Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

lunedì 19 novembre 2012

Da Il Vangelo del giorno di oggi ...

Lunedì della XXXIII^ settimana del Tempo Ordinario




Si trovano l’uno di fronte all’altro:
Dio con la sua volontà di guarire
e l’uomo con il suo desiderio di essere guarito.
Due libertà, due volontà convergenti:
"Che vuoi che io ti faccia?", gli chiede il Signore.
"Che io riabbia la vista!", risponde il cieco.
"Va’, la tua fede ti ha salvato".
Con queste parole si compie il miracolo. Gioia di Dio, gioia dell’uomo.
Benedetto XVI 



Dal Vangelo secondo Luca 18,35-43.
Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!». Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: «Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio. 


Il commento
"Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti; nessuno usciva e nessuno entrava" (Gs. 5,13). Qui giaceva la vita del cieco, inchiodata come la nostra dinanzi alle barriere che si ergono nelle relazioni e ci spingono a “mendicare” un po’ di affetto, stima e considerazione; quelle mura, infatti, ci impediscono di vedere nel fratello la Terra che ci è stata promessa, il “tu” a cui donarci ed essere felici. Ma Gerico non è un caso o un ghigno crudele del destino. Come aveva fatto con Israele, il Signore ha condotto anche noi dinanzi a questa città fortificata. “Al popolo Giosuè aveva ordinato: «Non urlate, non fate neppur sentire la voce e non una parola esca dalla vostra bocca finché vi dirò: Lanciate il grido di guerra, allora griderete». Come il popolo, così anche il cieco era rimasto  silenzioso, sino al passaggio di Gesù. Egli è l’immagine dell'uomo ferito dal peccato, incapace di tutto eppure spinto a superare il limite imposto da quegli occhi chiusi sul mondo. La sua mano è tesa come la nostra: proprio “mendicando” e cedendo a compromessi grossolani, essa esprime balbettando il desiderio della pienezza di vita per la quale siamo nati. Non a caso, infatti, prima di conquistarla, i sacerdoti e il popolo girano per sei giorni intorno a Gerico portando con sé l’Arca dell’Alleanza, il segno della presenza di Dio. Sei giorni, come la ferialità della nostra vita passata a “mendicare”, senza però che il Signore abbia smesso un istante di alimentare e sostenere in noi il desiderio del settimo giorno. Per questo il fallimento e la nostra meschinità sono già un'opera divina: ci umliano, preparandoci a ricevere la stessa Grazia donata al cieco, quella di trovarsi in quel luogo, in quel momento, dentro a quell'appuntamento che lui non aveva fissato.
Giunge oggi il settimo giorno, “passa Gesù il Nazareno”, ce lo annunciano quelli che "camminano avanti", il Popolo in procinto di entrare in Gerico. E’ arrivata la Pasqua della Vita e del perdono, dove prorompere in grida altissime capaci di far cadere le mura di Gerico. Ma spesso, nella Chiesa come dentro di noi, i sensi di colpa, il moralismo e il legalismo vorrebbero intimarci il silenzio. Invece il cieco continua, prende forza dalla sua debolezza e dalla fede accolta attraverso l'ascolto della predicazione, e grida "ancora più forte". Ha scoperto che tutto è Grazia, perfino quel suo stare là come l’ultimo della città... E' bastato il passaggio di Gesù ad accendere la fede e a decodificarla in un grido, a professarla con semplici parole: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Abbi pietà “tu” di me: anche la nostra mano ha trovato la “pietà” vera, non importa se cercata come può un cieco, spesso nei peccati... E quel grido ferma Gesù. Occorre che Egli si accorga di lui e si fermi, che la scintilla della fede lo raggiunga e sciolga la sua “commozione”. Perché l'appuntamento cui siamo destinati si traduca in un avvenimento reale, è necessario dare del "tu" a Gesù, consegnandogli l'”autorità” per compiere la volontà del Padre in noi. Cristo stesso, infatti, “mendica” da noi l’amen che gli permetta di offrire la pietà mendicata. Diceva Mons. Giussani che "l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo". "Che vuoi che io faccia per te?": questa domanda è oggi rivolta a ciascuno di noi. Possiamo riacquistare la vista per contemplare il volto di Cristo, e scoprire che, da sempre, era impresso in noi e nella nostra storia. Da questo incontro nasce un discepolo ebbro di “gioia” e di “lode”, che non smette però di mendicare: segue Cristo perché sa a Chi chiedere, in un cammino di fede e di illuminazione che durerà per tutta la vita, per imparare ad entrare ogni giorno nella Terra della libertà e donarsi ad ogni "tu" nel quale vedrà il Signore.

Lunedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (1)


La libertà dell’uomo, sempre implicata dal Mistero, 
ha come suprema, inattaccabile forma espressiva, la preghiera. 
Per questo la libertà si pone, secondo tutta la sua vera natura, 
come domanda di adesione all’Essere, 
perciò a Cristo. 
Anche dentro l’incapacità, dentro la debolezza grande dell’uomo, 
è destinata a perdurare l’affezione a Cristo.

In questo senso Cristo... è il riflesso adeguato di quella parola 
con cui il Mistero appare nel suo rapporto ultimo con la creatura, 
come misericordia: Dives in Misericordia. 
Il mistero della misericordia 
sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione; 
anche il sentimento di perdono è dentro questo mistero di Cristo.

Questo l’abbraccio ultimo del Mistero
contro cui l’uomo 
– anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso – 
non può opporre niente, non può opporre obiezione: 
può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene...

Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza
Il vero protagonista della storia è il mendicante: 
Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo.




Dal Vangelo secondo Luca 18,35-43.

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada.
Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse.
Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!».
Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò:
«Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista».
E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.

IL COMMENTO

"Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti; nessuno usciva e nessuno entrava" (Gs. 5,13). Gerico, "città della luna", è la porta di accesso alla Terra Promessa. La sua conquista, narrata nel capitolo 6 del libro di Giosuè, appare come una liturgia con suoni di tromba e il grido assordante del popolo. Per comprendere il segno di Gesù descritto nel Vangelo, occorre rileggere l'episodio della conquista di Gerico: "Disse il Signore a Giosuè: «Vedi, io ti metto in mano Gerico e il suo re. Voi tutti prodi guerrieri, tutti atti alla guerra, girerete intorno alla città, facendo il circuito della città una volta. Così farete per sei giorni. Sette sacerdoti porteranno sette trombe di corno d’ariete davanti all’arca; il settimo giorno poi girerete intorno alla città per sette volte e i sacerdoti suoneranno le trombe. Quando  si suonerà il corno dell’ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo entrerà, ciascuno diritto davanti a sé»... Al popolo Giosuè aveva ordinato: « Non urlate, non fate neppur sentire la voce e non una parola esca dalla vostra bocca finché vi dirò: Lanciate il grido di guerra, allora griderete ». L’arca del Signore girò intorno alla città facendo il circuito una volta... Così fecero per sei giorni. Al settimo giorno si alzarono al sorgere dell’aurora e girarono intorno alla città in questo modo per sette volte; soltanto in quel giorno fecero sette volte il giro intorno alla città. Alla settima volta i sacerdoti diedero fiato  alle trombe e Giosuè disse al popolo:  «Lanciate il grido di guerra perché il Signore vi dà in potere la città...». Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come  il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e occuparono la città". 

Sino al momento in cui passa Gesù, il cieco era rimasto a mendicare. Silenzioso, come intimato da Giosuè al Popolo. Come ciascuno di noi, forse inconsapevolmente, si trova a mendicare silenzioso, senza sussulti o grida, sulla strada dei giorni, dove scorrono le relazioni, le cose da fare, e i pensieri e le decisioni. Chiediamo, semplicemente, vita, felicità, affetto, dignità. Mendichiamo l'essere, chiediamo di entrare a prendere possesso della Terra che ci è stata promessa; tutti abbiamo dentro un desiderio inappagato che ci muove a mendicare: "L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito" (J. Ratzinger, Luce del mondo, p. 95). Il Catechismo rintraccia il fondamento del desiderio: “Mediante la creazione Dio chiama ogni essere dal nulla all’esistenza… Anche dopo aver perduto la somiglianza con Dio a causa del peccato, l’uomo rimane ad immagine del suo Creatore. Egli conserva il desiderio di colui che lo chiama all’esistenza.” (n. 2566). Si tratta del desiderio che muove il cieco, immagine dell'uomo ferito dal peccato, incapace di tutto eppure spinto a superare la sua situazione, il limite imposto da quegli occhi chiusi sul mondo. Il suo mendicare ogni giorno lungo la strada definisce il suo desiderio. Malamente, accontentandosi forse, cedendo a compromessi grossolani, eppure, in quella mano tesa, si fa presente il gemito di un cuore che, custode del seme divino deposto dal Creatore, conserva il desiderio, balbetta la nostalgia della perfezione e pienezza di Colui che lo ha chiamato all'esistenza dal nulla. 

