Maria raccomanda che la S. Bibbia sia posta in casa in un posto prominente e che sia letta ogni giorno. "Cari figli! In questo tempo in modo particolare vi invito: pregate col cuore. Figlioli, voi parlate tanto ma pregate poco. Leggete, meditate la Sacra Scrittura e le parole scritte in essa siano per voi vita. Io vi esorto e vi amo perché in Dio troviate la vostra pace e la gioia di vivere. Grazie per aver risposto alla mia chiamata. Messaggio da Medjugorje a Marija del 25/02/12.
giovedì 23 febbraio 2012
mercoledì 22 febbraio 2012
Mercoledì delle Ceneri, Omelia di ENZO BIANCHI >>> LA VIA DEL CALVARIO >>> Via Crucis di Fatima
Mercoledì delle Ceneri.
Omelia di ENZO BIANCHI Matteo 6,1-6.16-18
Abbiamo ascoltato il vangelo di questo giorno, inizio del nostro cammino quaresimale. Nel «discorso della montagna» Gesù chiede che il comportamento, le azioni del cristiano non cerchino nessuna ricompensa presso gli uomini, ma la attendano soltanto da Dio. Dio è un Padre che vede nel segreto, che legge i nostri cuori, è colui al quale nulla di noi e delle nostre profondità è nascosto. Testimoni dell’operare del cristiano sono dunque Dio e gli altri.
Ma da chi noi vogliamo la ricompensa? Questa è la vera domanda a cui ci obbliga il vangelo di oggi. Che noi facciamo condivisione dei nostri beni, cioè che ci impegniamo in atti di carità e di amore; che noi viviamo nella giustizia e obbedendo alla volontà di Dio; che noi digiuniamo e ci dedichiamo anche a una disciplina vissuta con sacrificio e a caro prezzo, da chi vogliamo essere visti e ricompensati? Da chi vogliamo essere riconosciuti? Questa è una domanda decisiva, forse non nella vita degli uomini, per i quali non si pone, non fosse altro perché nella nostra società si respira la legge del contratto («Io ti do e dunque tu mi darai»). Ma a livello cristiano le cose non stanno così. Possiamo tradurre le parole di Gesù in questo modo: che senso ha, che bontà contiene l’atto di fare del bene a un altro per ottenerne il contraccambio? Che senso ha fare delle azioni molto buone per l’altro, se con quelle azioni vogliamo sedurlo, farcelo amico, averlo dalla nostra parte? Che senso ha che un cristiano preghi o digiuni, se poi misura queste azioni sul risultato che potrebbero avere presso gli altri e non in se stesse, davanti a Dio?
Una cartina di tornasole che ci aiuta a discernere se il nostro atteggiamento è evangelico o mondano è il nostro rapporto con la correzione fraterna. Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno Benedetto XVI richiama alla correzione fraterna, chiede che in questa Quaresima la chiesa si eserciti nella correzione fraterna come necessità all’interno della comunità cristiana per un vero, autentico ed evangelico rapporto gli uni con gli altri. Il papa commenta un versetto della Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb 10,24). Ecco l’impegno quaresimale, che anche noi accogliamo quest’anno: si tratta di pensare, di meditare, di esercitarci alla correzione fraterna in questo «tempo favorevole» (2Cor 6,2) alla conversione.
Questo in primo luogo perché c’è una responsabilità verso il fratello che richiede di fare attenzione a lui: il verbo usato è katanoeîn, che significa guardare con consapevolezza l’altro e gli altri, non per spiarli ma perché si sente nei loro confronti la responsabilità. Non c’è fraternità senza responsabilità, e siccome oggi siamo carenti di responsabilità, di conseguenza siamo carenti di vera fraternità: scambiamo la fraternità con le emozioni, con il sedurci a vicenda, con atteggiamenti in cui vogliamo l’altro dalla nostra parte, sulle nostre posizioni. Guardare l’altro è un’operazione decisiva nella vita comunitaria cristiana, e non a caso il verbo katanoeîn ricorre più volte nelle esortazioni apostoliche; è addirittura applicato al guardare con attenzione e consapevolezza Gesù Cristo (cf. Eb 3,1). È un atteggiamento che deve essere assolutamente inciso nella nostra postura cristiana. Certo, si può guardare l’altro con occhio malvagio, avverte Gesù (cf. Mt 6,23; 20,15); ci sono persone che quando guardano un altro mettono – per così dire – gli occhiali da sole, per vedere in lui tutto oscuro o per non vedere affatto; ci sono poi quelli che guardano l’altro già da lui sedotti…
Guardare l’altro nel modo in cui ci esorta a farlo l’autore della Lettera agli Ebrei deve condurre all’operazione conseguente: elénchein (cf. Mt 18,15; Ef 5,11), correggere, ammonire. La correzione deve avvenire come frutto della responsabilità che ognuno di noi ha dell’altro, perché l’edificazione di un corpo, di una comunità può avvenire solo se c’è la responsabilità l’uno verso l’altro; perché l’edificazione di qualsiasi costruzione, che sia la società, che sia una comunità, che sia la chiesa, è possibile se c’è una correzione degli errori che sono ineliminabili nella vita umana. La correzione è un vero servizio di amore. Quando però parliamo di correzione dobbiamo stare attenti, perché è un’operazione che richiede molta intelligenza, che esige un ricorso alla ragione, non ai sentimenti o alle emozioni.
Innanzitutto ciò che dice la qualità di una correzione è la sua intenzione: perché noi correggiamo l’altro? Lo correggiamo perché lo amiamo oppure per umiliarlo, per deprimerlo, o semplicemente perché ci abitano degli antichi risentimenti che prima o poi nella vita fraterna dobbiamo scaricare contro il malcapitato di turno, magari incolpevole? Molto, molto prima di correggere dobbiamo stare attenti alla causa che ci spinge a farlo: perché vogliamo correggere l’altro? Senza una risposta evangelica a questa domanda è meglio tacere.
Dal perché si corregge si deve poi passare al contenuto di quello che si dice correggendo l’altro. Correggere l’altro, infatti, non significa dire tutto quello che si vuole. A volte nelle nostre vite sembra che esista solo una polarizzazione tra due estremi: da una parte il mutismo, dall’altra il parlare senza limiti. No, c’è il parlare sapendo ciò che si dice, che non deve rispondere semplicemente all’ultima nostra emozione o alla reazione suscitata dall’aver udito qualcosa che non concorda con il nostro pensiero. Le cose che si dicono hanno un peso, le parole nel loro contenuto possono essere offensive, possono essere vere e proprie armi: ma noi non possiamo correggere un altro offendendolo ancora di più, anche se è il meccanismo forse più naturale. Non si può dire tutto, non è vero che c’è la libertà di dire tutto: bisogna dire ciò che è conforme a una correzione e a un’edificazione dell’altro, non ciò che lo mortifica ancora di più!
Questo è il secondo livello della correzione. Infine, e solo in ultimo luogo, conta anche il modo in cui si fa una correzione. Questo è di ordine molto inferiore, perché dipende molto dal carattere delle singole persone: ci sono persone che hanno un contenuto cattivo della correzione piangendo, altre che hanno un contenuto buono urlando… Non che il modo non debba essere conforme alla correzione, ma è l’ultima cosa: prima vengono il suo perché e il suo contenuto. Altrimenti noi non facciamo un lavoro di correzione e dunque di costruzione di un corpo, bensì un lavoro di disgregazione.
Lo scopo della correzione – conclude Benedetto XVI – è camminare insieme nella carità, è apprestare tutto per diventare il corpo di Cristo. Se sappiamo correggerci a vicenda, sapremo anche fare le cose attendendo la ricompensa da Dio. Se invece attendiamo una ricompensa oggi dagli altri, non faremo correzione: faremo sempre, in ogni caso, mormorazione, il più grande peccato secondo l’Esodo e secondo tutti i processi con cui si forma e cresce una comunità. Così ci avverte il cammino quaresimale di Israele nel deserto.
ENZO BIANCHI
Fonte: monasterodibose
Omelia di ENZO BIANCHI Matteo 6,1-6.16-18
Abbiamo ascoltato il vangelo di questo giorno, inizio del nostro cammino quaresimale. Nel «discorso della montagna» Gesù chiede che il comportamento, le azioni del cristiano non cerchino nessuna ricompensa presso gli uomini, ma la attendano soltanto da Dio. Dio è un Padre che vede nel segreto, che legge i nostri cuori, è colui al quale nulla di noi e delle nostre profondità è nascosto. Testimoni dell’operare del cristiano sono dunque Dio e gli altri.
Ma da chi noi vogliamo la ricompensa? Questa è la vera domanda a cui ci obbliga il vangelo di oggi. Che noi facciamo condivisione dei nostri beni, cioè che ci impegniamo in atti di carità e di amore; che noi viviamo nella giustizia e obbedendo alla volontà di Dio; che noi digiuniamo e ci dedichiamo anche a una disciplina vissuta con sacrificio e a caro prezzo, da chi vogliamo essere visti e ricompensati? Da chi vogliamo essere riconosciuti? Questa è una domanda decisiva, forse non nella vita degli uomini, per i quali non si pone, non fosse altro perché nella nostra società si respira la legge del contratto («Io ti do e dunque tu mi darai»). Ma a livello cristiano le cose non stanno così. Possiamo tradurre le parole di Gesù in questo modo: che senso ha, che bontà contiene l’atto di fare del bene a un altro per ottenerne il contraccambio? Che senso ha fare delle azioni molto buone per l’altro, se con quelle azioni vogliamo sedurlo, farcelo amico, averlo dalla nostra parte? Che senso ha che un cristiano preghi o digiuni, se poi misura queste azioni sul risultato che potrebbero avere presso gli altri e non in se stesse, davanti a Dio?
Una cartina di tornasole che ci aiuta a discernere se il nostro atteggiamento è evangelico o mondano è il nostro rapporto con la correzione fraterna. Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno Benedetto XVI richiama alla correzione fraterna, chiede che in questa Quaresima la chiesa si eserciti nella correzione fraterna come necessità all’interno della comunità cristiana per un vero, autentico ed evangelico rapporto gli uni con gli altri. Il papa commenta un versetto della Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb 10,24). Ecco l’impegno quaresimale, che anche noi accogliamo quest’anno: si tratta di pensare, di meditare, di esercitarci alla correzione fraterna in questo «tempo favorevole» (2Cor 6,2) alla conversione.
