostro...  La luce del Signore risplenda su di noi, ci accompagni in questo tempo perché la nostra gioia sia piena.   Amen.

Kyrios - In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande.

QUI IL COMMENTO AL VANGELO DELLA I DOMENICA DI AVVENTO. ANNO B

Lunedì della I settimana di Avvento


            Kyrios


La fede è alle porte di questo Avvento, ovvero la certezza di un appoggio sicuro, che basta una Parola per essere salvati. La luce, il mondo, l'uomo, tutto è nato dalla forza creatrice della Parola scaturita dalle labbra di Dio. Siamo stati creati in Cristo, in Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti; ma la realtà è che, nati per servire, giaciamo distesi in un letto d'impotenza, incapaci d'amare e di servire. E soffriamo terribilmente. Desideriamo che la nostra vita sia quella che Dio ha pensato, ma proprio non ce la facciamo. I ricordi, le sofferenze, le angosce, i tradimenti, la solitudine, le delusioni, la morte del nostro essere più profondo incontrata appena abbiamo tentato di donare qualcosa di noi ci ha "paralizzati". La libertà dell'altro che si fa peccato, è oscurità che ci inghiotte e paralisi che ci blocca nella paura. Per questo, alle porte di questo nuovo Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi la figura di questo centurione, nel quale possiamo vedere ciascuno di noi. Egli ha incontrato il Signore, il Kyrios che, con una parola, ordina alla morte di far posto alla vita. Il centurione non rappresenta una fede magica; egli fa presente il cammino dentro il dolore e l'angoscia e l'approdo alla certezza di una fede adulta sperimentabile. Esperto della struttura imperiale, sapeva che l'autorità conferiva il potere di comandare e farsi obbedire; subalterno del Caesar-Kyrios partecipava del suo potere. Nell'incontro con Gesù, dal profondo dell'angoscia, si fonda sulla propria esperienza per "scongiurarlo" di esercitare l'autorità ed il potere che gli riconosceva. Il centurione, pagano, ha percorso un cammino di conversione nella storia, ha sperimentato la sua impossibilità di fronte al male, pur avendo autorità e potere nella società; e lì, in fondo alla discesa nella verità, ha incontrato un altro Kyrios, quel Rabbì galileo, al quale consegnare la sua vita per salvare quella del servo. "Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito": è cosciente della sua indegnità, non fa parte del Popolo eletto, e sa che, per la Legge, quel rabbino non può contaminarsi ed  entrare in casa sua. Ma, e qui appare la novità della fede, non si ferma a questo. L'amore per il suo servo, l'angoscia per la sua sofferenza, lo rende audace più di quanto non sia indegno. Ha a cuore la sorte del suo servo e questo lo spinge ad oltrepassare le barriere della Legge. Egli sa che Cesare, il Kyirios di Roma, può infrangere la Legge perché ne è lo stesso autore: una sola parola e la Legge cambia. Questa è la fede del centurione! Quell'Uomo è un Kyrios ancora più potente, la sua Parola può compiere quello che per l'uomo è impossibile, perché quella Parola è molto più della legge, è la vita stessa più forte della morte. Con il centurione possiamo, in questo