Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

sabato 1 novembre 2014

Commemorazione dei fedeli defunti "finche c'è SPERANZA c'è vita!

" Finche c'è vita c'è  speranza... 

ma per i credenti e ancora più vero...

"finche c'è SPERANZA c'è vita!


DISCORSO DEL PAPA FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO MONDIALE DEI MOVIMENTI POPOLARI
“Oggi voglio unire la mia voce alla loro…”
Appassionato e approfondito discorso (quasi una piccola enciclica di Dottrina Sociale) di Papa Francesco ai partecipanti all’incontro mondiale dei movimenti popolari (Martedì, 28 ottobre 2014). 

...E accompagnandovi prego per voi, prego con voi e desidero chiedere a Dio Padre di accompagnarvi e di benedirvi, di colmarvi del suo amore e di accompagnarvi nel cammino, dandovi abbondantemente quella forza che ci mantiene in piedi: questa forza è la speranza, la speranza che non delude. Grazie.
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  2 Novembre. Commemorazione dei fedeli defunti



SINTESI


Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno". Come un fiume carsico, scorre in ogni evento e relazione della nostra vita, il desiderio di "vedere" Gesù come lo hanno contemplato i discepoli la sera di Pasqua, riconoscendolo dai segni del suo amore per loro. È nel perdono dei peccati, infatti, che possiamo "vedere" il Signore, e in Lui il volto misericordioso del Padre, origine e destino della vita di ogni uomo. Non è possibile che la mia vita finisca come sta finendo il mio matrimonio. Sono sparite le parole, non ci sono sguardi e carezze a unirci in dono, e da anni siamo due e non più una sola carne... E proprio qui appare dinanzi a noi Cristo risorto. Ci mostra le sue piaghe, e ci chiede solo di "guardarlo e credere" in Lui. Significa, semplicemente, accogliere il suo perdono capace di cancellare il peccato e donarci la sua vita che ha vinto la morte. Nella sua risurrezione può risorgere il nostro matrimonio; in Lui rivive la nostra carne, si può donare e tornare ad essere una e non più due. Esiste dunque un'altra vita, è quella di Cristo nella nostra, è il nostro matrimonio salvato. E' da qui che possiamo cominciare a "credere" e sperare il Cielo e la risurrezione nell’ultimo giorno, per noi e per i nostri cari. Li "commemoriamo" oggi guardando Cristo vivo nella nostra vita, celebrando in essa la Pasqua del Signore che attira ogni vita nel presente eterno del suo amore, dove nulla di noi andrà perduto. Si può desiderare, infatti, solo ciò che si è conosciuto.
QUI IL COMMENTO COMPLETO
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"finche c'è SPERANZA c'è vita!

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Sul discorso del Papa ai movimenti popolari.

Le case occupate della beata Irma Dulce



di Giorgio Bernardelli | 31 ottobre 2014 
Sul discorso del Papa ai movimenti popolari.
 E su un ritornello che ritorna spesso nel magistero e che forse sarebbe un po' da ripensare

