Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

sabato 14 aprile 2012

Sabato in albis


Il Vangelo del Giorno


Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa
come oceano vasto in cui avventurarsi,
contando sull'aiuto di Cristo.
Il Figlio di Dio,
che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell'uomo,
compie anche oggi la sua opera:
dobbiamo avere occhi penetranti per vederla,
e soprattutto un cuore grande 
per diventarne noi stessi strumenti.

Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte



Dal Vangelo secondo Marco 16,9-15.

Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.

IL COMMENTO

L'alba di un nuovo giorno, l'aurora di una vita nuova. La nostra vita, come quella di Maria di Magdala, è, in fondo, una settimana di peccati, sette, e non ne manca nessuno. Sette demoni, la pienezza dei demoni, secondo il significato di questo numero nella Scrittura. Maria aveva sperimentato il tempo senza Cristo, la dura legge di schiavitù di chi è obbligato a servire un padrone che non lascia scampo, che si porta via la vita a brandelli. Sette demoni, sette vizi, peccati capitali. Aristotele li descriveva come "gli abiti del male": superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia. Capo dei capi la superbia, l'idolatria dell'ego; la vita della Maddalena, come la vita di ciascuno di noi, era asservita al proprio ego, a soddisfare le proprie voglie. Dove anche l'amore non è altro che un sentimento catarifrangente, narcisistico. La sofferenza dell'uomo è tutta racchiusa in questa innaturale chiusura su se stessi, che macchia anche l'impulso più autentico di donarsi. Maria ha incontrato Cristo, e la sua vita è cambiata; Maria è stata liberata dalle catene dei demoni, era una creatura nuova, primizia e immagine di ogni uomo rinnovato dal potere del Signore.

Per questo è a lei che, per prima, Cristo appare risorto, come a sigillare quanto aveva compiuto in lei come una profezia. Aveva combattuto e aveva vinto; aveva distrutto il drago dalle sette teste, aveva inaugurato il cammino in una vita nuova, e Maria era la prima discepola ad incamminarsi in quella nuova settimana. Vi è infatti un giorno, il primo dopo il sabato, in cui tutto si fa nuovo, definitivamente nuovo, il giorno di Maria di Magdala, il giorno nel quale ha visto "surrexit Christus spes mea!, risorto Cristo mia speranza". La schiava aveva sperimentato la speranza che non delude, nel perdono e nella libertà. Ora era lei a correre e ad annunciare che la sua esperienza era ormai un dono accessibile a tutti, che la porta della libertà era spalancata per sempre: Cristo mia speranza è risorto, era tutto vero, era vero il perdono, era vero il suo amore, era vera questa vita liberata dai sette demoni. Era vera e autentica la speranza, ed era per tutti, per i suoi fratelli, per gli apostoli, per ogni uomo, per noi oggi: "Ecco perché la Maddalena chiama Gesù “mia speranza”: perché è stato Lui a farla rinascere, a donarle un futuro nuovo, un’esistenza buona, libera dal male. “Cristo mia speranza” significa che ogni mio desiderio di bene trova in Lui una possibilità reale: con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, perché è Dio stesso che si è fatto vicino fino ad entrare nella nostra umanità" (Benedetto XVI, Messaggio di Pasqua 2012).