tempo, imparare l'umiltà che sorge dalla verità: sono paralizzato, non riesco a perdonare mia moglie, non accetto mio figlio, non posso sottomettermi a mio marito, esigo dagli altri incapace di servire. E' vero ma ora sei qui di fronte a me, sei il Kyrios, il Signore che ha vinto la morte. Sei Tu l'unica certezza, so che una parola della tua bocca può accendere di vita eterna la mia vita spenta e ricreare in me il servo che non sono mai stato ma nella cui immagine mi hai creato. Non sono degno che tu venga nella mia schiavitù, mi sono ribellato orgogliosamente sino ad oggi, non ho nessuna credenziale da mostrarti, nessun diritto per essere salvato se non Tu stesso, la tua parola, il tuo amore gratuito unica speranza. Il cammino del centurione è immagine del catecumenato della Chiesa primitiva al quale siamo tutti chiamati: il desiderio intriso d'amore lo ha spinto verso Gesù, come quello dei tanti pagani che si avvicinavano ai cristiani nel desiderio di "vivere come loro". Ha sperimentato l'amore che lo ha accolto offrendosi di "andare Egli stesso a casa sua", in un luogo impuro, e curare il servo malato; di fronte alla risposta inaspettata che rompe ogni schema legalistico, il centurione riconosce la novità, la grandezza e la speranza che porta con sé: quell'Uomo è disposto a sporcarsi con lui, con le sue cose, con i suoi peccati; quell'Uomo, uscendo da se stesso e non difendendo gelosamente i suoi diritti divini, vuole scendere "nella sua casa" di schivitù. Quell'Uomo è Kyrios perché può andare oltre la Legge, e dimostra il suo potere in una forma radicalmente diversa da quella di tutti gli altri signori: Gesù è tanto potente da mettere da parte il suo potere, da obbedire invece di farsi obbedire, da servire invece di farsi servire. "Io verrò e lo curerò!": in queste parole è tracciata tutta l'esperienza del centurione, quella sconvolgente di un amore mai visto che lo spinge sino alla certezza, alla fede che gli illumina il cuore; solo un Kyrios così può salvare il mio sottoposto, solo chi si è fatto servo può raggiungere, toccare e sanare il mio servo. Solo un Dio che si è fatto uomo come ciascuno di noi ci può davvero salvare, strappare dalle tenebre e dalla morte. La fede del centurione infatti sorge dalle tenebre di una vita pagana, vissuta lontana da Dio, senza Legge nè promesse. Il centurione è, sulla soglia di questo Avvento, immagine di ogni pagano che si avvicina a Cristo, che vede la Luce in mezzo alle tenebre ed è accolto a mensa, ammesso ai sacramenti e alla comunione della Chiesa. Il centurione è la profezia che oggi scende come un dono alla nostra vita, l'annuncio di speranza deposto nella nostra storia. Il servo che è in noi giace malato. E' vero, non possiamo negarlo. Ma la sofferenza è un grembo fecondo che gesta la luce, come la notte è puntata verso l'aurora, come il sepolcro si apre sulla Pasqua, perché, in Cristo, la morte è un Avvento di Vita. Anche se siamo segnati da catene più forti di noi questo Avvento ci consegna una possibilità: "scongiurare" il Signore, così come ne siamo capaci, per rinascere con Lui servi che offrono se stessi per puro amore.