Il nostro mendicare di ogni giorno è la traccia di questa nostalgia fattasi desiderio. Per questo i sacerdoti ed il popolo girano per sei giorni intorno a Gerico: è l'immagine della nostra vita alle porte della Terra Promessa, della pienezza della vita, della corrispondenza unica e autentica al nostro desiderio. Sei giorni, la ferialità della vita trascorsa mendicando. Ma, conservata e custodita, al centro dei giorni, del lavoro, della famiglia, delle amicizie che sembrano tirate via elemosinando lo straccio di un senso, vi è l'Arca, la presenza di Dio. La mendicanza è positiva, è già una liturgia! E' attesa, inconsapevole eppure struggente, di Lui, del suo passaggio risanatore. Ogni nostro giorno, anche se mendicante, è creativo, perchè Dio, con amore, continua a creare dal nulla la nostra storia per farci felici. Dio crea durante i primi sei giorni "cose buone", in attesa della "cosa molto buona", dell'uomo a sua immagine. Così noi mendichiamo nell'attesa dello Shabbat, del giorno del Messia, di Cristo e della sua risurrezione, del riposo di chi, affaticato e oppresso, può trovare solo nella sua umiltà e mitezza. Mendichiamo, e in questo, Dio alimenta e sostiene il nostro desiderio, accompagnandoci, perdonandoci e tirandoci su quando, deboli e feriti, ci volgiamo a idoli e menzogne. Ogni nostro giorno è già lanciato alla presa di Gerico! Anche se ce ne stiamo seduti a mendicare, Dio sta preparando lo scrigno dove depositare la fede. Per questo anche quanto, nella nostra vita, ci sembra fallimentare, meschino e abietto ha un valore immenso. La stessa Grazia donata al  cieco: trovarsi in quel luogo, su quella strada alle porte di Gerico, in quel momento, a quell'ora. Quel suo mendicare protrattosi da non si sa quanto tempo, lo aveva condotto, misteriosamente, ad esser lì, dentro a quell'appuntamento che, di certo, non aveva fissato lui. Così è per ciascuno di noi. Desideriamo e mendichiamo, e non ci rendiamo conto che tutta la storia spesa a stendere la mano, ci ha preparato e condotto ad essere puntuali ad un appuntamento che Lui ha preso, da sempre, con noi.

Il Vangelo di oggi ci annuncia dunque una buona e inaspettata notizia: ogni giornata della nostra storia, ogni evento, ogni persona, ci accompagnano ad entrare in possesso dell'oggetto autentico del nostro desiderio. Anche attraverso la debolezza e le cadute intrecciate al nostro povero mendicare. Anzi, proprio attraverso l'esperienza dell'estrema indigenza, Dio scrive, lettera dopo lettera, la sua dichiarazione d'amore, il suo invito all'appuntamento nel quale donarsi totalmente. Possiamo guardare con fiducia a questa nostra vita mendicante. Il Signore è in cammino, è vicino a noi, passa proprio accanto a quel metro quadro di strada che definisce la nostra vita di oggi. Esattamente in questo momento. Giunge il settimo giorno, la Pasqua della Vita e del perdono, nel quale prorompere in grida altissime. L'Arca è, da sempre, con noi. Le trombe dei sacerdoti, la preghiera incessante della Chiesa, lo zelo di chi ha a cuore la nostra sorte, hanno custodito la presenza di Dio in noi. Passa Gesù, è arrivato il Messia. Ce lo annunciano quelli che "camminano avanti", il Popolo in procinto di entrare in Gerico, coloro che vanno "ciascuno diritto davanti a sé". 

Certo, lo stupore è grande, come la tentazione di star zitto e non disturbare. Dentro e fuori di noi i pensieri, i consigli, il buon senso, il "religiosamente corretto", ci vogliono indurre a tacere. Un mendicante cieco è sempre, agli occhi legalistici e moralistici, un indegno: reca impresso nella sua cecità il segno del disordine del peccato; è un fallito, un pigro, preferisce starsene seduto aspettando da fuori l'aiuto che dovrebbe procurarsi da sé. Non si impegna, non si sforza, mendica.... E invece il cieco continua, "ancora più forte" del moralismo, dei sensi di colpa, dei rimorsi. Prende forza dalla sua debolezza e dalla fede accolta attraverso l'ascolto della predicazione - "Passa Gesù Nazareno!" - che innesca la scintilla capace di schiudergli la salvezza. Tutto è Grazia! Perfino quel suo stare là... E' bastato il passaggio di Gesù ad accendere la fede donata dalla predicazione, a decodificarla in un grido, a professarla con semplici parole, umili perchè vere: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Abbi pietà tu di me: la mano tesa del mendicante, la nostra mano, ha trovato la pietà vera, cercata come la può cercare un cieco, nel matrimonio, nei figli, nel prestigio, nell'amicizia, nel lavoro; spesso nei peccati... 

