Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

mercoledì 29 ottobre 2014

Tutti i Santi

Solennità di Tutti i Santi





Enzo Bianchi 1 novembre - Tutti i santi


1 novembre
Tutti i santi
Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose
In questi ultimi decenni sono stati proclamati tanti santi e beati: mai c’è stata nella chiesa una stagione così ricca di canonizzazioni, segno anche di un’estesa “cattolicità” raggiunta dalla testimonianza cristiana. Eppure molti, all’interno e attorno alla chiesa, hanno la sensazione di non conoscere dei santi “vicini”, di non riuscire a discernere “l’amico di Dio” – questa la stupenda definizione patristica del santo – nella persona della porta accanto, nel cristiano quotidiano. Questo forse è dovuto anche al fatto che viviamo in una cultura in cui si privilegia l’apparire, un mondo in cui – come ha detto qualcuno – “anche la santità si misura in pollici”: molti allora cercano non il discepolo del Signore, ma l’ecclesiastico di successo, l’efficace trascinatore di folle, l’opinion leader capace di parole sociologiche, politiche, economiche, etiche, la star mediatica cui si chiede una parola a basso prezzo su qualsiasi evento, facendolo apparire il più eloquente a prescindere dalla consistenza della sua sequela del Signore.

Papa Francesco, nell’omelia della Messa celebrata oggi, 28 ottobre 2014 a Casa Santa Marta

 “Non fermiamoci sulla porta”. 
Omelia di Papa Francesco del 28 ottobre 2014
Papa Francesco, nell’omelia della Messa celebrata oggi, 28 ottobre 2014 a Casa Santa Marta, ha preso spunto dalle Letture (Ef 2,19-22; Lc 6,12-16) per descrivere il modo nel quale Gesù getta le basi della Chiesa: Gesù prega, chiama, sceglie e invia. Quella Chiesa nata su di Lui, “pietra angolare” ed edificata sulle dodici colonne da Lui scelte, è aperta a tutti senza distinzione “perché a Cristo interessa amare e guarire i cuori, non misurare i peccati”. Tutti noi siamo chiamati a sentirci parte costitutiva della Chiesa e non ospiti, non dobbiamo fermarci sulla porta ed osservare, ha detto il Papa, ma sentirci pienamente cittadini.

“Gesù prega, Gesù chiama, Gesù sceglie, Gesù invia i discepoli, Gesù guarisce la folla. Dentro a questo tempio, questo Gesù che è la pietra d’angolo fa tutto questo lavoro: è Lui che porta avanti al Chiesa così. Come diceva Paolo, questa Chiesa è edificata sul fondamento degli Apostoli. Questo che Lui ha scelto, qui: ne scelse dodici. Tutti peccatori, tutti. Giuda non era il più peccatore: non so chi fosse stato il più peccatore… Giuda, poveretto, è quello che si è chiuso all’amore e per questo diventò traditore. Ma tutti sono scappati nel momento difficile della Passione e hanno lasciato solo Gesù. Tutti sono peccatori. Ma Lui, scelse”.
“Noi siamo cittadini, concittadini di questa Chiesa. Se noi non entriamo in questo tempio e facciamo parte di questa costruzione affinché lo Spirito Santo abiti in noi, noi non siamo nella Chiesa. Noi siamo alla porta e guardiamo: ‘Ma, che bello… sì, questo è bello…’. Cristiani che non vanno più avanti della reception della Chiesa: sono lì, alla porta… ‘Ma sì, sono cattolico, sì, ma troppo no… così…”.
“A Gesù non importò il peccato di Pietro: cercava il cuore. Ma per trovare questo cuore e per guarirlo, pregò. Gesù che prega e Gesù che guarisce, anche per ognuno di noi. Noi non possiamo capire la Chiesa senza questo Gesù che prega e questo Gesù che guarisce. Che lo Spirito Santo ci faccia capire, a tutti noi, questa Chiesa che ha la forza nella preghiera di Gesù per noi e che è capace di guarirci, tutti noi”.

Verranno da oriente a occidente e siederanno a mensa nel regno di Dio.

