Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

giovedì 29 maggio 2014

Ancora un poco e non mi vedrete; un po' ancora e mi vedrete»

Giovedì della VI settimana del Tempo di Pasqua

Ancora un poco e non mi vedrete; un po' ancora e mi vedrete». Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po' ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?». 
Dicevano perciò: «Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po' ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia 

(Dal Vangelo secondo Giovanni 16, 16-20)
*
"Che cos'è mai questo "un poco", non sappiamo cosa dice...": un poco, il tempo, il passato, il presente, il futuro, e in essi la vita, il suo senso, e la direzione che ha preso, e quel che accadrà. Gli apostoli non comprendevano le parole di Gesù, era per loro un parlare oscuro, non sapevano. Il verbo greco "oida" utilizzato da Giovanni, in virtù della sua radice e del suo uso semantico è, non a caso, legato al verbo vedere; Bruno Snell, il grande filologo tedesco, umanista e pensatore tra i più acuti del Novecento, definisce così il verbo oida: "so, perché ho visto. Un sapere in base a una propria visione". Oida designa "la conoscenza come una meta raggiunta, come un assoluto" (I. De La Potterie, Studi di cristologia giovannea); esprime un'evidenza della conoscenza, quella ad esempio acquisita dal cieco nato nell'incontro salvifico con il Signore: Se sia un peccatore o no, non lo so; questo io so bene: ero cieco e ora ci vedo" (Gv. 9,25); come afferma De La Potterie, la connotazione è: "questa è una cosa che so benissimo". Non sapere dunque è, al contrario, un non avere una conoscenza certa, assoluta e profonda. Così è del Battista che non aveva ancora visto in Gesù il Messia, della samaritana che non conosceva il dono di Dio, dei discepoli che non conoscevano il cibo che doveva mangiare Gesù; così è di Tommaso che non sa dove va il Signore, e per questo non può conoscere la via. Così per i discepoli dinanzi all'annuncio di Gesù che appare nel vangelo di oggi: non sappiamo cosa dice. Circa le parole di Gesù ed il loro contenuto, essi sono in un'ignoranza radicale perché non hanno l'esperienza di quello che Gesù sta dicendo. Sono radicalmente impotenti, manca loro la chiave per conoscere con assoluta certezza, per vivere quel che viene detto loro. "Non conosco il luogo dove l'amore emigrato depone la sua vittoria e ha inizio la crescita nella realtà delle visioni, né dove è conservato il sorriso infantile gettato per gioco nella fiamma scherzosa,  ma so che è questa la sostanza con cui la terra palpitando accende la sua musica stellare" (Nelly Sachs, La morte festeggia ancora la vita). Queste parole descrivono bene l'ignoranza angosciante dei discepoli: il loro amore sta per emigrare a deporre in qualche luogo la vittoria di cui ha parlato; ma non conoscono quel luogo, non sanno di che tempo stia parlando il Signore. Solo, quello strano senso di tristezza che ha afferrato i loro cuori e appesantito le loro menti; sanno solo che la terra inghiottirà, prima o poi, quel loro amico e maestro tanto amato. E con Lui le loro speranze, i progetti, i desideri. Risuonano le crude parole di Giobbe: "L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l'ombra e mai si ferma". Esattamente come accade anche a noi e a ogni uomo. Non sappiamo, siamo radicalmente ignoranti su dove andrà a finire il fidanzamento, su che ne sarà di nostro figlio, se completeremo gli studi e troveremo lavoro, se ci licenzieranno, se saremo fedeli al marito, se e quando la salute ci abbandonerà, se guariremo da questa malattia, se la vite darà vino buono, o passerà una gelata e brucerà ogni seme gettato, se ce la faremo ad arrivare alla fine del mese, se qualcuno ascolterà l'annuncio del Vangelo. E mille altre domande racchiuse nel parlare oscuro del Signore, che giunge oggi a ciascuno di noi come una Buona Notizia, che ci svela e consegna la chiave per decodificare il senso primo ed ultimo di ogni nostro istante. Le parole di Gesù sono la password che ci abilita ad entrare nel fantastico programma che è la nostra vita. Perché ogni suo frammento è un frammento della stessa vita di Cristo, così che, annunciando il suo destino, ci svela il nostro. Ed esso è legato indissolubilmente al vedere e al non vedere Lui. Giovanni per esprimere il vedere, nel brano di oggi usa due verbi diversi: il primo, quando il Signore dice "ancora un poco e non mi vedrete" è "Theoreo", che esprime un guardare attento e riflessivo; il secondo, quando Gesù dice "un po' ancora e mi vedrete" è "Orao", che è il vero e proprio sguardo della fede che va oltre alle apparenze e che sgorga da un'attenta riflessione che porta alla comprensione, e indica l’esperienza personale che abilita alla testimonianza. Da quest'ultimo deriva anche Oida, il sapere, il conoscere di cui, in quel momento, i discepoli erano sprovvisti: "La visione esteriore è divenuta un'immagine interiore e la visione corporale si è trasformata in una contemplazione spirituale" (I. De La Potterie, Ibid.). Alla luce di questo comprendiamo quello che il Signore sta dicendo: "ancora un poco e quanto avete potuto vedere attentamente di me, la mia carne, sarà sottratta al vostro sguardo. Ma ancora un po' di tempo e potrete vedermi di nuovo, in pienezza, riconoscendo in me la vittoria sulla morte che vi ho annunciato: allora saprete, saprete perché avrete visto". Esattamente come il cieco nato guarito da Gesù, la conoscenza si nutrirà di un'esperienza inattaccabile, la propria esperienza nel vedere oltre la carne. L'esperienza di Giobbe che, al termine dell'incontro con Dio, potrà dire: "prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono". "Gli stessi santi apostoli, nonostante la conferma di numerosi miracoli e benché istruiti da tanti discorsi, si erano lasciati atterrire dalla tremenda passione del Signore e avevano accolto, non senza esitazione, la realtà della sua risurrezione. Però dopo seppero trarre tanto vantaggio dall’ascensione del Signore, da mutare in letizia tutto ciò che prima aveva causato loro timore. La loro anima era tutta rivolta a contemplare la divinità del Cristo, assiso alla destra del Padre. Non erano più impediti, per la presenza visibile del suo corpo, dal fissare lo sguardo della mente nel Verbo, che, pur discendendo dal Padre, non l’aveva mai lasciato, e, pur risalendo al Padre, non si era allontanato dai discepoli. Proprio allora, o dilettissimi, il Figlio dell’uomo si diede a conoscere nella maniera più sublime e più santa come Figlio di Dio, quando rientrò nella gloria della maestà del Padre, e cominciò in modo ineffabile a farsi più presente per la sua divinità, lui che, nella sua umanità visibile, si era fatto più distante da noi" (San Leone Magno, papa, Disc. 