E quel grido ferma il passaggio di Gesù. E' il potere della fede fatta preghiera. Attraverso di essa, cifra della libertà orientata alla Verità, l'appuntamento diviene realtà. La preghiera ha il potere di far compiere la volontà di Dio: il suo pensiero di bene circa quel cieco si realizza grazie a quel grido. Occorre che Gesù si accorga di lui e si fermi. Occorre che la scintilla della fede raggiunga Cristo, lo tocchi, scenda al suo cuore e "liberi"la sua commozione, la sua pietà. Come hanno fatto l'emoroissa, il centurione, il buon ladrone sulla croce. Perchè l'appuntamento cui siamo destinati si traduca in un avvenimento reale, è necessario dare del "tu" a Gesù: la mia preghiera mendicante lo rende un "tu" per me, Qualcuno che ha relazione con me, con la mia vita. La preghiera gli consegna l'autorità per fare quello che ha pensato, per compiere la volontà del Padre in noi. "Si trovano l’uno di fronte all’altro: Dio con la sua volontà di guarire e l’uomo con il suo desiderio di essere guarito. Due libertà, due volontà convergenti: "Che vuoi che io ti faccia?", gli chiede il Signore. "Che io riabbia la vista!", risponde il cieco. "Va’, la tua fede ti ha salvato". Con queste parole si compie il miracolo. Gioia di Dio, gioia dell’uomo" (Benedetto XVI). 

Così la preghiera, a partire dall'umile riconoscimento della propria realtà di mendicante, divine la professione di fede più genuina: Sì, il cieco, in una frase condensa la fede della Chiesa. Il tu e l'io descritti nel suo grido, dicono tutto, professano la fede e attirano la salvezza. Io, mendicante bisognoso, Tu, Figlio di Davide, il Messia, l'unico Salvatore. E la pietà, la misericordia, la salvezza, Gerico, la Terra Promessa, il riposo, la vita piena ed eterna. Si comprende allora perchè tutta la tradizione orientale abbia come fondamento la preghiera di questo cieco, la "preghiera di Gesù". Benedetto XVI sintetizza magistralmente tutto questo: "Nell’esperienza della preghiera la creatura umana esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi “oltre” sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente" (Benedetto XVI, Catechesi nell'Udienza Generale dell' 11 maggio 2011).  

Il grido del cieco lo orienta verso quell'oltre al quale è chiamato da Gesù e condotto dai discepoli. Ora è "vicino" a Lui e si accorge che, come nella bellissima scena del film "Marcellino pane e vino", pur senza vederlo ancora, quell'Uomo era un mendicante come lui. Marcellino vede Cristo nudo, e pensa che abbia fame. Nella sua innocenza gli porta del pane. E quel pane gli aprirà il cuore di Cristo, che lo accoglierà nella sua intimità. E' Cristo che mendica la fede del cieco, il suo bisogno, come il nostro; come sulla Croce, ha sete del nostro abbandono, ha sete di donarci l'acqua viva; mendica il poter offrire la pietà mendicata. Diceva Mons. Giussani che "L’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanzaIl vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo". "Che vuoi che io faccia per te?". Questa domanda è oggi rivolta a ciascuno di noi. Possiamo riacquistare la vista per vedere Lui, il "tu" che dà compimento ad ogni nostro desiderio. Crollano le mura di Gerico che impediscono l'ingresso alla Terra, si aprono gli occhi e si può, finalmente contemplare il volto di Cristo, e scoprire che, da sempre, era impresso in noi e nella nostra storia. E da questo incontro nasce un discepolo ebbro di gioia e di lode. Il cieco lascia quel lembo di terra sul quale ha passato la vita mendicando. Ma non smette di mendicare. E' afferrato in una relazione nuova e sorprendente, che lo attrae e lo seduce. Ora il cieco segue Cristo, con il cuore rivolto a Lui, origine e compimento di tutto: famiglia, lavoro, amicizie. Ora egli sa a Chi mendicare; lo seguirà in un cammino di fede e di illuminazione che durerà per tutta la vita, per imparare ad andare "diritto davanti a sè".

APPROFONDIMENTI

TESTI SULLA PREGHIERA DEL CUORE:


Benedetto XVI. Un frammento sulla preghiera.

"Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio (CCC. n. 27). L’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio. E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare. San Tommaso d’Aquino, uno dei più grandi teologi della storia, definisce la preghiera “espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio”. Questa attrazione verso Dio, che Dio stesso ha posto nell’uomo, è l’anima della preghiera, che si riveste poi di tante forme e modalità secondo la storia, il tempo, il momento, la grazia e persino il peccato di ciascun orante.