Mercoledì della XXX settimana del Tempo Ordinario


SINTESI

Una «porta stretta» ci separa dalla felicità. Anticamente all’interno della porta grande ve ne era una di servizio, più piccola, che veniva chiusa per ultima. Era quella che attendeva il Servo di Dio a «Gerusalemme», e ogni suo discepolo nella propria «città». Essa è un appello di Gesù alla nostra libertà: Egli «passa», e «insegnando» la dischiude dinanzi a noi chiamandoci a seguirlo sul cammino della salvezza. Viviamo in un tempo di Grazia per convertirci, perché un giorno la porta sarà «chiusa». Il «tale» del Vangelo però sembra non lasciarsi coinvolgere. Anonimo e indifferente sulla soglia della questione fondamentale dell’esistenza, è immagine di ciascuno di noi di fronte all’urgenza della chiamata di Gesù. Come quell’uomo e i rabbini del tempo, ci interessiamo della «salvezza» accademicamente, forse scandalizzati della possibilità che i pagani - la «casta» che ruba o il collega che ci fa le scarpe - si salvino con noi che crediamo di essere già «in salvo», lontani dalla loro corruzione e malvagità. Ma non siamo salvi affatto, l’indifferenza verso il drammatico appello di Gesù nasconde la paura che ci impietrisce dinanzi alla «porta stretta» dove passare per donarci ai fratelli. «Cerchiamo» di «entrare» nella comunione e nella pace con loro ma «non ci riusciamo». Il peccato ci ha fatto sperimentare la morte e, come i progenitori «scacciati» «fuori» dalla casa del «Padrone», «non abbiamo forza» di «lottare» (sforzarci) per amare. Allora ci affrettiamo a «bussare», pregando e chiedendo consigli, ma non è la conversione. È il tentativo di giustificarci accusando Dio subdolamente opponendogli le nostre «opere». Certo Gesù ha «insegnato» nelle nostre chiese, è stato «presente» quando «abbiamo mangiato e bevuto» nelle liturgie, ma nel fondo non lo abbiamo mai accolto. Dinanzi alla «porta stretta» infatti cadono tutte le maschere e appare l’autentica matrice delle nostre «opere»: la superbia nella quale viviamo per noi stessi servendoci «iniquamente» dei fratelli. Sono opere così diverse da quelle del Figlio da renderci «irriconoscibili» al Padre; non può aprirci perché «non sa da dove veniamo», la lingua delle nostre preghiere infatti è radicalmente diversa da quella parlata nel suo Regno. Non è quella di Pentecoste, capace di farsi comprendere dal coniuge, dai figli, dai nemici, anche quando ne parlano una diversa. La lingua del Regno, infatti, è quella dell'amore che tutti ascoltano come fosse la propria. Lo Spirito Santo è l'unico che ci dona la parola giusta, il gesto unico e indispensabile, lo sguardo misericordioso, l'ascolto paziente con i quali passare per la porta stretta che mi separa dall'altro. Ogni incomprensione deriva dalla mancanza di Spirito Santo. Altro che psicologi e terapie, si tratta di avere o non avere lo Spirito di Gesù Cristo che crocifigge ogni pensiero, parola e gesto, perché ci aprano al cuore dell'altro. Un padre senza Spirito Santo può fare e dire mille cose, serviranno a poco. Una moglie senza Spirito Santo non avrà misericordia del marito. Un prete senza Spirito Santo parlerà, farà omelie, si sgolerà, ma non resterà nulla. Ma anche oggi il Signore vuole donarci il suo Spirito, che rinnova in noi il miracolo dell'amore che ci farà passare per la porta stretta che distrugge l'orgoglio e ci fa servi degli altri. E' ancora giorno, i fratelli sono accanto a noi e la «porta» è tenuta aperta dalla pazienza di Dio. Possiamo convertirci perché il «pianto» di oggi non ci accompagni domani e per l’eternità. La salvezza è dischiusa dinanzi a noi oltre la «porta stretta» del sepolcro del Signore. La forza dirompente della sua risurrezione ha rotolato via la pietra che ci impauriva. Il suo amore ci attira dietro a Lui nella «lotta» quotidiana per uscire dal peccato ed entrare nel Regno di Dio e sederci a «mensa» in compagnia dei Patriarchi e di tutti i peccatori salvati prima di noi. Lasciamo che il Signore tagli via quanto in noi è troppo grande e ci impedisce di passare, per scendere dai «primi» posti della superbia che ci aveva condannato, all’«ultimo» dell’umiltà dove il Signore ci aspetta per salvarci. Entriamo attraverso la "porta stretta" che conduce alle acque del battesimo: sacramentalmente nella comunità cristiana, dove impariamo a spogliarci dell'uomo vecchio per accostarci alla fonte della Grazia che sono i sacramenti e la Parola di Dio; e poi nella vita di tutti i giorni, dove si attualizza quanto vissuto nella Chiesa: rigettare la via larga che conduce alla perdizione, che è dare soddisfazione alla carne e ai suoi desideri, giudicare, mentire, mormorare, per entrare nei fatti che ci aspettano disegnati a forma di Croce. In essi si schiude il Cielo, la riconciliazione, la pace, la vera felicità, l'abbraccio di Gesù.