Questo in primo luogo perché c’è una responsabilità verso il fratello che richiede di fare attenzione a lui: il verbo usato è katanoeîn, che significa guardare con consapevolezza l’altro e gli altri, non per spiarli ma perché si sente nei loro confronti la responsabilità. Non c’è fraternità senza responsabilità, e siccome oggi siamo carenti di responsabilità, di conseguenza siamo carenti di vera fraternità: scambiamo la fraternità con le emozioni, con il sedurci a vicenda, con atteggiamenti in cui vogliamo l’altro dalla nostra parte, sulle nostre posizioni. Guardare l’altro è un’operazione decisiva nella vita comunitaria cristiana, e non a caso il verbo katanoeîn ricorre più volte nelle esortazioni apostoliche; è addirittura applicato al guardare con attenzione e consapevolezza Gesù Cristo (cf. Eb 3,1). È un atteggiamento che deve essere assolutamente inciso nella nostra postura cristiana. Certo, si può guardare l’altro con occhio malvagio, avverte Gesù (cf. Mt 6,23; 20,15); ci sono persone che quando guardano un altro mettono – per così dire – gli occhiali da sole, per vedere in lui tutto oscuro o per non vedere affatto; ci sono poi quelli che guardano l’altro già da lui sedotti…
Guardare l’altro nel modo in cui ci esorta a farlo l’autore della Lettera agli Ebrei deve condurre all’operazione conseguente: elénchein (cf. Mt 18,15; Ef 5,11), correggere, ammonire. La correzione deve avvenire come frutto della responsabilità che ognuno di noi ha dell’altro, perché l’edificazione di un corpo, di una comunità può avvenire solo se c’è la responsabilità l’uno verso l’altro; perché l’edificazione di qualsiasi costruzione, che sia la società, che sia una comunità, che sia la chiesa, è possibile se c’è una correzione degli errori che sono ineliminabili nella vita umana. La correzione è un vero servizio di amore. Quando però parliamo di correzione dobbiamo stare attenti, perché è un’operazione che richiede molta intelligenza, che esige un ricorso alla ragione, non ai sentimenti o alle emozioni.
Innanzitutto ciò che dice la qualità di una correzione è la sua intenzione: perché noi correggiamo l’altro? Lo correggiamo perché lo amiamo oppure per umiliarlo, per deprimerlo, o semplicemente perché ci abitano degli antichi risentimenti che prima o poi nella vita fraterna dobbiamo scaricare contro il malcapitato di turno, magari incolpevole? Molto, molto prima di correggere dobbiamo stare attenti alla causa che ci spinge a farlo: perché vogliamo correggere l’altro? Senza una risposta evangelica a questa domanda è meglio tacere.
Dal perché si corregge si deve poi passare al contenuto di quello che si dice correggendo l’altro. Correggere l’altro, infatti, non significa dire tutto quello che si vuole. A volte nelle nostre vite sembra che esista solo una polarizzazione tra due estremi: da una parte il mutismo, dall’altra il parlare senza limiti. No, c’è il parlare sapendo ciò che si dice, che non deve rispondere semplicemente all’ultima nostra emozione o alla reazione suscitata dall’aver udito qualcosa che non concorda con il nostro pensiero. Le cose che si dicono hanno un peso, le parole nel loro contenuto possono essere offensive, possono essere vere e proprie armi: ma noi non possiamo correggere un altro offendendolo ancora di più, anche se è il meccanismo forse più naturale. Non si può dire tutto, non è vero che c’è la libertà di dire tutto: bisogna dire ciò che è conforme a una correzione e a un’edificazione dell’altro, non ciò che lo mortifica ancora di più!
Questo è il secondo livello della correzione. Infine, e solo in ultimo luogo, conta anche il modo in cui si fa una correzione. Questo è di ordine molto inferiore, perché dipende molto dal carattere delle singole persone: ci sono persone che hanno un contenuto cattivo della correzione piangendo, altre che hanno un contenuto buono urlando… Non che il modo non debba essere conforme alla correzione, ma è l’ultima cosa: prima vengono il suo perché e il suo contenuto. Altrimenti noi non facciamo un lavoro di correzione e dunque di costruzione di un corpo, bensì un lavoro di disgregazione.
Lo scopo della correzione – conclude Benedetto XVI – è camminare insieme nella carità, è apprestare tutto per diventare il corpo di Cristo. Se sappiamo correggerci a vicenda, sapremo anche fare le cose attendendo la ricompensa da Dio. Se invece attendiamo una ricompensa oggi dagli altri, non faremo correzione: faremo sempre, in ogni caso, mormorazione, il più grande peccato secondo l’Esodo e secondo tutti i processi con cui si forma e cresce una comunità. Così ci avverte il cammino quaresimale di Israele nel deserto.
ENZO BIANCHI
Fonte: monasterodibose
Mercoledì delle ceneri
Vangelo del Giorno
Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo:
uscire dall’illusione dell’autosufficienza
per scoprire e accettare la propria indigenza,
esigenza del suo perdono.
Benedetto XVI
Mt 6,1-6.16-18
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà ».
IL COMMENTO
Silenzio. E' Quaresima. E' tempo di chiudere la porta del cuore e cercare nostro Padre. Scendere le scale del cuore e scoprire di vivere come orfani che fanno tutto per essere notati e amati, ammirati e lodati; anche quando ci nascondiamo scappando dagli altri, in fondo è perchè la nostra vita dipende da chi ci è intorno, dal loro affetto. Pericolosissima situazione di chi è vuoto dentro, nel cuore come nella mente, e vagabonda mendicando qualsiasi cosa pur di riempire la voragine che stordisce e rapisce gioia e pace; pericolosa per i giovani, che avvelenano con perversioni di ogni tipo occhi, mente e carne ancora verdi e perciò vulnerabilissimi, sporcando l'immagine dell'amore, della sessualità, delle relazioni tra uomo e donna, tra gli amici. Pericolosa per gli adulti, che possono bruciare le Grazie ricevute barattando la primogenitura dei figli di Dio con un po' di consolazione: lenticchie fumanti di prestigio, considerazione, ossequi e falsità senza limite e fine, che incensano il tempo sufficiente ad arraffarci la poca vita che ci rimane per abbandonarci più soli e disperati di prima. Pericolosa per gli anziani, che possono cadere nella trappola dell'insoddisfazione, della solitudine, del sentirsi abbandonati da tutti, lasciandosi andare così alla mormorazione, al giudizio per figli e parenti, e trasformarsi in gocce di acido che sfregiano tutto ciò a cui si avvicinano. Pericolosa per i sacerdoti e i religiosi, che si possono trasformare in esecutori freddi di culto e dispensatori routinari di sacramenti, che usano e pervertono le cose sante per saziare la propria carne ridotta a spugna secca.
La vita di chiunque spende il proprio tempo al di fuori del segreto, perchè impaurito e traumatizzato dal buio, dal vuoto e dal fetore che albergano là dentro. La vita di chi non ha un luogo segreto dove tornare, e mangiare e riposare, un luogo certo di rifugio dove non v'è delusione; la vita di chi ha perduto l'intimità segreta, la parte nascosta e non barattabile dell'esistenza, il cuore dove si è figli di un Padre, con il suo amore, con il senso autentico e fondante per la propria vita. La vita di chi vive in un permanente reality, la vita sempre in diretta, surfando sulla superficie dei giorni, uno spot di se stessi sempre in onda, cercando senza posa acquirenti per il proprio prodotto. L'anima barattata su Fecebook, e ogni esperienza sfiorata, amicizia approcciata, amore appena sognato, ogni istante vissuto è subito twittato, cinguettato al mondo intero perchè si accorgano di noi, che esistiamo, che possono amrci, come e quando vogliono, meglio presto che tardi... La vita di chi non ha segreti perchè tutto è tragicamente pubblico, perchè angosciosamente grigio, vuoto, senza un valore in sè, che non dipenda dal grado di visibilità, dallo share della serata, in discoteca come al condominio, in casa come a scuola e al lavoro: la vita che pare ancorata solo sulla quantità di cliccate sul link del mi piace ai post che esibiamo e per i quali forse ci muoviamo; la vita che deve attingere dall'esterno il peso che impedisca al tutto di volare via.
E le lacrime, i sentimenti, come le preghiere, le elemosine e i digiuni, amore che scorre sulle guance come quando si fa lo struscio al paese la domenica pomeriggio: sentimenti ostentati, mai segreti: "Piangono tutti, fanno gran spreco di occhi rossi, bagnati, gonfi, di smorfie di dolore, col labbro inferiore che sporge in avanti, come i bambini quando vengono messi in punizione. Le lacrime sono i nuovi coriandoli, sparsi in giro per mostrare agli altri qualcosa di nuovo, inedito, mai visto prima: l’anima. Come a uno show del pomeriggio, in cui più si è se stessi e più bisogna farsi colare il rimmel... Piangono tutti, egotici, per sé. Per la grandezza delle loro gesta, per l’autocommozione che si provocano. Piangono perché sono grandi artisti e il mondo dovrebbe celebrarli di più, anche. Piangono perché è così forte l’amore per se stessi da farli piangere" (Annalena Benini, Lezioni di pianto, Il Foglio del 21 febbraio 2011).
Vita prostituita, perchè senza amore autentico. Vita ipocrita, perchè illusoria, mascherata, come il carnevale che è appena scivolato via. Per questo oggi inizia la Quaresima, a raccogliere la carne sgonfiata dei mascherati, i fallimenti di chi ha rincorso affetto e felicità indossando la vita inesistente di ideali drogati. Arriva la Quaresima come un seno di misericordia, amore gratuito e senza condizione preparato dal Padre per i figli perduti e affamati di vita e di amore autentici. La Quaresima è una buona notizia: c'è speranza. C'è la conversione, la Teshuvà direbbe un pio israelita, il ritorno, smettere la maschera per indossare il sacco dell'umile riconoscimento dei propri peccati.
La conversione è il figlio prodigo, la fitta che gli percuote il petto, la percezione chiara d'aver buttato la vita e di essere ormai un relitto in secca; l'esperienza dura della solitudine - anticipo dell'inferno che è assenza eterna di Dio - il nulla nel cuore, nessun viso, nessuna parola. Tutto perduto, scivolato via. Ma, per una Grazia misteriosa - la stessa Presenza che non l'ha abbandonato mai, rispettosa della sua libertà e nascosta al fondo della sua anima - al termine della discesa nell'abisso, rientra in se stesso. Rientra nel segreto, nella stanza più intima, e incontra lo sguardo dell'unico che vede nel segreto della sua anima, che non ha mai smesso di considerarlo suo figlio, nonostante quello che abbia fatto, sia quel che sia. Il figlio ritrova il segreto, la verità, l'autentico che si nasconde dietro l'apparenza, il luogo, l'unico, dove è fondata e da dove scaturisce e prende vita la sua esistenza. Il figlio rientra in sé e intuisce, e comprende quel che ha smarrito: suo Padre. "Mi alzerò e tornerò da mio Padre". La Quaresima è rientrare nel proprio cuore e scoprire, dentro la solitudine di un segreto fecondo, lo sguardo di misericordia del Padre, un amore senza limiti, neanche quelli dettati dal peccato più atroce.
Il digiuno, l'elemosina, la preghiera, sono allora innanzi tutto segni della nostra realtà che il mondo e il demonio ci occultano, il segno di una assenza e quindi, di un bisogno insopprimibile. In noi è sparita la memoria del Padre: di Lui, del suo amore abbiamo assoluto bisogno, per spegnere le luci della ribalta su cui gettiamo la vita e vivere, nel segreto, nella verità, l'amore autentico che si dona, che perdona, che accoglie, che scioglie le catene inique che schiavizzano e legano gli altri... Inizia la Quaresima e ci prende lì dove siamo per condurci in un luogo segreto dove conoscere il segreto del Padre. Come il figlio prodigo, ci ritroviamo con una vita in cenere, polvere senza radici. Il segno che oggi riceveremo ci aiuta a rientrare in noi stessi, a fare verità e riconoscere il destino che ci attende. Solo un abbraccio di misericordia può trasformare la polvere in oro, solo l'amore di nostro Padre può rendere immortale ciò che è mortale.