La preghiera è un gesto che porta in sé una radicale ambivalenza: infatti, posso essere costretto a mettermi in ginocchio – condizione di indigenza e di schiavitù -, ma posso anche inginocchiarmi spontaneamente, dichiarando il mio limite e, dunque, il mio avere bisogno di un Altro. A lui dichiaro di essere debole, bisognoso, “peccatore”. Nell’esperienza della preghiera la creatura umana esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi “oltre” sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente" (Benedetto XVI, Catechesi nell'Udienza Generale dell' 11 maggio 2011).   




Dalle « Omelie sul libro di Giosuè » di Origène
 (Om. 6, 4; PG 12, 855-856)

       La presa di Gerico

   Gerico viene circondata, è necessario che sia espugnata. Come dunque viene espugnata Gerico? Non si usa la spada contro di essa, non viene spinto l’ariete, né vengono lanciati i giavellotti, si usano soltanto le trombe sacerdotali e da queste sono atterrate le mura di Gerico.
   Nelle Scritture troviamo frequentemente che Gerico viene portata come immagine del mondo del male e dell’errore. Infatti anche nel vangelo, dove si dice che un uomo era disceso da Gerusalemme a Gerico ed era incappato nei ladri, senza dubbio vi era contenuta l’immagine di quell’Adamo che dal paradiso era stato cacciato nell’esilio di questo mondo. E anche i ciechi che si trovavano a Gerico, ai quali si accostò Gesù per dar loro la vista, rappresentavano l’immagine di coloro che in questo mondo erano colpiti dalla cecità dell’ignoranza e ai quali venne incontro il Figlio di Dio. Perciò questa Gerico, cioè questo mondo, dovrà finire. E difatti la consumazione del mondo è già stata da tempo rivelata nei libri santi.
   In che modo sarà distrutto? Con quali strumenti? «Con le voci delle trombe», dice. Di quali trombe? Paolo ti svela il segreto di questo mistero. Ascolta quello che egli dice: Suonerà, esclama, la tromba, e coloro che sono morti in Cristo, risorgeranno intatti, e il Signore stesso al comando, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba discenderà dal cielo (cfr. 1 Cor 15, 52; 1 Ts 4, 16). Gesù nostro Signore vincerà quindi Gerico con il suono delle trombe e la annienterà a tal punto che di essa si salverà soltanto la donna peccatrice e tutta la sua casa. «Verrà», dice, «il Signore nostro Gesù e verrà al suono della tromba».


Gerico. Fréderic Manns

Il messaggio spirituale di Gerico è di una ricchezza straordinaria. In un’importante Omelia, Origene, il fondatore della scuola biblica di Cesarea, commenta il racconto della presa di Gerico.  La città che Giosuè conquistò è il simbolo del mondo idolatra, il rifugio delle dottrine menzognere le cui mura di illusione e di orgoglio crollano di fronte alle trombe del Vangelo proclamato da Gesù-Giosuè. Per Origene la Scrittura ha un significato spirituale e tutte le sue parole devono essere degne dello Spirito che le ha ispirate. Essa ci parla di Cristo, della vita cristiana e rivela le verità sulla fine dei tempi. Origene non ha inventato l’interpretazione spirituale della presa di Gerico. Nella liturgia ebraica delle capanne la caduta di Gerico simboleggia la distruzione del male. La settupla processione attorno all’altare al canto dell’Osanna evocava la presa di Gerico, come indica il Talmud. Coloro che partecipavano alla cerimonia portavano in mano delle palme. Gerico è conosciuta proprio come città delle palme. Per Origene la presa di Gerico contiene un triplice messaggio di ordine cristologico, spirituale ed escatologico che corrisponde alla triplice venuta di Cristo nella carne, nell’anima del credente e nella gloria. Origene vede il significato cristologico della presa di Gerico nella Passione di Cristo, nuovo Giosuè, che distrugge l’idolatria dei pagani. La resurrezione di Cristo è una vittoria sul diavolo. Tale vittoria raggiunge il suo culmine a Pentecoste, in quanto il tremito della terra nel Cenacolo indica la caduta degli idoli. Oltre a rivelare Cristo, la Scrittura ha anche un messaggio per ogni cristiano: "Fai risuonare questa tromba, ossia fai risuonare i salmi, gli inni e i cantici spirituali, fai risuonare i simbolismi dei profeti, i misteri della legge e dottrina degli apostoli." La Scrittura annuncia infine le realtà escatologiche. Con l’avvento di Gesù le mura di Gerico sono crollate. Il male non sembra però sconfitto, sebbene il messaggio del Vangelo risuoni. Origene spiega così il fatto:” Da quando il Salvatore è venuto, è già la fine del mondo… Ma egli ha ritardato il giorno del suo compimento finchè entrerà tutta la pienezza dei pagani.”
                                         