Ma nella società di duemila anni fa, una donna non aveva alcuna autorità, la sua testimonianza non possedeva valore. Ma, soprattutto, il cuore degli Undici, per il lutto ed il pianto, era indurito, non poteva ascoltare la voce dell'Amato nelle parole appassionate di Maria. Gli undici avevano smesso di sperare, erano ancora sopraffatti dalla superbia che, in un subdolo e malefico narcisismo negativo, gli ributtava in faccia la loro debolezza, il loro tradimento. E' la nostra esperienza, quel perverso gioco del demonio che ci inganna e seduce spingendoci a toccare e mangiare dell'albero, che accende la superbia per farci schiavi dei sette demoni; e poi ci lascia nudi, pieni di vergogna inducendoci a disprezzarci, facendo proprio del disprezzo di se stessi la carezza avvelenata dell'egoismo più feroce, la stoccata che ci uccide. Ci ritroviamo improvvisamente soli con le nostre debolezze, con i nostri peccati, e ci chiudiamo in una prigione dalla quale è sottratta la speranza. Non cambierò mai, sono debole e incapace, sono solo un uomo, non posso credere a qualcosa che mi faccia superare i miei limiti. E' la durezza di cuore, di un cuore che non ha conosciuto l'amore inginocchiato, umiliato, crocifisso; la durezza di chi ha perduto la speranza di fronte a tanto male, dentro e fuori di sé: la speranza infatti, "in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell’invidia e dell’orgoglio, della menzogna e della violenza. Gesù è passato attraverso questo intreccio mortale, per aprirci il passaggio verso il Regno della vita. C’è stato un momento in cui Gesù appariva sconfitto: le tenebre avevano invaso la terra, il silenzio di Dio era totale, la speranza una parola che sembrava ormai vana" (Benedetto XVI, Messaggio di Pasqua 2012). La durezza del cuore dei discepoli è quella del dolore sedimentato, delle speranze infrante perchè troppo umane, quelle che reclamano la scomparsa del male, la palingenesi di ogni ideologia utopica; la durezza stratificata sul cuore di chi non ha ancora conosciuto la misericordia che non elimina il male ma lo assume sino a farsene divorare per redimere il malvagio. Un cuore così non può credere all'annuncio sconvolgente di Maria: ella rappresenta agli occhi della carne, un passato ancora irredento, una speranza infranta, la peccatrice perdonata ma non salvata, una ferita rimarginata ma il morbo maligno ancora vivo, proprio perchè Colui che l'aveva perdonata giaceva morto in una tomba e con Lui la salvezza e il riscatto definitivi; Maria era stata troppo peccatrice, aveva cambiato vita sì, me era pur sempre lei, come lo continuiamo ad essere noi, era necessario un "troppo" amore, ma era svanito ingoiato da un sepolcro. E' morto il Maestro, è morta con Lui anche la misericordia, e l'annuncio di Maria non è altro che un vaneggiamento di chi non sa rassegnarsi all'evidenza, la passione di una donna infatuata.

Quante volte ci ritroviamo in questa situazione, incapaci di credere a quanti ci annunciano che Cristo, unica nostra speranza, è risorto, che i peccati sono perdonati, che quella situazione che ci ha fatto piombare in un lutto pieno di lacrime, è redenta nel sangue di Cristo! Ostinati nel pensare che il matrimonio continuerà così, che quel figlio si perderà sempre più, che non saprò mai amare davvero, che continuerò ad offrire tutto a me stesso in un egoismo insaziabile. I sette demoni sono più forti, lo sono stati sino ad oggi... Ma oggi è un nuovo giorno, oggi il Signore appare a ciascuno di noi e illumina il nostro cuore indurito, e lo scioglie nel suo amore. Oggi per noi è il giorno del perdono, l'inizio di una nuova settimana, di una vita assolutamente nuova. Ed una vita immersa nella misericordia è un annuncio, come la vita di Maria. E, come lei, nche gli Undici sono inviati a proclamare la Buona Notizia ad ogni cuore indurito, in lutto e in pianto; la nostra vita, come la loro, come quella di Maria, trasformata nella fornace dell'amore di Cristo è un Vangelo vivente; è Cristo stesso che appare, vivo, ad ogni uomo. Lo è naturalmente, in forza del suo amore, dell'evidenza della sua risurrezione, speranza incarnata nelle nostre vite risorte, primizia del Cielo. Laddove appare l'amore, appare Cristo risorto; e dove appare Cristo risorto si fa visibile, e afferrabile, la speranza: "Ed ecco, all’alba del giorno dopo il sabato, il sepolcro viene trovato vuoto. Poi Gesù si mostra alla Maddalena, alle altre donne, ai discepoli. La fede rinasce più viva e più forte che mai, ormai invincibile, perché fondata su un’esperienza decisiva: «Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello. / Il Signore della vita era morto, / ma ora, vivo, trionfa». I segni della risurrezione attestano la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della misericordia sulla vendetta: «La tomba del Cristo vivente, / la gloria del Cristo risorto, / e gli angeli suoi testimoni, / il sudario e le sue vesti». Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo"  (Benedetto XVI, Messaggio di Pasqua 2012). 


Giovanni Paolo II 
Novo millennio ineunte, 29


« Il Signore Gesù fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro » (Mc 16,19-20)


Ripartire da Cristo : « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Questa certezza, carissimi Fratelli e Sorelle, ha accompagnato la Chiesa per due millenni, ed è stata ora ravvivata nei nostri cuori dalla celebrazione del Giubileo. Da essa dobbiamo attingere un rinnovato slancio nella vita cristiana, facendone anzi la forza ispiratrice del nostro cammino. È nella consapevolezza di questa presenza tra noi del Risorto che ci poniamo oggi la domanda rivolta a Pietro a Gerusalemme, subito dopo il suo discorso di Pentecoste: « Che cosa dobbiamo fare? » (At 2, 37).