L'abbiamo scritto a caldo l'altro giorno sulla nostra pagina Facebook: non riduciamo lo splendido discorso tenuto l'altro giorno da Bergoglio ai movimenti popolari alla battuta sul Papa comunista («È strano, se parlo di terra, casa e lavoro questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l'amore per i poveri è al centro del Vangelo»). Frase a effetto, che riprende una cosa che aveva già detto dom Helder Camara. Ma quello che conta davvero in quel lungo discorso - anche abbastanza denso - sono i suoi contenuti, tutti concretissimi: riforma agraria che garantisca il diritto alla terra (nel silenzio del mondo ci sono Paesi cattolicissimi dove si continua a morire per difendere il diritto dei poveri alla terra: ne sono stato testimone personalmente nelle Filippine); urbanistica che abbia al centro l'impegno a dare una casa dignitosa a ogni famiglia e non altro (pensate a come è ridotta oggi in Italia l'edilizia residenziale pubblica), un mondo dell'economia che per uscire dalla crisi si incammini davvero su una visione comunitaria del lavoro e non continui a proporre soluzioni solo individualistiche.
Se poi andiamo indietro di una settimana e allarghiamo lo sguardo a un altro discorso ampio del Papa legato a questione sociali - quello rivolto all'Associazione Internazionale di Diritto Penale - troviamo altri spunti molto precisi: il no al «populismo penale», il no alla pena di morte non solo nelle sue forme «ufficiali» ma anche in quelle nascoste (ergastolo, carceri invivibili, esecuzioni extragiudiziali...), la lotta alla corruzione perseguendo con maggior severità «quelle forme che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale - come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l'esercizio sleale dell'amministrazione - come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia».
Basterebbe mettere uno dietro l'altro questi punti per costruire un vero e proprio programma di azione sociale targato Papa Francesco.
Proprio per questo, però, mentre leggevo parole e indicazioni così precise, mi veniva una domanda: ma allora il famoso ritornello «non spetta alla Chiesa indicare le soluzioni...» ripetuto fino all'inverosimile per dire (a volte solo a parole) che il magistero non si intromette in certe scelte concrete «che sono responsabilità della politica»? Che cosa sono queste di Papa Francesco se non precise indicazioni di azioni politiche? E quando proprio cinquant'anni fa (inascoltato quanto sull'Humanae Vitae, ma in questo caso più dimenticato...) Paolo VI da Bombay supplicava le grandi potenze a destinare una parte delle spese militari per un fondo straordinario per la lotta alla fame, non faceva esattamente la stessa cosa?
Non è che forse sarebbe ora di rivedere anche un certo modo di pensare il magistero sociale, fatto di principi belli ma un po' troppo timoroso di assumersi la responsabilità di indicare strade concrete per soluzioni possibili? Non è che alla fine - in nome di una sacrosanta distinzione degli ambiti - finiamo per fare troppi passi indietro?
Certamente un cambio di prospettiva presupporrebbe un magistero che non nasce nel chiuso delle stanze di qualche dicastero (o peggio ancora: di tante sale convegni...), ma si sbilancia di più su idee e iniziative sorte là dove i poveri si organizzano per dare risposte alla domanda di un mondo più giusto. Che è poi esattamente quanto ha fatto Papa Francesco l'altro giorno scegliendo di dare così tanto peso all'incontro con i movimenti popolari.
Chiudo con un'ultima provocazione. Quest'anno vedo girare parecchio per la festa di Tutti i Santi l'iniziativa di scegliere un santo per il proprio profilo, ne ha parlato anche Assunta Steccanella ieri qui su Vino Nuovo. Aderisco anch'io un po' a modo mio: scelgo la beata brasiliana Irma Dulce, beatificata nel 2011. Mi sta simpatica perché è l'icona di una santità che farebbe rizzare i capelli a più d'uno in questa Italia di oggi: se dovessi indicarla come patrona di qualcuno direi i ragazzi di Occupy, dovunque essi abitino. Anche lei infatti - nel 1939, a Salvador Bahia - diede vita a un gesto clamoroso: occupò cinque case abbandonate alla Ilha dos Ratos, l'isola dei topi, una delle zone più degradate del quartiere più povero di Salvador. E lì cominciò a curare gli ammalati. Non chiese il permesso a nessuno: prese e le occupò. E puntualmente arrivò chi la buttò fuori persino da lì. Allora lei - che era una suora - andò dalla sua madre superiora chiedendo di poter usare almeno il pollaio del convento. E la superiora acconsentì, ma solo a patto che si occupassero anche dei polli... Quella cosa nata dai colpi di mano di una suora piantagrane tra topi e polli, oggi è uno degli ospedali più importanti dello Stato di Bahia.
Non si è fermata ai principi Irma Dulce, ma ha scelto la via delle risposte concrete. Mettendoci anche un gesto esplicito di ribellione rispetto a una situazione inaccettabile di ingiustizia che vedeva nella sua città. Chissà, magari se cominciassimo a prendere anche i santi patroni un po' di più dalla fine del mondo...
Vino nuovo

Le nuove Costituzioni della Legione di Cristo.