Benedetto XVI: La fede è un cammino di illuminazione

Cari fratelli e sorelle,

nel Vangelo di questa Domenica (Mc 10,46-52) leggiamo che, mentre il Signore passa per le vie di Gerico, un cieco di nome Bartimeo si rivolge verso di Lui gridando forte: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!". Questa preghiera tocca il cuore di Cristo, che si ferma, lo fa chiamare e lo guarisce. Il momento decisivo è stato l’incontro personale, diretto, tra il Signore e quell’uomo sofferente. Si trovano l’uno di fronte all’altro: Dio con la sua volontà di guarire e l’uomo con il suo desiderio di essere guarito. Due libertà, due volontà convergenti: "Che vuoi che io ti faccia?", gli chiede il Signore. "Che io riabbia la vista!", risponde il cieco. "Va’, la tua fede ti ha salvato". Con queste parole si compie il miracolo. Gioia di Dio, gioia dell’uomo. E Bartimeo, venuto alla luce - narra il Vangelo - "prese a seguirlo per la strada": diventa cioè un suo discepolo e sale col Maestro a Gerusalemme, per partecipare con Lui al grande mistero della salvezza. Questo racconto, nell’essenzialità dei suoi passaggi, evoca l’itinerario del catecumeno verso il sacramento del Battesimo, che nella Chiesa antica era chiamato anche "Illuminazione".

La fede è un cammino di illuminazione: parte dall’umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all’incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell’amore. Su questo modello sono impostati nella Chiesa gli itinerari di iniziazione cristiana, che preparano ai sacramenti del Battesimo, della Confermazione (o Cresima) e dell’Eucaristia. Nei luoghi di antica evangelizzazione, dove è diffuso il Battesimo dei bambini, vengono proposte ai giovani e agli adulti esperienze di catechesi e di spiritualità che permettono di percorrere un cammino di riscoperta della fede in modo maturo e consapevole, per assumere poi un coerente impegno di testimonianza. Quanto è importante il lavoro che i Pastori e i catechisti compiono in questo campo! La riscoperta del valore del proprio Battesimo è alla base dell’impegno missionario di ogni cristiano, perchè vediamo nel Vangelo che chi si lascia affascinare da Cristo non può fare a meno di testimoniare la gioia di seguire le sue orme. In questo mese di ottobre, particolarmente dedicato alla missione, comprendiamo ancor più che, proprio in forza del Battesimo, possediamo una connaturale vocazione missionaria.

Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria, affinchè si moltiplichino i missionari del Vangelo. Intimamente unito al Signore, possa ogni battezzato sentire di essere chiamato ad annunciare a tutti l’amore di Dio, con la testimonianza della propria vita.

Angelus 26 novembre 2006


San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelia 2 sul Vangelo : PL 76, 1081.

«Apri i tuoi occhi! La tua fede ti ha salvato»

        Guarda cosa dice il Signore al cieco che si avvicina: «Che vuoi che io faccia per te?» Colui che aveva il potere di ridare la vista non sapeva dunque cosa voleva il cieco? Certo che lo sapeva! Ma egli vuole che noi gli chiediamo le cose, anche se sa già che le chiederemo e che ci Lui ce le accorderà. Ci invita a pregare fino ad essere importuni, lui che afferma anche «Il vostro Padre celeste sa di cosa avete bisogno prima che glielo domandiate» (Mt 6,8). Se chiede, è perché gli si domandi; se chiede, è per esortare il nostro cuore a pregare...

        Ciò che il cieco chiede al Signore, non è l'oro, ma la luce. Non si preoccupa di chiedere altro che la luce... Imitiamo questo uomo, fratelli carissimi! Non chiediamo al Signore ricchezze fasulle o doni terrestri, né onori momentanei, ma la luce: non quella circoscritta dallo spazio, limitata dal tempo, interrotta dalla notte, che condividiamo con gli animali, ma chiediamo quella luce che solo gli angeli vedono con noi, che non si sa da dove inizi né conosce alcun termine. La via per arrivarci è la fede. Ecco perché il Signore risponde al cieco a cui sta per ridare la vista: « Apri i tuoi occhi! La tua fede ti ha salvato».

Lunedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (2)








Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 18,35-43.


Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada.
Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse.
Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!».
Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò:
«Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista».
E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.


