Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.
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domenica 17 dicembre 2017

✨Le Feste ...son Finite❗️🎄

costanzamiriano.com


di Mario Barbieri

Già, pare proprio delle Feste a questo mondo interessi sempre meno… e non solo per le Festività religiose (leggasi Cristiane), alcune già sparite dai calendari, ma anche della “semplice” Domenica, tempo di riposo per tutti, credenti e non credenti.

Non so se sia stata solo la notizia che riguarda il centro commerciale Oriocenter (uno dei più grandi d’Italia) che intende restare aperto nei giorni di Natale e Santo Stefano a innescare la polemica e le proposte di impedire per legge queste aperture o questa sia solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai colmo per alcuni, decisamente neppure mezzo pieno per altri, ma di fatto, se ne parla in questi giorni e persino il Santo padre ha sentito la necessità di intervenire su un argomento che non riguarda solo il Natale – che diventa la punta dell’iceberg – ma più in generale, la Domenica.

Ha detto cose che certo non sono una novità per chi si dice Cristiano e Cattolico, ma che sarebbe bene ripassare un attimo, ma è davvero una visione molto miope quella di chi – e sono tanti – vorrebbe ridurre la questione ad un problema puramente fideistico.

Veramente il riposo domenicale interessa solo la popolazione “credente”? Andate a chiederlo a tutte le mamme-commesse dei vari centri commerciali d’Italia, che già sfruttano l’apertura domenicale, o anche ai papà-commessi o magazzinieri o quel che volete… Davvero è la stessa cosa avere un diverso giorno di riposo disseminato lungo la settimana, quando poi spessissimo si è in due a lavorare? E non è nemmeno detto che la cosa interessi solo le coppie con figli.

Che bello poi il giorno di Natale in Famiglia, nel quale il papà o la mamma escono presto per tornare magari a sera o quando finisce il turno, né più né meno come tutti gli altri giorni! Davvero fantastico… (tanto ci sono sempre i nonni – babysitter credo si farà fatica).

Il Natale Cristiano, ha (checché se ne dica) beneficato il giorno di Natale di tutti, anche quelli che aspettano solo “Babbo Natale”. Quel romantico e fantastico, seppur favolistico talvolta, “spirito del Natale” che ha irrorato tanti racconti, novelle, ma anche episodi storici (persino in tempo di guerra – Tregua di Natale del 1914 nelle trincee di Ypres, tra Francia e Germania) e la vita di tanti singoli, grandi e piccini.

Tristissimi a mio giudizio coloro che contrappongono il lavoro di altri che da sempre la Domenica e a turno anche nei giorni di Natale, devono lavorare: medici; poliziotti; addetti ai servizi pubblici; tanti altri ancora.
Che senso ha contrapporre costoro che fanno un impagabile servizio alla Comunità, a coloro che sono costretti a lavorare per il profitto altrui? La differenza è tutta lì, servizio o profitto…

Che senso ha, affermando che chi fa un servizio avrebbe uguale diritto, togliere il diritto a tutti gli altri lavoratori? Livellare tutto verso il basso, verso un appiattimento dei “giorni tutti uguali”?
Ci sono poi quelli che portano il loro esempio di “liberi professionisti” che “sempre lavorano”, senza sosta… non è forse una loro libera scelta? Non mi si dica che il loro lavoro andrebbe a rotoli se si fermassero  un sol giorno (il Cristiano poi, libero professionista, dovrebbe sapere cosa scegliere…).

Ma, ragazzi non scherziamo, l’indotto dei giorni di Festa – mettendo dentro tutti i giorni, come se tutti fossero Natale – genera miliardi di euro! Mica pizza e fichi…
Ah, eccolo qui il bandolo della matassa: “non potete festeggiare due padroni. O festeggerete l’Uno o festeggerete l’altro”.

Ad ogni modo tutta questa diatriba, che pare chiudere del tutto gli occhi sull’importanza per CHIUNQUE di avere almeno un giorno di festa che possa essere condiviso dai più e soprattutto, dalla propria Famiglia riunita, per stare assieme, riposarsi, divertirsi, anche solo fare colazione, pranzo o cena tutti assieme, puzza tanto di un’unica espressa o inespressa, avvertita o inavvertita, necessità, volontà, di cancellare un altro dei pezzi che riportano alla vita sociale e spirituale della Cristianità e della Famiglia (e Famiglia non solo Cristiana).

Perché anche il riposo Domenicale, per alcuni è solo un “precetto”, un vetusto uso di odore clericale e se si può cancellarlo, assieme a tutti gli altri segni e simboli di un vivere anche solo lontanamente “religioso”, chissenefrega se ci si dà la zappa sui piedi! Loro tirano dritti per la loro strada!
Però mi raccomando, ai lavoratori va riconosciuto lo straordinario festivo… IPOCRITI! Se la Domenica è un giorno come gli altri, perché la retribuzione festiva? Non si ci riposa un altro giorno?

Poi per onestà intellettuale, bisognerebbe affrontare anche un altro problema, perché finché i singoli o le intere famiglie, per passare meglio il loro giorno di riposo, si riversano nei centri commerciali, magari senza comprare quasi nulla, ma tanto per “fare un giro” o per fare la spesa settimanale con la tuta addosso e un po’ più di calma, senza minimamente pensare al riposo che rubano a coloro che in questi negozi lavorano, si andrà poco lontano.
Una famiglia che si dice Cristiana più di un’altra, dovrebbe fermarsi un attimo a riflettere se questa scelta sia così innocua, se rispetta l’altro e la sua possibilità e giusto diritto al Riposo.