La Santa Sede approva le Costituzioni dei Legionari di Cristo

Constitucion LC 011114

Roma 1 novembre 2014. P. Eduardo Robles-Gil, Direttore Generale dei Legionari di Cristo ha comunicato con una lettera che la Santa Sede ha approvato le nuove Costituzioni della Legione di Cristo. L’approvazione è stata firmata il 16 ottobre da Mons. José Rodríguez Carballo, O.F.M e P. Sebastiano Paciolla, O.Cist., rispettivamente segretario e sottosegretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Le nuove Costituzioni sono già in vigore. 
Con l’approvazione delle Costituzioni si realizza l’obiettivo principale del processo di rinnovamento iniziato nel 2010 su mandato di Papa Benedetto XVI e proseguito da Papa Francesco attraverso un Delegato Pontificio, il card. Velasio De Paolis. Il testo è il risultato di un lavoro di consultazione e riflessione che è durato quasi tre anni e al quale tutti i Legionari hanno avuto l’opportunità di partecipare e dare apporto ed è culminato con la celebrazione del Capitolo Generale Straordinario nel gennaio e febbraio del 2014.
Tra gli incarichi principali del processo di rinnovamento c’erano il chiarimento del carisma, la semplificazione e riduzione delle norme, assicurare un esercizio dell’autorità più partecipativo e conforme al Diritto Canonico, la formazione dei Legionari, con speciale attenzione alla responsabilità di ciascuno nel fare il proprio discernimento vocazionale e garantire la distinzione tra il foto interno e il foro esterno.
P. Robles-Gil afferma nella sua lettera: «Adesso, abbiamo in mano il testo delle nostre Costituzioni, che descrive, per ciascuno di noi, il modo proprio di vivere la vita religiosa nella Legione e così anche il cammino che ci guida alla santità e alla fecondità apostolica, al servizio della Chiesa e degli uomini».
Le Costituzioni di una congregazione religiosa contengono le norme fondamentali che custodiscono e promuovono la vita e lo sviluppo del proprio carisma. In esse sono contenute le norme essenziali sull’identità e la missione della Congregazione, il suo governo e la sua disciplina; l’incorporazione e la formazione dei membri; l’oggetto dei vincoli sacri. In esse si devono armonizzare gli elementi spirituali e giuridici, senza moltiplicare le norme se non è necessario. L’approvazione spetta all’autorità ecclesiastica competente. Nel caso della Legione di Cristo, che è una congregazione di diritto pontificio, l’approvazione spetta alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.
Link ai documenti
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Chi sono i santi ?: Sono quelli che fanno passare la luce! Buona eterna vita

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Chi sono i Santi?

Piedi a terra e occhi al cielo

Un insegnante elementare portò la sua classe di terza a visitare la splendida chiesa di S. Domenico a Perugia. Percorsero la navata centrale e si fermarono ad ammirare il finestrone gotico dell’abside, con i vetri policromi (nella foto), uno dei più grandi del mondo, insieme a quello del Duomo di Milano. La luce del sole di quella bella mattinata primaverile veniva gradualmente filtrata dai vetri dipinti del mosaico e i bambini guardavano col naso all’insù quell’imponente vetrata bifore di santi apostoli, profeti ed evangelisti fatte di luci ed ombre intense e sfumate, in un gioco di colori e di rimandi spettacolari. 
L’insegnante chiese agli studenti: Chi sono quei santi lassù? Ed uno di loro rispose: Sono quelli che fanno passare la luce! 
L’insegnante rimase di stucco. Voleva sapere soltanto il nome dei santi, mentre il bambino ne aveva dato una perfetta definizione. I santi sono effettivamente coloro che riflettono la luce di Cristo! Non hanno luce in se stessi, ma si lasciano filtrare totalmente dal Sole di Giustizia e per questo possono a loro volta illuminare il mondo. Sono pieni di luce perché vuoti di se stessi e dunque capaci di trasfigurarsi in quella medesima luce. 
Per gli antichi ebrei il Dio di Abramo non era solo la fonte della luce per la vita quotidiana, ma la Luce stessa. “è in Te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce” (Salmo  36, 10). Questo pensiero è reso ancora più evidente dall’evangelista Giovanni: “Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre” (1 Lettera di Giovanni 1,5) ed è lo stesso Gesù Cristo che si attribuisce questa funzione: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Vangelo di Giovanni 8,12). 
Ogni battezzato è chiamato ad essere santo, vivendo una propria santità originale e luminosa come quella di un vetro limpido e colorato, nei suoi innumerevoli carismi. Una santità con i piedi ben saldi a terra, ma con gli occhi fissi al cielo per non perdere mai di vista la Luce vera che illumina ogni uomo. Il profeta Isaia proclama, in questo senso, che essere la luce delle nazioni significa essere a servizio del mondo perché tutti siano salvati (Isaia 49,6). 
La coerenza di vita al Vangelo è sempre una dura lotta contro il proprio IO superbo ed arrogante con il quale ogni battezzato deve fare i conti ogni giorno. Divenire la luce del mondo comporta responsabilità e rischi. Scrive Giovanni: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Vangelo di Giovanni 1,5). Lasciarsi trapassare dalla Luce di Cristo, come hanno fatto i santi e i beati, che in questi giorni ricordiamo con particolare venerazione, è sempre un’avventura affascinante, seppure difficile: la via più luminosa verso l’eternità. Voi siete la luce del mondo. 
Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli 
(Vangelo di Matteo 5,14-16).