Quaresima è ritorno a casa, da nostro Padre. E' alla finestra e freme nell'attesa di correrci intorno. La Sua ricompensa è il Suo abbraccio di misericordia, il Suo amore che non si esaurisce. "Dio si è commosso per il nostro niente, per il nostro tradimento, per la nostra povertà rozza, dimentica, per la nostra meschinità. Ho avuto pietà del tuo niente, ho avuto pietà del tuo odio a me. Mi sono commosso perché mi odi, come un padre e una madre che piangono di commozione per l'odio del figlio: che il figlio cambi, per il suo Destino. E' una compassione, una pietà, una passione!" (Luigi Giussani, Si può vivere così. La carità, pp.321 ss). La compassione è di Dio, ma il cammino è cosa nostra, senza di esso non c'è amore vero. Il Figlio lo ha aperto per noi, tornando a casa, risalendo dagli inferi prima di noi. Le Sue orme ci conducono in questa Quaresima, dalla morte alla vita, dalla solitudine all'intimità con nostro Padre, sino alla notte delle notti, la notte di Pasqua, la notte dei figli nel Figlio.
Buona Quaresima dunque, buon ritorno a casa.
Omelia di Benedetto XVI nel Mercoledì delle Ceneri
San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Quarta Omelia sulla Quaresima, n° 1 et 2
« Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza » (2 Cor 6, 2)
« Ecco ora il giorno della salvezza ! » Certo, non c'è tempo che non sia pieno dei doni divini. In ogni tempo, la grazia di Dio ci apre l'accesso alla sua misericordia. Tuttavia, ecco ora il momento in cui occorre che tutti i cuori siano stimolati con un ardore più grande, nel progresso spirituale, con maggiore fiducia. Infatti il ritorno del giorno in cui siamo stati riscattati ci invita ad ogni opera spirituale. Così celebreremo, il corpo e l'anima purificati, il mistero che prevale su tutti gli altri : il sacramento della Pasqua del Signore.
Tali misteri esigerebbero uno sforzo spirituale continuo, in modo tale che rimanessimo sempre, sotto lo sguardo di Dio, così come dovremmo essere trovati nella festa di Pasqua. Ma questa virtù si trova soltanto in pochi uomini ; per noi, in mezzo alle attività di questa vita, a causa della debolezza della carne, lo zelo si infiacchisce... Per rendere la purezza alle nostre anime, il Signore ha preparato il rimedio di un allenamento di quaranta giorni, nei quali le colpe commesse durante gli altri tempi possano essere riscattate dalle opere buone, e consumate dai santi digiuni. Prendiamoci cura, quindi, di obbedire al comandamento dell'Apostolo : « Purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello Spirito » (2 Cor 7, 1).
Tuttavia, il nostro modo di vivere si accordi con la nostra astinenza. L'essenziale del digiuno non è la sola astensione dal cibo ; non c'è nessun profitto nel sottrare il cibo al corpo se il cuore non si distoglie dall'ingiustizia, se la lingua non si astiene dalla calunnia... Questo è il tempo della mitezza, della pazienza, della pace... Ora, che l'anima forte si abitui a perdonare le ingiustizie, a non contare gli affronti, a dimenticare le ingiurie... Tuttavia, che il contegno dello spirito non sia triste ; che sia santo. Che non si senta il mormorio dei gemiti ; che ci sia una vera gioia.
San Massimo di Torino ( ? – circa 420), vescovo
Discorsi, 28, PL 57, 587s
Quaranta giorni per condurci verso il battesimo nella morte e nella risurrezione di Cristo
« Al tempo della misericordia ti ho ascoltato, nel giorno della salvezza ti ho aiutato » (Is 49,8). L’apostolo Paolo prosegue con queste parole : « Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza ». A mia volta, vi prendo a testimoni, ecco ora i giorni della redenzione, ecco, in un certo senso, il momento della cura spirituale; possiamo curare tutte le macchie dei nostri vizi, tutte le ferite dei nostri peccati, se preghiamo costantemente il medico delle nostre anime, se… non trascuriamo nessuna delle sue prescrizioni...
Il medico è il nostro Signore Gesù, il quale ha detto: “Sono io che do la morte e faccio vivere” (Dt 32,39). Il Signore prima dà la morte, poi ridà la vita. Mediante il battesimo, distrugge in noi adulteri, omicidi, crimini e furti; poi ci fa rivivere, quali uomini nuovi, nell’immortalità eterna. Moriamo ai nostri peccati, ovviamente mediante il battesimo, riprendiamo vita nello Spirito di vita... Consegnamo noi stessi al nostro medico con pazienza per recuperare la salute. Quanto avrà scoperto in noi di indegno, di macchiato per il peccato, di consumato dalle ulcere, egli lo taglierà, lo poterà, lo toglierà per lasciare sussistere in noi, una volta eliminate tutte le ferite del demonio, soltanto quello che appartiene a Dio.
martedì 21 febbraio 2012
Martedì della VII settimana del Tempo Ordinario
Vangelo del Giorno

O umiltà di Cristo! All’anima doni una gioia indescrivibile.
Di te ho sete, perché in te l’anima dimentica la terra
e tende sempre più ardentemente verso Dio.
Se il mondo capisse la potenza della parola di Cristo:
«Imparate da me la mitezza e l’umiltà»,
metterebbe da parte ogni altra scienza per acquistare questa conoscenza celeste.
Gli uomini non conoscono la forza dell’umiltà di Cristo;
e desiderano le cose della terra.
Ma l’uomo non può giungere alla potenza di queste parole del Signore
senza lo Spirito Santo.
Chi le ha penetrate non le abbandona più,
nemmeno se gli fossero offerti tutti i tesori del mondo…
Chi ha assaporato questo amore di Dio infinitamente mite,
non può più pensare alle cose della terra;
si sente attirato senza tregua da questo amore.
Silvano del Monte Athos
Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37.
Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà». Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
IL COMMENTO
Il Signore ci istruisce. E non ci inganna. Camminando dinanzi a noi ci indica il suo e il nostro destino. Non fa sconti sentimentali, non annacqua le parole. Per dirci oggi la serietà del peccato Gesù ce ne mostra le conseguenze. E il suo amore, tanto grande da far paura. Gesù già ne aveva parlato. " La prima volta.... satana uscì allo scoperto, con un'opposizione netta, "questo non ti accadrà mai...". Questa volta si nasconde nell'incomprensione, e fa seccare il seme nel mutismo di un cuore di pietra" (S. Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo). Quante volte ci ritroviamo come pietrificati dinanzi agli avvenimenti! Il timore di capire e di accedere al mistero celato dietro gli eventi ci paralizza la lingua, perchè la mente non le invia nessun impulso, gelata dalla paura. Terribile paura della morte, di scoprire una verità che abbiamo rimosso, che non abbiamo voluto credere, il male vero, quello capace di uccidere la speranza, la fiducia, ogni relazione. O, più banalmente, la paura che sperimentiamo al mercato, o sul tram: quando qualcuno ci parla di un evento luttuoso vorremmo tagliar corto, non approfondire, voltare lo sguardo a cercare la vita. In un ospedale, al capezzale di un malato terminale, le parole ci escono a brandelli, caricature fuori luogo di pronte guarigioni, di future mangiate, vacanze e lunghe passeggiate in montagna. Di fronte alla morte, l'unico che ci viene da dire sono speranze illusorie balbettate come una pacca sulla spalla mentre il cuore gela. Eufemismi. Il cancro è diventato un " brutto male". E guai ad evocare la morte, perchè la morte mette paura. E diventa ancor più incomprensibile quando appare come un segno d'amore: la morte che Gesù annuncia ai suoi discepoli e a ciascuno di noi, la consegna della propria vita alle mani degli assassini, è il suo amore vero, perfetto, autentico.
Non si comprende la morte di Gesù se non si accoglie il suo amore che ne è la causa prima e fondamentale. Lo ha detto Lui, e tutti i passi evangelici che ne fanno riferimento lo illustrano inequivocabilmente: è Lui che consegna la Sua vita per amore, molto prima che altri gliela togliessero. Risuona infatti in tantissimi testi il verbo “consegnare” (“paradìdomi”). Gesù è consegnato: il tradimento di uno dei suoi apostoli lo consegna agli avversari. Il sinedrio lo consegna al potere romano. Pilato lo consegna alla Croce compiendo così quanto Gesù ha preannunciato.
Eppure nella trama di consegne di cui sarà fatto oggetto emerge qualcosa di infinitamente più grande di una semplice sequenza sfortunata di eventi, come quelli di cui spesso anche noi crediamo di essere vittime. Prima ancora d'essere consegnato da mani umane, è il Figlio a consegnarsi. Per amore. L'ha espresso con evidenza Paolo: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Gesù, consegnandosi al Padre e alla sua volontà, si consegna a ciascun uomo, perchè tutti fossimo riconsegnati al Cielo, in un unico e perfetto amore: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!» e «Chinato il capo consegnò lo Spirito». La sua offerta lo consegna alla solitudine, al cuore d'ogni dolore, alla madre della nostra paura. Gesù si consegna alla morte, all'assenza di Dio, alla patria del peccato di cui tutti facciamo dolorosa esperienza. E, consegnando lo spirito, grida l'estrema solitudine, «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Il Padre e il Figlio uniti in un'unico, infinito amore, un dolore lancinante che spinge il perdono a bussare alla porta della nostra tomba, quella di oggi. E' scandaloso, ma è andata proprio così: il Padre ha voluto consegnare suo Figlio per noi, non è stato un incidente a cui Dio, con la resurrezione, ha messo fine. Uomini empi hanno ucciso Gesù, ma proprio quell'empietà con cui l'uomo raggiungeva il limite estremo della lontananza tra Dio e la sua creatura diveniva lo strumento con cui Dio stesso raggiungeva quel luogo di solitudine e angoscia, l'ultimo gradino dell'inferno, per riscattarvi il peccatore peggiore, il più lontano da Lui: “Il dramma tra l’uomo e Dio raggiunge qui il suo acme, poiché la perversa libertà finita getta tutta la sua colpa su Dio come sull’unico imputato e capro espiatorio, e Dio se ne lascia totalmente colpire non solo nell’umanità di Cristo, ma nella sua stessa missione trinitaria, dove nel mistero dell’ottenebrazione e della alienazione tra Dio ed il Figlio portatore del peccato, compare l’onnipotente impotenza dell’amore di Dio” (Von Balthasar, Teodrammatica).