Buone Feste

http://costanzamiriano.com/2017/12/17/le-feste-son-finite/

mercoledì 11 ottobre 2017

“tanto Papa Francesco con Amoris laetitia sta facendo molte aperture sulle convivenze”.

il blog di Costanza Miriano

Chi è il fratello maggiore?

DI COSTANZA MIRIANO
Qualche giorno fa un collega supercattolicone, di quelli che non si perdono un discorso del Papa e hanno le encicliche sul comodino e Introduzione al cristianesimo sotto il cuscino, ha detto a un amico convivente – non divorziato, convivente e basta – che in fondo se non se la sente perché dovrebbe sposarsi, che alla fine non conviene neanche fiscalmente, “tanto Papa Francesco con Amoris laetitia sta facendo molte aperture sulle convivenze”. Se la pensa così il collega superformato, cattolico, colto e catechizzato, possiamo esser certi, come ognuno di noi lo è, che l’uomo della strada ha già archiviato la pratica da tempo. “Il matrimonio non cambia molto le cose se c’è un sentimento sincero,la volontà di aiutarsi ed essersi fedeli”, questa purtroppo è la ricezione di Amoris Laetitia.Continua a leggere →

mercoledì 4 ottobre 2017

Are you really called to die for her? MARRY HER AND DIE FOR HER

il blog di Costanza Miriano

Quando doni la vita dai il meglio di te

DI COSTANZA MIRIANO
Una lettrice, Antonietta Campana, ci ha mandato la traduzione dell’intervista in inglese che padre Sean Salai ha fatto a Costanza Miriano