Maria Rita Castellani - ilnuovogiornale .it
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 Buona eterna vita
In cielo ora vivi
e offri a noi i tuoi azzurri sorrisi.
I tuoi occhi mi sembra di vedere tra le nuvole
e io lo so,
che tra mille colori ci vegli da lassù.
A te va il mio sguardo nelle limpide giornate di sole.
A te va il mio pensiero nei cupi e tristi giorni.
A te le mie preghiere, in ogni istante del mio tempo.


Buona eterna vita

di Alberto Palentini

- See more at:www.palentini.it/alberto-palentini 

Terra di Maria a Roma

DI ADMIN
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Il cinema Adriano di Roma proietterà il film Terra di Maria del regista Juan Manuel Cotelo (L’Ultima Cima), il giorno 5 Novembre alle ore 20.30.
Come accadde per Cristiada chissà che le sale a disposizione non debbano diventare due, considerando l’attesa crescente per la visione di questa pellicola e il tam tam che si è creato con personaggi noti al mondo cattolico, e non solo, che si sono dati da fare sui social e con ogni mezzo.
La distribuzione del film sta avvenendo “dal basso”, è possibile per gli spettatori richiedere che la proiezione avvenga in una determinata città compilando la sezione “Vuoi vederlo?” del sito www.terradimaria.it.
Così facendo, affidandosi al passaparola, il film ha raggiunto già 15 paesi nel mondo. Le sale italiane sono già molte, e le richieste continuano ad arrivare da ogni parte d’Italia.
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Siamo convinti che una sola proiezione per il film Terra di Maria al cinema Adriano non sia sufficiente per far fronte alle numerosissime richieste che stiamo ricevendo da Roma e dintorni. Inoltre, nonostante la nostra insistenza, il servizio prevendita non è stato attivato. Vi chiediamo ancora una volta di aiutarci, contattando il numero 06367671 ovvero gli Uffici Mediaport Cinema di Roma e richiedendo informazioni sulla proiezione. Mostreremo così alla gestione del cinema la reale portata delle richieste: forse non credono ancora del tutto alla bontà del progetto.
Terra di Maria su  facebook e su twitter 
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Il fenomeno Terra di Maria cinema che indaga la fede
 di Andrea Galli  per Avvenire
 John Bruchalski, ginecologo di Washington D.C., inizia a praticare aborti appena conclusi gli studi in medicina, convinto di offrire un aiuto a molte donne. Constata il contrario: «Aumentavano le infezioni, le depressioni, le famiglie distrutte… mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato».. L’incontro al Santuario di Guadalupe con una “Signora”, anche lei in gravidanza, gli cambia definitivamente la vita. Silvia Buso è una ragazza padovana, atletica, a cui nemmeno diciottenne viene dato questo verdetto: «Non camminerai più». Una paraplegia, crisi epilettiche e una sedia a rotelle. Dopo nove mesi, durante un viaggio a Medjugorje, accade l’incredibile: riprende a camminare. Salvador Íñiguez, messicano di Guadalajara, di mattina lavora come infermiere geriatrico, di notte passa da un bordello all’altro avvicinando prostitute e travestiti. «Quanto prendi, sorellina? Così poco? Nessuno ti ha mai detto che vali tutto il sangue di Cristo?». Poi racconta loro che hanno una protettrice in Cielo, insegna loro a pregare il Rosario, parla della misericordia infinita di Dio, si offre di leggere la Bibbia insieme a loro.
Sono alcune delle storie al centro de La Terra di Maria, un docufilm uscito in Spagna a ridosso di Natale, firmato da Juan Manuel Cotelo, già regista e produttore nel 2010 de L’ultima Cima, la storia di un carismatico sacerdote di Madrid, don Pablo Domínguez, appassionato di montagna e morto nel 2009 mentre scendeva dal monte Moncayo. Film che uscito in pochissime sale spagnola, grazie al passaparola e al tam tam di internet è diventato un “caso” al di là dei confini nazionali.Ex numerario dell’Opus Dei, 47 anni, studi all’Università di Navarra e una carriera tra periodici e televisioni, Cotelo ha fondato anni fa una casa di produzione, la “Infinito más Uno”. L’ultima Cima è stata la prima opera di successo, l’anno scorso è stata la volta di Può succedere a te, storie estreme di conversione raccolte in giro per il mondo e su cui l’istrionico regista-produttore-attore ha costruito un format, il «congresso di teologia in camper»: ha girato la Spagna appunto con un camper, ha fatto salire i personaggi più improbabili, ha sottoposto loro quelle storie di fede borderline, registrandone impressioni e commenti, e ricavandone 13 puntate.Ne laTerra di Maria Cotelo veste i panni dell’“avvocato del Diavolo”, una sorta di ironico agente segreto che indaga una porzione di mondo oscuro, che resta fuori dai riflettori mediatici: dove abita un popolo variegato e sparpagliato in ogni dove, che ancora agli inizi del Terzo Millennio sostiene di parlare con gli angeli, di abitare con un piede in una realtà ultraterrena e di camminare in compagnia di una donna celeste che nessuno ha visto, ma che tutti chiamano “Madre”. Un viaggio nell’affascinante Terra di Maria. Con questo reportage tra fiction e realtà – uscito in una manciata di città in Spagna agli inizi di dicembre, già moltiplicatesi nel giro di due settimane, con proiezioni già programmate in una ventina di Paesi – Cotelo spera di bissare il successo dell’Ultima cima. E di lasciare un segno non solo al botteghino.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Terra di Maria - Essere madre non è un male