L'ANNUNCIO
Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi».
(Dal Vangelo secondo Luca 13,22-30)
 


Gesù cammina verso Gerusalemme, passa tra le città e i villaggi, e annuncia il Vangelo, compiendo così le parole del salmo: "Tu visiti la terra e la disseti, coroni l'anno con i tuoi benefici, al tuo passaggio stilla l'abbondanza". Gesù visita la nostra "città", con le ricchezze del suo insegnamento ci disseta, passa fa stillare l'abbondanza nella nostra vitaEssa infatti "è una questione aperta, un progetto incompleto. Come si impara l'arte di vivere? Quale è la strada alla felicità? Evangelizzare vuol dire: mostrare questa strada - insegnare l'arte di vivere. Gesù dice... Io ho la risposta alla vostra domanda fondamentale; io vi mostro la strada della vita, la strada alla felicità - anzi: io sono questa strada" (Benedetto XVI). 
In questo contesto si svolge il dialogo del Vangelo. Alcuni rabbini sostenevano che tutto Israele si sarebbe salvato in virtù della fedeltà di Dio. Altri invece affermavano: «Dio ha creato questo mondo per amore di molti, ma quello futuro per pochi». Gesù non cade nel tranello, e, come al solito, mette a fuoco la questione: si tratta della salvezza, dell'arte di vivere una vita piena per ereditare quella eterna; e ciò riguarda ciascuno di noi. Non importano le statistiche, quelle ad esempio nelle quali si perdono i Testimoni di Geova. Per questo Gesù presenta l'immagine della porta stretta attraverso la quale siamo chiamati ad entrare. Innanzi tutto essa ci insegna che la salvezza è al di là del luogo dove oggi noi ci troviamo: è necessario un passaggio, una pasqua, un cambiamento. E' la metanoia, la conversione, movimento ineludibile nel quale apprendere l'arte di vivere
Ma l'immagine della porta stretta illumina anche il tempo e lo spazio della salvezza. Nelle mura della città vi era la porta grande attraverso la quale, durante il giorno, passavano i carri, gli animali e le persone. All'interno di essa ve ne era una più stretta, la porta di servizio, che veniva chiusa per ultima. C'è un tempo favorevole per entrare, poi non si potrà più. Annunciando il Vangelo nelle città e nei villaggi, Gesù inaugura il tempo della Grazia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore... Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc. 4, 18-21). 
L'anno di Grazia era l'anno giubilare della riconciliazione, del perdono, del riscatto descritto nel Libro del Levitico che iniziava con la celebrazione di Yom Kippur, la Grande festa della Riconciliazione. Per continuare ad abitare la Terra occorreva ri-entrare in essa attraverso la porta della conversione e del perdono, che supponeva la restituzione delle terre, il condono dei debiti e la liberazione degli schiavi. 
Nel corso dei secoli la Chiesa ha recuperato la Tradizione giubilare, istituzionalizzandola nel 1300, quando Bonifacio VIII diede inizio al primo giubileo della storia cristiana. Non a caso l'Anno Santo si inaugura con l'apertura della Porta Santa: il Papa, dolce Cristo in terra, la spalanca perchè ogni uomo possa attraversarla al termine di un pellegrinaggio di conversione: "Passare per quella porta significa confessare che Gesù Cristo è il Signore, rinvigorendo la fede in lui per vivere la vita nuova che Egli ci ha donato. E' una decisione che suppone la libertà di scegliere ed insieme il coraggio di lasciare qualcosa, sapendo che si acquista la vita divina. E' con questo spirito che il Papa per primo varcherà la porta santa...". E' molto interessante ricordare la storia della Porta Santa in San Pietro: "Nella Basilica Vaticana l'apertura della porta santa è attestata per la prima volta nel Natale del 1499. Una piccola porta, probabilmente di servizio, che si trovava nella parte sinistra della facciata della Basilica di S. Pietro, fu allora allargata e trasformata in porta santa, proprio nel luogo in cui si trova ancora oggi" (Mons. P. Marini, Indicazioni rituali sull'apertura della Porta Santa nel Giubileo del 2000)
Nel suo passare attraverso i luoghi degli uomini, le loro storie comuni e quotidiane, Gesù apre la porta su un tempo nuovo e favorevole, un kairos di salvezza. "Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!" (2 Cor. 6, 2). Ci è data, ora, l'occasione per entrare - un oggi irripetibile da cogliere, un anno giubilareun anno coronato di benefici - perchè poi la porta sarà chiusa: "Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino" (Is. 55,6). Il Signore apre ogni giorno per noi delle porte attraverso le quali poterci riconciliare con il nostro passato, con le persone care; non siamo noi a stabilire i tempi della conversione, è Lui che ci visita offrendoci le occasioni per uscire dalla mediocrità e dalla dissipazione e prendere sul serio la nostra vita. 
La porta stretta significa anche che c'è uno spazio, una dimensione cui adeguarsi per entrare. Non siamo noi la "misura"; la misura autentica che ci definisce è la "porta". Il passaggio, la conversione suppone un adeguarsi alla piccolezza della porta. La porta stretta taglia e recide tutto quello che in noi ci fa schiavi della carne; essendo stretta ci obbliga a dimagrire spiritualmente. Ogni morte quotidiana, ogni evento che nella nostra vita uccide un pezzettino di uomo vecchio, è il segno dell'amore fedele di Dio, l'occasione da cogliere per adeguarci alla porta che introduce nella felicità. La porta stretta è la Croce di ogni giorno, che ricrea, nei diversi momenti favorevoli, la sua immagine in noi; così il Padre ci potrà riconoscere quali suoi figli nel Figlio, a Lui somiglianti, e aprirci la porta del Paradiso.
Gesù ci consegna anche la chiave per aprire la porta, l'atteggiamento con il quale cogliere l'occasione e adeguarci alle sue dimensioni: la lotta. La traduzione "sforzatevi" non fa giustizia all'originale greco che dice "lottare", entrare nell'agone che ci è presentato quotidianamente, la lotta per la libertà autentica. Per questo San Paolo, "di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù", considerava sterco e impedimento tutto quello che poteva essere per lui un guadagno per potersi vantare, giustificare, salvare secondo la carne. Conoscere il Signore al punto di essere crocifisso con Lui, perchè la propria vita fosse completamente unita e trasformata in quella di Cristo: identificato con Cristo per "essere trovato in lui". Così per ciascuno di noi, non basta aver partecipato all'eucarestia, aver ascoltato la sua Parola per varcare la soglia del Paradiso. 
Non vi sono passaporti validi se non quello che reca l'immagine di Cristo. "Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo lotto per correre e conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù" (Fil. 3,12-14). Nella stretta porta delle Croce si spalancano le braccia del Signore colme di misericordia. In ogni istante abbiamo l'occasione di essere accolti, ultimi perchè piccoli, deboli e incapaci di nulla, e perciò primi nell'essere amati. 






