Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

lunedì 7 maggio 2012

Lunedì della V settimana di Pasqua


ILVangelo del giorno 


Decorazione dell'abside dell'oratorio di Germigny-des-Prés, 
Arca della Alleanza protetta dai due cherubini

Non si può esporre lo Spirito di Dio come una merce.
Solo chi lo porta in sé, lo potrà vedere.
Vedere e venire, vedere e dimorare 
vanno di pari passo e sono inscindibili.
Lo Spirito dimora nella parola di Gesù
e non si ottiene la parola mediante discorsi,
bensì mediante la costanza, mediante la vita.

Card. Joseph Ratzinger, Dio e il mondo


Dal Vangelo secondo Giovanni 14,21-26

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui». Gli disse Giuda, non l'Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

IL COMMENTO

Abbiamo bisogno di un Consolatore. Qualcuno che, dinanzi alle difficoltà, ai dubbi, alle angosce, ci sussurri che Dio ci ama, che non si è dimenticato di noi. Non possiamo fare a meno di Qualcuno che ci ricordi le parole del Signore, che le sigilli e le custodisca in noi. Qualcuno che ci dia forza e audacia, per osservare, custodire, compiere. Qualcuno che ci unisca al Signore. "Lo Spirito Santo è proprio “ciò che è in comune”, l’unità del Padre con il Figlio, l’Unità in persona. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola nella misura in cui vanno oltre se stessi; sono una cosa sola in quella terza persona, nella fecondità del dono" (Benedetto XVI, Il Dio di Gesù Cristo). E' Lui il Consolatore che ci pone nell'intimità di Dio. Per questo il compimento del Mistero Pasquale del Signore è l'effusione dello Spirito Santo, il dono che, colmando il nostro cuore, non delude la speranza e ci fa partecipi della natura divina, ci fa familiari di Dio.

Queste non sono solo affermazioni di un libro di teologia, sono la nostra vita. Il dimorare in Dio, il rimanere nell'amore di Gesù non sono esperienze relegate a momenti particolari, a certi stati d'animo; non sono solo prerogative della preghiera o dei ritiri spirituali. La comunione con Dio non è questione di sentimenti. E' osservare la Sua Parola, un modo per dire che l'intimità che ci fa uno con Gesù nel Padre si realizza molto concretamente nel compiere la Sua Parola nella vita di ogni giorno. Vivere come Lui, rimanere in Lui perchè sia Lui ad operare in noi, è il segno visibile della nostra appartenenza, dell'essere trasformati in Lui.

Osservare i comandamenti, secondo l'originale greco, è un custodire dinamico, lo stesso di Maria che custodisce e mette insieme tutti gli eventi della sua storia straordinaria, meditandoli nel suo cuore. E' un custodire per far crescere, nella fecondità che suppone un processo di maturazione. E' la custodia del catecumeno, di chi ascolta i comandamenti e li riceve come i talenti della parabola, e li traffica, perchè fruttifichino. Ogni comandamento illumina e dà pienezza a ciascun aspetto della vita, per cui in ogni momento possiamo rimanere in Cristo, custodendo la sua opera in noi. Come fu in quel pomeriggio per Giovanni e Andrea che andarono e videro dove Gesù abitava rimanendo presso di Lui, è possibile anche per noi andare da Lui negli eventi concreti, alle quattro del pomeriggio, come alle sette della mattina o alle nove della sera, per vedere la sua dimora nella nostra storia e rimanere presso di Lui. Uscendo con la fidanzata, con il testo di algebra o di anatomia dinanzi agli occhi, cambiando pannolini o passando l'aspirapolvere, al mercato o sulla metropolitana, in una riunione di marketing o imbottigliati nel traffico dell'ora di punta, ogni luogo è quello giusto per dimorare in Cristo. Ascoltare e custodire in ogni istante, per vedere crescere in noi il frutto squisito dell'intimità con Lui, il dono totale del suo amore che suscita il dono di noi stessi, la gioia piena che nessuno potrà mai toglierci.

E' pur vero che noi sperimentiamo giorno per giorno l'impossibilità di compiere la Parola, di permanere nella volontà di Dio. Conosciamo i nostri limiti. Per questo ci è necessario un Consolatore, uno che che ci ripeta "Coraggio, non temere, tu sei Figlio, Dio ti ama e compirà in te la Sua opera". Abbiamo bisogno della vita di Dio, del Suo respiro di vita in noi, del soffio che ci ricrei istante per istante, che compia in noi la Parola che ci fa veri, autentici, vivi. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo, più dell'aria che respiriamo. E' Lui l'amore di Dio che plana nei nostri cuori, ed è lo stesso amore con il quale possiamo amare Dio e il Suo Figlio e così dimorare in Loro ed Essi in noi.

Nell'Antico Testamento “Dimora” (in ebraico “mishkan”) è il termine con cui è indicato il“santuario”. Il nome sottolinea la decisione di Dio di “abitare” in mezzo al suo popolo. Dimora è stato tradotto nella versione latina della “Vulgata” di S. Girolamo con il termine “tabernaculum” (= “tenda”), da cui deriva il termine italiano più corrente di “tabernacolo”. Esso si presenta come una struttura mobile in legno, tutta rivestita d'oro, ricoperta di teli di lino pregiato: il bisso o “lino fine” che nell’Apocalisse è il tessuto con cui è rivestita la Chiesa, sposa dell’Agnello (19,8) e di “porpora”, che nell’antichità era il colore dei vestiti indossati dai principi e dagli alti personaggi, la stessa che rivestirà Cristo durante il processo che lo condurrà alla Croce. Si tratta della tenda che ospiterà l’arca nel deserto, abbozzo al Tempio che Salomone erigerà a Gerusalemme: l'origine dell'architettura come quella del culto risale all'incontro decisivo del Sinai, laddove il Popolo ha visto Dio e non è morto, e ha ricevuto come un dono, il più grande, l'Alleanza eterna con Lui. Dopo un lungo cammino iniziato con Abramo, Dio scende sul Sinai a consegnare le Tavole dell'Alleanza, la Berit, che diviene come il sigillo nuziale di un'appartenenza e un'intimità esclusive. E' l'iniziativa di Dio a far sorgere nel Popolo il desiderio e la volontà di osservare ciascuna delle Dieci Parole che costituiscono il cuore dell'Alleanza; all'origine dell'ascolto obbediente vi è l'amore gratuito di Dio. L'agire morale dell'uomo scaturisce dall'Alleanza come da una sorgente inesauribile di libertà: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto dalla condizione di schiavitù” (Es. 20,2; Deut. 5,6). 