Ci interroghiamo con fiducioso ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde : « Io sono con voi ! »

Non si tratta, allora, di inventare un « nuovo programma ». Il programma c'è già : è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste... È necessario tuttavia che esso si traduca in orientamenti pastorali adatti alle condizioni di ciascuna comunità... È nelle Chiese locali che si possono stabilire quei tratti programmatici concreti ... che consentono all'annuncio di Cristo di raggiungere le persone, plasmare le comunità, incidere in profondità mediante la testimonianza dei valori evangelici nella società e nella cultura... È dunque un'entusiasmante opera di ripresa pastorale che ci attende. Un'opera che ci coinvolge tutti.


Giovanni Paolo II, papa dal 1978 al 2005
Lettera apostolica « Novo millennio ineunte », § 58


«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura»


Duc il altum! «Prendi il largo!» (Lc 5,4) Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull'aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell'uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti... « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt 28,19). Il mandato missionario ci introduce nel terzo millennio invitandoci allo stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora: possiamo contare sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e ci spinge oggi a ripartire sorretti dalla speranza « che non delude » (Rm 5,5).

Il nostro passo, all'inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade del mondo. Le vie sulle quali ciascuno di noi, e ciascuna delle nostre Chiese, cammina, sono tante, ma non v'è distanza tra coloro che sono stretti insieme dall'unica comunione, la comunione che ogni giorno si alimenta alla mensa del Pane eucaristico e della Parola di vita. Ogni domenica il Cristo risorto ci ridà come un appuntamento nel Cenacolo, dove la sera del «primo giorno dopo il sabato» (Gv 20,19) si presentò ai suoi per « alitare » su di loro il dono vivificante dello Spirito e iniziarli alla grande avventura dell'evangelizzazione.




Benedetto XVI. «Surrexit Christus, spes mea» – «Cristo, mia speranza, è risorto».
Messaggio di Pasqua, 8 aprile 2012

Giunga a tutti voi la voce esultante della Chiesa, con le parole che l’antico inno pone sulle labbra di Maria Maddalena, la prima ad incontrare Gesù risorto il mattino di Pasqua. Ella corse dagli altri discepoli e, col cuore in gola, annunciò loro: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). Anche noi, che abbiamo attraversato il deserto della Quaresima e i giorni dolorosi della Passione, oggi diamo spazio al grido di vittoria: “E’ risorto! E’ veramente risorto!”.

Ogni cristiano rivive l’esperienza di Maria di Magdala. E’ un incontro che cambia la vita: l’incontro con un Uomo unico, che ci fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio, che ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità. Ecco perché la Maddalena chiama Gesù “mia speranza”: perché è stato Lui a farla rinascere, a donarle un futuro nuovo, un’esistenza buona, libera dal male. “Cristo mia speranza” significa che ogni mio desiderio di bene trova in Lui una possibilità reale: con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, perché è Dio stesso che si è fatto vicino fino ad entrare nella nostra umanità.

Ma Maria di Magdala, come gli altri discepoli, ha dovuto vedere Gesù rifiutato dai capi del popolo, catturato, flagellato, condannato a morte e crocifisso. Dev’essere stato insopportabile vedere la Bontà in persona sottoposta alla cattiveria umana, la Verità derisa dalla menzogna, la Misericordia ingiuriata dalla vendetta. Con la morte di Gesù, sembrava fallire la speranza di quanti confidavano in Lui. Ma quella fede non venne mai meno del tutto: soprattutto nel cuore della Vergine Maria, la madre di Gesù, la fiammella è rimasta accesa in modo vivo anche nel buio della notte. La speranza, in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell’invidia e dell’orgoglio, della menzogna e della violenza. Gesù è passato attraverso questo intreccio mortale, per aprirci il passaggio verso il Regno della vita. C’è stato un momento in cui Gesù appariva sconfitto: le tenebre avevano invaso la terra, il silenzio di Dio era totale, la speranza una parola che sembrava ormai vana.