 αποφθεγμα Apoftegma





La Porta Santa evoca il passaggio
che ogni cristiano è chiamato a compiere dal peccato alla grazia.
Gesù ha detto: «Io sono la porta»,
per indicare che nessuno può avere accesso al Padre
se non per mezzo suo.
C'è un solo accesso che spalanca l'ingresso nella vita di comunione con Dio:
questo accesso è Gesù, unica e assoluta via di salvezza.
Solo a lui si può applicare con piena verità la parola del Salmista:
«E' questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti».


Giovanni Paolo II, Incarnationis Mysterium

martedì 28 ottobre 2014

La coppia come luogo dove conoscere se stessi.

Pronti a decollare



La coppia come luogo dove conoscere se stessi. 

(Claudio Risé) Coppia è bello. Nella variegata saggistica sulla relazione e i rapporti affettivi si nota un forte cambiamento: dallo sguardo negativo sulla coppia come stabile organizzazione della propria vita affettiva a una riscoperta del suo valore. Le ultime riflessioni sulla coppia confermano così le statistiche note da tempo e verificate negli anni, soprattutto nei Paesi anglosassoni, che raccontano come le persone in una coppia stabile vivano più a lungo, si ammalino meno, abbiano situazioni economiche e sociali più risolte e dichiarino di essere più felici di chi invece vive in situazione di singleness. 
Vivaci e per certi versi sorprendenti si rivelano a questo proposito saggi provenienti da ambienti culturali lontani da posizioni confessionali, occupati fino a qualche anno fa da lavori che presentavano il single come espressione di una proposta di vita particolarmente avanzata e ricca di sviluppi. Oggi invece proprio queste posizioni vengono confutate tra gli altri da studiosi come Claude Habib (specialista di letteratura del secolo dei Lumi, e docente all’università di Paris III) nel suo ultimo libro Il gusto della vita insieme. Elogio della coppia (Firenze, Ponte alla Grazie, 2014, pagine 142, 14 euro). «Il panegirico dell’autonomia affettiva in sé è vuoto e non porta da nessuna parte» afferma la Habib, ricordando che fare dell’ideale individualistico «lo scopo della vita significa decretare l’inverno perpetuo».
L’osservazione della relazione fra uomo e donna nella propria esperienza e in quella degli altri (oltre che nelle intuizioni della letteratura di qualità), porta l’autrice a delineare tratti di una morale laica della coppia che appare singolarmente simile a quella della grandi tradizioni religiose e cristiane. La grande forza e funzione della coppia viene individuata così nell’«esperienza affettiva della cura dell’altro» che produce come «effetto reale» di questa pratica «l’abitudine al bene».
Che dire allora dell’accusa di violenza spesso fatta alla comunità familiare, e dell’ oppressione come inguaribile vocazione del maschio? Queste accuse, dice la Habib, derivano «da una visione della storia nella quale le persecuzione delle donne ha preso il posto di qualsiasi prospettiva collaborativa. Le forme antiche di solidarietà non sono più intuitivamente accessibili, né è comprensibile la coesione tra gli esseri umani. A questi legami ormai fuori portata si sostituisce l’intenzione di opprimere. Il risultato sono delle grandi distorsioni». La Habib, come già Ivan Illich nei suoi lavori sul genere, non crede realistico né utile sostituire la categoria dell’oppressione all’ evidenza anche di cooperazione e complementarità tra uomini e donne durante il corso della storia fino a oggi. «Prima di essere un pericolo politico, la complementarità è un’esperienza privata assolutamente normale, che continua a ribadire la sua utilità ed anche il suo fascino».
Riconoscere la complementarità tra uomo e donna, osserva Habib, ha molto più senso che sbandierare «il manifesto paritario della condivisione dei compiti». E ironicamente nota che «di fatto è molto meglio non essere in due a cucinare: lo spazio è quello che è. Quando la coppia funziona, ciascuno sbriga le proprie faccende senza chiedersi se è sfruttato o meno». Anche la valutazione della coppia in base alla valutazione quantitativa del «chi fa di più» è futile. «Impossibile stabilirlo» risponde la Habib. Nella coppia «la stima è più importante dell’astratta parità». Rispetto e stima: aspetti dell’amore che nella coppia hanno una funzione portante.
L’unione, conclude, non è affatto una privazione, ma un’opportunità. Tutto il contrario del bunker difensivo e reclusivo cui la si è spesso paragonata negli ultimi decenni. La coppia è piuttosto un luogo di «decollo», nel quale sperimentare la libertà di essere se stessi, sostenuti dall’affettuosa presenza dell’altro. Che (e non è cosa da poco) ti ricorderà anche dopo la morte, come nel verso «e io ti aspetto, ricordati» di Guillaume Apollinaire (fiducioso refrain più volte citato nel libro).
Queste virtù e risorse della coppia tuttavia (come ricorda la stessa Habib) sono state talmente rimosse dalla sloganistica mediatica e politica sulla relazione e la famiglia che vanno in qualche modo reimparate anche dal punto di vista cognitivo e comportamentale per poterle fare pienamente proprie e vivere nelle loro potenzialità. A questo scopo sono assai utili libri come Noi due. Strumenti per comprendere e migliorare la vita di coppia (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2013, pagine 212, 10 euro) della psicologa Laura Capantini, che presenta la coppia come il luogo dell’incontro con l’altro, utilizzando supporti narrativi che vanno dal Cantico dei cantici a Roland Barthes. La ricchezza di questa situazione, assieme ai suoi problemi, è presentata utilizzando discipline diverse, dalle scienze della formazione alla psicologia, alla letteratura.
Indispensabile al riconoscimento delle potenzialità della coppia si rivela (anche in questo libro) il sottrarla alla mitologia spesso consumistica dell’innamoramento, osservandola invece nella concretezza della relazione, del tempo, della costruzione di vita e della condivisione delle esperienze affettive e cognitive, corporee ed esistenziali. Un sapere umano collaudato nei secoli, ma da riconoscere e fare proprio calandolo nel nostro (per certi versi nuovissimo) tempo.