Perché hai scritto questo libro?
Veramente pensavo di non aver niente da insegnare sul matrimonio e la vita di coppia! Volevo solo scrivere delle lettere ad alcune amiche reali (ho solo cambiato i loro nomi e qualche dettaglio) per convincerle che è possibile imparare ad essere felici nella vita quotidiana matrimoniale. Infine, volevo parlare di Dio che è la fonte dell’amore, anche di quello di coppia. Ma non ho mai, mai pensato che lo avrebbero letto così tante persone. Per la prima uscita, ne sono state stampate qualche centinaio di copie. Ero sicura che le avrebbero comprate solo mia mamma, mia sorella e le mie vecchie zie. Non ho mai pensato che potesse diventare una cosa di queste dimensioni.
Chi è il tuo pubblico?
Quando scrivo, io penso di parlare ad una donna occidentale emancipata, che è passata attraverso il femminismo e le sue conquiste. Una donna grata di poter avere la possibilità di compiere delle scelte nella vita. Una donna che ha tutto ma è insoddisfatta perché ha perso il senso della sua missione in questo mondo: essere la culla della vita. Quando scrivo penso alla mia collega tipo: molto brava nel suo lavoro, in grado di viaggiare in tutto il mondo raccontando di guerre e crisi finanziare, o penso ad ingegneri, avvocati, docenti universitarie, mie compagne di classe, o anche alle madri dei compagni dei miei figli, segretarie, parrucchiere, donne normali che sono cresciute con l’idea di dover realizzare se stesse e, solo dopo, di pensare agli altri. Ma una donna può essere soddisfatta solo quando dona se stessa.
Qual è il messaggio del libro?
Sto scoprendo –è un processo lento che si chiama conversione!- che quando dono vita do il meglio di me. Non intendo solo nel senso letterale di mettere al mondo qualcuno, ma anche nel senso di generare, abbracciare, fare spazio. E’ la parte migliore della nostra vocazione. Dio dà la custodia dell’umanità alle donne. Abbiamo il compito di aiutare l’umanità ad alzare lo sguardo verso la Verità, la Bellezza, Dio. Detta in questo modo sembra una questione molto seria, ma nel libro cerco di dirlo in modo divertente. Durante la notte –una lavoratrice madre di quattro figli non può che scrivere di notte e dormire alle conferenze stampa- spesso svegliavo mio marito con le mie fragorose risate (non lo dovrei dire, forse, ma mi fanno ridere le mie stesse battute).
Il titolo del tuo libro, tradotto in inglese con Marry Him and Be Submissive, è un richiamo provocatorio alla lettera di San Paolo agli Efesini laddove esorta le mogli ad “essere sottomesse” ai loro mariti che si devono sacrificare nell’amore per le loro spose. Come moglie e madre, in che modo sei sottomessa a tuo marito e come lui si sacrifica per te?
Non so se sono sempre in grado di essere sottomessa come vorrei. Qualche volta mio marito estrae il mio libro dalla libreria e mi dice: “C’è un libro che dovresti leggere”. Comunque, nonostante la mie incoerenze quotidiane, cerco di non cedere alla tentazione di controllare mio marito, di modellarlo o, peggio, di manipolarlo. Cerco di accettare ciò che mi da, che è tanto, senza controllare sempre se è stato fatto nel modo che ho in mente io. Cerco di ringraziarlo per ciò che fa per me e di evitare di sottolineare ciò che manca per raggiungere la perfezione (noi donne siamo sempre malate di perfezionismo). Cerco di mordermi la lingua. Dall’altra parte, lui dà la sua vita per me facendo silenziosamente il suo difficile dovere, occupandosi di tutte le seccature della nostra vita familiare, di tutte le cose da riparare. Inoltre mi protegge, mi rende stabile: senza di lui penso che sarei un po’inaffidabile perché lui mi aiuta a tenere i piedi per terra.
Il tuo libro promuove l’approccio di san Giovanni Paolo II della complementarietà uomo-donna nel matrimonio, che si esprime in ruoli distinti, seppur di uguale valore. Come si esprime questo tipo di approccio nel tuo matrimonio?
Poiché entrambi lavoriamo fuori casa, non rispecchiamo i ruoli tradizionali: lui spesso cucina, fa il bucato (la qualcosa non mi rende particolarmente felice: le nostre lenzuola sono grigie, ma una volta erano bianche), carica la lavastoviglie, se necessario (ma io penso di essere più brava a fare spazio alla padella grande). Il discorso dei ruoli è qualcosa di più profondo del “chi pulisce la casa?” e di più spirituale. Io penso di essere il fuoco della nostra casa, che mantiene tutti caldi, sono il vento che soffia per far si che tutto proceda. Ma lui è la pietra che fa sentire i nostri figli difesi, protetti e sicuri di sé. E quando lui afferma qualcosa, loro sanno che si possono fidare di lui e questo li rende certi.
Questo libro dispiega una serie di lettere sincere scritte alle tue migliori amiche, che non appaiono certo come catechesi o documenti teologici. Perché i tuoi lettori trovano questo stile accattivante?
Penso che gli piaccia vedere i dettagli della vita: noi cattolici conosciamo molto sui principi generali, conosciamo il catechismo, le vite dei santi, la Bibbia. Qualche volta però può essere utile pensare a come vivere la fede nella vita di tutti i giorni. Noi donne cattoliche amiamo borse e scarpe esattamente come tutte le altre donne. Ci diamo da fare per vivere nel mondo, ma non per appartenergli. Seguiamo diete dimagranti cercando di non essere schiave dell’essere in forma. E poi parlo della mia famiglia: le cose buffe dette dai bambini piccoli, e la vita comica di una madre che è sempre in ritardo e che va ad intervistare un ministro senza conoscerne la faccia perché ha dedicato il tempo della preparazione dell’intervista a cercare una scarpa viola di Barbie sotto ad un letto.
Quali grazie hai ricevuto nella tua vita dal sacramento del matrimonio?
Tutto nel matrimonio è grazia. Vivere 20 anni con una creatura così diversa da noi è già un miracolo. Quattro figli sono una grazia enorme- Avere una casa e del cibo e la possibilità di fare molte cose è una grazia. Ma la grazia più grande che abbiamo ricevuto è quella di sperimentare che nessun amore umano può colmare il nostro cuore. Lo sposo è Gesù Cristo. Lui è il solo che ci ama nel modo in cui desideriamo essere amati. Noi non siamo in grado di amare il nostro marito o la nostra moglei nel modo di cui ha bisogno, possiamo solo chiedere la grazia di amarlo o amarla allo stesso modo di Gesù. Pian piano impariamo che il vero amore ha la forma della croce.