Per questo nel cuore della Dimora vi era l'Arca dell'Alleanza nella quale erano collocate le due tavole dove vi erano incisi comandamenti; esse erano chiamate “la Testimonianza”(‘edut), che indicava, secondo la cultura orientale, le clausole di un trattato imposto da un sovrano al suo vassallo. L’arca – chiamata “aron” = “cassa”, o anche “aron ‘edut” = “arca della testimonianza” - era una piccola cassa rettangolare di circa 1,25 metri di lunghezza e 75 cm. di altezza e larghezza. Essa era separata dal resto della Dimora da un “velo”, “paroket”, di porpora e di bisso. Il luogo dove si trovava l'Arca col suo “propiziatorio” (kapporet), la lastra d’oro sulla quale incombevano i cherubini, era chiamato il Santo dei Santi e vi poteva accedere soltanto il Sommo Sacerdote una volta all’anno, in occasione della festa dell’Espiazione di Yom Kippur. Al di qua del velo erano posti la “tavola della presentazione” coi pani e il candelabro. Questi elementi ci aiutano a comprendere le parole di Gesù. E' Lui il nuovo Mosè che ci trasmette con autorità le Parole del Padre. E' Lui che ha inaugurato per noi una nuova via all'intimità con Dio; è Lui che ha posto la Dimora di Dio tra gli uomini, annunciando e compiendo le Parole dell'Alleanza sino all'ultimo yota. Con la sua morte ha squarciato il velo che impediva l'accesso alla santità di Dio, e il suo sangue asperso una volta per tutte sul propiziatorio della Croce ci ha ottenuto il perdono, la riconciliazione e la libertà di dimorare in Dio. E' il suo Sangue che ha sancito la nuova ed eterna Alleanza, nella quale possiamo attingere forza e vigore per ogni alleanza della nostra vita: tra gli sposi, con i colleghi e gli amici, con i fidanzati e i parenti. Sino ai nemici. La sua carne offerta in riscatto per ciascuno di noi è la chiave che apre le porte della Dimora, uniti a Lui possiamo vivere ogni istante nell'intimità divina.

"Poi Mosé prese l’olio dell’unzione, unse la Dimora e tutte le cose che vi si trovavano e così le consacrò" (Lv. 8,10). Il Signore parlò a Mosé: "Procurati balsami pregiati, mirra vergine … e un hin di olio d’oliva. Ne farai l’olio per l’unzione sacra, un unguento composto secondo l’arte del profumiere: sarà l’olio per l’unzione sacra. Con esso ungerai la tenda del convegno, l’arca della Testimonianza, la tavola e tutti i suoi accessori, il candelabro con i suoi accessori; l’altare del profumo, l’altare degli olocausti e tutti i suoi accessori… Consacrerai queste cose, le quali diventeranno santissime: quando le toccherà sarà santo" (Es. 30,22-29). L'olio dello Spirito Santo che un tempo ha consacrato la Dimora e l'Arca dell'Alleanza ha poi unto Gesù per accompagnarlo nel compimento della sua missione. Lo stesso Spirito Santo unge oggi ciascuno di noi, pervade come un profumo soave ogni aspetto della nostra vita come lo fu per ogni angolo della Dimora, consacrandoci a Dio, nell'appartenenza incorruttibile sigillata nella sua Alleanza. Come Davide quando ha introdotto la dimora a Gerusalemme, possiamo anche noi danzare ad ogni passo, nella consapevolezza di essere testimoni di un amore infinito, custodi dell'Arca e del suo prezioso contenuto. La Dimora di Dio è la nostra dimora, perchè la sua Vita è ormai la nostra vita. Nulla ci può più turbare, lo Spirito Santo ci ha fatti figli, e, come Israele, ovunque ed in ogni circostanza l'Arca dell'Alleanza ci farà più che vincitori nelle tentazioni e nei combattimenti di ogni giorno. Portiamo infatti ovunque in noi il morire di Cristo, nella sessualità, nelle parole, nei pensieri, nel lavoro, nell'amicizia, nella relazione con i genitori e nell'educazione dei figli, nella malattia e nella precarietà, in ogni nostro atto, perchè appaia in noi anche lo splendore della sua Resurrezione, la bellezza del Santo dei Santi. 


Per questo il Signore si manifesta ai discepoli e non al mondo, come già fu con Israele, eletto per testimoniare ad ogni generazione l'esistenza e la presenza di Dio con gli uomini. In Cristo, Dimora incarnata di Dio, i cristiani, unti (cristi) dello dello stesso Spirito, testimoniano nella propria vita, portando in sé l'Arca dell'Alleanza, l'amore infinito di Dio per tutti gli uomini, speranza e segno tangibile della sua dimora tra di loro. Sulla nostra vita vigilano i cherubini, come dinanzi alla tomba vuota del Signore, a segnare il cammino di ritorno al Paradiso già da loro sbarrato, la dimora eterna preparata da Dio in Cristo suo Figlio. E' lo Spirito Santo che rende attuale in ogni nostro giorno l'esperienza unica del Sinai, nel dono rinnovato dell'Alleanza e nel potere di ascoltare e compiere ogni comandamento.

Lo Spirito Santo è Colui che ci fa uno con Dio, che ci trasporta, per così dire, nella profondità divina per colmarci della Sua natura. Non si tratta così di sforzarci, di impegnarci, di buona volontà. Non basta. L'agape è dono che viene dal Cielo. Amare Gesù è soprattutto quella rettitudine di intenzione che si coniuga nel desiderio di Lui, nel custodire trepidanti le sue Parole di vita, come si custodisce gelosamente la cosa più cara. Amarlo perchè prenda dimora insieme con il Padre è gemere attraverso lo Spirito Santo implorando di compiere in noi quanto non siamo capaci, perchè senza di Lui non possiamo fare nulla, non siamo casti, sinceri, generosi, pazienti, mansueti, rispettosi. Senza di Lui non sappiamo amare, e così amarlo è soprattutto un desiderio ardente di poter finalmente amare. Questo dono oggi è pronto per noi, come ogni giorno. In esso è custodita la memoria della vita di Cristo e delle sue Parole, come nell'Arca era custodita l'Alleanza che faceva dimorare Dio in mezzo al Popolo; per lo Spirito Santo che ha unto la Dimora e il Signore Gesù, possiamo ricordare, credere, sperare, amare. E' il Consolatore che il Padre ci dona perchè ci ama e ci ha legati a sé, eternamente. Perchè "solo chi lo porta in sé, lo potrà vedere" (Benedetto XVI, idem).


San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa Omelie 30, 1-10


« Lo Spirito v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto »

Sarà lo Spirito ad insegnarvi ogni cosa. Infatti vana è la parola di coloro che insegnano, se il cuore di coloro che ascoltano non viene toccato dallo Spirito. Nessuno dunque attribuisca ad un maestro umano l'intelligenza che egli ha del suo insegnamento. Se il Maestro interiore non c'è, la lingua del maestro esteriore parla al muro. Tutti voi udite la mia voce nello stesso modo ; eppure non comprendete nello stesso modo quello che udite. La parola del predicatore è inutile se essa non è capace di accendere nei cuori il fuoco dell'amore. Avevano ricevuto quel Fuoco, per bocca della Verità, coloro che dicevano : « Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le scritture ? » (Lc 24, 32). Quando si ode una omelia, il cuore si scalda, e lo spirito comincia a desiderare i beni del Regno dei cieli. L'amore autentico che lo riempie gli strappa lacrime, ma questo ardore lo riempie pure di gioia. Quanto allora siamo felici di udire questo insegnamento che viene dall'alto e diviene in noi come una fiaccola che brucia, ispirandoci parole di fuoco ! Lo Spirito Santo è il grande artefice di queste trasformazioni in noi.



Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]

Der Gott Jesu Christi (Il Dio di Gesù Cristo)

« Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome»

A differenza delle parole “Padre” e “Figlio”, il nome dello Spirito Santo, la terza persona divina, non è l’espressione di una specificità; esso designa invece ciò che è comune a Dio. Ora proprio in questo consiste ciò che è “proprio” alla terza persona: Lei è “ciò che è in comune”, l’unità del Padre con il Figlio, l’Unità in persona. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola nella misura in cui vanno oltre se stessi; sono una cosa sola in quella terza persona, nella fecondità del dono. Tali affermazioni non potranno mai essere altro che dei modi di avvicinarci; non possiamo riconoscere lo Spirito se non nei suoi effetti. Pertanto la Scrittura non descrive mai lo Spirito Santo in sé; parla soltanto del modo in cui egli viene verso l’uomo e in cui si distingue dagli altri spiriti...

Giuda Taddeo chiede: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi a non al mondo?” la risposta di Gesù sembra passare accanto alla richiesta: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.” In verità, questa è proprio la risposta esatta alla domanda del discepolo e alla nostra domanda riguardo allo Spirito. Non si può esporre lo Spirito di Dio come una merce. Solo chi lo porta in sé, lo potrà vedere. Vedere e venire, vedere e dimorare vanno di pari passo e sono inscindibili. Lo Spirito dimora nella parola di Gesù e non si ottiene la parola mediante discorsi, bensì mediante la costanza, mediante la vita.

sabato 5 maggio 2012

V^ DOMENICA DI PASQUA Anno B


Domani 6 Maggio

 
   

V DOMENICA DI PASQUAAnno B




MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 97,1-2
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto prodigi;
a tutti i popoli ha rivelato la salvezza. Alleluia.

 
Colletta

O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l'eredità eterna. Per il nostro Signore...


Oppure:
O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché amandoci gli uni agli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace. Per il nostro Signore...
LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  At 9, 26-31
Bàrnaba raccontò agli apostoli come durante il viaggio Paolo aveva visto il Signore.
 
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo.
Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.
La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.

Salmo Responsoriale  
Dal Salmo 21
A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea.

Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano;
il vostro cuore viva per sempre!

Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra;
davanti a te si prostreranno
tutte le famiglie dei popoli.

A lui solo si prostreranno
quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere.

Ma io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l’opera del Signore!».
 
Seconda Lettura  
1 Gv 3, 18-24

Questo è il suo comandamento: che crediamo e ci amiamo.

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.
Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

Canto al Vangelo 
  Cf Gv 15,4a.5b
Alleluia, alleluia.

Rimanete in me e io in voi, dice il Signore;
chi rimane in me porta molto frutto.
Alleluia.
   
 
   
Vangelo  Gv 15, 1-8
Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto.

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli». Parola del Signore.






Sabato 5 Maggio

Vangelo del giorno 


Lo splendore di Dio dona la vita:
la ricevono coloro che vedono Dio. 
E per questo colui che è inintelligibile,
incomprensibile e invisibile, 
si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, 
per dare la vita a coloro che lo comprendono e lo vedono. 
Se infatti è insondabile la sua grandezza, 
è pure inesprimibile la sua bontà;
e grazie ad essa, 
egli si fa vedere e dà la vita a coloro che lo vedono.

S. Ireneo



Dal Vangelo secondo Giovanni 14,7-14.
Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.


IL COMMENTO



La nostra vita è opera sua, ogni incontro, i genitori, la famiglia, la scuola, il lavoro, i figli, gli amici. Il nostro corpo, gli acciacchi, gli stessi spigoli del carattere, tutto è modellato perchè Lui splenda in noi. Noi siamo opera sua, opera del Padre. Perchè Lui è nel Padre, le sue opere d'amore compiute per noi, il perdono e la misericordia che ci rigenera testimoniano fin dentro le nostre ore più grigie la tenerezza di nostro Padre. Siamo figli, amatissimi figli. Allora ogni attività non è più un'opera nostra, ma ha il suo inizio e il suo compimento in Lui, perchè noi apparteniamo a Dio. Le opere per le quali siamo nati, per le quali oggi ci siamo svegliati sono le opere di Dio, grandi, più grandi di quanto neanche riusciamo ad immaginare. Amare, perdonare, giustificare. Comprendere il collega di lavoro, avere misericordia con il vicino di casa, non resistere di fronte alle ingiustizie sul lavoro, umiliarci e chiedere perdono ai genitori, alla moglie, al marito, al figlio. Studiare, lavorare, riposarsi. Queste sono le opere di vita eterna che Dio ha predisposto per noi, queste sono le grazie da chiedere a nostro Padre nel nome di Suo Figlio e nostro fratello Gesù. Vivere oggi e ogni giorno la vita di Dio, scorgendo in ogni luogo e persona su cui posiamo lo sguardo la traccia inconfondibile di nostro Padre. Tutto è per noi un'eco di Dio, e della Sua volontà dove, solo, vi è la nostra pace.


Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire

Contro le eresie, IV, 20, 5-7

« Chi ha visto me ha visto il Padre »

Lo splendore di Dio dona la vita: la ricevono coloro che vedono Dio. E per questo colui che è inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e lo vedono. Se infatti è insondabile la sua grandezza, è pure inesprimibile la sua bontà; e grazie ad essa, egli si fa vedere e dà la vita a coloro che lo vedono.
È impossibile vivere se non si è ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la partecipazione all’essere divino. Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà. Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere... Così Mosè afferma nel Deuteronomio: “Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo aver la vita” (Dt 5, 24). Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, è invisibile e indescrivibile a tutti gli esseri da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo, imparano che il Padre è l’unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza, come sta scritto nel Vangelo: “Dio nessuno lo ha mai visto ; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18)






L'affermazione di Filippo, esprime il desiderio più profondo di ciascuno di noi, di ogni uomo: "Mostraci il Padre e ci basta". Sì, poter vedere nostro Padre, vedere, che secondo il Vangelo di Giovanni significa credere, appoggiare la nostra vita in Dio nostro Padre, questo ci basta. Sapere con certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall'amore di Dio, vivere da figli sussurrando in ogni istante "Abbà, Papà", vivere stretti a Lui. Ecco, questo è tutto. Non si tratta di uccidere il padre, come ci hanno insegnato per decenni in ogni modo, ma piuttosto di conoscerlo, e di amarlo. Per questo il Padre ha inviato Suo Figlio, immagine perfetta e nitidissima di Lui. E' Cristo che dobbiamo cercare, implorare, a Lui dobbiamo stringerci senza paura. Da Lui lasciarci amare, perdonare, consolare. Lui, Gesù, unica nostra vita. In Lui ogni nodo irrisolto della nostra vita trova la mano pronta a scioglierlo, a riconsegnare ad ogni grumo della nostra storia dignità e luce. Tutto in Cristo acquista senso, valore, gioia e gratitudine. Non un secondo della nostra vita è assente dal cuore di Cristo. Di più, ogni istante della nostra storia reca impresse le stimmate del Suo amore. 

venerdì 4 maggio 2012

Venerdì della IV^ settimana del Tempo di Pasqua

 


Non si comprende l'uomo se ci si chiede solo da dove viene.
Lo si comprende solo se ci si chiede anche dove può andare.
Solo dalla sua altezza risulta chiara davvero la sua essenza.