Il Vangelo di Maria in onda su PadrePioTv

Il vangelo di Maria in TV
DI ANDREA TORQUATO GIOVANOLI
Ci fa molto piacere segnalare una rubrica settimanale  che va in onda  su PadrePioTv all’interno del programma Fuoritempo, sui Misteri del Rosario basata sul libro Il vangelo di Maria del “nostro” Andrea Torquato Giovanoli e che Andrea stesso ha  registrato insieme ad Annamaria Salvemini.
Di seguito le clip delle prime quattro puntate.


Il Vangelo di Maria - Prima Puntata


Il Vangelo di Maria - Prima Seconda


Il Vangelo di Maria - Prima Terza


Il Vangelo di Maria - Prima Quarta


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Il Vangelo di Maria Maddalena

Solennità di Tutti i Santi





1 Novembre. Solennità di Tutti i Santi

Chagall. Giacobbe lotta con l'angelo


SINTESI
La santità è una speranza invincibile incastonata nella forza infinita d'una chiamata. Ancora prima di vedere la luce Dio ci ha chiamati alla santità «mettendoci da parte» nel mondo per «ereditare la Terra del suo Regno» e mostrarne a tutti le primizie. «Forza e coraggio, perché Io sono con te ovunque tu vada»: sono le parole del Signore rivolte a Giosuè fermo dinanzi al Giordano; le ripete anche a noi ogni giorno, chiamandoci a passare il guado. Sulla riva opposta vi è la Terra Promessa, la santità compiuta nell’eterno e pieno appartenere al Signore. In mezzo è il torrente di oggi e domani, persone e fatti che Dio ha preparato per noi. Davanti ad esso vi siamo noi con la paura della santità, che è quasi certezza di non farcela. La stessa di Giacobbe dinanzi al guado dello Jabbok, solo e in trappola, e quel fiume oscuro che lo aspettava, come un presagio di morte. Giacobbe era un peccatore, ha mormorato e giudicato, ha ingannato e rubato, ma portava sigillata nel fuoco la sua primogenitura; ha lottato con Dio, non ci stava a «perdere la vita». Poi un colpo secco all’anca e non era più quello di prima. Umiliandolo a zoppicare Dio ne aveva fatto un santo. Ora Giacobbe conosceva la propria debolezza benedetta con un nome nuovo, «Israele», che significa «Forte con Dio». Ecco dunque un santo, il più debole con il Più forte. Tu ed io che trasciniamo i piedi, incapaci di tutto ma aggrappati alla sua misericordia. Lo abbiamo visto anche un istante fa, quando per nulla abbiamo sbranato il fratello, per poi chiedergli balbettanti perdono. Se Dio non ci avesse creato friabili come fette biscottate non avrebbe potuto mostrare al mondo la sua santità. Per questo la debolezza è la nostra «beatitudine», anticipo di quella che sazia la moltitudine dei Santi che ci hanno preceduto nel Cielo. Celebrandoli oggi riviviamo il cammino della Chiesa nei secoli, colmi di gratitudine perché è anche la nostra storia. «Santi subito», perché no? «Consolati» quando il mondo è «afflitto». «Sazi» e riconciliati in mezzo agli «affamati di giustizia». «Miti» come agnelli in una società di lupi. «Operatori di pace» mentre il mondo prepara la guerra. «Puri» dove tutto è sporco. «Misericordiosi» con chi ci è nemico e ci «perseguita». «Santi per causa di Cristo», «esultanti e felici» del suo amore che abbraccia la nostra «povertà» per far risplendere negli «insulti e nelle menzogne» il volto santo di Dio.