“Il matrimonio: unicità e bellezza”,

Il matrimonio: vocazione per la vita

matrimonio_convegno_Trento

di Giulia Tanel
“Il matrimonio: unicità e bellezza”, questo il tema di grande attualità del quale si è parlato nel corso del terzo appuntamento della nuova edizione del Festival della Vita – Città di Trento, promosso dal Coordinamento Famiglie Trentine in collaborazione con ProVita Onlus.
A sviscerare questa importante tematica è intervenuto padre Gonzalo Miranda[1], sacerdote d’eccezione, che con un’oratoria chiara e coinvolgente ha guidato l’attento e partecipe pubblico alla scoperta del cosiddettoSacramentum Magnum.
Padre Miranda ha esordito raccontando un simpatico aneddoto. Una giovane coppia che si sta preparando al matrimonio legge la formula nuziale: “Vuoi tu accogliere N., promettendo di esserle fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarla e onorarla tutti i giorni della tua vita?”. Ebbene, il futuro sposo risponde: “Sì, no; sì, no; no”, ossia prende solo gli aspetti positivi del matrimonio: la gioia, la salute… “Mentre il matrimonio – ha chiarito fin dalle prime battute il relatore –è ‘Sì’ oppure ‘No’; ma se è ‘Sì’, lo dev’essere davvero. […] il matrimonio è un ‘Sì’ totale e totalizzante”.
“Il matrimonio – ha proseguito padre Miranda – è una vocazione al dono totale ed è perseverante”. Certamente questo dono s’impara a coltivarlo con il tempo, piano piano, tuttavia è necessario arrivare al matrimonio con la predisposizione giusta al dono di sé. Su questo punto bisognerebbe aiutare di più i giovani, creare in loro una consapevolezza più solida: oggi troppo spesso si vivono dei “fidanzamenti divorzisti”, non rivolti all’unione sponsale, ma basati sull’incertezza.
“L’amore vero, sponsale, è donazione della persona alla persona, in quanto persona. Non per le sue prestazioni e nemmeno solamente per le sue qualità fisiche, spirituali e psicologiche”.
In tal senso, come ha affermato papa Giovanni Paolo II, la famiglia è importantissima perché è il luogo fondamentale dove s’impara a guardare agli altri in quanto persone, e quindi a rispettare tutti – al di là dei naturali limiti e difetti –, ad aprirsi all’altro, a essere giusti e a dare a ognuno quanto gli spetta. E questa educazione si rispecchia nella società, che altrimenti porrebbe le proprie basi sulla legge del più forte.
“Il matrimonio – ha quindi proseguito padre Miranda – non è un qualsiasi tipo di rapporto interpersonale. È un rapporto tra persone del tutto specifiche, che dà vita a un focolare che per sua natura è ‘generativo’, nel senso che è al suo interno che la vita viene generata”, sia sotto il profilo fisico, sia soprattutto sotto il profilo umano e spirituale. Infatti, “la famiglia è molto di più di un gruppo di persone che condivide lo stesso tetto e lo stesso frigorifero”: è un nucleo fecondo.
I raggruppamenti umani – tra i quali sono annoverati anche il matrimonio e la famiglia – sono tanti e ognuno ha le proprie specificità e funzioni all’interno della società. Naturalmente ognuno di essi ha le proprie regole, che vanno accettate: se si decide di far parte di una squadra di calcio, non si può pretendere di giocare a pallacanestro. Lo stesso principio, assai banale, vale per il matrimonio: nel momento in cui si decide di convolare a nozze, se ne accettano tutte le conseguenze, piacevoli o meno.
La famiglia, tuttavia, in parte si differenzia dagli altri raggruppamenti sociali perché guarda alla persona in quanto essere unico e irripetibile: ogni membro è accolto, amato, rispettato e promosso perché è “lui” o perché è “lei”. Nessuno viene “assunto” e tenuto in base alle sue prestazioni, alle sue qualità, o per le sue condizioni; ed è questo il motivo per cui non è lecito “sostituire” la propria moglie con una più giovane oppure abortire un bambino in quanto portatore di una malattia: quel che conta è la persona, non tanto gli accidenti secondari che la connotano ma non la definiscono.
Un ultimo focus d’attenzione proposto da padre Miranda ha riguardato il matrimonio cristiano, inteso quale sacramento celebrato e vissuto in Dio e con Dio, capace di aggiungere una dimensione spirituale all’unione tra due persone di per sé piccole e limitate. Tramite il matrimonio Cristo assicura la sua Grazia, facendosi vicino alla coppia nella donazione totale, intima e feconda che si promettono reciprocamente. Perché il matrimonio, per dirla con Blondel, altro non è che “due persone che si fanno uno per diventare tre”… ed è così per sempre, in vita e per la vita eterna.
Al termine dell’incontro si è dato spazio alle domande. Un giovane padre ha posto un quesito disarmante nella sua semplicità, ma purtroppo oggigiorno non più scontato: “Il matrimonio è solo tra uomo e donna?”. La risposta, in piena coerenza con le riflessioni proposte, non ha potuto che essere pienamente affermativa, perché è questo l’unico matrimonio possibile.
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[1] Padre Gonzalo Miranda è ordinario di Bioetica e di Teologia Morale, delegato rappresentante della Santa Sede alle riunioni del Comitato Internazionale di Bioetica dell’UNESCO e membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa. Inoltre è fondatore e decano della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.
Fonte: ProLife News -