Ed ecco, all’alba del giorno dopo il sabato, il sepolcro viene trovato vuoto. Poi Gesù si mostra alla Maddalena, alle altre donne, ai discepoli. La fede rinasce più viva e più forte che mai, ormai invincibile, perché fondata su un’esperienza decisiva: «Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello. / Il Signore della vita era morto, / ma ora, vivo, trionfa». I segni della risurrezione attestano la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della misericordia sulla vendetta: «La tomba del Cristo vivente, / la gloria del Cristo risorto, / e gli angeli suoi testimoni, / il sudario e le sue vesti».

Cari fratelli e sorelle! Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo. 


Venerdì in albis



Stavolta li incontra sul mare,
luogo che richiama alla mente le difficoltà e le tribolazioni della vita;
li incontra sul far del mattino,
dopo un’inutile fatica durata l’intera nottata.
La loro rete è vuota.
In certo modo, ciò appare come il bilancio della loro esperienza con Gesù:
lo avevano conosciuto, gli erano stati accanto, 
ed Egli aveva loro promesso tante cose.
Eppure ora si ritrovavano con la rete vuota di pesci"


Benedetto XVI, Omelia nella Concelebrazione Eucaristica nella Piazza Ducale di Vigevano



Dal Vangelo secondo Giovanni 21,1-14.

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando gia era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.




IL COMMENTO

Dove gettiamo le nostre reti? Dove va la nostra vita, cosa e chi la muove, chi ne costituisce il fondamento? "Io vado a pescare": nelle parole di Pietro non è forse annotata la nostra esperienza quotidiana? Io, il centro del nostro universo, qualunque sia la vita che viviamo. Io, e giù decisioni, gomitate e sudate per realizzare i progetti concepiti in perfetta solitudine. Normalmente non ci piace confrontarci, e, se proprio dobbiamo, ci dotiamo di tutte le alchimie politiche e diplomatiche perchè i nostri interlocutori si accomodino dalla nostra parte. Spieghiamo, sussurriamo, facciamo balenare chissà quali prodigi connessi alle nostre idee. Così con la moglie, con il marito, con i genitori, con gli amici, con chiunque. Anche nella vita religiosa, dove la consegna della propria volontà sarebbe determinante, si è arrivati in questi anni alla famosissima "obbedienza dialogata", un nuovo modo di definire l'indipendenza del volere e del fare, anche sotto un bel saio o infilata in una sottana nera.

Nell'atteggiamento di Pietro è dunque riassunto molto di noi. Come anche, irrimediabilmente, nel suo esito fallimentare. L'io si infila nel buio della notte e ne esce sconfitto. Forse è la nostra situazione oggi. Stanchi, ci trasciniamo a riva con il cuore ferito dall'ennesima delusione. Albeggia, la notte dei nostri sforzi inutili volge alla fine, un volto ci si fa incontro. Forse un amico, forse un prete, forse quello stranoto della moglie, del marito, di nostro figlio. Una parola che ci spezza il cuore, una domanda che non avremmo mai voluto sentire: "Hai qualcosa da mangiare?". Come dire: "Com'e andata la pesca? hai di che vivere?". E la risposta è inevitabile, dopo tanto soffrire e rincorrere progetti frantumati. No. Non ho di che vivere. Nulla. E' interessante notare che Gesù nel vangelo chiede letteralmente se i discepoli hanno del Prosphagion companatico, qualcosa che accompagni il pane, che è il cibo sostanziale. Gesù dà per scontato che il grosso, il cibo che fa vivere, lo mette Lui, e non potrebbe essere diversamente. Ma sa anche che non basta. Sa che per nutrirsene davvero, per non renderlo vano, è necessaria l'obbedienza della fede, "il companatico", la nostra vita che accompagni il Pane della vita. Obbedire nella sua obbedienza, quella che l'ha condotto sino alla morte di Croce, sino al fondo dell'abisso. Gesù si è nutrito della volontà di Dio, l'autentico pane quotidiano, come tuffandosi nel mare della morte; Pietro è invitato ad andare a pescare proprio in quel mare che ha segnato il suo fallimento, l'unico alimento capace di dare sostanza alla vita, l'obbedienza di Cristo. Una parola, la stessa che l'ha chiamato, la profezia che l'ha sedotto e attirato nella sequela di Gesù risuona ora al capolinea della sua discesa nella verità, nel tradimento che lo aveva risospinto laddove tutto era iniziato, in una frustrazione così simile a quella dei discepoli di Emmaus, nello struggimento che ricorda quello della Maddalena. Pietro riascolta la stessa parola, dentro la stessa esperienza di fallimento, perchè quella che, al principio, lo aveva raggiunto e chiamato come una profezia e una promessa, divenga ora esperienza decisiva del suo compimento. Nel mare della morte Pietro deve sperimentare l'incontro con il Signore, con la sua obbedienza fatta Pane e companatico, fatta carne in lui, cibo nel cibo, obbedienza nell'obbedienza, consegna mutua all'identico destino pasquale.