L'ANNUNCIO

In quel tempo, entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”.
All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.
(Dal Vangelo secondo Matteo 8, 5-11)




La fede è alle porte di questo Avvento. La certezza di un appoggio sicuro, che basta una Parola per essere salvati. Una Parola e nulla più. La luce, il mondo, l'uomo, tutto è nato dalla forza creatrice della Parola scaturita dalle labbra di Dio. Siamo stati creati in Cristo, in Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti; ma la realtà è che, nati per servire, giaciamo distesi in un letto d'impotenza. Il nostro cuore è malato, riconosciamolo, incapace d'amare e di servire. Anche se viviamo e facciamo le solite cose d'ogni giorno, siamo come paralizzati. E soffriamo terribilmente.
Forse vorremmo servire. Forse desideriamo che la nostra vita sia quella che Dio ha pensato, ma proprio non ce la facciamo. I ricordi, le sofferenze, le angosce, i tradimenti, la solitudine, la morte incontrata appena abbiamo tentato di donare qualcosa di noi; le delusioni, le attese tramutate in cocenti delusioni, ovunque, tra gli amici, sul lavoro, perfino in famiglia e nella Chiesa. L'esperienza di sofferenza e di morte del nostro essere più profondo ci ha paralizzati. Il passato di peccato pesa come un macigno. E ci ritroviamo soli.
L'Avvento, questo Avvento, coincide con la nostra vita concreta, con queste tenebre nelle quali siamo immersi; non abbiamo bisogno di fare chissà cosa, basta viverla così come ci è data; la sapienza della Chiesa ci viene incontro per annunciarci e ricordarci la verità, introducendoci in un Tempo Forte che ci strappi alle illusioni, per collocarci esattamente dove siamo: nella notte. E' la storia stessa infatti che attende la luce: "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rom. 8, 22). E ciascuno di noi è, nella storia, come chiuso nell'oscurità di un utero materno. Nel buio non si distingue nulla, ci si muove e si sbatte sui mobili, si rompono le cose, ci si ferisce, si può inciampare e cadere tramortiti. Le tenebre ci nascondono la realtà, rapiscono anche quanto abbiamo di più caro. Nel buio non vi è alcuna certezza, nulla a cui appoggiarci. E' tenebra fitta la morte del padre o della madre, la perdita del lavoro, una relazione conflittuale con un figlio o con il coniuge; è buio una malattia, la precarietà economica, il fallimento di un progetto; è notte quella che ci abbraccia dopo averle tentate tutte per salvare una persona - perchè non divorzi, non abortisca, non si droghi - senza alcun esito. Sì, la libertà dell'altro che si fa peccato, è oscurità che ci inghiotte e ci lascia mezzi morti. Come quell'uomo che, scendendo da Gerusalemme e Gerico, incappa nei briganti che lo spogliano di tutto e quasi lo ammazzano. Come il servo del centurione, come ciascuno di noi oggi, aspettando, forse inconsapevolmente, l'incontro con Cristo risorto, la Luce di una sola sua Parola.
E' iniziato l'Avvento, liturgia viva che diviene storia perchè questa sia trasformata in liturgia. "Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce" (Is. 9,2). Tu ed io siamo parte di questo Popolo immerso nel buio gemente e sofferente in attesa della luce, come nel seno benedetto della storia; l'Avvento è la vita nostra così come oggi ci è data, è un utero contratto, in tensione verso il parto. Il senso ultimo del dolore, del soffrire terribilmente, è nascosto in questo parto misterioso. Esso è immagine del dolore di Gesù nel Getsemani, l'angoscia che trasforma il sudore in sangue, l'agonia che descrive il limite tra la propria volontà e quella del Padre; la soglia tra le tenebre e la luce, tra la vita e la morte. In quel giardino sono riassunte tutte le agonie della storia. Ma quanto durerà questo nostro "passi da me questo calice"? Una settimana, un mese, dieci anni? Non sappiamo. Il peccato ci inchioda alle tenebre, solo la vittoria di Cristo può liberarcene. Solo il suo rinunciare a se stesso e alla sua volontà per compiere quella del Padre può salvarci. Solo il suo apparire risorto e vivo nella nostra vita, più forte delle porte sprangate, della notte che ci paralizza. "Pace a voi!": l'Avvento è il seno che ci prepara ad ascoltare questo annuncio, lo stesso che, non a caso, gli angeli hanno trasmesso ai pastori nella notte di Betlemme. Pace a te, sono Io, ho vinto la morte, davvero! Sono proprio Io, guardami, tocca le mie piaghe, sono proprio quelle della croce! Dammi da mangiare di quello che hai preparato, la tua vita di oggi, la prendo Io, la faccio mia perchè questa vita mia ormai senza limiti, sia tua. 