Quali sfide hai affrontato nel matrimonio e in che modo?
Io e mio marito siamo molto diversi, direi – anche se non so se è la parola giusta-opposti. A lui piace il freddo, a me il caldo. A lui piace l’acqua naturale a me quella molto frizzante. Io detesto perdere tempo, perciò quando non ho niente da fare – intendo niente di estremamente urgente – esco e corro 10 km; lui invece quando non ha niente da fare non fa niente! (che a ben pensare è una cosa ragionevole), sostenendo che nel vuoto puoi avere buone idee. Io sono in grado di pensare solo quando corro o prego o entrambe le cose, per esempio quando corro a messa (cerco di andare tutti i giorni ma sono sempre in ritardo). La differenza più significativa tra noi due è forse il fatto che io ho bisogno di circondarmi di persone: invito amici, voglio sapere di loro, cosa fanno, come stanno. Lui è un orso, come si dice. Gli piacerebbe vivere in una grotta, solo con me e i cuccioli. Stiamo imparando a lavorare insieme.
Nel 2013 la pubblicazione del tuo libro in lingua italiana è stata oggetto di critiche da gruppi di femministe che, dall’Italia alla Spagna, hanno protestato stracciando copie del libro nelle strade e chiedendone la censura. Qual è la tua risposta rispetto al fatto che il libro, secondo loro, promuova la violenza sulle donne?
Prima di tutto, se non ti piace un libro, puoi facilmente evitare di leggerlo. Io penso che questo regime di politically correctness sia un pochino preoccupante. Non ci può essere una psicopolizia che ci dica cosa è bene pensare! In secondo luogo, c’è un giudice in Spagna che ha dovuto leggere il mio libro ( a causa del fatto che il ministro della salute Ana Mato mi ha denunciato alla procura, da quanto apprendo dalla stampa): non è riuscito a trovare nulla nelle mie parole che inneggi al fatto che una donna debba accettare la violenza. Quando una donna viene da me dicendomi che è stata picchiata (è accaduto due volte, ma io incontro migliaia di donne in tutta Italia) io le ricordo che anche la Chiesa raccomanda di andarsene da casa e lavorare per il recupero del matrimonio, ma non vivendo insieme perché è troppo pericoloso. Essere la culla della vita non significa che qualcuno debba approfittare di noi. Il nostro è il più alto ruolo che un essere umano possa esercitare. Quando Dio ha creato il mondo, dal caos alla perfezione, la donna è stata l’ultima creatura. Penso che solo i sacerdoti siano più nobili delle donne, perché ci permettono l’accesso a Dio.
Nel libro tu consigli alle donne di smettere di preoccuparsi di problemi di minore importanza e di non aspettare il momento migliore per sposarsi, sostenendo che nessuno è mai “pronto al 100%” per il matrimonio e che farsi prendere dall’ansia non è un buon modo per condurre una vita felice. Nella tua esperienza, quali sono le ragioni più comuni che allontano le donne dal matrimonio e cosa può far cambiare idea?
Non tendiamo a pensare che il matrimonio sia la fine di un percorso, un obiettivo a cui tendere. Invece, quando ci si sposa si inizia a frequentare la scuola dell’amore. Si inizia il proprio processo permanente di conversione, perché il senso della vita è quello di conoscere e amare Dio. Ovviamente, poiché cerco di parlare anche a donne non cristiane (molte delle mie lettrici sono atee, ma sono d’accordo con me su tante cose), cerco di evidenziare le ragioni umane (sappiamo infatti che l’umano e lo spirituale non sono mai in conflitto). Perciò dico alle mie amiche che esse hanno delle aspettative troppo alte, che si devono buttare e poi impareranno a nuotare. Non c’è nemmeno bisogno del ricevimento perfetto, dell’abito perfetto della casa perfetta e del lavoro perfetto per decidere di sposarsi. Si ha solo bisogno di un uomo e di Dio (e del sacerdote che rende il matrimonio possibile). Se poi hai anche degli amici da abbracciare, sarà ancora meglio. Dobbiamo poi menzionare la vera ragione per la quale i giovani non hanno alcuna fretta di sposarsi; perché fanno sesso fuori dal matrimonio e ciò complica le cose. Ma questo è un altro discorso.
Nel tuo libro affronti anche la questione delle lamentele comuni di molte donne sul fatto che i mariti non le ascoltano. Quando tuo marito non sembra ascoltarti, come reagisci?
Il punto non è che sembra, ma che non ascolta, non mi ascolta proprio! Sostiene che io parli troppo e che lui abbia dovuto mettere un filtro alle orecchie. Questo ormai lo so, e quando ho bisogno di comprensione, quando mi devo lamentare o quando non sono alla ricerca di una soluzione per qualcosa, chiamo una amica, che, essendo femmina, non ha filtri nelle orecchie. Quando ho davvero bisogno che lui mi ascolti, glielo chiedo. “Per favore, smetti di fare qualsiasi cosa tu stia facendo, siediti e guarda le mie labbra” Quando serve, lui c’è sempre. Quando ho solo bisogno di esprimere me stessa, ho amiche addestrate allo scopo (ed io faccio per loro la stessa cosa). Gli uomini e le donne usano due linguaggi molto differenti. Noi lo usiamo per “sputare” sentimenti, emozioni, preoccupazioni, pensieri. Dall’altra parte gli uomini usano la lingua per dire delle cose. Un uomo dice sempre esattamente ciò che vuole dire. Quando mio marito mi chiede.” Vuoi che venga a prenderti in stazione?” io rispondo sempre “Non importa…”, ma in realtà intendo dire “Se non vieni vuol dire che non mi ami più e ora, come facciamo con quei quattro bambini?” Dobbiamo imparare a tradurci reciprocamente. Quando mio marito mi compra un caricatore per il telefono, io gli rispondo “ Anche io ti amo”, perché quello è il modo che lui ha di esprimere il suo amore per me.
Su tema della gravidanza, tu sostieni che non c’è modo di “mantenere la propria vita” dopo aver partorito, ma anche che la vita dopo aver partorito diventa molto migliore. Come la gravidanza ha cambiato la tua vita e quali sono ora gli effetti di questo miglioramento?