2 sull’Ascensione). Ma per passare a questa visione che si fa esperienza, è necessario il tempo di cui parla Gesù. La conoscenza si radica nel tempo, in esso cresce, si trasforma in un sapere certo e assoluto, nella fede capace di smuovere le montagne: "Quando il sangue ti sprizza dal cuore, nelle ore di dolore, sappi che nessuno può ferire il mondo. Solo la corteccia è scalfita. Nel profondo, nell'intimo dei cerchi, riposa il suo nucleo tranquillo e sano. E tu ne hai sempre parte, con ogni essere creato" (Werner Bergengruen). Un poco traduce mikron, da cui la stessa unità di misura, da cui microscopio. Un tempo mickron, breve, nel quale si accende il mistero pasquale del Signore, il suo passaggio dalla morte alla vita attraverso la Croce e il sepolcro. In una frazione di tempo si squarcia il velo del tempio, e la carne di Gesù varca la soglia del tempo cronologico per entrare nel tempo di Dio: "In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno Cristo è il Signore del tempo; è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno ed ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella "pienezza del tempo" (Giovanni Paolo II, Dies domini, 74). Per questo il tempo della Passione e il tempo della tomba, i due "un poco" del Vangelo di oggi, sono sono micro-tempi, assorbiti e come innestati nella pienezza del tempo, nel tempo eterno di Dio. Questo significa che nulla è assoluto, nulla è ineluttabile, solo la bestemmia contro lo Spirito Santo, la chiusura definitiva all'irrompere di Dio nella storia, può rendere vano il tempo. Esso è un soffio, un appuntamento di Dio con ciascun uomo creato per amore, perché camminando in esso, passi da una visione carnale ad una visione piena, impari a vedere Dio in Gesù, l'amore di Dio nella debolezza della carne. Il tempo è breve, come scrive San Paolo: "d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; oloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!" (1 Cor. 7, 29-31). Per questo, come scriveva Santa Teresa d'Avila: "Nada te turbe, nada te espante, quien a Dios tiene nada le falta. Solo Dios basta. Todo se pasa, Dios no se muda, la paciencia todo lo alcanza. Niente ti turbi, niente ti spaventi, chi ha Dio niente gli manca. Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo Dio basta. Tutto passa, Dio non cambia, la pazienza raggiunge tutto". Alla domanda dei discepoli Gesù risponde con l'annuncio della sua Pasqua che si compirà in loro: un tempo breve che segnerà il passaggio alla pienezza del tempo e della visione, alla gioia che nessuno potrà più togliere loro. Gesù invita i discepoli e ciascuno di noi ad entrare nella sua dinamica pasquale, a ricevere la chiave che dischiude la porta della conoscenza piena: un poco, tutta la vita è racchiusa in questo "mikron", tra lacrime e gioia piena: “Tutto ha la sua ora e c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole: un tempo per la nascita e un tempo per la morte… un tempo per piangere e un tempo per ridere” (Qo 3,1ss.). Il mistero pasquale del Signore è il paradigma di ogni esistenza: in ogni tempo vi è "un poco" per non vedere e "un poco" per vedere, un tempo per la Croce e il sepolcro, ed un tempo per la risurrezione. Vivere ogni istante in questa consapevolezza significa non afferrarsi a nulla, per offrirsi a tutto, significa poter amare. Perché la cifra autentica del tempo è la liberà, che conferisce contenuto e sostanza a ogni istante. La libertà apparsa e compiuta nel Signore, quella sbocciata nel Getsemani, dove Egli ha introdotto la nostra stessa umanità sul cammino dell'amore sino alla fine, obbediente e docile alla volontà del Padre. La libertà di accogliere l'amore di Dio disseminato nel tempo e nella carne, che spinge a vivere di questo amore, sino alla consegna della propria vita. E' dunque la libertà la finestra che apre ogni mikron di tempo al respiro infinito di Dio. Nell'amore libero e totale l'eterno irrompe nel tempo per conferirvi il senso unico e credibile che risponde al desiderio più profondo di ogni uomo. Nell'amore si compie il passaggio compiuto da Gesù; in esso si schiudono gli occhi del cuore alla visione viva di Dio. "Il Dio della Bibbia non è una forza che riposa in se stessa, che tiene in movimento il mondo senza muovere se stessa. Quando Dante definisce Dio «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso XXXIII, 145), riecheggia certo chiaramente la visione aristotelica, ma con il concetto di «amor» è nondimeno enunciato qualcosa di nuovo: l’idea della relazione, che assume in sé l’altro e si lascia assumere in lui. L’immagine delle mani, che abbracciano il tempo e così gli divengono contemporanee, mi sembra rendere nel modo migliore una rappresentazione della relazione di Dio con il tempo ed insieme della sua superiorità su di esso" (Joseph Ratzinger). La nostra vita sarà, per grazia di Dio, un passaggio, una Pasqua tra le lacrime e la gioia. In ebraico il termine "lacrima" è ricco, e richiama altre due parole. Foneticamente, lacrima, "demah" esprime anche il sangue dell'occhio. Contemporaneamente un altro significato della parola occhio è "sorgente". "Così, una lacrima, il sangue dell'occhio, è una sorgente di vita, perché, nella Scrittura, il sangue è la vita. Lacrime d'amore come una sorgente di vita vera, piena, eterna; lacrime d'amore come una sorgente di gioia. Le lacrime di Gesù alla vista di Lazzaro, che ha lasciato entrare nella stessa dinamica descritta nel Vangelo di oggi: anche lui, come Gesù, come ciascuno di noi, è passato attraverso un mikron di tempo nella tomba per risvegliarsi nella contemplazione della vita che sconfigge la morte: "Nessuno può ferire il mondo. Solo la corteccia è scalfita. Contro quest'immagine sta l'immagine di Cristo Crocifisso, il sapere che il mondo ha potuto ferire a morte lo stesso suo Dio: Ma esiste il luogo dell'amore emigrato, poiché, grazie alla ferita mortale di Cristo, Dio è entrato nel mondo" (J. Ratzinger). E oggi, la stessa ferita di Cristo è quella aperta nei mikron di tempo della nostra vita che ci nascondono alla vista del mondo - il male, l'ingiustizia, la malattia, i fallimenti, la Croce ed il sepolcro di ogni giorno - finestre attraverso le quali il destino eterno di ogni uomo, Dio stesso, il luogo dell'amore emigrato, si svela all'umanità in attesa.
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APPROFONDIMENTI




 αποφθεγμα Apoftegma


Grazie alla venuta di Dio sulla terra il tempo umano, 
iniziato nella creazione, 
ha raggiunto la sua pienezza. 
"La pienezza del tempo" è soltanto l'eternità, 
anzi Colui che è eterno, cioè Dio. 
Entrare nella "pienezza del tempo" significa dunque 
raggiungere il termine del tempo
e uscire dai suoi confini, 
per trovarne il compimento nell'eternità di Dio.  

Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente, 10

mercoledì 28 maggio 2014

8 – Diario dalla Terra Santa.

Portare un pezzo di Gerusalemme a casa

DI COSTANZA MIRIANO

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di Costanza Miriano    foto di  Leonora Giovanazzi
La sera del quinto giorno di viaggio avrei tanto voluto andare al Santo Sepolcro per trascorrere la notte lì, finalmente in silenzio, finalmente senza ressa e rumore e confusione: chiude alle 9 e riapre alle 4 di notte, ed è possibile chiedere di stare lì, a porte chiuse. Io mi ero prenotata. Ma, lo confesso, sono una donna di poca fede, e non ce la faccio. Senza contare che, stanchezza a parte, attraversare la città vecchia alle quattro di notte a piedi – le macchine non passano, impossibile prendere un taxi – per tornare in albergo ci mette un po’ pensiero. A mia discolpa vorrei dire che siamo al sesto giorno di un viaggio pienissimo e senza soste, con una media di tre o quattro ore dormite per notte, e i bagagli da fare. Mi arrendo, lo confesso.
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Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità.

Mercoledì della VI settimana del Tempo di Pasqua

 
"Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà". (Dal Vangelo secondo Giovanni 16, 12-15)
*
La Verità pesa. La conoscenza della verità, infatti, spesso appare come un peso difficile da portare, quando non è vista come un deragliamento verso il fondamentalismo intollerante che attenta alla libertà altrui: "La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. Non è la verità a liberarlo, anzi egli dovrebbe piuttosto esserne liberato. L’uomo sta a suo agio più nelle tenebre che nella luce; la fede non è un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione. Stando così le cose, come dalla fede potrebbe provenire gioia? Chi potrebbe avere addirittura il coraggio di trasmettere la fede ad altri? Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nascondersi ad essa." (Joseph Ratzinger, Coscienza e verità, Conferenza a Dallas e a Siena, in La chiesa. Una comunità sempre in cammino). Occorre vivere secondo coscienza, viene ripetuto; scriveva J.G.Fichte: “La coscienza non erra mai e non può mai errare”, poiché è “essa stessa giudice di ogni convinzione, non conosce alcun giudice sopra di sé”. La coscienza decide in ultima istanza, ed è per natura inappellabile (System der Sittenlehre). "Dal momento che i giudizi di coscienza si contraddicono, ci sarebbe dunque solo una verità del soggetto, che si ridurrebbe alla sua sincerità. Non ci sarebbe nessuna porta e nessuna finestra che potrebbe condurre dal soggetto al mondo circostante e alla comunione degli uomini... la coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità, essa si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che, come minimo denominatore comune tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società. Il dovere di cercare la verità viene meno, così come vengono meno i dubbi sulle tendenze generali predominanti, nella società e su quanto in essa è diventato abitudine." (J. Ratzinger, ibid.). Si tratta anche della nostra esperienza, la superficialità del "carpe diem", del cogliere l'attimo, da cui speriamo illusoriamente l'antidoto all'infelicità, alla depressione, al vuoto che incombe sulle nostre ore. Si vive rinunciando ad ammettere la possibilità di conoscere la verità, e così le parole e i contenuti che esse dovrebbero esprimere, si riducono a pura forma: "L'ha detto la televisione", "l'ho letto sul giornale", "me l'ha detto Paolo", "lo hanno postato in tanti (su Facebook)": frasi ricorrenti che dovrebbero dare un fondamento "inattaccabile" alle parole, alle idee e ai comportamenti. E così anche i giudizi, i criteri che orientano la vita, il discernimento degli eventi, divengono qualcosa di formale, pre-compreso nelle categorie che etichettano le idee e i comportamenti: conservatore, reazionario, fondamentalista, progressista, rivoluzionario, cattolico, comunista, fascista, e poi "rock" o "lento", e molte altre. La "dittatura della coscienza" che si risolve nella cosiddetta "dittatura del relativismo", lungi dall'aver liberato l'uomo, in ultima istanza lo costringe in nuove e più schiavizzanti catalogazioni, marchi ideologici indelebili a cui e di cui dar conto. Per liberare l'Io si diviene suoi schiavi, servi della sua forma di apparire, di stare al mondo, e l'ambiente circostante - sia esso familiare, culturale, politico, di lavoro, scolastico, o semplicemente il gruppo di amici - si trasforma in uno spietato aguzzino che esige la coerenza del proprio status, pena il rifiuto, l'esclusione e l'espulsione. Quando si cade, infrangendo le dure regole tracciate dalla tolleranza che non tollera sbandamenti da quanto ha stabilito sia tollerabile, è già troppo tardi, non si hanno vie d'uscita. Di norma l'intollerabile del tollerante è Gesù Cristo, con la sua Croce e la sua risurrezione, e il pensiero, le parole e la vita di coloro che gli appartengono. La coscienza collettiva moderna tollera tutto, ma non la Croce. La tolleranza intollerante è l'abito culturale indossato dall'Anticristo, l'anti-verità: "Ogni spirito che non riconosce Gesù non è da Dio. Questo è lo spirito dell'Anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo (1 Gv. 4,3). Molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l'Anticristo! (2 Gv. 1,7). Nessuna menzogna viene dalla verità. Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L'anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre" (1 Gv. 2, 16ss). Vladimir Sergeevic Solovev ne “I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo”, l'ultimo libro scritto nel 1900 poco prima della morte, scriveva: "Il Cristo col suo moralismo ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi”. L'Anticristo aborriva “l'assoluta unicità” di Cristo: "Egli è uno dei tanti; o meglio è stato il mio precursore, perché il salvatore perfetto e definitivo sono io, che ho purificato il suo messaggio da ciò che è inaccettabile all’uomo d’oggi". E non accettava che Cristo fosse vivo: “Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto. È marcito, è marcito nel sepolcro...”