Per questo, alle porte di questo nuovo Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi la figura di questo centurione, nel quale possiamo vedere ciascuno di noi. Egli ha incontrato il Signore, il Kyrios che, con una parola, ordina alla morte di far posto alla vita. Il centurione non rappresenta una fede magica; egli fa presente il cammino dentro il dolore e l'angoscia e l'approdo ad una certezza: quell'Uomo che aveva lì davanti che, non a caso, riconosce essere il Kyrios, il Signore. Esperto della struttura imperiale, sapeva che l'autorità conferiva il potere di comandare e farsi obbedire; subalterno del Caesar-Kyrios partecipava del suo potere. Nell'incontro con Gesù, dal profondo dell'angoscia, si fonda sulla propria esperienza per scongiurarlo di esercitare l'autorità ed il potere che gli riconosceva. Il centurione, pagano, ha percorso un cammino di conversione nella storia, ha sperimentato la sua impossibilità di fronte al male, pur avendo autorità e potere nella società. Il percorso che lo ha condotto ad incontrare un altro Kyrios, quel Rabbì galileo, e a consegnargli la sua vita per salvare quella del servo. 
"Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito": è cosciente della sua indegnità, non fa parte del Popolo eletto, e sa che, per la Legge, quel rabbino non può contaminarsi ed  entrare in casa sua. Ma, e qui appare la novità della fede, non si ferma a questo. L'amore per il suo servo, l'angoscia per la sua sofferenza, lo rende audace più di quanto non sia indegno. Ha a cuore la sorte del suo servo e questo lo spinge ad oltrepassare le barriere della Legge. Egli sa che Cesare, il Kyirios di Roma, può infrangere la Legge perchè ne è lo stesso autore: una sola parola e la Legge cambia. Questa è la fede del centurione! Quell'Uomo è un Kyrios ancora più potente, la sua Parola può compiere quello che per l'uomo è impossibile, perchè quella Parola è molto più della legge, è la vita stessa più forte della morte. Con il centurione possiamo, in questo tempo, imparare l'umiltà che sorge dalla verità: sono nella notte, ma ti ho visto ora qui di fronte a me, sei il Kyrios, il Signore che ha vinto la morte. Sei Tu l'unica certezza, so che una parola della tua bocca può accendere di vita eterna la mia vita spenta. Non sono degno che tu venga nella mia notte, ho dilapidato le sostanze e ora sono prostrato accanto ai porci, e non ho da mangiare se non i miei fallimenti. Non sono degno d'essere chiamato tuo figlio, non ho nessuna credenziale da mostrarti, nessun diritto per essere salvato se non Tu stesso, la tua parola, il tuo amore gratuito unica speranza. 
Sappiamo che il professare che Gesù è il Signore costituisce il nucleo primitivo del Kerygma, della professione di fede più antica della Chiesa; lo attesta San Paolo: "Nessuno può dire che Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo" (1 Cor. 12,16); "Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza" (Rm 10, 8-10). Il centurione, sotto l'azione dello Spirito Santo che lo ha guidato durante tutto il cammino verso Gesù, è ora come dinanzi alla piscina battesimale: ciò che haimparato a credere nel cuore per "ottenere la giustizia" - per essere purificato - lo professa con le labbra per avere la salvezza del servo. 