Non riesco proprio nemmeno ad immaginare la mia vita senza figli, ora. Li amo follemente, a volte mi chiedono di smettere di dirglielo continuamente. Mi alzo e gli dico quanto siano meravigliosi. Credo di sapere che sono normali, ma per me loro sono straordinari. La mia vita è cambiata perché essendo madre ho imparato a fare molte più cose. Quando non avevo figli, trovavo estenuante anche cambiare l’acqua ad un pesce rosso. Ora nulla mi fa più paura (ho avuto anche due gemelle). Le cose si imparano facendole, e non si perde nulla con la maternità. Nulla a parte delle unghie perfette e tempo per lo shopping, forse. Ma ciò che ricevi è tanto di più di quello che dai. Ci guadagni in abbracci e baci e risate e sorrisi. In una parole, in felicità.
Quando hai dei problemi coi tuoi bambini, per esempio perché si presentano in modo disordinato in pubblico o per altre questioni rispetto alle quali tendi a colpevolizzarti perché non li stai crescendo in modo perfetto, tu scrivi nel tuo libro che “il vino aiuta”. Cosa intendi dire?
Scherzavo, in verità io non bevo (ho solo una dipendenza dalla Diet Coke, so dire con certezza ad occhi chiusi quale sia la sua data di scadenza). Comunque intendo dire che noi, in quanto mamme, ci sentiamo tutte così, di tanto in tanto. Il segreto è riderci su. Sperando di non avere i pidocchi in testa quando andiamo dal parrucchiere.
Oltre ad essere moglie e madre, tu sei una personalità popolare nell’ambito della comunicazione in Italia e molte donne oggi trovano essenziale per la loro salute psicologica cercare una realizzazione nel lavoro fuori casa. Quale consiglio dai alle donne su come mantenere l’equilibrio tra la vita familiare e quella professionale?
Qui servirebbe una risposta molto lunga, che cambia molto a seconda delle condizioni di lavoro. Per esempio io sono stata fortunata perché il mio ruolo pubblico è iniziato quando i miei bambini erano già abbastanza grandi. Comunque io penso che le donne possano dare molto alla società e contribuire a migliorare il mondo. Ma giova anche ricordare che nemmeno un capolavoro come la Cappella Sistina è un’opera d’arte importante e preziosa come un figlio di Dio. Sono sicura che uso il meglio delle mie capacità nel fare la mamma. Uso il cervello, la creatività, la forza. Anche se a volte a casa mi sento invisibile. Il fatto è che una donna è sempre definita da uno sguardo. Dobbiamo imparare a non ricercare lo sguardo del capo in ufficio o quello di altre persone in generale. Nemmeno lo sguardo di nostro marito. Dobbiamo cercare lo sguardo di Dio sulle nostre vite ed imparare ad essere definite solo da quello. Di conseguenza non sarà importante se nella vita avremo successo secondo i canoni del mondo.
In che modo il cattolicesimo influenza il tuo atteggiamento di madre e moglie?
Come dicevo, cerco di amare mio marito nel modo in cui vorrei amare Dio. Se perdono una rispostaccia tacendo è perché Gesù mi chiede di farlo. Lo stesso vale per lui, che mi perdona quando sono in ritardo (sempre) solo per Dio. E cerco di educare i miei figli insegnando loro a non inseguire il successo, ma la vita eterna.
Chi sono i tuoi modelli di vita nella fede, sia viventi che non?
Amo la Santa Vergine! E mie sorelle sono Teresa d’Avila, Caterina da Siena, Teresina di Lisieux, Chiara d’Assisi, Madre Teresa, Madeleine Delbrel, Chiara Corbella Petrillo, una giovane madre di tre bambini morta a 28 anni.
Come è cambiata o si è evoluta la tue fede nel tempo?
Spero di stare capendo in modo profondo che Dio è una persona vera e reale, che vuole avere con me un rapporto vero. Non sono più una bambina piena di paura di fronte a Dio. Voglio essere ogni giorno sempre di più la sposa di Gesù. E puoi essere una sposa quando decidi di non vivere per te stessa. Troverai allora la tua bellezza esattamente come Michelangelo faceva col marmo: togliendo le parti che non ti servono. Quanto più togli di te stessa, tanto più si svelerà la bellezza nascosta.
In che modo preghi?
Ho dei programmi di preghiera molto ambiziosi, ma non li riesco mai a seguire completamente. Ciò che riesco a fare è andare a messa, pregare l’Ufficio delle Letture e recitare un rosario mentre guido o lavoro. Un’ora alla settimana la dedico alla adorazione dell’Eucaristia e un’altra alla Lectio Divina. Mi piacerebbe pregare tutti e quattro i misteri del rosario ogni giorno, ma non ci riesco mai.
Papa Francesco ha pubblicato una esortazione apostolica sulla famiglia intitolata Amoris Laetitia. Se tu potessi dire una cosa a Papa Francesco sulla tua esperienza di vita di una famiglia cattolica dei giorni nostri, cosa gli diresti?
L’ Amoris Laetitia è sulla bellezza della famiglia ed è piena di cose buone (Lo Spirito Santo sa far bene il proprio lavoro). Ma girando per l’Italia ho incontrato migliaia di famiglie e ho imparato che la gente è contenta di sentirsi dire anche che è normale non trovare sempre bellissima la vita familiare. Ci sono momenti in cui amare il tuo sposo è amare il tuo nemico. Non è perché stai facendo qualcosa di sbagliato, ma perché la natura umana è ferita. E amare i nostri nemici è ciò che Gesù ci ha chiesto di fare. Ci sono momenti in cui ti chiedi se hai sposato la persona sbagliata. Ce ne sono altri in cui devi abbracciare la croce. Ma non è perché il tuo sposo è sbagliato, ma perché tu hai qualcosa di sbagliato, nel senso che c’è qualcosa di sbagliato nel profondo di ciascuno di noi. Si chiama peccato originale. E abbracciare la croce non è una sfortuna, ma è il sentiero per trovare un rifugio. Gesù sana le nostre ferite e la ferita è il peccato originale.
Cosa speri che le persone facciano proprio della tua vita e del tuo lavoro?
Io spero che le persone che mi ascoltano pensino “sembra essere felice e il suo è un cammino molto semplice, se lo può fare lei, ce la posso fare pure io”.
Un pensiero finale?
Vuoi veramente sapere a cosa sto pensando ora? Che devo andare a stirare una pila di panni ma non posso evitare di rileggere attentamente le mie risposte perché Padre Salai è un Gesuita e se ho detto qualcosa di teologicamente sbagliato se ne accorgerà immediatamente. Il problema è che comunque io non me ne renderei conto, quindi vado a stirare.
QUI la versione in inglese