. La "coscienza tollerante" moderna parte da qui: Cristo è marcito nel sepolcro, e con Lui ogni pretesa di verità. Per questo essa diviene un peso difficile da portare e l'uomo, nella sua debolezza, preferisce disfarsene. Scopriamo qui il senso profondo delle parole di Gesù: con le proprie forze, anche con le sole esperienze acquisite, non si può portare il peso della verità. La verità che libera in ciascuno quanto di originario vi è in lui, il seme di amore deposto dal Creatore che lo ha plasmato a sua immagine, perché l'uomo è «un es­sere che ha bisogno dell'aiuto di altri per diventare ciò che è in sé stesso» (R. Spaemann). L'aiuto dello Spirito Santo che è "per sua natura verità. Qui non si tratta di quante cose si possano sapere di lui; si tratta piuttosto dell'unica e decisiva cosa che viene detta nella professione di fede della Chiesa: chi è Dio. «Gesù è il Signore.» Ciò significa: così è Dio. Questo è il suo volto. Dio si mostra in Gesù e con ciò ci concede la verità essenziale -con la conoscenza di Dio la verità su noi stessi" (J. Ratzinger). E' lo Spirito Santo dunque che ci svela la menzogna dell'Anticristo, e che attesta al nostro spirito la verità, che Gesù è il Signore, qui ed ora, della storia, dei grandi eventi come di quelli che affrontiamo ogni giorno. Perché la verità appare nella storia concreta e reale, nella carne mia e tua, e non è relegata e imprigionata in un sistema filosofico o ad un'ideologia. Per questo, senza lo Spirito Santo Paraclito, la verità è un peso insostenibile, perché deflagra come una bomba all'irrompere del peccato, ovvero del fallimento, secondo l'etimologia ebraica del termine. Per non restare vittima dell'esplosione, l'uomo ha cancellato il peccato e il male dall'orizzonte culturale e antropologico, e con esso, di conseguenza, il bene, suo opposto. Immediatamente, sotto i colpi ideologici della tolleranza e del relativismo, sono caduti la verità e la menzogna. Se non esiste il peccato, perché ogni coscienza ha la sua particella di verità tollerata, non esiste neanche una verità oggettiva, la "verità tutta intera" di cui ci parla oggi il Signore. Alla fine, a farne le spese è la libertà, mutilata delle diverse opzioni su cui poter essere esercitata. E l'uomo si è ritrovato più schiavo che mai, preda del caos primordiale, obbligato a scegliere l'unica opzione rimasta, seguire il proprio istinto, e farlo parossisticamente, per evitare di cadere nei sensi di colpa che minerebbero l'architettura su cui poggia l'ideologia mondana: "Görres mostra che il senso di colpa, la capacità di riconoscere la colpa appartiene all’essenza stessa della struttura psicologica dell’uomo. Il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza e che può esser definito come una protesta della coscienza contro l’esistenza soddisfatta di sé, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, quale sintomo che permette di riconoscere i disturbi alle normali funzioni dell’organismo. Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera da teatro”, come dice Görres” (J. Ratzinger). Ma questo bisogno definisce un bisogno ancor più grande, per non soccombere di fronte alla rivelazione della colpa: il bisogno dello Spirito Santo Paraclito, l'avvocato consolatore, colui che, all'apparire della nostra debolezza manifestata nel peccato, ci difenda dall'accusatore, dal demonio che vuole indurci alla disperazione. Il Paraclito ci guida, ci educa e ci introduce, passo dopo passo, come in un catecumenato, nella verità piena, tutta intera. Essa si manifesta proprio dinanzi al peccato dell'uomo, perché essa ha un nome, essa è Gesù Cristo. Lui è via alla verità che dona la vita. Cristo crocifisso per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione. Esiste dunque una verità tutta intera, che abbraccia completamente Dio e l'uomo, l'amore infinito nel quale il primo ha creato e ricreato il secondo. Una verità che precede e fonda ogni dogma, ogni precetto morale, come l'azione liberatrice di Dio precede il Decalogo. La Verità tutta intera è Cristo vivo oggi, che si fa carne nell'esistenza di ciascuno. La verità non è marcita nel sepolcro! Lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori ce la svela compiendola, perché Egli insegna difendendo, perdonando. La verità tutta intera è essenzialmente perdono, quello che il mondo non conosce, la salvezza che l'Anticristo, il padre della menzogna, vuole sottrarre all'umanità. In ebraico la parola verità è 'emet, derivato dalla stessa radice da cui la parola fede. La radice 'mn ha il significato fondamentale di sicuro, attendibile, capace di portare un peso. In questa luce si comprendono le parole di Gesù: è la stessa verità che porta il suo stesso peso. E' la verità che, svelandosi, porta la sua drammatica e liberante oggettività. In altre parole significa che mentre il peccato è smascherato appare simultaneamente il perdono capace di distruggerlo e di consegnare la possibilità di una vita nuova. Quando incontriamo il Signore, quando lo conosciamo profondamente, quando Egli prende dimora in noi nel suo stesso Spirito, si svela anche tutto ciò che non gli appartiene, come quando si accende la luce in una stanza. Ma in quella stanza piena di disordine e polvere e spazzatura che è la nostra vita c'è Lui, c'è il suo perdono a raccogliere quel veleno che alberga in noi. Non sono i soli esiti del peccato ad apparire, per schiacciare e spingere al suicido, dell'anima e del corpo. Il peccato, apparendo accanto a Cristo, come suo nemico, si manifesta come il nostro stesso nemico, dal quale lo Spirito Santo ci difende, come ha difeso il Signore sulla Croce e nel sepolcro. Per questo la verità tutta intera cui conduce lo Spirito Santo è capace di liberare davvero, di sconfiggere il male, estirpandolo alla radice, che è la menzogna del demonio. Scriveva Sant'Agostino che "Non c’è vera confessione dei peccati che non sia lode di Dio, non c’è vera lode di Dio che non sia anche confessione dei peccati. "Non si ha nessuna pia e salutare confessione dei peccati se non si rende lode a Dio con il cuore, o anche con la bocca e la parola" (S. Agostino, Enarratio in Ps. 105, 2). Nella confessione dei propri peccati l'uomo può dar gloria a Dio, può portare il peso (significato del termine gloria) della verità perché ne è partecipe per aver ricevuto lo Spirito Santo, la stessa vita di Dio. Confessare i peccati, infatti, è testimoniare il suo amore, il "mio" di Gesù che lo Spirito prende da Lui per annunciarlo ai suoi discepoli, a ciascuno di noi. Il Paraclito ci difende e consola annunciandoci e compiendo in noi il cuore misericordioso di Dio, quanto è proprio del Padre, il perdono rigenerante di Cristo. "Due noti psicologi hanno parlato di «incapacità di portare il lutto», vale a dire di incapacità di pentirsi; dell'incapacità di riconoscere che siamo noi stessi, non gli altri né le strutture sociali, a non farci vivere più giustamente. Ma possiamo riconoscere la verità della colpa - del nostro peccato - solo se ci viene concesso dal miracoloso amore di Gesù Cristo quel perdono che ha il potere di trasformare. Esso ci rigenera" (J. Ratzinger, Omelia nel Duomo di Regensbrurg, 14 Maggio 1989). La verità tutta intera ci fa dunque liberi di riconoscerci tali e quali siamo, con le nostre debolezze, con le nostre contraddizioni, unici e irripetibili, anche nei difetti perché riconosciamo in Cristo il nostro Signore, Colui che ci sostiene, perdona e vivifica nel suo Spirito; siamo liberi di non lasciarci trascinare dal fiume di perdizione della società che ha rinnegato Dio e il suo amore. Lo Spirito cura, educa, istruisce e conduce la nostra coscienza sui sentieri del bello, del buono, del vero, anche in contrasto con la cultura dominante e i suoi modelli. Lo Spirito ci fa liberi di essere quello per cui siamo stati creati, immagine della Verità tutta intera che, nonostante tutto, risiede in ogni uomo: "Proprio questo è il dramma dello Spirito Santo, il dramma della Chiesa e anche il nostro: lo sforzo di trarre lo Spirito dal fango. E non è rifuggendo il fango che ci facciamo Spirito, ma solo sopportando il fango che è in noi e negli altri; sottoponendolo alla nuova forza vitale, al respiro di Gesù Cristo, nello Spirito Santo che ancora oggi trasforma il mondo." (J. Ratzinger).
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martedì 27 maggio 2014