Pietro sorgerà dal suo stesso fallimento come Cristo è risorto dalla morte, ed il cammino di emersione dal mare della morte è quello dell'obbedienza, incarnazione più pura ed autentica dell'amore. Gesù "obbedisce... per puro amore, l’amore infondato di colui che si dà per noi peccatori, un amore così infondato che Paolo non esita a chiamarlo insensato... ciò che dell’essenza di questo amore appare nell’esistenza del Figlio è la rinuncia a disporre di sé. Soltanto questa rinuncia dà all’attuazione del suo mandato l’inaudita forza esplosiva. Egli ha rinunciato ad ogni prudenza, ha lasciato l’intera provvidenza al Padre che manda e dirige, e ciò lo esonera da ogni dovere di calcolo, di dosaggio, di diplomazia; gli conferisce lo slancio infinito che non ha bisogno di curarsi dei muri di contraddizione, di dolore, di fallimento e di morte, perché il Padre lo dirige e lo afferra all’estrema fine della notte. Mediante l’atto di obbedienza totale il Figlio è quindi giunto alla totale libertà; tutto l’infinito spazio di Dio, sia della morte, della notte eterna, sia della vita eterna, è aperto alla sua azione. Fin dal principio egli è al di là dell’ ‘affanno’ (“per il domani, di quel che si mangerà e berrà, di che si indosserà”) e nella tranquillità di colui che può lasciare tutto una volta e per sempre alla provvidenza del Padre" (H.U. Von Balthasar, Chi è il cristiano?). 

Pietro è attratto nell'azione di Cristo, esattamente dallo sconforto di ogni affanno infecondo passa alla tranquillità della fede, all'obbedienza libera che conferirà alla sua vita lo slancio infinito che lo condurrà alla stessa morte del Signore. Quella voce familiare che lo chiama a gettare la rete nel suo fallimento, nell'esito deludente della sua vita, lo spinge all'esperienza decisiva, quella che aprirà i suoi occhi al riconoscimento del Signore, della sua maestà infinita che infonde sovrabbondanza laddove regna il fallimento; Pietro entra, come Gesù, nel mare di morte, e ne esce con uno slancio nuovo, innamorato, appassionato, invincibile. In questa pesca Pietro è trasformato, è divenuto companatico di Cristo, amato nell'Amato trasformato. Ed è l'esperienza alla quale siamo tutti chiamati. Entrare nella notte e nel mare dei nostri fallimenti, obbedendo alla stessa parola che ci ha chiamati. Sperimentare, esattamente dove si sono infrante le nostre speranze, il potere dell'amore e dell'obbedienza.

Obbedire e gettare la rete alla destra della barca, lì dove sono sgorgati il sangue e l'acqua dal Suo costato crocifisso. Gettare la vita nelle acque del battesimo, buttarsi in Lui, rinnegare se stessi, perdere la vita. Gettare le reti alla destra dove il Paraclito intercede per ciascuno di noi, dove lo Spirito Santo ci fa santi, ci fa rinascere liberi e fecondi. Gettare ogni nostro istante in Cristo, è il segreto della missione, l'unico modo ragionevole di vivere, aggrappati dove c'è la vita. Senza di Lui non possiamo far nulla. Lo stiamo sperimentando, lo stiamo forse subendo. Ecco allora oggi il volto di Cristo apparire sul nostro cammino, le sembianze di chi ci parla nel suo nome e ci invita a gettare le reti in Lui, a lasciar perdere i nostri schemi, la stoltezza di chi non può ascoltare nient'altro che la propria voce. Sì, Gesù appare oggi sul nostro cammino e forse proprio attraverso chi sembra tarparci le ali, che mette in discussione il nostro pensare e il nostro operare. Lasciare le nostre decisioni, rimetterle al giudizio di chi ci è vicino, umiliarci dinanzi al prossimo, tutto questo è per noi oggi gettere le reti alla destra della barca, dove è Cristo.