L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». (Dal Vangelo secondo Matteo 5,1-12a)
Giosuè e il Popolo passano il Giordano


Una speranza invincibile e la forza infinita d'una chiamata: la santità è un'elezione, un esser messi a parte per qualcosa di speciale, per abitare la Terra. I santi sono gli eredi della Terra dove scorre latte e miele. Il Cielo. Tra le pieghe della festa di oggi, dietro la santità si scorge la storia di un Popolo. Ad ogni beatitudine si odono le eco dei passi degli umili, dei piccoli, di un resto. I riscattati che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti e le hanno rese candide nel sangue dell'Agnello.
E' Lui che, vittorioso sul peccato e sulla morte, precede i suoi nella Galilea che è il mondo in attesa del Regno. E' Lui il Santo che ci fa santi. Oggi siamo tutti dinanzi alla Terra, come Giosuè. Le parole del Signore ci invitano a non aver paura, ad essere coraggiosi e forti, a non scoraggiarci dinanzi alle difficoltà, ai popoli che abitano la nostra eredità.
A non aver paura di noi stessi, dei nostri peccati, dei nostri limiti, delle nostre debolezze, dei nostri difetti. Sono tanti e numerosi come i Popoli che abitavano la Terra che si dischiudeva dinanzi agli occhi di Giosuè. "Forza e coraggio" gli ripeteva il Signore sull'erta di quel monte, "perché il Signore è con te ovunque tu vada". Forza e coraggio sono l'altra metà della povertà.
Come Giacobbe dinanzi al guado dello Jabbok, solo e in trappola, e quel fiume oscuro che lo aspettava, come un presagio di morte. Giacobbe era un peccatore, ha mormorato e giudicato, ha ingannato e rubato, ma portava sigillata nel fuoco la sua primogenitura; ha lottato con Dio, non ci stava a «perdere la vita». Poi un colpo secco all’anca e non era più quello di prima. Umiliandolo a zoppicare Dio ne aveva fatto un santo. Ora Giacobbe conosceva la propria debolezza benedetta con un nome nuovo, «Israele», che significa «Forte con Dio». Ecco dunque un santo, il più debole con il Più forte.
Tu ed io che trasciniamo i piedi, incapaci di tutto ma aggrappati alla sua misericordia. Lo abbiamo visto anche un istante fa, quando per nulla abbiamo sbranato il fratello, per poi chiedergli balbettanti perdono. Ma solo chi ha conosciuto davvero, come Giacobbe, la propria debolezza, può abbandonarsi con una sconfinata fiducia in Colui che lo chiama.
E' la fede che coniuga nei santi la forza e il coraggio. Israele, il Popolo da cui proveniamo, significa proprio "Forte con Dio". Il santo è il forte con il Più forte. Vive aggrappato a Colui che ha legato il demonio, ha sconfitto uno ad uno i Popoli che usurpavano l'eredità, e con Lui entra a prenderne possesso. Un Popolo santo, separato, consacrato in Colui che lo ha amato di un amore unico, gratuito, infinito.
Il Signore ci annuncia oggi la beatitudine di chi abita, felice, nella sua Terra. Che ci è data, come primizia, nella Chiesa, il mistero d'amore e comunione che supera ogni nostro limite carnale. Anche oggi, come ad ogni mattino che si apre dinanzi a noi, ci troviamo sul monte con il Signore. E su quel monte ammantato dalla rugiada d'ogni alba della nostra vita, Lui ci chiama ad entrare nella Sua eredità. Ogni aurora che ci accoglie ci dona il Suo Spirito Santo che ci fa figli, coeredi di un Destino meraviglioso.
Lo Spirito di fortezza perché non cediamo al timore dinanzi alla Croce che ci attende. Ecco la nostra vita santa che ci fa santi. Ogni evento in cui ci imbattiamo, ogni persona che incontriamo è la Terra preparata per noi, la nostra eredità. Nostra moglie oggi, così come si sveglierà; nostro marito è la terra che ci farà sante quando tornerà nervoso e intrattabile dal lavoro; nostro figlio che si è appena messo un orecchino; nostra figlia che ha sbattuto la porta e se ne è andata in discoteca; nostra suocera che non ce ne fa passare una, con quel sorrisetto ironico che dice tutto; il collega che ci ha infilzato calunniandoci con il capo reparto. E il cancro che ci ha visitato, la cassa integrazione, lo sfratto.