Festival Biblico X edizione
"Le Scritture, Dio e l’uomo si raccontano"
22 maggio - 2 giugno 2014

Le mie foto 
GiuMa presente a....

Martedì 27 maggio 2014 alle 21:00
Ekuò Cinema Patronato Leone XIII - Contrà Vittorio Veneto, 1, Vicenza - VI
arti visive
proiezione del film
"L'amore inatteso" di Anne Giafferi (Francia 2010)
 
presentazione
Alessio Graziani, ACEC Triveneto
 
in collaborazione
ACEC - Sale della comunità
Ekuò cinema 
Patronato Leone XIII
 
 
INGRESSO CON BIGLIETTO
 
Su invito dell'insegnante del figlio, Antoine, avvocato parigino, quarantenne e non credente, partecipa ad un incontro di catechesi al solo fine di non risultare scortese. Dopo l'iniziale scetticismo, però, scatta in lui, apparentemente realizzato nonostante i problemi relazionali con il figlio adolescente così come con l'anziano padre, un profondo cambiamento che lo porterà a seguire l'intero percorso di educazione religiosa, all'oscuro di una moglie medico di cui teme il giudizio o meglio la derisione.
Film DA VEDERE...

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Oecumenica soror

Venerdì 30 maggio 2014 alle 15:30

Gallerie d'Italia - Palazzo Leoni Montanari - Contrà Santa Corona, 25, Vicenza - VI

meditazione
L'estrema offerta della Beata Maria Gabriella Sagheddu
 
Mistero in sette quadri da un testo di Augusta Tescari
con elaborazione in prosa di Giovanni Costantini
 
voci recitanti
Marianna Mattiello, Giovanna Scardoni,
p. Federico Lautitta, Cesare Creazza
 
soprano
Cristina Mantese
 
canto gregoriano
Coro dei monaci benedettini dell'Abbazia di S. Giustina
 
musicisti
Patrizia Boniolo, arpa
Guido Facchin, percussioni
Gianni Chiampan, violoncello


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Messa in Do magg. op. 86 di L. van Beethoven

Venerdì 30 maggio 2014 alle 21:00

Tempio di Santa Corona - Contrà S. Corona, 2, Vicenza - VI

spettacoli
concerto
 
con
Coro e Orchestra
del Conservatorio di Musica "Arrigo Pedrollo", Vicenza
maestro del coro, Laura Martelletto
direttore, Claudio Martignon
 
 
in collaborazione con
Lions Club Vicenza Host e Vicenza Palladio in occasione del 62° Congresso nazionale
 
 
PROGRAMMA
 
Messa in Do magg. op. 86 di L. van Beethoven
    Kyrie
    Gloria (Qui tollis – Quoniam)
    Credo
    Sanctus (Benedictus – Osanna)
    Agnus Dei (Dona nobis pacem)

L’Orchestra Sinfonica della classe di esercitazioni orchestrali del conservatorio di Vicenza è oggi una delle realtà di spicco nel panorama didattico e artistico nazionale. E’ diretta stabilmente dal maestro Claudio Martignon, che con grande impegno e pazienza è riuscito ad ottenere  risultati molto lusinghieri per una compagine di allievi giovani, e che si alternano, per motivi di studio, nel corso degli anni. L’orchestra è formata da circa cinquanta studenti, senza l’aiuto di insegnanti o altri musicisti esterni al conservatorio.
Tiene regolarmente concerti, almeno una decina all’anno,in provincia di Vicenza e in altre province del Veneto, esibendosi per Teatri e Associazioni concertistiche anche a livello professionale.
I programmi che l’orchestra affronta spaziano da  Haydn, con le sue Sinfonie, a Mozart, Beethoven, e tutto il periodo classico, inserendo comunque anche composizioni più recenti (l’orchestra ha eseguito nel 2006 l’ottava e nel 2012 la nona sinfonia di Dvorak) e autori contemporanei.
Collabora regolarmente con solisti di chiara fama, per la produzione di importanti pagine del repertorio sinfonico, avendo all’attivo diverse esecuzioni del Triplo concerto (con le primi parti dell’orchestra di Santa Cecilia di Roma) e dei concerti per pianoforte di Beethoven, dei concerti per pianoforte di Chopin , dei concerti per violino di Mozart, del primo concerto di Paganini, di Totentanz di Liszt. L’orchestra ha tenuto degli stage di una settimana con il maestro Leon Spierer, già primo violino dei Berliner Philarmoniker.
L’orchestra ha partecipato per tre volte nel 2004, 2007, 2009 al concorso internazionale per orchestre giovanili ”Victor de Sabata” classificandosi sempre al primo posto. Nell’ anno accademico 2012-2013 l’orchestra ha per la prima volta eseguito un’opera di Donizetti in forma scenica al Teatro Olimpico di Vicenza. L’orchestra  ha  una programmazione già per tutto il 2014 con concerti e registrazioni discografiche, di composizioni anche di autori moderni.