sabato 29 luglio 2017

È solo la preghiera che rende liberi di non inseguire quello che possa colmarci, ma anzi capaci di dare e farci carico, non per eroismo, ma per una sovrabbondanza che non può che traboccare, naturalmente.

La preghiera vi renderà liberi

DI ADMIN @COSTANZAMBLOG
Le donne che mi fanno più tenerezza in assoluto sono quelle che non riconoscono la propria fragilità, il loro bisogno di uno sguardo benevolo che si posi su di sé. Quelle che non sanno che “verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà”.
Perché siamo tutte così, tutte desideriamo che l’altro ci rimandi la nostra immagine attraverso i suoi occhi. Riconoscere la nostra fame è il primo passo per saziarla.

View original post 625 altre parole

venerdì 21 aprile 2017

«Il male è una lima. Secondo la natura delle nostre virtù, le assottiglia fino al nulla o le aguzza sino a Dio».

il blog di Costanza Miriano

Adriano Stagnaro, l’uomo che si è preparo alla morte amando la vita fino all’ultimo secondo

DI Costanza Miriano
Per poche, pochissime persone che hanno chiesto di essere uccise, ce ne sono migliaia solo in Italia che chiedono di essere aiutate a vivere con dignità, di essere assistite, ci sono migliaia di famiglie lasciate sole a portare un carico enorme, e che mai se ne vorrebbero liberare. Queste famiglie avrebbero diritto di essere aiutate, insieme ai loro malati. Per loro, però, non si perde tempo in Parlamento.
Ma di fronte al dolore, alla carne sofferente che alcuni usano per affermare i loro deliri di autodeterminazione, invece che litigare sui principi io oggi vorrei parlare di un eroe. Senza polemica con chi non ce l’ha fatta, vorrei raccontare di un vero lottatore. Di un uomo grande, grandissimo. Di un modo virile ed eroico di vivere il dolore senza scappare. Ne ho sentito parlare da Padre Maurizio Botta, ai Cinque Passi. Adriano Stagnaro era nato nel 1970. Quando aveva 36 anni si è accorto di avere la SLA, una malattia terribile, degenerativa, mortale.
“La Sla mangia i progetti, i sogni, le speranze, le passioni. Vuole diventare il tuo pensiero unico. Ma la SLA non ha fatto i conti con me” – scriveva Adriano, che da malato ha aperto il Sito delle Anime Fiammeggianti, “baluardo di tutto ciò che mi appassiona, di tutto ciò per cui vale la pena combattere”. E ciò per cui vale la pena combattere per lui è Cristo, la fede in lui. “Se nessuno berrà alla fonte della tua anima, la sorgente diverrà pantano e non servirà più a niente”. L’opera di Adriano è monumentale. Un documento pdf di 478 pagine, che non è mai stato stampato. Solo chi lo ha scaricato adesso ce lo ha. Padre Maurizio Botta lo aveva scoperto da novizio, lo ha conservato per noi, e ce lo regala. A 41 anni appena compiuti Adriano è morto, il 4 ottobre 2011. Ma ha lasciato due eredità meravigliose. Una è stato il suo modo di affrontare la malattia: quando scopri che tutta la tua vita è alle spalle, cominci inevitabilmente a farti delle domande – dice. Lui non ha imprecato, maledetto, non si è lamentato sterilmente. È stato magnificamente uomo fino in fondo. Virile. Coraggioso. Una via segnata anche per noi, per le nostre spesso ben più piccole battaglie. Si è messo davanti al suo posto in trincea e ci è stato meglio che ha potuto. Senza sprecare un momento, andando avanti fino alla fine, anche dopo che i muscoli lo avevano completamente abbandonato (non so come abbia fatto, se non ho capito male negli ultimi tempi con l’aiuto della madre, e questo è un pensiero che mi toglie il fiato da quanto è doloroso). Il sito è stato aggiornato fino a quattro mesi prima della morte. Immagino che negli ultimi tempi sia stato impossibile scrivere, chissà che lotta è stata. E chissà come è stata feconda e preziosa agli occhi di Dio la sua sofferenza apparentemente improduttiva…
La sua seconda eredità è invece la sua opera, che si chiama E voi chi dite che io sia? È qualcosa di incredibile, davvero una miniera di informazioni sul Vangelo, su Gesù, una raccolta organica e organizzata del lavoro di altri “che io mi sono limitato a scremare, a vagliare criticamente, a collazionare”, dice lui, anche se a me invece dire che si sia limitato sembra davvero riduttivo. È un lavoro che io troverei ciclopico anche nel pieno possesso delle mie forze. Un lavoro fatto con intelligenza e serietà, e con amore per la Verità, che mi onora e mi commuove contribuire a far conoscere. Mi sento davvero sorella di questo grande uomo.
Parlare di lui in questi giorni in cui si discute di dat non vuole essere polemico con chi non ce la fa, ma significa dare onore a un combattente. Provo compassione per chi si vuole suicidare, ma non credo che vada aiutato ad ascoltare la voce della sua disperazione. Credo che gli vadano dette altre parole. Credo invece che chi vuole disperatamente vivere abbia il diritto di essere aiutato. Nessuno o quasi si dà da fare per loro. Lo trovo indegno di un paese civile, indegno di un Parlamento che si riempie la bocca di parole come diritti civili, ma che è stato assorbito per un tempo infinito per battaglie imposte dal nuovo ordine mondiale che non hanno a che fare con la vita vera delle persone, militarizzato solo per difendere diritti che già esistevano e la cultura della morte, nel momento in cui siamo il paese che fa meno figli in assoluto in tutto il mondo, un paese in via di estinzione, letteralmente, e con un quarto della popolazione vecchia.
I parlamentari che stanno discutendo di DAT sarebbero più credibili se qualcuno di loro si desse minimamente la pena di occuparsi almeno ANCHE di chi vuole vivere. Certo, sarebbe bello se qualcuno avesse un’opzione preferenziale per la vita, comunque sia. Se qualcuno dicesse che tra vita e morte è comunque meglio la vita. Noi che crediamo che la vita è data da un Padre che ci ama molto pensiamo che la vita, anche malata, sofferente, faticosa, sia comunque un bene. Come è stata un bene incredibile la vita di Adriano Stagnaro.
Ci sarebbero molte altre cose da dire su questa assurda legge che si sta discutendo. Per esempio che trovo inquietante che non siano passati gli emendamenti che prevedono che tu possa cambiare idea sulla tua morte, ammesso che la vita sia un bene disponibile. Quando si sta bene sembra impossibile rinunciare a qualsiasi cosa, ma quando si sta male ci si attacca alla vita. forse se ne capisce solo allora il senso. Che io non possa cambiare idea sulla mia stessa vita è agghiacciante. Il 75% delle persone che compilano il questionario a distanza di tempo, in due momenti diversi, cambiano idea, pur senza rendersene conto, cioè dichiarando che sono rimasti della stessa opinione. Ci sarebbe da dire che già oggi le cure palliative si fanno, che nessun medico fa soffrire inutilmente un paziente destinato a morire, già oggi si aiuta, si accelera la morte quando è inevitabile. Che questa è una legge assurda che toglie ai medici la possibilità di agire secondo coscienza ma anche in serenità, senza paure di denunce e senza essere costretti a eseguire la volontà di altri che magari non sanno niente di medicina. Ci sarebbe da dire che non si possono chiamare cure il cibo e l’acqua, perché toglierli significa ammazzare di fame e di sete qualcuno. Ci sarebbe da dire che dovrebbe insospettire il fatto che una iniezione letale costa pochi euro, curare qualcuno molto di più, e quindi è logico incoraggiare una mentalità mortifera. Ci sarebbe da dire che crederemo alla buona fede di chi vuole questa legge quando per ogni copertina stucchevole dedicata a Fabiano che si è suicidato ce ne sarà un’altra per ciascuno dei tanti Adriano che continuano a lottare per vivere, perché almeno almeno hanno la stessa dignità, non è che chi si uccide è un eroe e chi resiste no.