Ogni fatto della nostra vita ci fa santi, perché in ciascuna ora che segna le nostre esistenze Lui ci precede, combatte per noi come già ha fatto innumerevoli volte nel passato; anche quando eravamo schiavi del peccato in Egitto dove ci ha salvati, redenti, amati d'un amore eterno. Lui ci precede nella camera operatoria e nel dialogo serrato con i figli; allora, perché temiamo di vivere e chiamare gli altri a vivere una vita santa, piena, compiuta nell’amore? Perché ci accontentiamo di galleggiare mentre possiamo essere santi?
La sola possibilità per essere felici, noi e la nostra famiglia, i fratelli, gli amici è lasciare che Dio ci faccia santi, conducendoci nella Terra dove consegnarci per amore, nel compimento della promessa che ci ha chiamati alla vita. Desideri la santità per tuo figlio? O piuttosto un lavoro, la salute e altre cosette così? Non desideri che conosca l’amore che lo perdona e lo trasforma in figlio di Dio, in un santo offerto al mondo?
Chi di noi, oggi, non sta vivendo almeno una delle situazioni descritte dalle “beatitudini”? Ma forse non pensiamo d’essere “beati”. Sfortunati, vittime di un’ingiustizia, ma “beati” perché “piangiamo, abbiamo fame, siamo perseguitati, ci insultano e calunniano”? Per favore, chi pensa che tutto questo sia la felicità è da rinchiudere in un manicomio criminale.
Ma Gesù ci annuncia proprio questo. Non solo, ma ci svela che siamo “noi” questi “beati”. Sei beato e non te ne stai rendendo conto. Guarda bene tuo marito, tua moglie; fissa tuo figlio. Guarda te stesso, ma guardati bene.  E lascia che le parole di Gesù illuminino i volti, e raggiungano le storie di ciascuno, scovando anche nella tua i momenti in cui hai visto Lui operare in te. L’hai sperimentata la beatitudine, ma forse non ci hai fatto caso o il demonio te l’ha cancellata dalla memoria. La stai sperimentando, ma forse ti sembra la cosa più naturale del mondo.
Quando? Ora, che sei ancora sposato, ed è in virtù della sola Grazia di Dio che ha reso “vita” possibile, e anche felice, quello che il mondo, la carne e il demonio dicono essere un assurdo. Hai gustato la beatitudine quando hai perdonato chi ti aveva tolto l’onore. Di certo la tua beatitudine si specchia nel sorriso di tuo figlio, che è la vittoria di Cristo sui tuoi peccati, sull’egoismo, l’avarizia e la concupiscenza.
Ciò significa che la “beatitudine” per la quale siamo nati sgorga dalla gratitudine. Chi oggi non è grato a Dio, sta perdendo la propria felicità, quella che gli spetta. E’ frustrato, vive contro se stesso. Ma la gratitudine non si compra al mercato. E’ il frutto di un lungo cammino di “purificazione” dello sguardo “del cuore”; è la meta di un serio percorso di conversione alla verità per diventare “poveri in spirito”.
E’ il figlio di Dio gestato nel seno della Madre Chiesa, che, illuminato dalla Parola spalmata sui fatti della propria storia, ha sperimentato l’amore di Dio e per questo lo vede in tutto. E per tutto è grato, rende grazie, vive in pienezza l’eucarestia, che non a caso era l’ultimo evento vissuto da un catecumeno la notte di Pasqua, dopo aver ricevuto il battesimo e la cresima.
Era entrato nella terra della gratitudine, immagine del Paradiso. Gustava le delizie dello Shabbat, del riposo che è la contemplazione dell’opera di Dio nella propria vita. Poteva cantare e far festa, “rallegrarsi ed esultare” perché sapeva che proprio la persecuzione certificava la sua appartenenza a Cristo, che stava vivendo la sua morte e la sua resurrezione.