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Sabato 31 maggio 2014 alle 19:00

Tempio di Santa Corona - Contrà S. Corona, 2, Vicenza - VI

come la Bibbia ha influenzato e influenza i nostri racconti
relatore
Philippe Daverio, critico d'arte e giornalista
introduce e modera
Bruna Mozzi, critico letterario
ACCESSO IN SALA CON PRECEDENZA
AI POSSESSORI DELLA "CARD 2014" DEL FESTIVAL
CHE SI PRESENTANO ENTRO LE 18.45
DIFFERITA TV SU TELECHIARA MARTEDI' 3 GIUGNO ORE 20.45
Canale 14 (Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Rovigo, Belluno)
Canale 604 (Verona)
Canale 74 (Trento, Bolzano)
La visione della storia monumentale può essere contrapposta ad un’archeologia dei saperi come tentativo di recuperare una verità spesso non consegnata dai manuali e dai trattati storici. Come la Bibbia ha influenzato e influenza i nostri racconti storici? Non la leggiamo forse con gli stessi occhiali deformati di una storia fatta solo di battaglie e trattati? Il viaggio tra arte e storia di questo intervento si pone esso stesso come un affascinante racconto, alla ricerca e alla scoperta di verità nascoste.


Philippe Daverio, è un critico d'arte, giornalista, conduttore televisivo e docente francese naturalizzato italiano. Ha curato varie pubblicazioni sui movimenti d'avanguardia tra le due guerre, ed è anche un valente studioso di musicologia storica. Ha collaborato in passato con riviste come Panorama, Vogue e Liberal. Nel 1999/2000 è stato inviato speciale della trasmissione Art'è su Rai 3. Nel 2005 ha curato la polemica mostra 13x17 concepita ed ideata da Momò Calascibetta, Elena Agudio e Cristina Alaimo. Conduce la trasmissione Il Capitale di Philippe Daverio su Rai 3. Ha condotto anche la serie Passepartout su Rai 3 e Emporio Daverio su Rai 5, oltre a essere direttore del periodico Art e Dossier. Collabora inoltre ad una rubrica sull'arte nel mensile Style Magazine del Corriere della Sera. Attualmente ha l'incarico di professore ordinario (insegna Disegno Industriale) presso l'Università degli Studi di Palermo. Nel 2011, in concomitanza dei festeggiamenti per il 150º anniversario dell'Unità d'Italia, fonda il movimento d'opinione Save Italy. Il movimento, privo di una struttura organizzativa, si propone di sensibilizzare intellettuali e cittadini di ogni provenienza geografica alla salvaguardia dell'immensa eredità culturale dell'Italia.

Lunedì 2 giugno 2014 alle 17:30

Tempio di Santa Corona - Contrà S. Corona, 2, Vicenza - VI

Simone il fariseo, la peccatrice e l'astuzia divina (Lc 7,36-50)
riflessione di
Paolo Curtaz, teologo e scrittore
EVENTO CON INTERPRETAZIONE SIMULTANEA LIS
IN ITALIANO
La Parola di Gesù è sempre legata inestricabilmente alle sue azioni. In un tempo di promesse mancate, ma anche di giudizi, analisi e parole sprecate, la parola che guarisce e risana richiama il legame inestricabile tra la parola e l’azione del Figlio, come di ogni credente. Il testo che l’Autore presenta esamina da vicino gli episodi evangelici di guarigione.
Paolo Curtaz, scrittore e teologo.  Ha conseguito la licenza in Teologia Pastorale presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma. Cura due siti, www.tiraccontolaparola.it, che utilizza per la riflessione biblica e il blog, www.paolocurtaz.it.
in collaborazione con
Libreria San Paolo, Vicenza

UN VIAGGIO PIOVUTO DAL CIELO

7 – Diario dalla Terra Santa.