Ecco allora il cammino del centurione, immagine del catecumenato della Chiesa primitiva: il desiderio intriso d'amore lo ha spinto verso Gesù, come quello dei tanti pagani che si avvicinavano ai cristiani nel desiderio di "vivere come loro". Ha sperimentato l'amore che lo ha accolto offrendosi di andare Egli stesso a casa sua, in un luogo impuro, e curare il servo malato; di fronte alla risposta inaspettata che rompe ogni schema legalistico, il centurione - a differenza degli scribi e dei farisei, che sbiadivano la fede in Israele - ne riconosce la novità, la grandezza e la speranza che porta con sé: quell'Uomo è disposto a sporcarsi con lui, con le sue cose, con i suoi peccati; quell'Uomo, uscendo da se stesso e non difendendo gelosamente i suoi diritti, vuole scendere nella sua tenebra. Quell'Uomo è Kyrios perchè può andare oltre la Legge, e dimostra il suo potere in una forma radicalmente diversa da quella di tutti gli altri signori: Gesù è tanto potente da mettere da parte il suo potere, da obbedire invece di farsi obbedire, da servire invece di farsi servire. "Io verrò e lo curerò!": in queste parole è tracciata tutta l'esperienza del centurione, quella sconvolgente di un amore mai visto che lo spinge sino alla certezza, alla fede che gli illumina il cuore; solo un Kyrios così può salvare il mio sottoposto, solo chi si è fatto servo può raggiungere, toccare e sanare il mio servo. Solo un Dio che si è fatto uomo come ciascuno di noi ci può davvero salvare, strappare dalle tenebre e dalla morte: "Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,11 ss).
Per questo il centurione può professare ora che Gesù è il Signore, perchè ha sperimentato che una sua sola parola ha il potere di cambiare l'esistenza. "Io verrò": in questa parola Gesù lo ha amato così come egli è, lo ha conosciuto e lo ha perdonato, e per questo egli lo può riconoscere come Kiryos, e credere nel potere della sua parola. La stessa fede scaturita dal cuore della Maddalena all'incontrare Gesù risorto: "Maria!", il suo nome pronunciato come nessuno ha mai fatto, un amore che scende e consuma ogni peccato, quella voce che sa di Cielo e misericordia, accende la sua voce nella professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!". Per questo, nelle tenebre che sembrano ingoiarci, siamo chiamati a sederci silenziosi, ad attendere Lui, quando voglia venire. Queste tenebre che ci avvolgono sono già il nostro cammino incontro a Lui, che è già vicino, nella stessa nostra oscurità. Gesù scende nell'impurità della nostra esistenza, è accanto a noi, basta aspettare che si riveli, scongiurare "maranhatà! Vieni Signore Gesù".
La fede del centurione infatti sorge dalle tenebre di una vita pagana, vissuta lontana da Dio, senza Legge nè promesse. Il centurione è, sulla soglia di questo Avvento, immagine di ogni pagano che si avvicina a Cristo, che vede la Luce in mezzo alle tenebre ed è accolto a mensa, ammesso ai sacramenti e alla comunione della Chiesa. Il centurione è la profezia che oggi scende come un dono alla nostra vita, l'annuncio di speranza deposto nella nostra storia. Il servo che è in noi giace malato. E' vero, non possiamo negarlo. Ma la sofferenza è un grembo fecondo che gesta la luce, come la notte è puntata verso l'aurora, come il sepolcro si apre sulla Pasqua, perchè, in Cristo, la morte è un Avvento di Vita.     
Così anche un servo malato e paralizzato in un letto può alzarsi e tornare a servire al semplice pronunciarsi di una Parola, quella di Gesù. Così per te e per me oggi, anche se l'evidenza in noi e attorno a noi ci parla di schiavitù, di incapacità, di fallimenti. Di peccati e di morte. Anche se siamo segnati da catene più forti di noi che ci impediscono d'essere liberi di amare e servire, proprio oggi vi è una certezza che squarcia le tenebre. Questo Avvento ci consegna una possibilità:scongiurare il Signore, aspettando una sola Parola di Gesù. Scongiurare, così come ne siamo capaci, un gemito, come quello di un bimbo che sta lottando per venire alla luce. Un grido, forse in mezzo a mormorazioni e incertezze, forse balbettato, ma basta una parola - il gemito inesprimibile dello Spirito in noi - per sciogliere l'unica Parola capace di salvare e trasformare il nostro cuore. Non si tratta di cambiare le coordinate della storia, degli eventi o delle situazioni. No. La Parola, una Parola di Gesù, ha oggi il potere di farci uomini nuovi. Servi nel Servo, figli nel Figlio.