IL COMMENTO

La nostra vita è racchiusa in questo cieco ai bordi d'una via, mendicando qualcosa per vivere. Ci avviciniamo agli altri, parliamo, lavoriamo, facciamo amicizia, siamo mariti, mogli, preti, religiosi, figli e genitori, ma sempre mendicanti. Allunghiamo le mani delle parole, degli sguardi, dei compromessi, delle paure, del detto e non detto, degli ammiccamenti, dei regali e dagli aiuti. Facciamo perfino salti mortali di splendida carità, pur di raggranellare un po' d'affetto che ci permetta sfangare un'altra giornata che sia almeno un po' al riparo dalla solitudine.
E passa Gesù. La sua Pasqua, il Suo passaggio scuote la vita. Ora sta passando, accanto a me, a te. E' Lui che accende la fede, i suoi passi scuotono il cuore dal torpore, ed è già fede, è già certezza che Lui può cambiare la nostra vita. Il Suo incedere scioglie la nostra lingua muta in un grido di supplica grondante speranza, forse l'ultima, l'unica, la vera. Possiamo recuperare la vista, alzare lo sguardo e ritrovare il cielo aperto, dischiuse le porte del Paradiso, ora. Quelle porte un tempo sprangate dai cherubini a gettar fuori noi e i nostri peccati d'orgoglio, noi e la nostra superbia della carne che ci ha fatto precipitare nell'abisso d'una solitudine mendicante, schiava d'un po' d'ossigeno affettivo, son porte spalancate dai passi di Gesù.
Il Signore ci chiama, ha ascoltato il nostro grido di vera umiltà , "abbi pietà, son morto nei miei peccati, son schiavo e cieco, tutto mi sembra buio e assurdo, Signore pietà". Il cuore contrito e umiliato, innescato dai Suoi passi ha fatto breccia nel cuore di Cristo, ha bloccato il Signore nel bel mezzo della Sua Pasqua, del Suo passaggio. Ed ecco ci chiama, ci attira fin dentro al Suo cammino dalla morte alla vita. "Che cosa desideri, che cosa vuoi?". La fede è tutta qui, gridare sapendo, per la luce della Grazia, a Chi chiedere e che cosa chiedere. La fede che salva è vedere prima con il cuore e la mente. E' un dono celeste che scioglie le labrra ad esprimere il grido del cuore. Desiderare il bene supremo, occhi aperti per vedere l'amore di Dio in Cristo Gesù, ed in esso il Cielo, la Vita, tutto risplendente della tenerezza del Padre.
La fede ci salva, il dono immenso celato nei Suoi passi di misericordia anche oggi riscatta la nostra vita: E' lui che ci ama, che ci cerca, ci chiama, ci libera dalle catene e ci fa liberi, per seguirlo, felici, ricolmi, benedicendo e lodando Dio. Riconciliati, da mendicanti a dispensatori. Gratuitamente, esattamente come riceviamo tutto da Lui, sempre. La fede che muove i passi nella sequela del Signore, odiando tutto e tutti quando si frappongono tra i nostri passi dietro al Signore, la fede che ci fa rinnegare noi stessi, rinunciare ad ogni nostro avere, a non cercar tane dove nascondersi, senza luogo dove reclinare il capo, la fede che ci fa guardare avanti senza tornare al passato, che lascia i morti seppellire i propri morti. La luce che apre gli occhi per riconoscere le orme di Gesù dinnanzi ai nostri passi, tracce del Suo amore a schiudere le nostre labbra alla lode. La nostra vita seguendo il Signore, una liturgia di lode verso il Cielo.



Lunes de la XXXIIIa Semana del Tiempo Ordinario


Evangelio según San Lucas 18,35-43.
Cuando se acercaba a Jericó, un ciego estaba sentado al borde del camino, pidiendo limosna.
Al oír que pasaba mucha gente, preguntó qué sucedía.
Le respondieron que pasaba Jesús de Nazaret.
El ciego se puso a gritar: "¡Jesús, Hijo de David, ten compasión de mí!".
Los que iban delante lo reprendían para que se callara, pero él gritaba más fuerte: "¡Hijo de David, ten compasión de mí!".
Jesús se detuvo y mandó que se lo trajeran. Cuando lo tuvo a su lado, le preguntó:
"¿Qué quieres que haga por ti?". "Señor, que yo vea otra vez".
Y Jesús le dijo: "Recupera la vista, tu fe te ha salvado".
En el mismo momento, el ciego recuperó la vista y siguió a Jesús, glorificando a Dios. Al ver esto, todo el pueblo alababa a Dios.



COMENTARIO

Nuestra vida se puede encerrar en este ciego a los bordes de una calle, limosneando algo para vivir. Nos acercamos a los otros, hablamos, trabajamos, trabamos amistad, somos maridos, eposas, curas, religiosos, hijos y padres, pero siempre mendigos. Alargamos "las manos" de las palabras, de las miradas, de los compromisos, de los miedos, del dicho y no dicho, de los guiños, de los regalos y de las ayudas. Hacemos hasta saltos mortales de espléndida caridad, con tal de arañar un poquito de cariño que nos permita desenlodar otro día que esté al amparo de la soledad.