Ne scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli



28 Ottobre. Santi Simone e Giuda Apostoli



SINTESI

Non siamo apostoli per la nostra volontà, per un desiderio, per quanto nobile sia. E' Gesù che costituì, che fece i Dodici. E' opera sua, come la nostra stessa vita è una sua opera che scaturisce dalla sua intimità con il Padre. Mette i brividi pensare al grande mistero della profonda intimità con Gesù alla quale e per la quale siamo stati chiamati. Essa giunge al punto di fare di noi degli alter Christus, degli altri Cristo, condividendo con Lui vita e missione. Gesù è sceso in missione sulla terra uscendo dall'intimità con il Padre per cercare e salvare la pecora perduta. Si è consumato nell'amore che lo ha gettato all'ultimo posto, il posto più lontano dal Padre, scavalcando in una corsa a ritroso, il peccatore più grande della storia. L'ultimo posto di Gesù perché nessuno resti escluso dalla salvezza. Nell'ultimo posto di Gesù vi è il nostro ultimo posto, quello dell'apostolo, quello che ci è riservato ogni giorno. E' esattamente dove i fatti della nostra vita ci conducono che siamo inviati in missione. E' nella difficoltà sul lavoro, in famiglia, dove e con chi sia, che siamo mandati ad essere Cristo stesso, a portare la salvezza, a caricarsi dei peccati del mondo, o meglio a lasciare che Cristo li carichi sulle sue spalle che ha preso in prestito da noi. E' questa la chiamata che ci ha raggiunti, l'amore che consuma il male consumando la nostra vita, perché il mondo riceva la vita, quella vera che ci è data e che sovrabbonda in noi.

L'ANNUNCIO
Avvenne che in quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione.
Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.
 (Dal Vangelo secondo Luca 6,12-16)
 