APPROFONDIMENTI




 αποφθεγμα Apoftegma



Accade un fatto imprevedibile e incredibile, eppure reale: 
nello spessore della vita, 
in cui l’impotenza e la rassegnazione sembrano inevitabili, 
c’è una presenza che cambia i termini della questione. 
Li cambia oggettivamente per una pretesa che pone.

L. Negri, Essere prete oggi. 

Il pensiero cristiano ...

 
Gianandrea    
Nella vedova che getta le sue due monetine nel tesoro nel tempio possiamo vedere l’«immagine della Chiesa» che deve essere povera, umile e fedele. Parte dal vangelo del giorno, tratto dal capitolo 21 di Luca (1-4), la riflessione di Papa Francesco durante la Messa a Santa Marta lunedì 24 novembre. Nell’omelia viene richiamato il passo in cui Gesù, «dopo lunghe discussioni» con i sadducei e con i discepoli riguardo ai farisei e agli scribi che «si compiacciono di avere i primi posti, i primi seggi nelle sinagoghe, nei banchetti, di essere salutati», alzato lo sguardo «vede la vedova »...

«La Parola di Dio è capace di cambiare tutto» ma noi «non sempre abbiamo il coraggio di credere» in essa. Nell’omelia pronunciata durante la Messa a Santa Marta martedì 18 novembre, Papa Francesco ha affrontato il tema della conversione e, commentando la liturgia del giorno, è entrato nel merito di tre categorie, cioè di «tre chiamate alla conversione». Perché, ha spiegato, «Convertirsi non è un atto della volontà»; non si pensa: «Io adesso mi converto, mi conviene...», oppure: «devo farlo...». No, la conversione «è una grazia», è «una visita di Dio: è il Figlio dell’Uomo che è venuto a cercare e a salvare», è Gesù «che bussa alla nostra porta, al cuore, e dice: “Ma, vieni”».
Quali sono dunque queste tre chiamate? La prima si incontra nel libro dell’Apocalisse (3, 1-6, 14-22), dove il Signore chiede la conversione ai cristiani perché sono divenuti «tiepidi». È, ha spiegato il Pontefice, «il cristianesimo, la spiritualità della comodità: né troppo troppo, né meno meno», l’atteggiamento di chi dice: «Tranquillo... faccio le cose come posso, ma sono in pace, che nessuno venga a disturbarmi con cose strane». È il caso di colui che si sente comodo e afferma: «Non mi manca niente. Vado a messa le domeniche, prego alcune volte, mi sento bene, sono “in grazia di Dio”, sono ricco, mi sono arricchito con la grazia, non ho bisogno di nulla, sto bene».
Questo stato d’animo, ha sottolineato Francesco, «è uno stato di peccato: la comodità spirituale è uno stato di peccato». E infatti nell’Apocalisse si legge: «Tu dici: “sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo». Il Signore non risparmia parole «a questi cristiani comodi», «le dice tutte, e in faccia». Tanto che nella Scrittura si legge ancora: «perché sei tiepido sto per vomitarti dalla mia bocca». Un’espressione, ha fatto notare il Papa, «molto forte». Allo stesso tempo il Signore, per aiutare la conversione del cristiano, «si permette un consiglio», gli consiglia di vestirsi, perché «i cristiani comodi sono nudi». Poi, dopo la parola dura, il Signore «si avvicina un po’ e parla con tenerezza: “Sii dunque zelante, convertiti”»: è questa, ha detto il Pontefice, «la chiamata alla conversione: “Io sto alla porta e busso”». Così il Signore si rivolge al «partito dei comodi, dei tiepidi» e invita a «convertirsi dal tepore spirituale, da questo stato di mediocrità».
Poi, c’è una seconda chiamata: ed è quella per quanti «vivono delle apparenze». È sempre l’Apocalisse a nominarli: «Ti si crede vivo, ma sei morto». A chi pensa di essere vivo solo grazie all’apparire, il Signore dice: «“Sii vigilante”, per favore, “rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire”: ancora c’è qualcosa di vivo, rinvigorisci quello». E aggiunge un consiglio di tenerezza: «Ricorda come hai ricevuto e ascoltato la parola: custodiscila e convertiti, perché se non sarai vigilante verrò come un ladro». Tre, in questo caso le parole — «memoria», «custodia» e «vigilanza» — sottolineate dal Papa, che immagina che questo tipo di uomo pensi: «Io appaio cristiano, ma dentro sono morto». Le apparenze, ha detto, «sono il sudario di questi cristiani: sono morti». E il Signore «li chiama alla conversione: “Ma ricordati, sii vigilante e vai avanti. Ancora c’è qualcosa di vivo in te: rinvigoriscilo”».
