Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

giovedì 24 gennaio 2013










Oggi i cristiani sono chiamati a essere testimoni di preghiera, 
proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all'orizzonte divino 
e alla speranza che porta l’incontro con Dio. 
Nell’amicizia profonda con Gesù 
e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, 
attraverso la nostra preghiera fedele e costante, 
possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio. 
Anzi, nel percorrere la via della preghiera, senza riguardo umano, 
possiamo aiutare altri a percorrerla: 
anche per la preghiera cristiana è vero che, camminando, si aprono cammini.


Benedetto XVI, Udienza del 30 novembre 2011












Dal Vangelo secondo Marco 3,7-12.

Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall'Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui. Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo. Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero. 

Il commento


Vi è una fuga feconda, un ritiro che genera figli e li salva. Così Gesù, sospinto dalle trame ordite contro di lui, “si ritira presso il mare”, e in quel fazzoletto di terra nascosto, è seguito da una moltitudine. Il mare rappresenta sempre il pericolo, il mistero e la morte. E Gesù elegge a suo ritiro proprio la sua prossimità: sul fronte del pericolo e del dolore Egli sta come una sentinella a proteggere dai flutti di morte chiunque lo segua. Con lui porta i suoi intimi, e insieme salgono su una “barchetta” (così l'originale greco), immagine del legno della Croce, segno dell'umiltà e della debolezza che costituisce la "carena" della Chiesa: un “nulla” stolto e scandaloso nel mondo, capace però di difendere dalla massa, dal successo, dalla carne che idolatra e seduce, il rapporto vitale dei discepoli con il Signore. Per questo hanno una missione specifica: curare la barca, custodirla e assicurarsi che sia sempre vicina al Signore e "a sua disposizione"; ciò significa amore alla Parola di Dio e alle cose sante, approfondire e custodire il Magistero e il deposito della fede, curare la liturgia in ogni dettaglio, sapendo che essa parla al'uomo attraverso ogni suo segno; essere attenti alla dignità e alla pulizia delle chiese, alla sobrietà e la bellezza degli ambienti; ma significa anche la cura di ogni fratello, del più debole, dei poveri, di chi soffre ed è angosciato, degli anziani perché non restino mai soli, delle coppie che dubitano tra crisi economiche e tentazioni mondane e hanno paura di aprirsi alla vita, dei giovani disorientati; significa, innanzitutto, custodire la primogenitura e lo zelo per la missione, annunciare il Vangelo in modo opportuno e inopportuno, anche ai cristiani; e preparare per loro una seria iniziazione cristiana che guidi il Popolo della barca sul cammino verso la fede adulta che dia i segni dell'amore e dell'unità perché il mondo creda. E' la fedeltà di cui Gesù parlerà alla fine della sua vita, nulla di moralistico o di volontaristico, solo puro amore.