Ed è scoprire di gettarla in Cristo, come Pietro che si butta in mare al riconoscere il Signore, nudo e rivestito della Grazia di cui s'era spogliato preferendole il proprio io. Qui è il punto. Accogliere la fede che ci viene donata attraverso la predicazione e gli eventi e le persone che Dio ci invia per la nostra salvezza e per la missione che ci affida. Abbandonare il nostro io per indossare Cristo. E vedremo la rete gonfiarsi e non rompersi. Vedremo prodigi inimmaginabili. Nella famiglia, nel lavoro, nello studio. Nella missione. Crediamo che tutto dipenda da chissà che cosa, ed invece si tratta solo di un briciolo d'umiltà che crocifigga il nostro uomo vecchio, l'obbedienza della fede. E' questa l'opera di Dio, anche oggi, attraverso gli eventi che ci attendono. Lui ci ama, è fedele, e porterà a compimento quello che ha iniziato in noi. Lasciamoci dunque amare, umiliare, rinnovare. Lasciamoci risuscitare nella sua misericordia gelosa che ci strappa alla menzogna e alla fallimentare alienazione per riconsegnarci alla verità di una vita santa in Cristo.

Mangiare con Lui alla mensa che ogni mattino ci prepara dinanzi. Gettare la vita in Lui, obbedire alla sua parola e riconoscerlo nel dono gratuito del suo amore che si fa pane, ogni giorno. "Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane". La meraviglia della vita con Cristo è tutta in questa esperienza: scoprire ogni giorno, al termine della pesca alla quale siamo inviati, che tutto era già compiuto in Cristo. Scoprire di aver vissuto ciò che Lui ha già compiuto, che la nostra vita, ovunque e comunque si svolga, non è altro che la stessa vita di Cristo. Lui viene con noi, Lui ci attende per sigillare ogni sua opera in noi. Lui è nel fondo del mare, Lui è nella barca, Lui è alla destra di ogni nostro secondo, Lui è il Pane che sostiene e accoglie il companatico, la nostra vita benedetta dalla sua Parola. Lui è la sovrabbondanza che non distrugge nulla e tutto colma di bellezza e purezza, la pienezza che dilata all'infinito le maglie delle ore e dei giorni, il senso della storia, della vita e della morte. Lui è tutto, e in tutto lo possiamo pescare, negli affetti, nel lavoro, nello svago, nel dolore e nella gioia. Lui ha gia fatto della nostra vita un'opera meravigliosa cui non manca assolutamente nulla. Lui ci invia e Lui è il premio, Lui è la nostra vita, tutta. Senza indugio allora viviamo con Lui questo giorno, anticipo del banchetto celeste assaporato nelle ore che ci accolgono, frammenti eterni dove possiamo vedere il Signore, e saziarci del Suo amore.




Cardinale John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS vol. 8, n°2


« È il Signore ! »

Siamo lenti ad accorgerci di questa grande e sublime verità che cioè Cristo cammina ancora, in un certo senso, in mezzo a noi e, con la sua mano, il suo sguardo o la sua voce, ci fa cenno di seguirlo. Non capiamo che questa chiamata di Cristo si realizza ogni giorno, oggi come una volta. Siamo al punto de credere che questo era vero al tempo degli apostoli, ma oggi non lo crediamo vero nei nostri confronti, non siamo attenti a riconoscerlo rivolto a noi. Non abbiamo più occhi per vedere il Maestro – ben diversi in questo dell’apostolo diletto che ha riconosciuto Cristo, anche quando tutti gli altri discepoli non lo riconoscevano. Frattanto, egli stava sulla riva; era dopo la sua risurrezione, quando ordinava di gettare la rete nel mare; allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”

Voglio dire questo: Gli uomini che conducono una vita di credenti scorgono, di tanto in tanto, delle verità che non avevano viste prima, o sulle quali la loro attenzione non si era mai posata. E subito, esse si ergono davanti a loro come una chiamata inalienabile. Ora, si tratta di verità che impegnano il nostro dovere, che prendono il valore di precetti, e chiedono l’obbedienza. In questo modo, o in altri ancora, Cristo ci chiama ora. Non c’è nulla di miracoloso né di straordinario in questo modo di fare. Egli agisce tramite le nostre facoltà naturali e per mezzo delle circostanze stesse della vita.

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