Card. Joseph Ratzinger




Dal Vangelo secondo Giovanni 14,1-6.


«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.


IL COMMENTO

Che cosa oggi turba il nostro cuore? Che cosa ci sta togliendo la pace e la gioia? Il Vangelo di oggi mette in relazione il turbamento al non avere un posto dove poter essere. E, in effetti, è proprio così. Quello che ci turba, che mette a soqquadro le nostre esistenze, è la precarietà, non avere un posto, un luogo nel cui perimetro essere noi stessi, e soltanto noi. Un posto nel cuore degli altri, delle persone più vicine, come la moglie, il marito, l'amico, il fidanzato o la fidanzata, o anche di quelle meno prossime. Ma sbagliamo posto, viviamo e cerchiamo di vivere nel luogo che non ci si addice. "L'uomo può vivere rivolto verso l'alto, egli è capace dell'altezza. Di più: l'altezza che sola corrisponde alla misura dell'uomo è l'altezza di Dio stesso. A questa altezza l'uomo può vivere e solo da questa altezza possiamo comprenderlo davvero. L'immagine dell'uomo è elevata, ma noi abbiamo la libertà di tirarla verso il basso e strapparla oppure di lasciarci elevare, innalzare verso l'alto. Non si comprende l'uomo se ci si chiede solo da dove viene. Lo si comprende solo se ci si chiede anche dove può andare. Solo dalla sua altezza risulta chiara davvero la sua essenza. E solo quando questa altezza viene percepita, nasce un rispetto incondizionato verso l'uomo, un rispetto che lo considera sacro anche in tutte le sue profonde umiliazioni. Solo partendo da qui si può imparare ad amare l'umanità in sé e negli altri". Queste parole del Cardinal Ratzinger tratte da un'omelia sull'Ascensione ci guidano a comprendere la profondità di quanto oggi il Signore ci dice: l'unico luogo della nostra vita è il Padre, il luogo dove Gesù è andato, ci ha preparato un posto, e dal quale è tornato per prenderci e farci essere dove Lui è. Nel Padre.

Sbagliamo sempre luogo, non siamo mai tranquilli, ci manca sempre qualcosa, partoriamo progetti, aborriamo la precarietà perchè viviamo come orfani, non abbiamo Padre. Ogni luogo che ci costruiamo, spesso con fatica, non è mai il nostro. Tutto alla fine ci va stretto, non possiamo digerire il verso che prende il lavoro, facciamo fatica ad accettare la relazione con i figli, con chi ci è accanto. In fondo non sopportiamo neanche noi stessi. Tutto perchè il Padre, Dio, non è ancora il luogo della nostra vita. Pensiamo che Il Padre non sia dove siamo oggi, e cerchiamo l'essere in altri luoghi. Così, ovviamente, anche il cammino è sballato, quello che prendiamo per verità è pura menzogna, la vita che viviamo sa di corruzione e di morte.

Ma, se questa è la nostra realtà giunge a noi oggi il Signore Gesù con il Suo Vangelo, la buona notizia che Lui proprio oggi ritorna a noi, per portarci con Lui. Lui è la via per il nostro luogo, quello che, nel Padre, ha preparato per noi. Lui fa in noi la verità, cioè una vita vera, solida, bella, piena, una vita perduta per amore. Lui ci dona la Sua vita, perchè non siamo più noi a vivere ma Lui in noi. Via, verità e vita, Cristo in noi, per noi, con noi,  nel pellegrinaggio di ogni giorno verso l'unico luogo che ci si addice e che dà senso e pienezza alle nostre esistenze. Lui ci nasconde nel cuore del Padre, da dove attingiamo tutto quello che fa di noi Suoi figli amati, per vivere da figli amati. Comprendiamo allora con il Cardinal Ratzinger il rispetto che ogni aspetto della nostra vita merita, e che ci fa considerarla sacra anche in tutte le sue profonde umiliazioni. 

Così, scoperto il nostro luogo in Dio nostro Padre attraverso una profonda intimità con Gesù, ogni altro luogo della nostra vita non ci è più estraneo od ostile, da fuggire con orrore. Anzi, con Gesù ogni luogo diviene il nostro luogo, dove tutto è santo, dove tutto è Grazia, perchè tutto reca il profumo di Cristo, che è quello del Padre. "La fede ci impedisce di dimenticare; desta in noi l'autentica, sconvolgente memoria dell'origine: del fatto che noi veniamo da Dio; e vi aggiunge la nuova memoria che si esprime nella festa dell'Ascensione di Cristo: la memoria che il luogo autenticamente appropriato della nostra esistenza è Dio stesso e che è da lì che dobbiamo guardare l'uomo. La memoria della fede è in questo senso pienamente positiva: libera la dimensione ultima positiva dell'uomo. Riconoscere questo è una difesa ben più efficace contro ogni riduzione dell'uomo rispetto alla semplice memoria delle negazioni che, alla fine, può lasciare dietro di sé solo il disprezzo per l'uomo. L'antidoto più efficace contro la rovina dell'uomo risiede nella memoria della sua grandezza, non in quella della sua miseria. La memoria della grandezza ci rende immuni rispetto al falso moralismo che getta discredito sull'uomo. Essa ci insegna il rispetto per l'umanità e ci restituisce la gioia di essere uomini" (Card. J. Ratzinger, ibid.)


Sant’Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi, 142
« Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me »

Cristo disse: “Io sono la via, la verità e la vita”. Come a dire: “Per dove vuoi andare? Io sono la via. Dove vuoi andare? Io sono la verità. Dove vuoi avere stabile dimora? Io sono la vita.” Perciò camminiamo sicuri lungo la via; ma dobbiamo temere insidie accosto alla via. L'avversario non ardisce tendere insidie sulla via, perché la via è Cristo; ma certamente, accosto alla via non è mai che smetta...

Cristo la via, Cristo umile; Cristo verità e vita, l'elevato e Dio. Se stai alla sequela di Cristo umile, perverrai all'elevato; se, infermo, non disprezzi l'umile, ti stabilirai imbattibile in alto. Quale, infatti, se non la tua infermità, la causa dell'umiliazione di Cristo? Infatti la debolezza ti opprimeva assai e irreparabilmente. E questa situazione indusse a venire da te un così grande medico. Se la tua infermità fosse almeno tale da permetterti di recarti personalmente dal medico, l'infermità stessa poteva sembrare tollerabile, ma ti è stato impossibile recarti da lui ed egli è venuto da te; è venuto insegnando l'umiltà per la quale torniamo alla salute. Poiché non ci lasciava ritornare alla vita la superbia...