Gesù, mostrando la via di Dio, rivela il cammino della Chiesa: la fuga, l'anacoresi, secondo l'originale greco ‘anachórein’ tradotto con “ritirarsi”, che significa anche allontanarsi. Fuggire la carne che trama alle nostre spalle, per porsi seriamente di fronte alla vita e alla morte, nel combattimento decisivo, in comunione con tutta la Chiesa. "Ascoltare, meditare, tacere davanti al Signore che parla è un'arte, che si impara praticandola con costanza. Certamente la preghiera è un dono, che chiede, tuttavia, di essere accolto; è opera di Dio, ma esige impegno e continuità da parte nostra" (Benedetto XVI). E' la storia della Chiesa: i monaci del deserto, gli anacoreti che sfuggivano il mondo per gettarsi nella lotta con il demonio; e poi i certosini, i benedettini, le suore di clausura, Padre Pio, il Curato d'Ars, Giovanni Paolo II e molti altri. E tutti, nel profondo di quella solitudine anacoretica, divenivano segni di salvezza, e moltitudini li cercavano per essere sanati, nel corpo e nello spirito. Esattamente come Gesù: la preghiera "attraversa tutta la sua vita, come un canale segreto che irriga l’esistenza, le relazioni, i gesti e che lo guida, con progressiva fermezza, al dono totale di sé, secondo il progetto di amore di Dio Padre" (Benedetto XVI). Nella sua preghiera sono attirati i pagani delle regioni vicine, coloro che, avendo udito qualcosa di Lui, lo cercano per trovare Grazia e salvezza. E lo possono "toccare" come l'emoroissa, in un rapporto esclusivo e personale; e così "guarire", “terapeo” secondo il greco originale, che significa letteralmente "rispettare", "venerare": Gesù ha inaugurato la "terapia" autentica contro qualsiasi male affligga l'uomo, perchè Egli rispetta tutti con i propri difetti, i tempi e la libertà, "venerando" sempre e comunque l'immagine divina scolpita in ciascuno, e ne fa il destino singolare e speciale della sua stima e della sua misericordia. Il rispetto di Gesù stana il demonio e smaschera la menzogna con cui ci inganna sbattendoci in faccia i peccati e le debolezze, perché ci disprezziamo e disperiamo della salvezza. Non è la sapienza carnale della folla, che strattona, spinge, afferra, sfrutta e getta via: il mondo mira allo stordimento, agli entusiasmi, all'anonimato delle masse da gestire e condurre senza problemi. Ideologie, musica, sport, social networks e media sguazzano nella massificazione, patria di ogni dittatura, non ultima quella del relativismo. È la sapienza della barca, del legno della Croce, nella quale Gesù accoglie ciascuno come fosse l'unica persona al mondo, perché ancor prima d'essere toccato, pregando, lo ha visto nei suoi bisogni più intimi e amato in mezzo ai suoi peccati. Solo così si può guarire, resuscitare a una vita santa e degna, liberi dai complessi e dai rimpianti. Anche noi siamo chiamati ad essere anacoreti, sempre in fuga dal mondo, pur vivendoci sino in fondo; ovunque come nella cella di un monastero, il Cielo planato nelle ore che si spalmano nella storia, l'intimità con Cristo nell'abisso del cuore. Al lavoro, a scuola, in famiglia e con gli amici, nei momenti difficili e in quelli di gioia, vivere tutto come dentro alla nostalgia di Dio che si fa preghiera incessante, un atteggiamento interiore distaccato dalle cose del mondo. Nessuna persona, nessuna attività, nulla più come un assoluto, ma tutti guardati e amati nella preghiera ancor prima che aprano bocca e mani per chiederci aiuto. E accettare le persecuzioni di chi ci sta intorno, e fuggire con ali di colomba nel deserto dove il Signore ci attende per parlare al nostro cuore: “Il deserto è un distacco interiore da ogni creatura, nel quale l’anima né si ferma né si riposa in nulla” (San Giovanni della Croce, “Ascesa al Monte Carmelo”). Più saremo soli con Dio, più verranno a noi le persone; il coniuge, i figli, i parenti, gli amici, i colleghi, i nemici, saranno attirati come le api dal miele, perché intuiranno in noi l'amore divino e gratuito, radicato nella Verità. E' il cuore della missione, di ciascuna missione, dell'evangelizzazione come dell'educazione; nel Nome di Gesù la Chiesa scaccia i demoni "senza lasciarli parlare" perché non rivelino a modo loro la sua identità; l'annuncio che sgorga dall'essere crocifissi con Cristo nella sua barchetta, infatti, offre agli uomini l'occasione di incontrarLo nell’amore, debole con i deboli, povero con i poveri; mentre la rivelazione spettacolare del potere alla quale satana voleva spingere Gesù - tentazione alla quale sino alla fine non ha ceduto - rischia di idolatrare persino Lui, sino a farne un feticcio a cui ricorrere per piegare la realtà a proprio piacimento. 






APPROFONDIMENTI



Nessun commento:

Posta un commento