Come non essere grati, ed esplodere in una liturgia di ringraziamento per essere stati “separati” dal mondo per vivere la vita di Cristo! Come non essere felici per essere stati strappati dal peccato e dall’infelicità per gustare il perdono che ricrea! Come non desiderare questa “beatitudine” per chi ci è accanto, per il mondo intero? Come non perdere la vita per annunciarla sino agli estremi confini della terra perché nessun uomo ne resti escluso?
Il Signore ha pensato a te e a me, ai nostri figli per condurci per mano al possesso della nostra eredità, la sua stessa santità. Lui, il Santo, ci ha scelti. Lui nella Chiesa illumina gli occhi della nostra mente per comprendere a quale speranza siamo chiamati, "quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi" . La speranza di esserne partecipi purifica i nostri cuori e le nostre menti e ci fa ogni giorno santi come Lui: poveri con Lui, afflitti con Lui, miti con Lui, affamati e assetati con Lui, puri, operatori di pace, perseguitati con Lui. Piccoli, deboli, pieni di difetti e di contraddizioni. Eppure santi.
Sino al giorno in cui saremo “eletti” a far parte del “Paradiso”. Nel tempo e nello spazio, sulla terra, ci prepariamo a vedere trasformata la chiamata in elezione attraverso il cammino che ci offre la Chiesa. Perché è pur vero che molti sono i chiamati e pochi gli eletti. La santità è una cosa seria, è soprattutto una missione per salvare i peccatori.
Per passare all’altra riva, alla “terra celeste”, abbiamo bisogno di fratelli maggiori che ci confortino, ci mostrino le tracce disseminate sulla strada della santità. Di testimoni della fedeltà di Dio, come lo fu Elisabetta per la Vergine Maria. Per questo celebriamo oggi la santità di tutti coloro che ci hanno preceduto in questo cammino, che hanno gustato le primizie della Terra promessa nelle pieghe dell'esistenza quotidiana. Celebriamo la comunione con i santi, nella quale possiamo, in un certo senso, “approfittare” della loro santità per imparare a viverla nella nostra storia.
Come accade in una famiglia dove i genitori e i fratelli maggiori mettono a disposizione i loro beni per i fratelli più piccoli, che non possono sostenersi da soli. Così “funziona” anche la comunione nella Chiesa terrestre, nelle nostre comunità concrete: nessuno dice “sua” la Grazia che riceve, ma la mette a disposizione per il bene di tutti. Così siamo uniti ai santi che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato la veste con il sangue dell’Agnello, e vivono nel Cielo. Ci donano le primizie, per darci forza e coraggio nel viaggio e nella battaglia per raggiungerli.
Affrettiamoci dunque ad entrare oggi nella Terra santa che ha allargato i confini sino ad includere anche la città della nostra vita. L’ha conquistata Cristo con la sua Croce e la sua risurrezione! La nostra vita, il nostro corpo, tutto di noi è preparato per divenire il tempio santo per la sua santità. Consegniamoci oggi e ogni giorno a Cristo, così come siamo, perché faccia di noi un’immagine fedele del Santo che ci ha chiamato.


APPROFONDIMENTO



1 Novembre. Solennità di tutti i santi. Approfondimenti




 αποφθεγμα Apoftegma



Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio?
Per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie,
né possedere carismi eccezionali.
E' necessario innanzitutto ascoltare Gesù
e poi seguirlo senza perdersi d'animo di fronte alle difficoltà.
L'esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità,
pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce,
la via della rinuncia a se stesso.
L'esempio dei santi è per noi un incoraggiamento
a seguire le stesse orme,
a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio,
perché l'unica vera causa di tristezza
e di infelicità per l'uomo è vivere lontano da Lui.


Benedetto XVI, 1 Novembre 2006