Grida colui che si è fatto via: “Entrate per la porta stretta”(Mt 7,13). Si sforza di entrare, lo impedisce la superbia... Prenda il farmaco dell'umiltà. Beva, antidoto alla superbia, la pozione amara, ma salutare.... Quasi infatti che il superbo sia a chiedere: “Per dove entrerò?” “Io sono la via”, dice Cristo. “Entra per me: volendo entrare per la porta, non puoi camminare che per me. Poiché, come ho detto: Io sono la via, così: Io sono la porta. (Gv 10,7) E che vai cercando per dove far ritorno, dove tornare, per dove entrare?” Perché tu non vada a smarrirti in qualche luogo, egli si è fatto tutto questo per te. Perciò ti dice in breve: “sii umile, sii mite” (Mt 11,19).

«Bibbia aperta» leggere le relazioni sociali attraverso un paradigma biblico (Bittasi)

Mangiare e dar da mangiare:

di Stefano Bittasi SJ
Redazione di Aggiornamenti Sociali

Stefano Bittasi SJ

Questo mese la rubrica «Bibbia aperta» si sposta tra le Mappe, per darespazio a una riflessione più ampia e articolata su una azione che riguarda ciascun essere vivente ma che si arricchisce di significati simbolici nel caso dell'essere umano: nutrirsi e nutrire. Partendo dalle diverse descrizioni bibliche del mangiare, l'A. spiega come questa dinamica, attraverso le fasi del mangiare per se stessi, del mangiare insieme, del dar da mangiare e infine dell'offrire se stessi come cibo per la vita degli altri possa illuminare anche le relazioni umane nel loro vissuto più esplicitamente sociale

Bibbia è un termine plurale, derivato dal greco ta biblia, che significa "i libri". Il contenuto di questo imponente volume infatti è il frutto della raccolta di 73 libri (almeno per la Chiesa cattolica) composti in tempi molto diversi, dall'XI secolo a.C. al II d.C., lungo un arco temporale di circa mille anni. Negli ultimi trent'anni si è andata sviluppando una corrente di pensiero che afferma la possibilità di una lettura continua di questi libretti considerandoli quasi come "capitoli" del più grande libro. Secondo questa visione, si può cominciare con il primo versetto del libro di Genesi per terminare con l'ultimo del libro dell'Apocalisse scorgendovi un disegno coerente, uno svolgersi organico e articolato della grande avventura dell'umanità nella sua relazione con Dio o, per meglio dire, della storia del rapporto che Dio ha voluto intrattenere da sempre con la sua creazione e, nello specifico, con il genere umano. Certamente ci sono molti limiti a un tale impianto di lettura del "Grande codice"1, eppure esso consente di scoprire dimensioni affascinanti del testo biblico. Una di queste è che il racconto del percorso plurimillenario che va dalla creazione del mondo al suo compimento escatologico viene incorniciato da un'unica azione: quella del mangiare.
Continua ... Fonte : aggiornamentisociali.it

mercoledì 2 maggio 2012

Santi Filippo e Giacomo Apostoli



Marcoledì della IV settimana del Tempo di Pasqua

Apostoli Filippo e Giacomo



Guardate alla forma d'una pietra squadrata: 
il cristiano deve essere simile ad essa! 
Di fronte a qualsiasi tentazione il cristiano non cade. 
Anche se è spinto e, quasi, capovolto, egli non cade. 
Una pietra di forma quadrata, infatti, 
da qualunque parte tu la giri, sta dritta... 
Siate, dunque, squadrati in questo modo, 
cioè pronti a qualsiasi tentazione. 
Qualunque cosa vi colpisca, non abbia a rovesciarvi!... 


S. Agostino


Gv 14,6-14 

In quel tempo, Gesù disse a Tommaso: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò”.

IL COMMENTO

E' verissima l'affermazione di Filippo, esprime il desiderio più profondo di ciascuno di noi, di ogni uomo: "Mostraci il Padre e ci basta". Si, poter vedere nostro Padre, vedere, che secondo il Vangelo di Giovanni significa credere, appoggiare la nostra vita in Dio nostro Padre, questo ci basta. Sapere con certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall'amore di Dio, vivere da figli sussurrando in ogni istante "Abbà, Papà", vivere stretti a Lui. Ecco, questo è tutto. Non si tratta di ucciderlo il padre, come ci hanno insegnato per decenni in ogni modo, si tratta piuttosto di conoscerlo, e di amarlo. Per questo il Padre ha inviato Suo Figlio, immagine perfetta e nitidissima di Lui. E' Cristo che dobbiamo cercare, implorare, a Lui dobbiamo stringerci senza paura. Da Lui lasciarci amare, perdonare, consolare. Lui, Gesù, unica nostra vita. In Lui ogni nodo irrisolto della nostra vita trova la mano pronta a scioglierlo, a riconsegnare ad ogni grumo della nostra storia dignit: e luce. 

Tutto in Cristo acquista senso, valore, gioia e gratitudine. Non un secondo della nostra vita è assente dal cuore di Cristo. Di più, ogni istante della nostra storia reca impresse le stimmate del Suo amore. La nostra vita è opera sua, ogni incontro, i genitori, la famiglia, la scuola, il lavoro, i figli, gli amici. Il nostro corpo, gli acciacchi, gli stessi spigoli del carattere, tutto è modellato perchè Lui splenda in noi. Noi siamo opera sua, opera del Padre. Perchè Lui è nel Padre, le sue opere d'amore compiute per noi, il perdono e la misericordia che ci rigenera testimoniano fin dentro le nostre ore più grigie la tenerezza di nostro Padre. Siamo figli, amatissimi figli. Allora ogni attività non è più nostra, non ci appartiene perchè noi apparteniamo a Dio. Le opere per le quali siamo nati, per le quali oggi ci siamo svegliati sono le opere di Dio, grandi, più grandi di quanto neanche riusciamo ad immaginare. 

Amare, perdonare, giustificare. Comprendere il collega di lavoro, avere misericordia con il vicino di casa, non resistere di fronte alle ingiustizie sul lavoro, umiliarci e chiedere perdono ai genitori, alla moglie, al marito, al figlio. Queste soono le opere di vita eterna che Dio ha predisposto per noi, queste sono le grazie da chiedere a nostro Padre nel nome di Suo Figlio e nostro fratello Gesù. Vivere oggi e ogni giorno la vita di Dio, scorgendo in ogni luogo e persona su cui posiamo lo sguardo la traccia inconfondibile di nostro Padre. Tutto è per noi un'eco di Dio, la Sua volontà dove, solo, è nostra pace.


Commento al Vangelo di :

Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, IV, 20, 5-7

« Chi ha visto me ha visto il Padre »

Lo splendore di Dio dona la vita: la ricevono coloro che vedono Dio. E per questo colui che è inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e lo vedono. Se infatti è insondabile la sua grandezza, è pure inesprimibile la sua bontà; e grazie ad essa, egli si fa vedere e dà la vita a coloro che lo vedono.

È impossibile vivere se non si è ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la partecipazione all’essere divino. Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà. Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere... Così Mosè afferma nel Deuteronomio: “Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo aver la vita” (Dt 5, 24). Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, è invisibile e indescrivibile a tutti gli esseri da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo, imparano che il Padre è l’unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza, come sta scritto nel Vangelo: “Dio nessuno lo ha mai visto ; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).



Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Esposizioni sui salmi, Sal 86

Santi Filippo e Giacomo, apostoli, fondamenta della città santa (Ap 21,19)


«Le sue fondamenta sono sui monti santi. Il Signore ama le porte di Sion» (Sal 86, 1-2)... «Voi siete concittadini dei santi, familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo» (Ef 2,19-20)... Ebbene, questa pietra angolare e i monti (che sono gli Apostoli e i grandi Profeti) reggono la costruzione di questa città e costituiscono un edificio vivente. Grida ora dai vostri cuori questo edificio? È la magistrale mano di Dio che compie tutto questo per mezzo della nostra lingua, affinché siate squadrati e immessi nella struttura di quell'edificio...

Guardate alla forma d'una pietra squadrata: il cristiano deve essere simile ad essa! Di fronte a qualsiasi tentazione il cristiano non cade. Anche se è spinto e, quasi, capovolto, egli non cade. Una pietra di forma quadrata, infatti, da qualunque parte tu la giri, sta dritta... Siate, dunque, squadrati in questo modo, cioè pronti a qualsiasi tentazione. Qualunque cosa vi colpisca, non abbia a rovesciarvi!...

Quanto, poi, al crescere in questo edificio, lo si fa con affetto devoto, con sincera religione, con la fede, la speranza e la carità. La città celeste viene edificata mediante i suoi stessi cittadini: i cittadini ne sono le pietre. Essi, infatti, sono pietre viventi. Dice l'apostolo Pietro: «Voi, come pietre viventi, siate edificati in una dimora spirituale» (1 Pt 2,5)... Ma, perché sono fondamenta gli Apostoli e i Profeti? Perché la loro autorità sorregge la nostra debolezza. Perché attraverso loro noi entriamo nel regno di Dio: sono essi che ce lo annunciano. E, quando noi entriamo attraverso loro, entriamo attraverso Cristo, dato che egli è la porta (Gv 10,9).


La Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani,
non è costituita per cercare la gloria terrena,
bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione.

Concilio Vaticano II, Lumen gentium




Dal Vangelo secondo Giovanni 13,16-20.
In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d'ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».



IL COMMENTO

Possiamo essere beati, e non è così difficile. Basta vivere secondo la natura che ci è stata donata, nella Grazia della chiamata di Dio. Non dipende da noi, e scoprirlo è la prima beatitudine. E' opera della Grazia che ci modella secondo la volontà di Dio, per farci conformi all'immagine di Cristo. Diventarlo, poco a poco, è l'unica vera beatitudine, la profonda gioia preparata per noi, quella che nessuno potrà mai toglierci. La semplicità di non pretendere nulla di più di quel che ci è donato, che è tanto, infinitamente tanto, e non ce ne rendiamo conto. E' il massimo, è Cristo e la sua stessa vita in noi. Sì, la vita di ora, il lavoro, la famiglia, gli amici, lo studio, il carattere, l'aspetto fisico, tutto di noi fa di noi Cristo. Siamo legati a Lui e la nostra vita acquista senso e pienezza nel lasciar trasparire dai nostri sguardi, dalle parole, dai gesti, dalla vita la Sua presenza.

E' qualcosa di impressionante, non possiamo non soffermarci su questo mistero. Il Signore ha deciso di prendere dimora in noi, cosicchè non ci apparteniamo più e frasi del genere "ho bisogno di tempo per me stesso" sono completamente in contrasto con la verità. Il Vangelo è la nostra vita, le Parole di Gesù sono verità e vita proprio perchè sono le uniche che ci svelano chi siamo, che illuminano i nostri passi nel mondo, che disegnano la nostra fisionomia spirituale. E non vi sono alternative, se non vogliamo cadere nell'alienazione, nella schizofrenia di vivere quel che non siamo.

La nostra parte di eredità è magnifica, una sorte deliziosa ci è stata data, ed è quella di essere di Cristo al punto di esserne una traccia gettata tra le pieghe della storia. Lui ci invia, per il battesimo ricevuto innanzi tutto, e ogni momento della nostra giornata è la vigna del Signore dove il Suo Spirito vuol dare frutto. Ogni incontro è prezioso. Ogni parola. Anche al bar, con la ragazza, con i colleghi, con la segretaria, sulla metro, al mercato, ogni persona incontrata ha, in noi, l'occasione di accogliere Cristo, e, con Lui, il Padre, Dio stesso. Lo comprendiamo davvero quanto sia preziosa la nostra vita, quanto tutto sia irripetibile e indispensabile alla missione per la quale siamo nati? Anche i difetti, le debolezze, anche le ore che sembrano non terminare mai, perdute tra studio e lavoro. No, tutto è meraviglioso, nulla è noioso, tutto è nuovo e pieno di vita, perchè in noi, ovunque e sempre viene Cristo.


Concilio Vaticano II. Constituzione dogmatica sulla Chiesa (Lumen gentium), §8

« Un apostolo non è più grande di chi lo ha mandato »

Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo...

La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio » (San Agostino), annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce.

Mercoledì della IV^ settimana di Pasqua

 


Ero nelle tenebre e non lo sapevo...,
scendevo verso gli abissi dell’ingiustizia,
ero caduto nella miseria del tempo per cadere ancora più in basso.
E nell’ora in cui mi trovavo senza soccorso,
illuminasti me mentre non ti cercavo...
Nella tua luce, vidi ciò che erano gli altri,
e ciò che ero io...;
mi desti di credere nella mia salvezza,
tu che desti la tua vita per me...
Lo riconosco, o Cristo, devo tutta la mia vita al tuo amore.

S. Anselmo d'Aosta



Dal Vangelo secondo Giovanni 12,44-50.Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me»

IL COMMENTO

Un grido, la voce di Gesù punta diritto al nostro cuore: Credetemi, guardatemi, sono Io, l'amore del Padre, quello che state cercando, proprio ciò di cui oggi avete bisogno, Io, solo Io ve lo posso donare. Un grido, quasi una supplica che ci scuote, oggi, ora. Quante volte brancoliamo nel buio, situazioni e persone ci appaiono come ombre cinesi, la nebbia avvolge fitta le nostre ore. Intuiamo qualcosa ma, dobbiamo riconoscere, sono infinitamente di più le cose che non comprendiamo di quelle che riusciamo ad afferrare.
Per questo anche oggi Cristo viene alla nostra vita come luce, per strapparci alle tenebre che il mondo, la carne, il demonio continuano a gettarci addosso. La luce di Lui con noi, e con Lui il Padre. Non si tratta di capire, si tratta di vivere con Gesù da figli di Dio. Vedere Cristo, crederGli, è l'opera preparata per noi. E' grazia, non è frutto di sforzi, decisioni o progetti. La fede, espressa attraverso il vedere e il credere, è accogliere la Sua Parola. Essa ci è annunciata, ci è donata ogni giorno. In essa c'è Lui, anzi, la stessa parola è Lui. Allora si tratta di camminare, anche oggi, come ogni giorno, appoggiati alla Sua Parola, che è la parola del Padre, di nostro Padre.