La consegna alla morte per amore, il dolore per amore: «Il Padre, Dio dell'universo, paziente e misericordioso, sente egli stesso in certo modo il dolore... Il Padre stesso non è senza dolore! Se qualcuno lo implora egli è preso da pietà e compassione; soffre attraverso l'amore; ha sentimenti che non potrebbe avere secondo la sua natura sublime. Riguardo a noi egli sente il dolore umano» (Origene, Hom. in Ezech. 6,6). L'incomprensibile si svela oggi dinanzi a noi. «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». Gesù è inchiodato sulla Croce per un amore che ha esigito la morte, il salario d'ogni peccato. Come l'amore d'una madre esige il dolore del parto. E molto di più. Amore divino, geloso, compassionevole, pietoso, misericordioso. La morte di Gesù ci parla dunque di noi, dei nostri peccati, che hanno esigito la morte di Gesù. Senza la sua morte saremmo ancora nei peccati dice san Paolo. Senza la sua morte il suo amore non ci avrebbe raggiunti, salvati. risuscitati, perchè il peccato conduce alla morte, sempre. E lì, nella morte, doveva giungere il suo amore, per distruggere la radice della paura. E lì, nel freddo silenzio del terrore, oggi possiamo incontrarlo per mezzo dello Spirito Santo, quando Gesù, al culmine della sua passione, dopo aver gridato la Sua incarnazione nella nostra carne morta, «Chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30).
Siamo peccatori: «E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati». (San Francesco d'Assisi, Admonitio, 5, 3). Ecco perchè l'annuncio di Gesù terrorizza i discepoli e tutti noi. Ecco perchè la morte ci fa paura. Perchè il peccato ha avvelenato la nostra vita, e non lo possiamo accettare, siamo abituati a dare la colpa a tutto ciò che si trova fuori di noi, alle circostanze, agli eventi sfortunati e alla malvagità altrui. Discutiamo sempre su chi sia il più grande, il più perfetto, ed è un'immagine delle relazioni avvelenate di chi non accetta la propria debolezza, la realtà dei propri peccati. L'orgoglio che, scalando prestigio, potere e affetto, camuffa l'estrema indigenza di un cuore malvagio. Non possiamo accettare di essere smascherati come peccatori, empi che hanno ucciso davvero Cristo. Causerebbe un terremoto nella nostra vita, certezze e rendite di posizione evaporerebbero come neve al sole, non potremmo più discutere e lottare per essere i più grandi, non ne avremmo diritto, l'evidenza ci getterebbe piuttosto all'ultimo posto. Dovremmo umiliarci, e guardare con occhi diversi la nostra storia, la moglie, il marito, i figli, i genitori, noi stessi. E, come peccatori, sperimentare un perdono che non abbiamo mai conosciuto, divino, e così ricevere un amore scandaloso, gratuito, che ci farebbe bambini, pura accoglienza perchè pura debolezza. L'amore infatti è consegnato per essere accolto, e Gesù cerca un bambino che accolga il suo dono.
L'umiltà di sapersi piccoli, gli ultimi, non per una virtù morale , ma perchè è proprio così. Un bambino è quello che è. L'annuncio di Gesù oggi fa luce su chi noi siamo veramente. La verità sulla nostra piccolezza emerge dall'enormità del suo amore. Dinanzi alla Croce non possiamo che scoprirci bambini, infinitamente piccoli. Dinanzi al peccato il suo amore svela la nostra identità: mendicanti d'amore. Come san Francesco, che infatti ai piedi della Croce è stato abbracciato da Gesù, perchè Lui prende in braccio i piccoli, i poveri, i peccatori. La sua Croce è il suo abbraccio consegnato a ciascuno di noi, il suo perdono, il suo amore. «Non sono che una fanciulla, incapace e debole, tuttavia è la mia stessa debolezza che mi dà l'audacia di offrirmi Vittima al tuo Amore, o Gesù! Una volta solo le vittime pure e senza macchia erano gradite al Dio Forte e Potente. Per soddisfare la Giustizia Divina, erano necessarie vittime perfette, ma alla legge del timore è succeduta la legge d'Amore, e l'Amore mi ha scelta per olocausto, me, debole e imperfetta creatura... Questa scelta non è forse degna dell'Amore?... Si, perché l'Amore sia pienamente soddisfatto, bisogna che Egli si abbassi, che si abbassi fino al nulla e che trasformi in fuoco questo nulla... » (Santa Teresa di Lisieux). Ecco il segreto: l'amore si fa bambino perchè noi si diventi bambini: indifeso perchè smettiamo di difenderci, piccolo perchè abbandoniamo i miseri sogni di grandezza. La storia che oggi ci crocifigge, che ci fa paura è il suo amore che si fa fanciullo, che dal Cielo discende sulla terra, e si fa vita nostra, ore e lavoro, famiglia e amicizia, amore che si fa carne nella nostra carne: aspra nelle conseguenze del peccato, ma che reca, misteriosamente, proprio laddove dovrebbe uccidere e gettare all'inferno, l'amore capace di riscattare, il perdono che rigenera e trasforma il nulla nella pienezza di gioia e pace. Accogliere la storia in ogni suo aspetto, perchè in essa Gesù si fa bambino, da abbracciare, come si abbraccia la Croce. E così scoprirsi figli del Padre che lo ha inviato. Abbracciare Gesù laddove Egli stesso abbraccia la nostra vita, la piccolezza che ci fa autentici, l'indigenza che ci fa suoi prediletti. Fin dall'infanzia il demonio ha tenuto schiavo ciascuno di noi, all'infanzia ci riconduce il Signore; laddove l'abbiamo perduta, Egli ci riconsegna l'innocenza che crede oltre ogni evidenza, che ci fa consegnare l'intera nostra esistenza alla sua misericordia. Il suo amore che ci fa servi, gli ultimi di tutti, non perchè nella nostra presunta magnanimità ci spogliamo di una grandezza inesistente, ma perchè amati nella piccolezza e per questo primi nell'amare, nel donare se stessi gratuitamente, perchè gratuitamente abbiamo ricevuto tutto.
San Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti
« Di che cosa stavate discutendo lungo la via ? »
O umiltà di Cristo ! All’anima doni una gioia indescrivibile. Di te ho sete, perché in te l’anima dimentica la terra e tende sempre più ardentemente verso Dio. Se il mondo capisse la potenza della parola di Cristo : « Imparate da me la mitezza e l’umiltà » (cfr Mt 11,29), metterebbe da parte ogni altra scienza per acquistare questa conoscenza celeste. Gli uomini non conoscono la forza dell’umiltà di Cristo ; e desiderano le cose della terra. Ma l’uomo non può giungere alla potenza di queste parole del Signore senza lo Spirito Santo. Chi le ha penetrate non le abbandona più, nemmeno se gli fossero offerti tutti i tesori del mondo… Chi ha assaporato questo amore di Dio infinitamente mite, non può più pensare alle cose della terra ; si sente attirato senza tregua da questo amore. Eppure, lo perdiamo a causa del nostro orgoglio e della nostra vanità, delle nostre inimicizie e dei nostri giudizi nei riguardi dei nostri fratelli ; lo abbandoniamo a causa dei nostri pensieri cupidi e della nostra propensione verso la terra. Allora ci abbandona la grazia, e l’anima turbata, depressa, desidera Dio e lo chiama, come Adamo scacciato dal Paradiso. La mia anima sospira e ti cerca con le lacrime ! Vedi la mia afflizione, illumina le mie tenebre affinché la mia anima sia nella gioia ! Signore, donami la tua umiltà, affinché il tuo amore sia in me, e il timore di te sia in me.
Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa
Preghiera 20
« Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti»
Gesù !… Tale è la tua umiltà, o divino Re della Gloria, da sottometterti a tutti i tuoi sacerdoti senza fare nessuna distinzione tra coloro che ti amano e coloro che sono, purtroppo, tiepidi o freddi nel tuo servizio. A un loro richiamo, scendi dal cielo ; anche se loro anticipano o differiscono l'ora del santo sacrificio, tu sei sempre pronto. O mio Diletto, sotto il velo della bianca ostia, quanto mite e umile di cuore mi appari ! (Mt 11, 29) Per insegnarmi l'umiltà, non puoi abbassarti maggiormente ; perciò voglio, per rispondere al tuo amore, desiderare che le mie sorelle mi mettano sempre all'ultimo posto, e essere ben persuasa che questo posto è proprio mio… Io lo so, o mio Dio, che abbassi l'anima superba ; a quella invece che si umilia, doni un'eternità di gloria ; voglio quindi mettermi all'ultimo posto, condividere le tue umiliazioni per « avere parte con te » (Gv 13, 8) nel regno dei Cieli. Signore, conosci la mia debolezza ; ogni mattina prendo la risoluzione di praticare l'umiltà e, la sera, riconosco che ho commesso ancora molte mancanze, a causa della mia superbia. Per questo, sono tentata di scoraggiarmi, ma, lo so, anche lo scoraggiamento è superbia. Perciò, in te solo voglio fondare la mia speranza. Poiché puoi tutto, degnati di far nascere, nella mia anima, quella virtù che desidero. Per ottenere questa grazia dalla tua infinita misericordia, ti ripeterò molto spesso : « O Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore, simile al tuo cuore ! ».
Cardinale Joseph Ratzinger (Papa Benedetto XVI)
Der Gott Jesu Christi
«Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me»
Dobbiamo ricordare che il titolo distintivo e teologicamente centrale di Gesù è «il Figlio». In che misura era già linguisticamente prefigurata questa designazione nel modo in cui Gesù si è egli stesso presentato? ... E' certo che si tratta del tentativo di riassumere in una parola l'impressione che si aveva della sua vita; l'orientamento, la radice ed il suo punto d'arrivo avevano un solo nome «Abba»- babbo. Egli sapeva di non essere mai solo; fino all'ultimo grido sulla croce è interamente rivolto verso l'Altro, verso colui che chiama Padre. Per questo il vero titolo di distinzione non poteva essere né «Re» né «Signore» né avere altri attributi di potenza, ma una parola che si potrebbe tradurre anche col termine «bambino». Perciò si può dire che, se i bambini occupano un posto così grande nella predicazione di Gesù, è perché ciò è strettamente collegato al suo mistero personale, la sua filiazione. La sua più alta dignità, che rimanda alla divinità, non è una potenza posseduta per se stessa; consiste nell'essere rivolto verso l'Altro - verso Dio Padre... L'uomo vuol diventare Dio (Gen 3,5) e deve diventarlo. Ma ogni volta che, come nell'eterno dialogo col serpente in Paradiso, cerca di arrivarci distaccandosi dalla protezione di Dio e dalla sua creazione per contare solo su se stesso e affermarsi in modo indipendente da Dio, ogni volta che, in una parola, diviene completamente adulto, emancipato, e rigetta l'infanzia come stato di vita, finisce nel nulla, perché si oppone alla verità di se stesso che è la dipendenza. E' proprio mantenendo ciò che è proprio dell'infanzia e dell'essere figlio, vissuto prima di tutto da Gesù, che egli entra col Figlio nella divinità.