Ognuno di noi è allora chiamato a chiedersi: «Io sono di questi cristiani delle apparenze? Sono vivo dentro, ho una vita spirituale? Sento lo Spirito Santo», lo ascolto? Al contrario occorre fare attenzione alla tentazione di ripetersi: «se tutto appare bene, non ho niente da rimproverarmi: ho una buona famiglia, la gente non sparla di me, ho tutto il necessario, sono sposato in chiesa... sono “in grazia di Dio”, sono tranquillo». Attenzione, perché «i cristiani di apparenza... sono morti». Occorre invece «cercare qualcosa di vivo dentro e, con la memoria e la vigilanza, rinvigorire questo perché vada avanti». Occorre «convertirsi: dalle apparenze alla realtà. Dal tepore al fervore».
C’è infine la terza chiamata alla conversione, quella di Zaccheo. Chi era? «Era capo dei pubblicani e ricco»; un «corrotto» che «lavorava per gli stranieri, per i romani, tradiva la sua patria. Cercava i soldi nella dogana» e ne dava «una parte al nemico della patria». Era, cioè, «uno come tanti dirigenti che noi conosciamo: corrotti»; persone che, «invece di servire il popolo», lo sfruttano «per servire se stessi». Zaccheo, ha commentato Francesco, «non era tiepido; non era morto. Era in stato di putrefazione. Corrotto, proprio». Eppure davanti a Cristo «sentì qualcosa dentro: ma, questo guaritore, questo profeta che dicono che parli tanto bene, io vorrei vederlo, per curiosità». Qui si vede l’azione dello Spirito: «lo Spirito Santo è furbo e ha seminato il seme della curiosità»; e quell’uomo per vedere Gesù ha fatto anche «un po’ il ridicolo»: un dirigente, un «capo dei dirigenti» è addirittura salito «su un albero per guardare una processione». Che ridicolo «comportarsi così». Eppure lui ha fatto proprio questo, «non ha avuto vergogna. “Io voglio vederlo”».
Dentro di lui — ha spiegato il Papa — che era un tipo sicuro di sé, «lavorava lo Spirito Santo. E poi è successo quello che è successo: la Parola di Dio è entrata in quel cuore e con la Parola, la gioia». Anzi, gli uomini che vivevano nella «comodità» e quelli «dell’apparenza avevano dimenticato cosa fosse la gioia»; mentre «questo corrotto la riceve subito».
Il Vangelo di Luca racconta che egli «scese in fretta e lo accolse pieno di gioia»: accolse cioè «la Parola di Dio, che era Gesù». E in lui avvenne «subito» ciò che capitò a Matteo (facevano «lo stesso mestiere»): «il cuore cambia, si converte, e dice la sua parola autentica: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri, e se ho rubato a qualcuno” — tanto — “restituisco quattro volte tanto”». Un passaggio illuminante secondo Francesco: «questa è una regola d’oro. Quando la conversione arriva alle tasche, è sicura», e ha spiegato: «Cristiani di cuore? Tutti. Cristiani di anima? Tutti. Ma, cristiani di tasche? Pochi». Eppure, davanti alla «parola autentica» la conversione «è arrivata subito». A confronto c’è «l’altra parola» quella di quanti non volevano convertirsi: «Vedendo ciò, mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore”. Si è sporcato, ha perso la purezza. Deve purificarsi perché è entrato in casa di un peccatore».
In conclusione, tre chiamate alla conversione fatte «dallo stesso Gesù»: «ai tiepidi, a quelli della comodità», poi «a quelli dell’apparenza, a quelli che si credono ricchi ma sono poveri» anzi, «non hanno niente, sono morti» e infine a chi è «oltre la morte: nella corruzione». Di fronte a costoro «la Parola di Dio è capace di cambiare tutto. Ma la verità — ha detto il Pontefice — è che non sempre abbiamo il coraggio di credere nella Parola di Dio», di ricevere quella Parola che ci guarisce dentro» e per la quale «il Signore bussa alla porta del nostro cuore».
Questa, ha concluso il Papa, «è la conversione». Conversione alla quale «la Chiesa vuole che in queste ultime settimane dell’anno liturgico pensiamo molto seriamente» affinché «possiamo andare avanti nel cammino della nostra vita cristiana». Perciò dobbiamo «ricordare la Parola di Dio», «fare appello alla memoria», «custodirla», «obbedirle» e «vigilare», per incominciare «una vita nuova, convertita».