Gesù non ha mai parlato per se stesso; la fonte delle sue azioni, delle sue decisioni, delle sue parole è stato il Padre, sempre. Nessuna decisione avventata, dettata dall'affettività, sporcata dai compromessi e dalla vanagloria. Lui ha vissuto nel adre e per il Padre, e per questo, ha donato senza riserve la sua vita per ogni uomo, gratuitamente. Chi vede Gesù vede il Padre. Chi ascolta e accoglie la sua Parola incontra il Padre. Chi dimora in Lui vive nel Padre. Questa è una Parola per ciascuno di noi, che ci perdiamo in mille sottigliezze, in troppi tentativi di far breccia, penetrare nel cuore degli altri, agganciarli a noi e guadagnarli alla nostra causa. Per poi soffrire tremendamente quando siamo rifiutati, quando non siamo ascoltati, quando, dopo tanto impegno siamo rifiutati. Se invece ci abbandoniamo completamente al Signore, se viviamo in Lui la sua stessa vita, possiamo sperimentare la libertà autentica; nel matrimonio, nel fidanzamento, nell'amicizia, nel ministero, vivere nella libertà che non elude la sofferenza ma che scaturisce dalla consapevolezza che chi vede noi vede Cristo e, in Lui, il Padre. E' Lui che gli altri accolgono o rifiutano; a noi è dato, per Grazia, di rimanere nel suo amore, nascosti nella sua misericordia, morti per il mondo ma vivi per Lui. E' questa la chiave per vivere nella pace autentica, nel riposo, senza esigere e pianificare, senza rincorrere, spendendo ogni energia seguendo e obbedendo a Lui, mossi solo dal suo Spirito. Così vivono i figli di Dio, così si muove la Chiesa. 

Vivere in Cristo ogni istante, come un bimbo abbandonato tra le braccia di suo padre. E' questa la luce che dirada le tenebre che ci avvolgono e ci intristiscono. Camminare umilmente con Gesù, senza pretendere nulla, sapendo d'essere forse come pugili suonati tra le temperie della vita, ma saldi e fermi, ancorati nel Suo amore che non delude. Camminare in una valle oscura, bere veleni, e scoprire di passare indenni, sperimentando che Lui è vivo, che il Cielo ci attende, che la nostra vita è un pellegrinaggio quotidiano verso la pienezza del Suo amore.


Sant’Anselmo d’Aosta (1033-1109), monaco, vescovo, dottore della Chiesa
Meditazioni


O buon Signore Cristo Gesù, come sole tu illuminasti me che non ti cercavo né ti pensavo, e mi mostrasti come ero... Hai rimosso il peso che mi opprimeva dall’alto; hai respinto chi mi percuoteva con la tentazione... Tu mi chiamasti con un nome nuovo (Ap 2,17) tratto dal tuo nome e, incurvato com’ero, mi innalzasti fino alla tua visione dicendo: “Non temere, io ti ho riscattato, ho dato per te la mia vita. Se stai unito a me, fuggirai i mali in cui ti trovavi e non precipiterai nell’abisso verso il quale correvi; ma io ti condurrò nel mio regno...”


Sì, Signore, tutto questo facesti per me. Ero nelle tenebre e non lo sapevo..., scendevo verso gli abissi dell’ingiustizia, ero caduto nella miseria del tempo per cadere ancora più in basso. E nell’ora in cui mi trovavo senza soccorso, illuminasti me mentre non ti cercavo... Nella tua luce, vidi ciò che erano gli altri, e ciò che ero io...; mi desti di credere nella mia salvezza, tu che desti la tua vita per me... Lo riconosco, o Cristo, devo tutta la mia vita al tuo amore.

Ultimo messaggio da Medjugorje: dato a Mirjana

Immagine dal web da questo blog clicca.
Cari figli, con amore materno io vi prego: datemi le vostre mani, permettete che io vi guidi.
 Io, come Madre, desidero salvarvi dall'inquietudine, dalla disperazione e dall'esilio eterno.
 Mio Figlio, con la sua morte in croce, ha mostrato quanto vi ama, ha sacrificato se stesso per voi e per i vostri peccati.
 Non rifiutate il suo sacrificio e non rinnovate le sue sofferenze con i vostri peccati.
 Non chiudete a voi stessi la p orta del Paradiso.
 Figli miei, non perdete tempo.
 Niente è più importante dell'unità in mio Figlio.
 Io vi aiuterò, perché il Padre Celeste mi manda affinché insieme possiamo mostrare la via della grazia e della salvezza a tutti coloro che non Lo conoscono.
 Non siate duri di cuore. Confidate in me ed adorate mio Figlio.
 Figli miei, non potete andare avanti senza pastori.
 Che ogni giorno siano nelle vostre preghiere.
Vi ringrazio.
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Il Vangelo del Giorno

martedì 1 maggio 2012

Martedì della IV settimana del Tempo di Pasqua


Il Vangelo  del giorno




Alla vittima pasquale, si innalzi il sacrificio di lode,
l'Agnello ha redento il gregge,
Cristo l'innocente ha riconciliato i peccatori col Padre.

Victimae Paschali



Dal Vangelo secondo Giovanni 10,22-30.

Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola». 
IL COMMENTO

Creati ad immagine e somiglianza di Dio conosciamo solo la voce dell'unico nostro Pastore. Il Pastore che si è fatto agnello, il più piccolo, muto e umile di fronte ai suoi tosatori. L'Agnello condotto al macello, immolato perchè la nostra Pasqua sia autentica, e definitiva. E' Lui il vero Agnello che ha tolto il peccato del mondo, l'Agnello che ha redento il suo gregge. Per questo i discepoli di Giovanni non possono resistere al suo fascino e lo seguono, e desiderano vedere dove abiti questo amore capace di perdonare e ridonare la vita. Sono sue pecore da sempre, come ciascuno di noi, conoscono la sua voce, aspettavano quell'incontro.

Il perdono dei peccati, è questa l'opera di Gesù che lo costituisce unico Pastore, l'unico a cui possiamo consegnare la nostra vita, perchè è l'unico che capace di riconsegnarcela redenta.


Il contesto nel quale Gesù oggi ci parla è quello della festa di Hanukkàh, della Dedicazione, che celebrava la riconsacrazione del nuovo tempio ad opera di Giuda Maccabeo, dopo la profanazione di Antioco Epifane. È la hanukkàh (consacrazione), detta in greco enkainía (rinnovazione) (cfr 1 Macc 4, 54-59; 2 Macc 1,8; 2,16; 10,5). In questa festa, secondo i rabbini e la tradizione ebraica, tra i tanti, vi sono due elementi che crediamo essere fondamentali per l'intelligenza delle parole di Gesù:

"Il decreto promulgato dai Greci Siriani, era di far "dimenticare la Tua Torà e violare i decreti della Tua volontà" agli Ebrei. I Greci adoravano la conoscenza. A loro non importava se gli Ebrei apprendevano lasaggezza della Torà. Ciò che obiettavano violentemente era l'idea che la Torà provenisse da Dio - "la Tua Torà"... Per questa ragione i Greci contaminarono l'olio nel Beit Hamikdash". "La radice Hanukkah, da cui derivano Hanukkah e hinnukh (educazione), significa anche "educare".