Hans Urs Von Balthasar. L'Amore consegnato
Il tutto nel frammento
“Quel Logos, in cui tutto nel cielo e sulla terra è raccolto e possiede la sua verità, - scrive ancora Hans Urs von Balthasar- cade lui stesso nel buio, nell'angoscia... in un nascondimento, che è proprio l'opposto dello svelamento della verità dell'essere... L'indicativo è perduto, l'interrogativo è rimasto l'unico modo di parlare. La fine della domanda è il forte grido. È la parola che non è più parola... Anche il Logos, che ha accettato la forma a lui adatta, deve essere privato della sua figura... La parola di Dio nel mondo è diventata muta, nella notte essa non chiede più di Dio; essa giace sepolta nella terra. La notte che la copre non è una notte di stelle, ma notte di desolazione profonda e di alienazione mortale. Non è un silenzio pieno di mille segreti d'amore, che scaturiscono dalla avvertita presenza dell'amato; ma silenzio di assenza, di distacco, di vuoto abbandono, che arriva dietro tutti gli strappi dell'addio”.
Hans Urs von Balthasar. Il Figlio fatto peccato.
Meditazioni sul Credo Apostolico
L’ora e l’impero delle tenebre (Luca 22,53), quando gli uomini gli inflissero ogni sorta di dolore fisico e morale e anche il Padre lo abbandonò nei supplizi, è una notte per noi insondabile. Nessuna via Crucis, neppure le atrocità delle torture umane dei campi di concentramento possono darcene un’immagine. Portare il peso del peccato del mondo, sperimentare in sé la profonda perversione di una umanità che nega a Dio ogni culto, ogni riverenza e timore, di fronte a un Dio che distoglie lo sguardo da questi tormenti: chi può concepire che significa tutto ciò? E poiché sono qui raccolte tutte le sterminate età del mondo dal principio alla fine dei tempi, per il Sofferente la croce diventa atemporale; non si può più parlare di una prospettiva di resurrezione di due giorni dopo. Il peccatore può sperare, il "peccato" no: ma Cristo, per amore nostro, Dio "lo trattò da peccato".
lunedì 20 febbraio 2012
Lunedì della VII^ settimana del Tempo Ordinario
Vangelo del Giorno
Mc 9, 14-29
In quel tempo, Gesù sceso dal monte e giunto presso i discepoli, li vide circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.
Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».
Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te l'ordino, esci da lui e non vi rientrare più». E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «E' morto». Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.
Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».
IL COMMENTO
Abbiamo bisogno di sentirci ripetere che "Tutto è possibile a chi crede". Abbiamo bisogno di poter appoggiare a queste parole la nostra incredulità. IQuante preghiere avvolte in quel "se tu puoi" che le rende inefficaci. Per questo dobbiamo conoscere il Signore, imparare ad aver fede, appoggiarci a Lui incondizionatamente, per cancellare ogni se dalle nostre preghiere, ogni sospetto dal nostro amore, perchè sia consegna di tutto noi stessi, abbandono senza riserve. In fondo, è questa la missione della Chiesa: ripetere queste parole di Gesù, dinanzi ad ogni demonio che tiene imprigionato l'uomo, far conoscere il Signore e il suo potere sul peccato e la morte, annunciare il Vangelo del suo mistero pasquale. Il cuore della predicazione è racchiuso in queste semplici parole, ma ha un potere immenso. Schiudere le porte dei nostri cuori e suscitare il desiderio della fede. Soffriamo e non possiamo salvarci. Il demonio ha buon gioco e ci fa muti e sordi, ci irrigidisce, e così ci rende incapaci di amare, di relazionarci con chi ci è prossimo. Andiamo in collera per un nonnulla, non sentiamo le ragioni degli altri, siamo chiusi in noi stessi, prigionieri del nostro personalissimo mondo. Questo significa essere sordi e muti, non avere relazione con l'esterno, uomini e fatti ci restano estranei. Da qui le convulsioni, il digrignare i denti, l'ira, la tristezza, l'accidia.
Ogni peccato è figlio dell'orgoglio, la catena con cui il demonio ci inganna e ci fa schiavi, chiudendoci a Dio e al prossimo. Il figlio indemoniato è stato concepito nel peccato, è figlio di una generazione incredula, la stirpe di Adamo ed Eva. L'incredulità genera sempre orgoglio. Il peccato originale è la mancanza di fede nell'amore di Dio: Adamo ed Eva non hanno creduto alla parola d'amore di Dio con la quale li invitava ad accogliere l'unica via alla felicità, al possesso eterno della beatitudine: rimanere nel suo amore come creature. Con la parola con la quale proibiva loro di mangiare dei frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male li voleva proteggere dalla morte, dal fallimento della propria vita, dal peccato. Appropriarsi di quell'albero avrebbe significato salire sul trono di Dio e sedersi ai comandi di una navicella spaziale senza neanche sapere da dove accendere il motore. La vita diviene allora un missile impazzito gettato nel vuoto, senza sapere da dove si viene e dove si è diretti. Credere di essere Dio senza esserlo, illudersi di essersi appropriati della fonte della vita, di essere entrati nella stanza dei bottoni laddove si decide quel che è buono e quel che è male, autonomamente; e la vita, la natura, la ragione, il cuore, tutto si ribella come abusato, violentato da chi non aveva il diritto di decidere nulla. La libertà che ci è data non è quella di stabilire che cosa sia bene o male, ma è quella che appare nella Vergine Maria, la nuova Eva, di fronte all'annuncio dell'angelo. La libertà di accogliere il bene, l'unico perchè opera di Dio, e rigettare il male. Così in ogni circostanza della nostra vita, nelle relazioni matrimoniali, nella sessualità, negli affetti, nel rapporto con i beni, con il lavoro: ogni istante della nostra vita reca un annuncio, il bene ci viene incontro incastonato nella volontà di Dio; ma anche il male è lì, accovacciato, come una possibilità molto concreta, e si annida nel rifiuto della stessa volontà divina. Tutto concorre perchè noi si possa accogliere la storia d'amore che Dio prepara per noi, la Grazia scende come acqua dal Cielo per irrigare e spingerci ad abbandonarci, con fede, all'amore di Dio. Ma il demonio esiste e si frappone sempre e insinua il dubbio, agita lo spettro della sofferenza, della solitudine, e ci spinge a farci dio, a stabilire le regole del gioco, a dare la qualifica di bene agli appetiti da lui suscitati, alla menzogna da lui insinuata, e di male a quanto proviene da Dio. Prestare fede a questo inganno è l'altra faccia della stessa medaglia dell'incredulità: credere al demonio è non credere a Dio. Le conseguenze sono quelle che appaiono nel ragazzo del Vangelo. Tutto si fa ostile, ci getta nel fuoco delle passioni, nell'acqua della depressione, tutto diviene strumento di morte, la vita stessa vuole ucciderci. Quello che ci è dato per conoscere e amare Dio ed essere autenticamente felici, per l'incredulità che genera l'orgoglio, si trasforma in una trappola mortale.
E non c'è verso, non possiamo farci nulla. Sino a che non giunge Gesù a scuotere l'inganno, lo spirito di menzogna che ha rapito il nostro spirito. E schiumiamo, ci agitiamo, non vogliamo scoprirci peccatori, e ci difendiamo. Gesù si scontra con la nostra incredulità, se ne rammarica sin nel profondo, e non può più sopportare di vederci così ingannati, stare con noi incatenati alla menzogna che si fa peccato non può sopportarlo. Lui viene per strapparci alla tomba e farci suoi. Così desidera stare con noi, eternamente. Per questo soffre infinitamente del nostro metterlo sullo stesso piano dei tanti falsi profeti che non hanno potuto nulla sulla nostra vita. In quel "se tu puoi" è tutta la nostra incredulità, la superficialità e l'opportunismo con cui sino ad oggi ci siamo accostati al Signore.
Ed ecco lo schiaffo che ci salva: il rimprovero, la gelosia, la passione ardente di Gesù: "Tutto è possibile per chi crede". Le stesse parole rivolte dall'angelo a Maria. Parole d'amore come una mano tesa, un appoggio sicuro cui abbandonare la propria vita, i propri dolori, i dubbi, le angosce, i fallimenti. Parole che schiudono le labbra e il cuore ad un grido, quello decisivo: "credo, aiutami nella mia incredulità". E' questa l'apparente contraddizione che ci apre alla conversione e alla salvezza. Credere che siamo increduli. E credere che Gesù, oggi e ogni istante della nostra vita, può aiutarci nella nostra incredulità, Lui, autore e perfezionatore della nostra fede. "Credo", ed è un dono del Cielo; "aiutami nella mia incredulità", ed è la nostra povera carne mendicante di vita. In questa preghiera c'è tutta la nostra vita, il cammino di fede a cui siamo chiamati. Il nulla che siamo non è allora l'inizio della fine, ma l'aurora della salvezza. Basta solo una parola, l'annuncio amoroso che Dio può tutto, soprattutto l'impossibile. E' questa la preghiera con cui la Chiesa, ogni apostolo, può cacciare i demoni. La preghiera radicata nella fede, nella conoscenza intima e appassionata del Signore, nel suo amore infinito, nell'accoglienza libera e confidente della sua volontà, come Maria: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me secondo la tua Parola" Solo chi ha nel cuore questa preghiera sarà capace di pregare e scacciare i demoni dai fratelli, annunciare con potenza la liberazione dalla propria volontà, la bellezza della Verità, accompagnare dall'incredulità alla fede, e sciogliere la lingua nella lode per l'opera d'amore che Dio ha preparato per ogni uomo.
Erma (2° secolo)
Il Pastore, Nono precetto
« Aiutami nella mia incredulità »
Rimuovi da te l'incertezza e non dubitare assolutamente di chiedere a Dio, dicendo in te stesso: «Come posso chiedere e ricevere dal Signore avendo io peccato molto contro di lui?». Non pensare così, ma con tutto il tuo cuore rivolgiti al Signore e pregalo con fermezza, e conoscerai la sua grande misericordia, perché non ti abbandonerà, ma compirà la preghiera della tua anima. Dio non è come gli uomini che serbano rancore, ma egli non ricorda le offese ed ha compassione per la sua creatura. Tu, intanto, purifica il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo e dai vizi, e chiedi al Signore. Riceverai tutto e sarai esaudito in ogni tua richiesta, se chiederai con fermezza al Signore.
Se nel tuo cuore sei titubante, non otterrai nessuna tua richiesta. Coloro che dubitano in Dio, sono indecisi e assolutamente nulla ottengono delle loro richieste... Ogni uomo incerto, se non si converte, difficilmente si salverà. Purifica, dunque, il tuo cuore dall'incertezza, rivestiti della fede, che è forte, credi in Dio ed otterrai tutte le richieste che fai. Se avendo fatto al Signore qualche richiesta, ottieni più tardi, non dubitare perché non ottieni presto la richiesta della tua anima... Tu, dunque, non ti stancare di fare al Signore la richiesta della tua anima, e l'otterrai... Guardati dall'incertezza: essa è turpe, insensata e sradica dalla fede molti credenti e i forti... Disprezza, dunque, l'incertezza e vincila in ogni cosa, rivestendoti della fede forte e potente. La fede, infatti, tutto promette, tutto compie, mentre l'incertezza, non avendo fiducia in sé, sbaglia tutte le opere che intraprende.