La nostra chiamata sorge dall'aurora di Pasqua. Gesù infatti chiama i Dodici al termine di una lunga notte di preghiera, e li costituisce "apostoli". Apostoli deriva dal greco "apostello", che significa "persone inviate appositamente da un Altro". In ambiente ebraico vi era lo "schaliah", l'inviato, il procuratore nel quale era considerato presente colui che lo inviava; tutto quello che l'inviato faceva era considerato come fatto da colui che lo aveva inviato. Nel Talmud si legge: " Lo schaliah di una persona è un altro se stesso".
Gesù è l'Apostolo del Padre, l'incarnazione viva e reale, qui ed oggi, dell'amore infinito di Dio. Gesù è uscito dal segreto del Padre per entrare nella notte dei nostri peccati e della nostra morte. Nell'agone definitivo ha vinto il nostro egoismo. Il monte dove Gesù è salito a pregare è "il luogo della sua solitudine, in cui si rivolge al Padre. E' l'espressione dell'interiore ascesa al di sopra degli invischiamenti nelle cose di tutti i giorni. La vocazione dei discepoli nasce nel colloquio di Gesù con il Padre. Se vogliamo scoprire la nostra vocazione, accoglierla e portarla a maturazione, dobbiamo scoprire il monte di Gesù: la liberazione dalle cose di tutti i giorni, il contatto con il Dio vivente, dove si ascolta la voce di Gesù" (J. Ratzinger, Servitori della vostra gioia, p. 89).
Gesù nella preghiera ha ascoltato il grido sofferente dell'umanità. La notte sul monte è stato l'immergersi nella notte che ha inghiottito l'uomo di ogni generazione sopraffatto dall'inganno del demonio. Gesù, come Mosè "dentro [la tenda] rapito in alto mediante la contemplazione, si lascia fuori [della tenda] incalzare dal peso dei sofferenti" (Gregorio Magno, Regola pastorale, SCh 381, 198) sul monte che già prefigurava la Croce, si è lasciato incalzare dal dolore di ogni uomo; il peccato lo ha crocifisso e spinto nella notte della morte dalla quale è però uscito vittorioso nell'alba della risurrezione. 
La nostra chiamata nasce da questo mistero d'amore. I nostri nomi sono risuonati nel cuore di Cristo accanto al grido di dolore dell'umanità. Per questo il Signore ci ha raggiunti e amati così, schiavi di essere sempre e solo apostoli di noi stessi. Nella nostra notte, quella che forse stiamo vivendo ora, la Sua preghiera ci ha liberati e all'alba della risurrezione ci ha chiamati ad essere Lui per questa generazione. Famiglia, lavoro, studio, gioie e dolori, ogni momento è uno sguardo d'amore di Cristo impresso nel nostro stesso sguardo, la Sua vittoria che scaturisce dalla nostra vita per la salvezza del mondo. Il nostro nome nel Suo Nome. Noi in Lui. Apostoli di Cristo, figli del suo amore. 
Il nostro nome chiamato è segno di una vita consegnata al dolore dell'umanità. Tutto di noi è a servizio di questa generazione; nulla della nostra esistenza è estraneo al dolore e ai bisogni di chi ci è posto accanto, di coloro ai quali siamo inviati. Nel nostro nome risuona la voce di Gesù, e con essa ci incalza il peso dei sofferenti. Dietro ogni evento della nostra vita si nascondono i volti dei poveri, dei peccatori, degli schiavi. A loro siamo inviati, ogni istante, in ogni luogo.
"Ma dov’è Dio? Lo conosciamo e possiamo mostrarLo nuovamente all’umanità per fondare una vera pace?" (Benedetto XVI, Discorso ad Assisi, 27 ottobre 2011). Ciascuno di noi, misteriosamente, annuncia la risposta di Dio al grido di dolore del mondo, perché la risposta è stata, è e sarà Cristo morto e risorto. In Lui non solo annunciamo, ma siamo noi stessi la risposta. Dirà Gesù di fronte alla fame delle folle: "Dategli voi stessi da mangiare". La risposta alla fame è tutta in quel "voi stessi". La sua Parola chiama all'esistenza, moltiplica e distribuisce; la sua chiamata ci ha tratti dalla morte alla vita, ha dato senso e pienezza alla nostra esistenza, e così ne ha fatto un dono per l'umanità. Possiamo dare noi stessi da mangiare perché Lui è in noi e noi ormai siamo Lui. Per questo è necessario che Dio parli lo stesso linguaggio dell'uomo, di quello concreto a cui siamo inviati. Ciò significa che, per essere una risposta autentica, credibile e comprensibile Dio ci conduce nella medesima vita, nelle medesime sofferenze dell'umanità. 