E voi chi dite che io sia?  di Adriano Stagnaro SCARICA IL PDF 










E’ vero. E’ come un tuono: l’imprevisto che squarcia il silenzio e fa sobbalzare, il sito di Adriano Stagnaro, in arte “Thunder”, l’araldo della Divinità.
Nel giro di una settimana, il link ad Anime fiammeggianti mi è arrivato da due amiche che non si conoscono, che abitano lontanissime. E siccome ha ragione Anatole France nel dire che «il Caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare per esteso», quel link è una calamita. Impossibile non cliccare. Impossibile non leggere. Entro e non uscirei più…
Adriano Stagnaro, nato il 29 settembre del 1970, ad un certo momento della vita viene colpito dalla SLA, malattia che morso dopo morso si mangia tutto. Prima inghiotte il futuro, i progetti, i desideri, poi inizia a sbocconcellare il presente. «Ma non ha fatto i conti con me», scrive. E così nasce il sito, con un intento ben preciso.
«Fin dal primo momento in cui ho scoperto di essermi ammalato – racconta –, ho cominciato a chiedermi: “Perché Dio ha permesso che mi accadesse questa cosa terribile?” Alla fine, ho trovato due risposte. Credo che Dio abbia permesso – badate bene, “permesso”, non “voluto”! – che io conoscessi la SLA sulla mia pelle, affinché io gli rendessi testimonianza direttamente dall’inferno del dolore, riuscendo a trasformare un evento tragico, come questa malattia, in un’occasione di salvezza per me e per gli altri».
In una delle sezioni, quest’uomo racconta la sua “traversata”, in un diario di bordo lucidissimo, a tratti persino ironico, che inizia ad agosto del 2008 e si interrompe a maggio 2011, quando peggiora la funzionalità polmonare ed è costretto ad utilizzare il respiratore 24 ore su 24, viene attivato il servizio a domicilio, aumentano le difficoltà di comunicazione vocale e di nutrizione, e l’atrofia muscolare comincia ad interessare tutto il corpo. 
La forza sono le visite degli amici, la presenza costante e amorevole dei famigliari, i piccoli, ingegnosi stratagemmi per fare meno fatica a scrivere, a muoversi, a leggere, a… vivere.
La forza è il suo sito. «Anime fiammeggianti vuole raccontare di come io mi preparo alla morte, amando la vita fino all’ultimo secondo – scrive – e di come si possa continuare ad amare Dio e ad avere fede in Lui anche dopo che la vita ci è stata strappata da Male».
La forza sono altri amici, come lui malati di SLA, che attraverso il sito donano a chi li “incontra” la loro testimonianza e la loro passione, intensissima, per la vita.
Sebastiano Marrone, missilista della Marina, direttore di un Istituto scolastico, atleta, arbitro, maestro di arti marziali, allenatore olimpico della Nazionale di tiro con l’arco, la cui vita, nel 2002 «si è schiantata su uno scoglio infido e bastardo», la SLA. Eppure «Sebastiano non ha mai smesso davvero di navigare» e così, basta cercare, e in un’altra sezione si trovano alcune sue intense, drammatiche poesie, che vanno dritte al cuore.
Luana Gorza, bellunese, sciatrice e maratoneta, che ama l’arte, la pittura, la lettura, le sue montagne. Nel 2005 le viene diagnosticata la SLA, ma non si scoraggia; nemmeno quando si trova costretta in sedia a rotelle. «Non lascia tempo alle cose inutili, ama le conversazioni intelligenti, cerca di trasmettere la propria sensibilità ai tanti amici che la circondano e l’aiutano… Consapevole del tempo che passa preferisce vivere il presente, cogliendo le sfumature più profonde di un vissuto che è già stato tutto un regalo».
Gian Luca Fantelli, musicista e scrittore che si definisce “inversamente sano” e che vede la SLA «come opportunità per tirare fuori i sogni dal cassetto (già trasformare la Sfiga Letale Abominevole in un’opportunità non è da tutti)». Fante scrive canzoni insieme ad un amico. «Finché ha voce canta e, quando non canterà più, scriverà canzoni che altre voci canteranno per lui. Di una cosa sola è sicuro: non alzerà mai bandiera bianca».
Un altro collaboratore e amico è Gian Cavallo, “scrittore di razza”, che nonostante la SLA continua a scrivere, ha devoluto il ricavato del secondo romanzo all’AISLA ed è diventato un testimonial della lotta alla malattia.
L’ultimo aggiornamento al sito – entro e mi muovo in tutte le sezioni per cercare qualcosa di recente – risale ad un anno fa.
Non so come stia Adriano Stagnaro, né come stiano, ora, i suoi amici. So che “Thunder” questo pensava e questo, nel 2011 ha scritto: «Se qualcuno, attraverso la mia testimonianza di fede, si avvicinerà a Dio, allora il mio sacrificio sarà stato utile e, per quanto vi potrà sembrare assurdo, ne sarà valsa la pena». E ancora: «Non avrei la forza di accettare questa prova se non fossi certo che Dio stesso, facendosi carne e sangue, l’abbia affrontata prima di me, sperimentando di persona la solitudine, la paura, l’abbandono, il dolore e la morte».
So che la sezione del sito che Adriano-Thunder considera la più importante è quella dedicata all’apologia, che, come scrive, è nata «per difendere la mia Speranza contro chi, nel nome di una ragione onnisciente, vorrebbe togliermela». E’ una parte ricchissima e commuovente.
So che quest’uomo, nonostante la malattia, ha iniziato ed è riuscito a terminare un libro di oltre 400 pagine, dal titolo “E voi, chi dite che io sia?”, la domanda che Gesù, da duemila anni, rivolge al cuore di ogni uomo. Un impegno enorme, a testimonianza e a difesa della Verità.
Nel sito così scrive: «T.S.Eliot, onirico poeta inglese, chiuse il suo capolavoro “The Wasteland” con la sezione V, intitolata “What the Thunder said”. Chiamato a dirimere una contesa tra dei, demoni e uomini, la Divinità suprema risponde con una sola parola, “DA”, che ciascun gruppo interpreta a suo modo. Eliot reinventa l’antica leggenda: il Tuono si rivolge all’umanità richiamando l’uomo alle sue responsabilità terrene, tanto più urgenti quanto più la vita é caduca, gli suggerisce il modo di liberarsi dalla prigionia dei propri limiti, gli promette serenità nell’abbandono alla sua Volontà».