Gesù, nel mezzo di questa festa, passeggia nel tempio, sotto il portico di Salomone. Passeggia come Dio nel paradiso, alla ricerca di Adamo. La sua presenza e le sue parole sono per ciascuno un interrogativo: "dove sei?". E' lui che interroga, e denuda: per questo la reazione è scomposta, e sembra che le domande del Signore ci tolgano la vita. In greco infatti invece di "fino a quando ci terrai con l'animo in sospeso" si può leggere anche "fino a quando ci toglierai la vita?". Confessiamo che è proprio quello che tante volte ci ritroviamo a pensare, quando ci sembra che il Signore resti muto di fronte alle nostre angosce. In fondo non è vero, come non era vero per i giudei, che siamo con l'animo in sospeso. La verità è che nel cuore abbiamo deciso, ed è chiara ai nostri occhi l'immagine del salvatore di cui abbiamo bisogno. E non ci rendiamo conto che stiamo aspettando e desiderando un mercenario, un estraneo, uno cui di noi non importa nulla.

Ma appare oggi l'Agnello di Dio, e la sua voce ci trafigge il cuore. Siamo suoi fratelli, creati in Lui, la nostra identità autentica è quella di un agnello preparato per il sacrificio. Il gregge di cui parla il Signore infatti, è quello del tutto speciale che si trovva nel Tempio, nel quale erano allevati gli agnelli per il sacrificio e l'olocausto. ogni parola del Signore sul Buon pastore e sul gregge è da inquadrare in questo contesto: Lui è la porta delle pecore, quella situata nel tempio; attraverso di Lui si trova il pascolo autentico, il cibo che non perisce, la volontà di salvezza per ogni uomo che si compire nell'offerta della nostra vita. E' questa l'unica voce che il nostro intimo può riconoscere, perchè solo essa fa vibrare l'elezione deposta in ciascuno di noi, agnelli del suo gregge. E' Lui che marcia dinanzi a noi sulla via del sacrificio. La cura del Pastore è tutta orientata a preparare gli agnelli per il sacrificio: Gesù ci nutre, ci guida, ci parla perchè cresca in noi la fede sino a divenire adulta, capace cioè di spingeci ad offrire, senza condizioni, la nostra vita sull'altare preparato ogni giorno in famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque. E' la primogenitura degli agnelli dell'ovile di Cristo, allevati all'ombra del Santo dei Santi, illuminati dal suo amore, nutriti della sua misericordia perchè, al tempo opportuno, possano essere offerti in riscatto di questa generazione. 



Siamo nati per perdere la vita, per amare, come Lui, in Lui, per Lui. Abbiamo sofferto tanto vivendo schiavi di mercenari che ci hanno rubato l'anima e la gioia. Abbiamo buttato la vita cercando inutilmente di difenderla. Oggi appare Cristo dinanzi a noi, e possiamo riconoscere in Lui la nostra immagine perduta. Lo guardiamo e scopriamo che Lui, e solo Lui, è carne della nostra carne, ossa delle nostra ossa. E' Lui che il nostro intimo conosce, è Lui che, Pastore perchè agnello, ci può educare, riconciliare, ricondurre alla Verità, ad una vita spesa per amore.

Forse l'olio dello Spirito Santo, quello della sapienza della Croce, è stato profanato, e oggi giace inutilizzabile e ci troviamo come le vergini stolte, impossibilitate ad entrare al banchetto. Abbiamo forse dimenticato la Parola che abbiamo ricevuto, consegnando il tempio della nostra vita agli idoli e al principe di questo mondo.

Per questo la parola del Vangelo di oggi è proprio per noi, ed è una buona notizia. E' la sua voce, quella per la quale siamo nati, per la quale siamo stati creati. E' il Pastore vero, bello, buono, che ci strappa dall'inganno, che distrugge nella sua morte, la menzogna e l'inganno.E' Lui che riconsacra il suo tempio, la nostra vita. E' Lui che ci attira nella stessa intimità divina, nel Santo dei Santi, il cuore di Dio. E' Lui che si fa nostro condottiero, che torna a guidare le nostre menti e i nostri cuori per i cammini della giustizia, della sapienza crocifissa. E' la sua voce che schiude i nostri occhi sulle sue opere, i segni dell'amore di Dio nella nostra vita. E' la sua voce colma delle sue parole che che ci dona la fede per credere ed ottenere la vita che non muore, vita in abbondanza per noi e per chi ci è prossimo. E' la sua mano trapassata dai chiodi che ci tiene stretti per l'eternità. Sono stati i nostri peccati a scrivere, a tatuare con il sangue i nostri nomi nelle mani del Signore. E Lui, con il suo sangue, li ha scritti in Cielo, per l'eternità, ed è questa la verità che si fa unica fonte di vera gioia, il pascolo che ci sazia perchè ci dona il perdono eterno.

E' la conoscenza di Dio in questo amore sperimentato mille volte, la conoscenza della misericordia, che scende sino al fondo più fondo delle nostre esistenze, è questa intimità che ci fa sue pecore, gregge del suo pascolo. La conoscenza crocifissa, che è la stessa sapienza con la quale guardare ogni istante della storia come una nota sullo spartito della sinfonia d'amore che Dio sta eseguendo per tutto il creato. E la nostra vita, il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente, costituiscono così il nuovo tempio riconsacrato per il culto nuovo, quello della Chiesa, quello del Figlio: la lode di una vita perduta per amore. Seguendo il Pastore, insieme al Pastore. Perchè nessuno, nel mondo vada perduto.



Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità 
No Greater Love 


« Le mie pecore ascoltano la mia voce »

Riterrai difficile pregare, se non sai come fare. Ognuno di noi deve aiutare se stesso a pregare: in primo luogo, ricorrendo al silenzio; non possiamo infatti metterci in presenza di Dio se non pratichiamo il silenzio, sia interiore che esteriore. Fare silenzio dentro di sè non è facile, eppure è uno sforzo indispensabile; solo nel silenzio troveremo una nuova potenza e una vera unità. La potenza di Dio diverrà nostra per compiere ogni cosa come conviene; lo stesso sarà riguardo all'unità dei nostri pensieri con i suoi pensieri, all'unità delle nostre preghiere con le sue preghiere, all'unità delle nostre azioni con le sue azioni, della nostra vita con la sua vita. L'unità è il frutto della preghiera, dell'umiltà, dell'amore.

Nel silenzio del cuore, Dio parla; se starai davanti a Dio nel silenzio e nella preghiera, Dio ti parlerà. E saprai allora che non sei nulla. Soltanto quando riconoscerai il tuo non essere, la tua vacuità, Dio potrà riempirti con se stesso. Le anime dei grandi oranti sono delle anime di grande silenzio.

Il silenzio ci fa vedere ogni cosa diversamente. Abbiamo bisogno del silenzio per toccare le anime degli altri. L'essenziale non è quello che diciamo, bensì quello che Dio dice – quello che dice a noi, quello che dice attraverso di noi. In un tale silenzio, egli ci ascolterà; in un tale silenzio, parlerà alla nostra anima, e udremo la sua voce.