UN VIAGGIO PIOVUTO DAL CIELO

DI COSTANZA MIRIANO
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“Sono stato giovane, ora sono vecchio. Ma ho imparato che i sogni non invecchiano, e raccomando a tutti di vivere seguendo questa convinzione. Lei è venuto in pellegrinaggio in Terra Santa, e ha aperto una strada per la pace. Che lei sia benedetto.” Il discorso di Peres al Papa, stamane, non sembrava affatto formale, era davvero il discorso di un uomo arrivato alla fine della sua parabola politica (il suo mandato scade a luglio), che fa un bilancio della sua vita, e che parla con sincerità a una persona che stima.
Il Papa a quel “sono vecchio” sorride. È stanco, molto stanco Francesco. Non si è fermato un attimo in questi giorni (ne sanno qualcosa i giornalisti che lo hanno seguito arrancando e ansimando, cotti dal sole di giorno, intirizziti la sera, mentre rimbalzava da un luogo all’altro, viaggiando con un’ora di ritardo medio, dunque ho qualcosa in comune con lui…). Però ne è valsa la pena. Chissà per quanti motivi, quante gioie spirituali ha portato qui Francesco, e chissà se ne ha vissute lui. Chissà anche se ci saranno risultati concreti (ma sappiamo che il successometro che adotta Dio per misurare l’esito delle cose è molto diverso dal nostro).
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Presto, forse il 6 giugno, ci sarà un incontro tra i due presidenti, israeliano e palestinese, a casa del Papa. Oggi Peres ha confermato che accetterà l’invito, anche se il vero incontro tra i due, il colloquio, è stato a porte chiuse, e io non sono quel tipo di giornalista che rimedia le notizie con l’intuito anche se non gliele dicono, a me le devono scrivere, meglio se a caratteri belli grossi. Noi fuori abbiamo visto il contorno, e ci è piaciuto un sacco. Il Papa salutato da tanti ragazzi malati che desideravano conoscerlo, il Papa accolto da un magnifico Halleluja (quello di Leonard Cohen, all’inizio!) cantato da una torma di ragazzine vestite di bianco, una più bella dell’altra.
Prima dell’arrivo dei due l’attesa è molto lunga, ma divertente, insomma, sempre meglio che lavorare. Radiografati, scannerizzati e annusati da un imponente servizio di sicurezza (voglio obbligatoriamente la maglietta del Mossad con su scritto “il mio lavoro è così segreto che neanche io so cosa sto facendo”), siamo poi lasciati liberi di vagare nei giardini della residenza del presidente, con meravigliosi buffet – peccato che il sandwich all’uovo ed erba cipollina non mi entra proprio alle nove di mattina – e prati freschi su cui togliere le scarpe e mettersi a dire il rosario (non so cosa preveda l’etichetta in merito a piedi scalzi e preghiere non esattamente in linea, ma sono tutti troppo educati per dirmi qualcosa). Comunque gli israeliani sono davvero organizzatissimi, accoglienti, elegantissimi. Persino i poliziotti sorridono, in caso di necessità. Peccato che le soldatesse sembrano tutte Bar Refaeli, insomma, prendetene anche una brutta ogni tanto.
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Nell’attesa mi metto a chiacchierare con i ragazzini invitati. Vengono dalle scuole cattoliche di Haifa, ma sono di tutte le fedi. Una quindicenne drusa mi racconta che convivono tutti tranquillamente, a parte il fatto che lei si deve alzare alle cinque di mattina per passare i controlli e arrivare a scuola in tempo. Non sembra molto turbata da questo, mi devo ricordare di dirlo ai miei figli quando si lamentano, loro che arrivano a scuola praticamente a due metri dal punto in cui scendono dal letto, a volte senza passare per il bagno (il famoso effetto “nido di upupa” sui capelli spazzolati giusto una mesata fa).
I ragazzi sono musulmani, ebrei, cristiani di tutti i riti – il sacerdote che accompagna la classe di questa ragazzina è un cattolico copto, e non chiedetemi cosa significa – drusi (setta religiosa di origine musulmana), ma a me sembrano soprattutto quindicenni molto simili a quelli che conosco in Italia, fatto salvo il fatto che questi non hanno il cellulare, ma non so se glielo hanno tolto i prof o se sono spontaneamente così intelligenti da preferire il mondo reale in un’occasione del genere. Osservando le ragazze devo annotare con sgomento che stanno tornando i pantaloni a vita alta, ormai è ufficiale. Io non so se mi sento pronta per questo.
Dopo l’incontro col Papa faccio una chiacchierata con la mia vicina di fila, una maratoneta di Boston che vive a Tel Aviv, anche lei innamorata della città: qui è pieno di gente nata dall’altra parte del mondo, che viene qui per i motivi più diversi, e si ha davvero la sensazione di stare al centro di qualcosa di vitale, qualcosa che ribolle e dà energia. È il posto in cui ho visto le persone vestite nei modi più diversi, non solo per motivi religiosi.
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Io comunque, approfitto del rompete le file del cerimoniale (c’erano delle signore con un velo meraviglioso, una è la signora Caovilla, quella delle scarpe che sono oggetti di arte e infatti costano tipo 400 euro l’una, motivo per cui io non le conoscevo mentre la collega di Milano esperta di moda sì, l’ha abbracciata come mio figlio avrebbe fatto con Rudi Garcia), e appena possibile mi rimetto le scarpe basse (da trenta euro) che avevo in borsa insieme al panino al formaggio (ho rischiato l’arresto per possesso di armi chimiche), e ci avviamo verso l’albergo. Il tempo di una piccola corsa e andiamo alla ricerca della messa. Noi veramente eravamo andate stamane, ma la chiesa era chiusa, sta vicino alla Grande Sinagoga di Gerusalemme e il dispiego di polizia ed esercito per l’incontro di Peres col Papa è totale, niente è lasciato al caso: strade chiuse, transenne, sbarramenti, controlli (che poi, perché signor poliziotto mi chiede se ho una pistola o qualcos’altro per la difesa personale? Ma secondo lei se voglio entrare a casa di Peres con una pistola, glielo vengo a dire? La sua mancanza di cinismo quasi mi commuove). Comunque ormai è chiaro, in Terra Santa non si fanno programmi: il tour operator è Gesù, e quindi ti scombina sempre tutti i programmi. E così ora siamo fuori dal Santo Sepolcro in attesa della messa, forse lui ci aspettava lì. Oggi poi è san Filippo Neri, e anche se sono lontana da Chiesa Nuova e dall’Oratorio non posso perderla.

Andiamo al Santo Sepolcro. Ormai sarei in grado di arrivarci perdendomi solo sei o sette volte. Celebra un francescano polacco, che poi viene a salutarci (non è molto colpito dal fatto che io sia di Perugia, “near Assisi”, mannaggia, glielo avevo detto con tanto entusiasmo!) e incontro persino una signora che ha letto i mei libri, e che mi vuole abbracciare “per quello che è successo alla Luiss”, che detto qui, sotto il luogo del martirio, insomma fa un po’ strano atteggiarsi a martiri. Però è bellissimo sentirsi parte di una famiglia, la Chiesa, e incontrarsi e abbracciarsi anche se non ci si è mai visti prima, come riconoscendo un fratello lontano da casa.
Vai da Gesù e chiedi, osa chiedere, esagera, non avere paura, strappa le grazie, mi aveva detto Elisabetta prima che partissi. E allora lì davanti presento tutte le persone che mi si sono affidate, e anche quelle che non lo hanno fatto, ma di cui so la fatica e il dolore. E a un tratto come in un flash mi sembra così chiaro. Siamo tutti così poveri, feriti, bisognosi. Soprattutto così alla ricerca di amore nei posti sbagliati, alla ricerca di aiuto da chi non ce lo può dare, di soluzioni dove non ce ne sono. Ecco, per me questo viaggio che non ho cercato, voluto, organizzato, questo viaggio che mi è piovuto davvero dal cielo, è soprattutto questo: qualcuno che mi ha preso per la collottola perché mi girassi dalla parte giusta.