Il Gange era basso, e le foglie flosce 

attendevan la pioggia, mentre nubi nere 
si agglomeravano distanti sull’Himavant. 
La giungla stava appiattita, acquattata in silenzio. 
Allora parlò il Tuono: 
DA 
Datta: che cosa abbiamo dato? 
O amico, sangue che mi rimescola il cuore, 
il terribile ardire di un momento di abbandono 
che un secolo di prudenza non potrà mai ritrattare, 
per questo, e questo soltanto, noi siamo esistiti. 
Questo, che non si troverà nei nostri necrologi, 
né sulle lapidi velate dal benefico ragno, 
né sotto i suggelli rotti dallo scarno notaro, 
nelle nostre camere vuote 
DA 
Dayadhvam: io sentii la chiave
girar nell’uscio una volta e girare una volta sola.
Noi pensiamo alla chiave, ciascuno nella sua prigione.
Pensando alla chiave, ciascuno conferma una prigione.
Solo al calar della notte, eterei rumori
ravvivano per un momento un affranto Coriolano 
DA 
Damyata: la barca rispondeva
lietamente alla mano esperta con la vela e con il remo.
Il mare era calmo, anche il tuo cuore avrebbe corrisposto
lietamente, invitato, battendo obbediente
alle mani regolatrici.(T.S.Eliot. What the Thunder said) 

Sì, basta un click ed è davvero un tuono imprevisto e “impertinente” quello che irrompe nelle case. Così fragoroso che è impossibile fingere di non aver sentito. Così potente che non può non provocarci.
Che il suo rimbombo scuota le nostre tiepide coscienze di “fintamente sani”…
«Il male è una lima. Secondo la natura delle nostre virtù, le assottiglia fino al nulla o le aguzza sino a Dio».
(Gustave Thibon)

martedì 14 marzo 2017

Cento minuti sul Vangelo...

il blog di Costanza Miriano

Cento minuti sul Vangelo, per scoprire Gesù

DI AUTORI VARI
di Giulia TanelDura pressoché il tempo di una partita di calcio, ma presenta alcune particolarità: a giocare siamo noi e non dei calciatori dai nomi famosi, come compagno di squadra abbiamo una Persona del tutto eccezionale e l’obiettivo della partita non è conquistare tre punti in classifica bensì aggiudicarsi la vita eterna. 
 
Cento minuti sul Vangelo – Per capire chi è Lui: 
s’intitola così l’ultimo libro di padre Maurizio Botta, edito dalla Berica Editrice nell’ambito della collana UomoVivo (umorismo, vita di coppia, Dio).L’Autore, padre Maurizio Botta, è un uomo con gli occhi innamorati di Dio. 
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 fonte: La Nuova Bussola Quotidiana