Filosseno di Mabbug ( ?- circa 523), vescovo in Siria
Omelia 3, 52-56 ; SC 44, 71
« Credo, aiutami nella mia incredulità »
Vieni e porgi l’orecchio per sentire, vieni e apri i tuoi occhi per vedere i prodigi che sono mostrati alla fede. Vieni a formarti degli occhi nuovi, vieni a crearti degli orecchi nascosti. Sei invitato a udire cose nascoste...; sei stato chiamato a vedere delle realtà spirituali... Vieni a vedere ciò che non sei ancora, e rinnova te stesso entrando nella nuova creazione.
La Sapienza era con il tuo Creatore mentre ompiva le sue prime opere (Prov 8,22). Ma nella seconda creazione, con lui c’era la fede; in questa seconda nascita, egli ha preso la fede come aiuto. La fede accompagna Dio in ogni cosa, ed egli non fa nulla oggi senza di essa. Gli sarebbe stato più facile farti nascere da acqua e da Spirito (Gv 3,5) senza di essa, eppure non ti fa nascere nella seconda nascita prima che tu abbia ricevuto il simbolo della fede, cioè il credo. Poteva certo rinnovarti, e da vecchio, farti nuovo, eppure non ti cambia e non ti rinnova senza avere ricevuto da te la fede in pegno. È chiesta la fede a colui che è battezzato, e allora, dall’acqua egli riceve dei tesori. Senza la fede, tutto è volgare; quando interviene la fede invece, le cose spregevoli appaiono gloriose. Senza la fede, il battesimo è acqua; senza la fede, i misteri vivificanti sono pane e vino; senza l’occhio della fede, l’uomo vecchio appare unicamente ciò che è; senza l’occhio della fede, i misteri sono volgari e i prodigi dello Spirito sono vili.
La fede guarda, contempla e considera segretamente la potenza nascosta delle cose... Infatti, tieni nella tua mano il frammento del mistero che, per natura, è del pane comune; la fede lo guarda come il corpo dell’Unico. Il corpo vede del pane, del vino, dell’olio, dell’acqua, ma la fede obbliga il suo sguardo a vedere spiritualmente ciò che non vede corporalmente, cioè a mangiare il Corpo in luogo del pane, a bere il Sangue in luogo del vino, a vedere il battesimo dello Spirito in luogo dell’acqua e la potenza di Cristo in luogo dell’olio.
Benedetto XVI. La preghiera del Getsemani
Gesù continua la sua preghiera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In questa invocazione ci sono tre passaggi rivelatori. All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: «Abbà! Padre!» (Mc 14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono. Nella parte centrale dell'invocazione c’è il secondo elemento: la consapevolezza dell'onnipotenza del Padre – «tutto è possibile a te» -, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: «allontana da me questo calice!». Ma c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36c). Nell'unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà. San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi. Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre. Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti. Riconosciamo, cioè, che c'è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel “cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio. Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani, la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra. E questo è importante anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli «sia fatta la tua volontà», per conformare la nostra volontà alla sua. E’ una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente, perché non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria. I racconti evangelici del Getsemani mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno. Cari amici, domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa «terra» un po’ del «cielo» di Dio.
San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna,
la volontà umana è orientata a quella divina
ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione.
Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione:
Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà,
l’essere pienamente se stessi.
Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio;
in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento
che le dà la Persona Divina.
Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona:
il suo essere Figlio di Dio.
La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio,
che si abbandona totalmente al Padre.
Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina,
l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”;
solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio,
si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti,
quello di essere completamente liberi.
Benedetto XVI
Mc 9, 14-29
In quel tempo, Gesù sceso dal monte e giunto presso i discepoli, li vide circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.
Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».
Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te l'ordino, esci da lui e non vi rientrare più». E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «E' morto». Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.
Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».
IL COMMENTO
Abbiamo bisogno di sentirci ripetere che "Tutto è possibile a chi crede". Abbiamo bisogno di poter appoggiare a queste parole la nostra incredulità. IQuante preghiere avvolte in quel "se tu puoi" che le rende inefficaci. Per questo dobbiamo conoscere il Signore, imparare ad aver fede, appoggiarci a Lui incondizionatamente, per cancellare ogni se dalle nostre preghiere, ogni sospetto dal nostro amore, perchè sia consegna di tutto noi stessi, abbandono senza riserve. In fondo, è questa la missione della Chiesa: ripetere queste parole di Gesù, dinanzi ad ogni demonio che tiene imprigionato l'uomo, far conoscere il Signore e il suo potere sul peccato e la morte, annunciare il Vangelo del suo mistero pasquale. Il cuore della predicazione è racchiuso in queste semplici parole, ma ha un potere immenso. Schiudere le porte dei nostri cuori e suscitare il desiderio della fede. Soffriamo e non possiamo salvarci. Il demonio ha buon gioco e ci fa muti e sordi, ci irrigidisce, e così ci rende incapaci di amare, di relazionarci con chi ci è prossimo. Andiamo in collera per un nonnulla, non sentiamo le ragioni degli altri, siamo chiusi in noi stessi, prigionieri del nostro personalissimo mondo. Questo significa essere sordi e muti, non avere relazione con l'esterno, uomini e fatti ci restano estranei. Da qui le convulsioni, il digrignare i denti, l'ira, la tristezza, l'accidia.
Ogni peccato è figlio dell'orgoglio, la catena con cui il demonio ci inganna e ci fa schiavi, chiudendoci a Dio e al prossimo. Il figlio indemoniato è stato concepito nel peccato, è figlio di una generazione incredula, la stirpe di Adamo ed Eva. L'incredulità genera sempre orgoglio. Il peccato originale è la mancanza di fede nell'amore di Dio: Adamo ed Eva non hanno creduto alla parola d'amore di Dio con la quale li invitava ad accogliere l'unica via alla felicità, al possesso eterno della beatitudine: rimanere nel suo amore come creature. Con la parola con la quale proibiva loro di mangiare dei frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male li voleva proteggere dalla morte, dal fallimento della propria vita, dal peccato. Appropriarsi di quell'albero avrebbe significato salire sul trono di Dio e sedersi ai comandi di una navicella spaziale senza neanche sapere da dove accendere il motore. La vita diviene allora un missile impazzito gettato nel vuoto, senza sapere da dove si viene e dove si è diretti. Credere di essere Dio senza esserlo, illudersi di essersi appropriati della fonte della vita, di essere entrati nella stanza dei bottoni laddove si decide quel che è buono e quel che è male, autonomamente; e la vita, la natura, la ragione, il cuore, tutto si ribella come abusato, violentato da chi non aveva il diritto di decidere nulla. La libertà che ci è data non è quella di stabilire che cosa sia bene o male, ma è quella che appare nella Vergine Maria, la nuova Eva, di fronte all'annuncio dell'angelo. La libertà di accogliere il bene, l'unico perchè opera di Dio, e rigettare il male. Così in ogni circostanza della nostra vita, nelle relazioni matrimoniali, nella sessualità, negli affetti, nel rapporto con i beni, con il lavoro: ogni istante della nostra vita reca un annuncio, il bene ci viene incontro incastonato nella volontà di Dio; ma anche il male è lì, accovacciato, come una possibilità molto concreta, e si annida nel rifiuto della stessa volontà divina. Tutto concorre perchè noi si possa accogliere la storia d'amore che Dio prepara per noi, la Grazia scende come acqua dal Cielo per irrigare e spingerci ad abbandonarci, con fede, all'amore di Dio. Ma il demonio esiste e si frappone sempre e insinua il dubbio, agita lo spettro della sofferenza, della solitudine, e ci spinge a farci dio, a stabilire le regole del gioco, a dare la qualifica di bene agli appetiti da lui suscitati, alla menzogna da lui insinuata, e di male a quanto proviene da Dio. Prestare fede a questo inganno è l'altra faccia della stessa medaglia dell'incredulità: credere al demonio è non credere a Dio. Le conseguenze sono quelle che appaiono nel ragazzo del Vangelo. Tutto si fa ostile, ci getta nel fuoco delle passioni, nell'acqua della depressione, tutto diviene strumento di morte, la vita stessa vuole ucciderci. Quello che ci è dato per conoscere e amare Dio ed essere autenticamente felici, per l'incredulità che genera l'orgoglio, si trasforma in una trappola mortale.
E non c'è verso, non possiamo farci nulla. Sino a che non giunge Gesù a scuotere l'inganno, lo spirito di menzogna che ha rapito il nostro spirito. E schiumiamo, ci agitiamo, non vogliamo scoprirci peccatori, e ci difendiamo. Gesù si scontra con la nostra incredulità, se ne rammarica sin nel profondo, e non può più sopportare di vederci così ingannati, stare con noi incatenati alla menzogna che si fa peccato non può sopportarlo. Lui viene per strapparci alla tomba e farci suoi. Così desidera stare con noi, eternamente. Per questo soffre infinitamente del nostro metterlo sullo stesso piano dei tanti falsi profeti che non hanno potuto nulla sulla nostra vita. In quel "se tu puoi" è tutta la nostra incredulità, la superficialità e l'opportunismo con cui sino ad oggi ci siamo accostati al Signore.
Ed ecco lo schiaffo che ci salva: il rimprovero, la gelosia, la passione ardente di Gesù: "Tutto è possibile per chi crede". Le stesse parole rivolte dall'angelo a Maria. Parole d'amore come una mano tesa, un appoggio sicuro cui abbandonare la propria vita, i propri dolori, i dubbi, le angosce, i fallimenti. Parole che schiudono le labbra e il cuore ad un grido, quello decisivo: "credo, aiutami nella mia incredulità". E' questa l'apparente contraddizione che ci apre alla conversione e alla salvezza. Credere che siamo increduli. E credere che Gesù, oggi e ogni istante della nostra vita, può aiutarci nella nostra incredulità, Lui, autore e perfezionatore della nostra fede. "Credo", ed è un dono del Cielo; "aiutami nella mia incredulità", ed è la nostra povera carne mendicante di vita. In questa preghiera c'è tutta la nostra vita, il cammino di fede a cui siamo chiamati. Il nulla che siamo non è allora l'inizio della fine, ma l'aurora della salvezza. Basta solo una parola, l'annuncio amoroso che Dio può tutto, soprattutto l'impossibile. E' questa la preghiera con cui la Chiesa, ogni apostolo, può cacciare i demoni. La preghiera radicata nella fede, nella conoscenza intima e appassionata del Signore, nel suo amore infinito, nell'accoglienza libera e confidente della sua volontà, come Maria: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me secondo la tua Parola" Solo chi ha nel cuore questa preghiera sarà capace di pregare e scacciare i demoni dai fratelli, annunciare con potenza la liberazione dalla propria volontà, la bellezza della Verità, accompagnare dall'incredulità alla fede, e sciogliere la lingua nella lode per l'opera d'amore che Dio ha preparato per ogni uomo.
Erma (2° secolo)
Il Pastore, Nono precetto
Rimuovi da te l'incertezza e non dubitare assolutamente di chiedere a Dio, dicendo in te stesso: «Come posso chiedere e ricevere dal Signore avendo io peccato molto contro di lui?». Non pensare così, ma con tutto il tuo cuore rivolgiti al Signore e pregalo con fermezza, e conoscerai la sua grande misericordia, perché non ti abbandonerà, ma compirà la preghiera della tua anima. Dio non è come gli uomini che serbano rancore, ma egli non ricorda le offese ed ha compassione per la sua creatura. Tu, intanto, purifica il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo e dai vizi, e chiedi al Signore. Riceverai tutto e sarai esaudito in ogni tua richiesta, se chiederai con fermezza al Signore.