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QUI tutte le foto di Leonora Giovanazzi

“Dove vai?”.Se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito.

Martedì della VI settimana del Tempo di Pasqua



In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.
Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.
E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato». 
  (Dal Vangelo secondo Giovanni 16, 5-11)

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Con il Signore si può essere opportunisti; è Lui stesso che ci invita a guardare alla sua morte come al nostro bene. Senza di essa, senza il passaggio di Gesù attraverso l'angusto pertugio della Croce, la nostra vita come quella del mondo, resterebbe avvolta nel buio più fitto, e non saremmo "convinti" della verità. E chi vive senza certezze è come un cadavere che si lascia trascinare dalla corrente. Il mondo, anche se vive è morto, afferrato dalla violenza della menzogna che sradica le radici acerbe di fragili certezze, come accade al seme nella parabola del seminatore: "tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto". E' la nostra esperienza quotidiana, quando ci ritroviamo senza forze di fronte a eventi che ci sorprendono e impauriscono. Non "comprendiamo" che cosa ci accade, siamo "incostanti" e ci "scandalizziamo" della Croce, siamo "soffocati" dalla "preoccupazione" e dall'"inganno" della carne, e la "tristezza riempie il nostro cuore". E' come se ogni volta che ci visitano il dolore, la precarietà, le contrarietà, vedessimo il Signore "andare via", e con Lui sparire la speranza dall'orizzonte, mentre proprio la sua morte è l'unica nostra possibilità, per non restare intrappolati nella menzogna che corrompe ogni pensiero e ogni gesto: "la morte del Figlio di Dio vince la morte umana: «Ero mors tua, o mors», come il peccato di aver crocifisso il Figlio di Dio «vince» il peccato umano! Quel peccato che si consumò a Gerusalemme il giorno del Venerdì santo - e anche ogni peccato dell'uomo. Infatti, al più grande peccato da parte dell'uomo corrisponde, nel cuore del Redentore, l'oblazione del supremo amore, che supera il male di tutti i peccati degli uomini. Sulla base di questa certezza la Chiesa nella liturgia romana non esita a ripetere ogni anno, durante la Veglia pasquale, «O felix culpa!», nell'annuncio della risurrezione dato dal diacono col canto dell'«Exsultet!»" (Giovanni Paolo II, Dominum et vivificantem). La morte di Cristo per ciascuno di noi è proprio la porta dischiusa allo spirare dello Spirito Santo, il Paraclito che ci guida alla Verità tutta intera, l'unica che può salvarci liberandoci dalla prigione della menzogna; la Croce, infatti, quella che non a caso i missionari ricevono e alla quale si appoggiano e che mostrano annunciando il Vangelo, non significa altro che una cosa: siamo peccatori, ma Gesù ha vinto il peccato e la morte. La porta che Egli ha attraversato per inoltrarsi nella morte di ciascun uomo e che, tornando vittorioso, ha oltrepassato anche se ormai chiusa sulla speranza, lascia oggi brillare su ciascuno di noi la luce incorruttibile sprigionata dallo spirare inesausto dello Spirito Santo. La morte esiste perché esiste il peccato. Accettare e abbracciare oggi la croce che ci accoglie in famiglia, a scuola, al lavoro, ovunque, è aprire la porta del nostro cuore alla Verità e alla salvezza, al soffio vivificante dello Spirito Santo, alla caparra della vita più forte di morte e peccato. In quella di Gesù, ogni morte diviene fonte di vita; nel mistero pasquale del Signore, ogni sofferenza, ogni "andare via" dalla effimera tranquillità che brama la carne, è il "bene" per ogni uomo, per te e per me. Sì, il cammino che conduce i figli, il coniuge, le persone care ad uscire da se stessi, ad "andare via" dall'egoismo attraverso le umiliazioni, i fallimenti e, a volte, gli stessi peccati, è il "bene" per ciascuno di loro. Cos', spesso, "è bene" per un figlio che il padre "vada via", non cerchi di risolvere nella carne, con le astuzie mondane, le pedagogie d'accatto, o i fremiti dell'orgoglio e dell'ira; "è meglio andar via", non insitere con la moglie, il marito, le persone che ci sono accanto, per spiegare e convincere, quando hanno l'orecchio chiuso non c'è nulla di umano da fare... "E' meglio" non insistere, non intestardirsi, non sperare dalla carne ciò che essa non può dare: usciamo di scena, andiamo al Cielo con Cristo, e preghiamo con Lui, in ginocchio, nella stanza o davanti al Santissimo, che il Padre faccia scendere lo Spirito Santo, l'unico capace di raggiungere il cuore di tutti, laddove nessun uomo può arrivare. Ma crediamo che questo è il cammino? Ne siamo "convinti"? Forse no, forse ci difendiamo dalla morte, e cerchiamo di proteggere dalla Croce coloro che portiamo nel cuore, illudendoci di salvarli, mentre li lasciamo prede della menzogna e del maligno: "è bene" anche lo scandalo a volte, perché lì dentro le persone possano incontare l'amore di Cristo al di là del sentimentalismo e delle nevrosi, il perdono e il balsamo soave dello Spirito Santo che attesta al cuore la Verità.: Cristo è risorto davvero, è vivo oggi, e bussa ancora una volta al nostro cuore per riversarvi il Paraclito, l'avvocato che ci "convince" del "peccato", l'asebeia di cui parla San Paolo, l’empietà che rifiuta di “glorificare” e “ringraziare” Dio e ci condanna a una vita meschina, incapace di gioia e pace, ripiegata su noi stessi e sulle alchimie che cerchiamo per sfuggire alla morte perché "non crediamo" al suo amore. Il Paraclito che oggi il Signore vuol donarci per "convincerci" riguardo alla "giustizia" della Croce, attraverso la quale Egli è andato al Padre a presentare le sue piaghe gloriose in nostro favore, perché, anche oggi, possiamo essere certi del "giudizio" di misericordia che getta fuori dalla nostra vita il principe della menzogna per farci vivere da figli liberi del Padre celeste, ancorati alla certezza del suo amore incorruttibile, segno autentico della sua misericordia per questa generazione. Il Paraclito che ci "convince" su peccato, giustizia e giudizio - la strada, la roccia e i rovi - per fare di noi la "terra buona" dove Gesù possa crescere e divenire Parola di speranza e salvezza per ogni uomo.