L'apostolo è la voce stessa di Dio, ed è sintonizzata sul dolore; ciò significa che lo condivide, che lo sperimenta in tutto, come ogni altro uomo. Per essere la risposta di Dio occorre dunque parlare la stessa lingua di chi soffre: ammalarsi, essere traditi, abbandonati, sperimentare la solitudine e l'ingiustizia, perché in tutto brilli la speranza dell'amore che ha vinto il peccato e la morte. Se moltissimi nel mondo non riescono a trovare Dio "dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile" (Benedetto XVI,Discorso ad Assisi, 27 ottobre 2011). E' questo il cammino dell'incarnazione, che depone un seme di vita eterna nella carne soggetta alla corruzione. 
Non siamo apostoli per la nostra volontà, per un desiderio, per quanto nobile sia. E' Gesù che costituì, che fece i Dodici. E' opera sua, come la nostra stessa vita è una sua opera che scaturisce dalla sua intimità con il Padre. Mette i brividi pensare al grande mistero della profonda intimità con Gesù alla quale e per la quale siamo stati chiamati. Essa giunge al punto di far di noi degli alter Christus, degli altri Cristo, condividendo con Lui vita e missione. Gesù è sceso in missione sulla terra uscendo dall'intimità con il Padre per cercare e salvare la pecora perduta. Si è consumato nell'amore che lo ha gettato all'ultimo posto, il posto più lontano dal Padre, scavalcando in una corsa a ritroso, il peccatore più grande della storia. L'ultimo posto di Gesù perché nessuno resti escluso dalla salvezza. Nell'ultimo posto di Gesù vi è il nostro ultimo posto, quello dell'apostolo, quello che ci è riservato ogni giorno. 
E' esattamente dove i fatti della nostra vita ci conducono che siamo inviati in missione. E' nella difficoltà sul lavoro, in famiglia, dove e con chi sia, che siamo mandati ad essere Cristo stesso, a portare la salvezza, a caricarsi dei peccati del mondo, o meglio a lasciare che Cristo li carichi sulle sue spalle che ha preso in prestito da noi. E' questa la missione, la chiamata che ci ha raggiunti, l'amore che consuma il male consumando la nostra vita, perché il mondo riceva la vita, quella vera che ci è data e che sovrabbonda in noi.
"Dodici è il numero delle tribù di Israele, ma è anche il numero delle costellazioni che scandiscono il ritmo dell'anno. Questo nuovo popolo è così votato alla conformità tra cielo e terra: sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra. Il cammino che qui si intraprende, decide per il cielo e per la terra e li rende conformi. I dodici, che qui sono stati chiamati, diventano per così dire le nuove costellazioni della storia, che ci indicano il cammino attraverso i secoli" (J. Ratzinger, Servitori della vostra gioia, p. 91) . Così, se la Chiesa, la comunità della quale siamo parte è la costellazione della storia che indica la salvezza e la via a Dio, la nostra esistenza è una stella, che si consuma brillando, luce purissima che brucia peccati e debolezze, il fuoco dell'amore infinito di Dio riversato in noi perchè tutto di noi sia un segno sicuro e autentico del Cielo.
APPROFONDIMENTI




 αποφθεγμα Apoftegma






E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, 
tutti, benché diversi, coesistevano insieme, 
superando le immaginabili difficoltà: 
era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, 
nel quale tutti si ritrovavano uniti. 
Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, 
spesso inclini a sottolineare le differenze 
e magari le contrapposizioni, 
dimenticando che in Gesù Cristo 
ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità.
Il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, 
nella quale devono avere spazio tutti i carismi, 
i popoli, le razze, tutte le qualità umane, 
che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.

Benedetto XVI, 11 ottobre 2006