Se nel tuo cuore sei titubante, non otterrai nessuna tua richiesta. Coloro che dubitano in Dio, sono indecisi e assolutamente nulla ottengono delle loro richieste... Ogni uomo incerto, se non si converte, difficilmente si salverà. Purifica, dunque, il tuo cuore dall'incertezza, rivestiti della fede, che è forte, credi in Dio ed otterrai tutte le richieste che fai. Se avendo fatto al Signore qualche richiesta, ottieni più tardi, non dubitare perché non ottieni presto la richiesta della tua anima... Tu, dunque, non ti stancare di fare al Signore la richiesta della tua anima, e l'otterrai... Guardati dall'incertezza: essa è turpe, insensata e sradica dalla fede molti credenti e i forti... Disprezza, dunque, l'incertezza e vincila in ogni cosa, rivestendoti della fede forte e potente. La fede, infatti, tutto promette, tutto compie, mentre l'incertezza, non avendo fiducia in sé, sbaglia tutte le opere che intraprende.
Filosseno di Mabbug ( ?- circa 523), vescovo in Siria
Omelia 3, 52-56 ; SC 44, 71
« Credo, aiutami nella mia incredulità »
Vieni e porgi l’orecchio per sentire, vieni e apri i tuoi occhi per vedere i prodigi che sono mostrati alla fede. Vieni a formarti degli occhi nuovi, vieni a crearti degli orecchi nascosti. Sei invitato a udire cose nascoste...; sei stato chiamato a vedere delle realtà spirituali... Vieni a vedere ciò che non sei ancora, e rinnova te stesso entrando nella nuova creazione.
La Sapienza era con il tuo Creatore mentre ompiva le sue prime opere (Prov 8,22). Ma nella seconda creazione, con lui c’era la fede; in questa seconda nascita, egli ha preso la fede come aiuto. La fede accompagna Dio in ogni cosa, ed egli non fa nulla oggi senza di essa. Gli sarebbe stato più facile farti nascere da acqua e da Spirito (Gv 3,5) senza di essa, eppure non ti fa nascere nella seconda nascita prima che tu abbia ricevuto il simbolo della fede, cioè il credo. Poteva certo rinnovarti, e da vecchio, farti nuovo, eppure non ti cambia e non ti rinnova senza avere ricevuto da te la fede in pegno. È chiesta la fede a colui che è battezzato, e allora, dall’acqua egli riceve dei tesori. Senza la fede, tutto è volgare; quando interviene la fede invece, le cose spregevoli appaiono gloriose. Senza la fede, il battesimo è acqua; senza la fede, i misteri vivificanti sono pane e vino; senza l’occhio della fede, l’uomo vecchio appare unicamente ciò che è; senza l’occhio della fede, i misteri sono volgari e i prodigi dello Spirito sono vili.
La fede guarda, contempla e considera segretamente la potenza nascosta delle cose... Infatti, tieni nella tua mano il frammento del mistero che, per natura, è del pane comune; la fede lo guarda come il corpo dell’Unico. Il corpo vede del pane, del vino, dell’olio, dell’acqua, ma la fede obbliga il suo sguardo a vedere spiritualmente ciò che non vede corporalmente, cioè a mangiare il Corpo in luogo del pane, a bere il Sangue in luogo del vino, a vedere il battesimo dello Spirito in luogo dell’acqua e la potenza di Cristo in luogo dell’olio.
Benedetto XVI. La preghiera del Getsemani
Gesù continua la sua preghiera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In questa invocazione ci sono tre passaggi rivelatori. All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: «Abbà! Padre!» (Mc 14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono. Nella parte centrale dell'invocazione c’è il secondo elemento: la consapevolezza dell'onnipotenza del Padre – «tutto è possibile a te» -, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: «allontana da me questo calice!». Ma c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36c). Nell'unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà. San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi. Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre. Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti. Riconosciamo, cioè, che c'è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel “cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio. Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani, la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra. E questo è importante anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli «sia fatta la tua volontà», per conformare la nostra volontà alla sua. E’ una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente, perché non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria. I racconti evangelici del Getsemani mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno. Cari amici, domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa «terra» un po’ del «cielo» di Dio.
venerdì 17 febbraio 2012
Per prepararci alla prossima Quaresima
| >>> Dal blog kairosterzomillennio.blogspot.com<<< |
Una riflessione che ci aiuti ad entrare nel Tempo di Quaresima.
Di Enzo Bianchi, Priore della Comunità di Bose
Vai >>> Alla ricerca della verità del proprio essere
Buon Cammino di Quaresima.
Venerdì della VI^ settimana del Tempo Ordinario
Dal blog Vangelo del Giorno
la povertà con Gesù povero piuttosto che la ricchezza,
le ingiurie con Gesù, che ne è ricolmo, piuttosto che gli onori,
e preferire essere stimato stupido e pazzo per Gesù,
che per primo fu ritenuto tale, anziché saggio e prudente in questo mondo
S. Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali
Dal Vangelo secondo Marco 8,34-38.9,1.Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi». E diceva loro: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza».
IL COMMENTO
SINTESI
Gesù convoca la folla insieme ai suoi discepoli, le sue parole sono per tutti, anche per gli indecisi, anche per chi gli s oppone. "Se qualcuno vuole venire dietro a me", e obbliga tutti a guardarsi dentro e a scoprire le carte, e decidere se davvero lo vogliamo seguire. Gesù scuote la nostra libertà come in uno scrutinio: quel "se" si impone alle nostre abitudini, si incunea dentro le nostre acquisizioni fatte di riti quotidiani, ripetuti stancamente. Lavoro, casa, svaghi, studio, la nostra esistenza segue un ritmo, un incedere, segue qualcosa, qualcuno, ma chi? Chi, che cosa ho deciso di seguire?
Per questo è necessario ammettere che la vergogna spesso ci domina e genera in noi la paura. E' l'esperienza primordiale, il frutto amaro del peccato originale, la solitudine espressa dalla vergogna. In una profonda e illuminante catechesi il Beato Giovanni Paolo II rilevava come in Principio "tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. La «nudità» significa il bene originario della visione divina.... L'originario significato della nudità corrisponde a quella semplicità e pienezza di visione... La chiameremo «sponsale»" ( Giovanni Paolo II, catechesi sull'amore e sul corpo).
Il Vangelo di oggi ci rivela la natura più profonda della nostra vita, la sua fondamentale vocazione sponsale. Nelle parole di Gesù vi è, come in filigrana, la trama di un consenso matrimoniale. Seguire il Signore significa essere con Lui, in Lui, una sola carne, un solo spirito. Ma la vergogna svela le intenzioni autentiche del nostro cuore, che ci conducono a vivere in contrasto con la vocazione nella quale siamo stati creati. L'esperienza della vergogna procede infatti dalla rottura della relazione con Dio che conduce alla conseguente rottura con l'altro. La vergogna innalza le barriere che frapponiamo in ogni nostra relazione, a difesa del nostro "io", dei nostri pensieri, dei progetti, delle nostre cose; esprime la paura che ci assale quando gli eventi ci chiamano a donarci, ad amare.
Se davvero abbiamo deciso di seguirlo ciò significa innanzi tutto lasciarci amare da Lui. Prendere ogni giorno la propria croce, lasciare che il mondo e le sue concupiscenze siano crocifisse nella storia quotidiana, nei progetti infranti, nelle incomprensioni, nelle delusioni, nelle malattie, nelle sofferenze. Seguire Gesù significa dire no a noi stessi, rinnegare l'opera del demonio, lasciare che il Signore, passo dopo passo, ci spogli dell'uomo vecchio per rivestire il nuovo, nell'appartenenza a Lui, il Nuovo Adamo che non prova vergogna, che, sulla Croce, nudo, spogliato delle sue vesti, ci ha sposato ridonandoci, la dignità perduta. Rinnegare se stessi significa essere ogni giorno con Lui crocifissi, attirati dalla Sua Grazia sull'altare che ci consegna, senza difese, ad ogni uomo, anche ai nemici, a chi trama di toglierci la vita, l'onore, il denaro, il posto di lavoro, le nostre cose. Il Signore viene oggi a liberarci dalla vergogna d'essere discepolo di un crocifisso, di seguire le Sue folli parole d'amore, dalla paura di morire per amore. E ci chiama a seguirlo nel cammino verso Gerusalemme, portando con Lui il Suo "obbrobrio", la Sua vergogna, la croce. La croce di oggi, che purifica i nostri occhi in un'innocente purezza capace di vedere Dio in ogni fatto, in ogni persona.
COMMENTO APPROFONDITO
SINTESI
Gesù convoca la folla insieme ai suoi discepoli, le sue parole sono per tutti, anche per gli indecisi, anche per chi gli s oppone. "Se qualcuno vuole venire dietro a me", e obbliga tutti a guardarsi dentro e a scoprire le carte, e decidere se davvero lo vogliamo seguire. Gesù scuote la nostra libertà come in uno scrutinio: quel "se" si impone alle nostre abitudini, si incunea dentro le nostre acquisizioni fatte di riti quotidiani, ripetuti stancamente. Lavoro, casa, svaghi, studio, la nostra esistenza segue un ritmo, un incedere, segue qualcosa, qualcuno, ma chi? Chi, che cosa ho deciso di seguire?
Per questo è necessario ammettere che la vergogna spesso ci domina e genera in noi la paura. E' l'esperienza primordiale, il frutto amaro del peccato originale, la solitudine espressa dalla vergogna. In una profonda e illuminante catechesi il Beato Giovanni Paolo II rilevava come in Principio "tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. La «nudità» significa il bene originario della visione divina.... L'originario significato della nudità corrisponde a quella semplicità e pienezza di visione... La chiameremo «sponsale»" ( Giovanni Paolo II, catechesi sull'amore e sul corpo).
Il Vangelo di oggi ci rivela la natura più profonda della nostra vita, la sua fondamentale vocazione sponsale. Nelle parole di Gesù vi è, come in filigrana, la trama di un consenso matrimoniale. Seguire il Signore significa essere con Lui, in Lui, una sola carne, un solo spirito. Ma la vergogna svela le intenzioni autentiche del nostro cuore, che ci conducono a vivere in contrasto con la vocazione nella quale siamo stati creati. L'esperienza della vergogna procede infatti dalla rottura della relazione con Dio che conduce alla conseguente rottura con l'altro. La vergogna innalza le barriere che frapponiamo in ogni nostra relazione, a difesa del nostro "io", dei nostri pensieri, dei progetti, delle nostre cose; esprime la paura che ci assale quando gli eventi ci chiamano a donarci, ad amare.
Se davvero abbiamo deciso di seguirlo ciò significa innanzi tutto lasciarci amare da Lui. Prendere ogni giorno la propria croce, lasciare che il mondo e le sue concupiscenze siano crocifisse nella storia quotidiana, nei progetti infranti, nelle incomprensioni, nelle delusioni, nelle malattie, nelle sofferenze. Seguire Gesù significa dire no a noi stessi, rinnegare l'opera del demonio, lasciare che il Signore, passo dopo passo, ci spogli dell'uomo vecchio per rivestire il nuovo, nell'appartenenza a Lui, il Nuovo Adamo che non prova vergogna, che, sulla Croce, nudo, spogliato delle sue vesti, ci ha sposato ridonandoci, la dignità perduta. Rinnegare se stessi significa essere ogni giorno con Lui crocifissi, attirati dalla Sua Grazia sull'altare che ci consegna, senza difese, ad ogni uomo, anche ai nemici, a chi trama di toglierci la vita, l'onore, il denaro, il posto di lavoro, le nostre cose. Il Signore viene oggi a liberarci dalla vergogna d'essere discepolo di un crocifisso, di seguire le Sue folli parole d'amore, dalla paura di morire per amore. E ci chiama a seguirlo nel cammino verso Gerusalemme, portando con Lui il Suo "obbrobrio", la Sua vergogna, la croce. La croce di oggi, che purifica i nostri occhi in un'innocente purezza capace di vedere Dio in ogni fatto, in ogni persona.
COMMENTO APPROFONDITO
Gesù convoca la folla insieme ai suoi discepoli, le sue parole sono per tutti, anche per gli indecisi, anche per chi gli s oppone. "Se qualcuno vuole venire dietro a me", e obbliga tutti a guardarsi dentro e a scoprire le carte, e decidere se davvero lo vogliamo seguire. Gesù scuote la nostra libertà come in uno scrutinio: quel "se" si impone alle nostre abitudini, si incunea dentro le nostre acquisizioni fatte di riti quotidiani, ripetuti stancamente. Lavoro, casa, svaghi, studio, la nostra esistenza segue un ritmo, un incedere, segue qualcosa, qualcuno, ma chi? Chi, che cosa ho deciso di seguire?
Forse è una questione che non ci siamo mai posti, abbiamo ricevuto una scelta fatta da altri, spalmando la vita su una fetta di mode e abitudini che ci garantiscono un galleggiare neanche male tra le onde dei giorni. Come una vita telecomandata illudendoci di esserne al timone. O abbiamo scelto di seguire Gesù, cercando di essere coerenti, e ci stanchiamo e ci sentiamo sconfitti. O forse no, siamo contenti di quel che abbiamo realizzato, lo attribuiamo al Signore, e siamo in pace.
Ma oggi il Signore ci convoca per aiutarci a scoprire la nostra vocazione autentica illuminando un'esperienza che facciamo sovente: la vergogna spesso ci domina e genera in noi la paura. E' l'esperienza primordiale, il frutto amaro del peccato originale, la solitudine espressa dalla vergogna. In una profonda e illuminante catechesi il Beato Giovanni Paolo II rilevava come in Principio "tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. A questa pienezza di percezione «esteriore», espressa mediante la nudità fisica, corrisponde l'«interiore» pienezza della visione dell'uomo in Dio, cioè secondo la misura dell'«immagine di Dio»... La «nudità» significa il bene originario della visione divina.... L'originario significato della nudità corrisponde a quella semplicità e pienezza di visione, nella quale la comprensione del significato del corpo nasce quasi nel cuore stesso della loro comunità-comunione. La chiameremo «sponsale»" ( Giovanni Paolo II, catechesi sull'amore e sul corpo).
Il Vangelo di oggi, parlandoci della vergogna, ci rivela la natura più profonda della nostra vita, la sua fondamentale vocazione sponsale. Nelle parole di Gesù vi è, come in filigrana, la trama di un consenso matrimoniale. Seguire il Signore significa essere con Lui, in Lui, una sola carne, un solo spirito. Ma la vergogna che ci assale è la conseguenza della perdita dell'innocenza, della "pienezza di visione" di cui ci parlava Giovanni Paolo II, della decisione del cuore di non seguire Gesù ma piuttosto noi stessi. La vergogna svela le intenzioni autentiche del nostro cuore, che ci conducono a vivere in contrasto con la vocazione nella quale siamo stati creati. L'esperienza della vergogna procede infatti dalla rottura della relazione con Dio che conduce alla conseguente rottura con l'altro. La vergogna innalza le barriere che frapponiamo in ogni nostra relazione, a difesa del nostro "io", dei nostri pensieri, dei progetti, delle nostre cose. La vergogna esprime la paura che ci assale quando gli eventi ci chiamano a donarci, ad amare. La vergogna della nudità, debolezza, fragilità, impotenza che sperimentiamo quando appare nella nostra vita e sembra che tutto sia perduto. La vergogna, figlia della malizia originaria del peccato, muove i nostri goffi tentativi di trovare e salvare la vita, tutti irrimediabilmente destinati al fallimento. Le persone e le cose divengono oggetti di cui fruire e offrire a se stessi. Il mondo intero diventa territorio di conquista e la vita un'interminabile partita di Risiko. Che perdiamo. Sempre.
Per questo oggi il Signore ci guarda e ci scruta. Se davvero abbiamo deciso di seguirlo ciò significa innanzi tutto lasciarci amare da Lui. Prendere ogni giorno la propria croce, lasciare che il mondo e le sue concupiscenze siano crocifisse nella storia quotidiana, nei progetti infranti, nelle incomprensioni, nelle delusioni, nelle malattie, nelle sofferenze. Seguire Gesù significa dire no a noi stessi, rinnegare l'opera del demonio, i suoi inganni, lasciare che il Signore, passo dopo passo, apra di nuovo i nostri occhi, ci spogli dell'uomo vecchio per rivestire il nuovo, creato nella vera santità, l'appartenenza a Lui, l'intima unione, sponsale, con Lui. Il Nuovo Adamo che non prova vergogna, che, sulla Croce, nudo, spogliato delle sue vesti, ci ha sposato ridonandoci, nel suo obbrobrio, la dignità perduta. Rinnegare se stessi significa abbandonarci all'amorosa opera di Dio, che ci fa nudi, piccoli, innocenti, incapaci di vergognarsi della propria nudità, la stessa di Gesù in croce. Essere ogni giorno con Lui crocifissi, attirati dalla Sua Grazia sull'altare che ci consegna, senza difese, ad ogni uomo, anche ai nemici, a chi trama di toglierci la vita, l'onore, il denaro, il posto di lavoro, le nostre cose.
Nudi della Sua nudità, immagine dell'amore totale, sino alla fine. Il Signore viene oggi a liberarci dalla vergogna d'essere discepolo di un crocifisso, di seguire le Sue folli parole d'amore, dalla paura di morire per amore. E ci chiama a seguirlo nel cammino verso Gerusalemme, portando con Lui il Suo "obbrobrio", la Sua vergogna, la croce. La croce di oggi, che purifica i nostri occhi in un'innocente purezza capace di vedere Dio in ogni fatto, in ogni persona. Senza vergogna, con gioia, la gioia piena di chi vede il Signore, ogni giorno, vivo e potente nelle proprie debolezze.
Per approfondire
Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]Meditationen zur Karwoche, 1969
« Mi segua »
I sacramenti della Chiesa sono, come pure la Chiesa stessa, i frutti del chicco di grano che muore (Gv 12,24). Per riceverli dobbiamo entrare nello stesso movimento da cui essi provengono. Questo movimento consiste nel perdere se stessi, altrimenti non ci si può trovare : « Chi vorrà salvare la propria vita la perderà ; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà ». Questa parola del Signore è la formula fondamentale di una vita cristiana. Credere, in definitiva, è dire di sì a questa santa avventura della « perdita di se stessi » ; nella sua quintessenza, la fede non è altro che il vero amore. Per cui la forma caratteristica della vita cristiana le viene dalla croce. L’apertura cristiana al mondo, tanto esaltata oggi, non può trovare il suo vero modello se non nel fianco aperto del Signore (Gv 19,34), espressione di quell’amore radicale, il solo capace di salvare.
San Francesco Saverio (1506-1552), missionario gesuita
Lettere ; 10 maggio 1546, 30 gennaio 1548
Lettere ; 10 maggio 1546, 30 gennaio 1548
Un grande missionario pronto a perdere la propria vita
Nell'espormi a ogni sorta di pericoli di morte, ripongo tutta la mia fiducia e la mia speranza in Dio Nostro Signore, col desiderio di conformarmi, a seconda delle mie povere capacità, alla parola di Cristo, nostro Redentore e nostro Signore : « Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà ; ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà ». Benché il senso generale di questa parola del Signore sia facile da capire, tuttavia quando si esamina il proprio caso personale e ci si dispone a volere perdere la propria vita per Dio, allora i pericoli si presentano alla nostra immaginazione. Si presenta il fatto che si potrebbe perdere la vita... Tutto diviene così oscuro, che il latino [del testo biblico], pur chiarissimo in sè, viene anch'esso ad oscurarsi.
Infatti, secondo me, in tal caso, qualunque sia la propria scienza, ciascuno potrà capire soltanto se Dio Nostro Signore, nella sua infinita misericordia, si degna di spiegarglielo, nel suo caso particolare. Allora si riconosce la condizione della nostra carne, e quanto essa sia debole...
Tuttavia, in queste isole, le consolazioni spirituali abbondano ; perché tutti questi pericoli, queste sofferenze abbracciate volontariamente per il solo amore e il solo servizio di Dio Nostro Signore sono dei tesori e delle fonti inesauribili di grandi gioie spirituali. Non ricordo di essere stato altrove così largamente e continuamente consolato come lo sono qui.
La vergogna frutto del peccato. Catechismo
"Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio... L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà. Con questo peccato, l'uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente « divinizzato » da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare « come Dio » (Gn 3,5), ma « senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio. La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale. Hanno paura di quel Dio di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative. L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento. Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. La morte entra nella storia dell'umanità.» ( Catechismo della Chiesa Cattolica, nn 396-400).
La nudità e l'innocenza. Giovanni Paolo II
In Principio "tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. A questa pienezza di percezione «esteriore», espressa mediante la nudità fisica, corrisponde l'«interiore» pienezza della visione dell'uomo in Dio, cioè secondo la misura dell'«immagine di Dio». Secondo questa misura, l'uomo «è» veramente nudo («erano nudi»: Gen 2,25), prima ancora di accorgersene (cf. Gen 3,7-10).... l'uomo e la donna vedono se stessi quasi attraverso il mistero della creazione; vedono se stessi in questo modo, prima di conoscere «di essere nudi». Questo reciproco vedersi, non è solo una partecipazione all'«esteriore» percezione del mondo, ma ha anche una dimensione interiore di partecipazione alla visione dello stesso Creatore - di quella visione di cui parla più volte il racconto del capitolo primo: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). La «nudità» significa il bene originario della visione divina.... L'originario significato della nudità corrisponde a quella semplicità e pienezza di visione, nella quale la comprensione del significato del corpo nasce quasi nel cuore stesso della loro comunità-comunione. La chiameremo «sponsale». L'uomo e la donna in Genesi 2,23-25 emergono, al «principio» stesso appunto, con questa coscienza del significato del proprio corpo...."
( Giovanni Paolo II, catechesi sull'amore e sul corpo).
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