Y Jesús pasa. Es su Pascua. Su paso sacude la vida. Ahora está pasando, junto a mí, a ti. Es Él que enciende la fe, sus pasos sacuden el corazón del entumecimiento, y ya es fe, ya es certeza que Él puede cambiar nuestra vida. Su andadura desata nuestra lengua muda en un grito de súplica empapada de esperanza, quizás la última, la única, la verdadera. Podemos recobrar la vista, levantar la mirada y hallar el cielo abierto, abiertas las puertas del Paraíso, ahora. Aquellas puertas un tiempo atrancadas por los querubines que nos han echado fuera con nuestros pecados de orgullo; las pertas del Eden serradas en frente de nosotros y nuestra soberbia de la carne que nos ha hecho precipitar en el abismo de una soledad de mendigos, esclavos de un poco de oxígeno afectivo; estas puertas son abiertas hoy por los pasos de Jesús.

El Señor nos llama, ha escuchado nuestro grito de verdadera humildad, "ten piedad, estoy muerto en mis pecados, soy esclavo y ciego, todo me parece oscuridad y absurdidad, Señor ten piedad." El corazón contrito y desentonado, cebado por Sus pasos ha hecho brecha en el corazón de Cristo, y El se ha parado en el medio de Su Pascua, de Su paso. Y he aquí que nos llama, nos atrae hasta dentro de Su camino de la muerte a la vida, nos empuja en su Pascua. "¿Qué deseas, qué quieres?". La fe está toda aquí, en el gritar sabiendo, por la luz de la Grazia, a quien pedir y qué preguntar. La fe que salva es ver primera con el corazón y luego con la mente. Es un regalo celeste que desata los labios a expresar el grito del corazón. Desear el bien supremo, ojos abiertos para ver el amor de Dios en Cristo Jesús, y en ello el Cielo, la Vida, y todo resplandeciente de la ternura del Padre.

La fe nos salva, el regalo inmenso escondido en Sus pasos de misericordia también hoy rescata nuestra vida: Es él que nos quiere, que nos busca, nos llama, nos libra de las cadenas y nos hace libres, para seguirlo, felices, repletos, bendiciendo y alabando. Reconciliados, nos convertimos de mendigo a dispensadores. En vez de mendigar la vida entregarla de gratis, exactamente como recibimos todo de Él, siempre. La fe que mueve los pasos en la secuela del Señor, odiando todos y todo cuando se entremeten entre nuestros pasos detrás del Señor; es la fe que nos hace renegar nosotros mismos, renunciar a cada nuestro poseer, y que nos lleva a no buscar madrigueras dónde esconderse; y vivir sin lugar dónde reclinar la cabeza, la fe que nos hace mirar adelante sin volver al pasado, que deja los muertos enterrar los mismos muertos. La luz que abre los ojos para reconocer las huellas de Jesús delante a nuestros pasos. Nuestra vida siguiendo al Señor, una liturgia de alabanza hacia el Cielo.









Simeone il Nuovo Teologo (circa 949-1022), monaco ortodosso
Etica 5

« Figlio di Davide, abbi pietà di me »


Hai imparato, amico mio, che il Regno di Dio è dentro di te (Lc 16,21) se lo vuoi, e che tutti i beni eterni sono nelle tue mani. Affrettati dunque a vedere, ad afferrare e ad ottenere in te i beni tenuti in serbo per te... Gemi ; prostrati. Come una volta il cieco, di’ ora anche tu : « Abbi pietà di me, Figlio di Davide, e apri gli occhi della mia anima, affinché io veda la Luce del mondo che sei tu, o Dio mio (Gv 8,12), e diventi anch’io figlio di quella luce divina (Gv 12,36). O clemente, manda il Consolatore anche su di me, affinché lui stesso mi insegni (Gv 14,26) ciò che riguarda te e ciò che è tuo, o Dio dell’universo. Dimora anche in me, come hai detto, affinché io diventi a mia volta degno di dimorare in te (Gv 15,4). Dammi di saper entrare in te e di sapere che ti possiedo dentro di me. O invisibile, degnati di prendere forma in me, affinché, vedendo la tua bellezza inaccessibile, io porti la tua immagine, o celeste, e dimentichi ogni cosa visibile. Dammi la gloria che il Padre ti ha dato (Gv 17,22), o misericordioso, affinché, simile a te come tutti i tuoi servi, io condivida la tua vita divina secondo la grazia e che io sia con te continuamente, ora e sempre e per tutti i secoli ».



San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d'Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul vangelo di Matteo, 66,1
« Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me ! »
Guardiamo questi ciechi da Gèrico nel vangelo di Matteo : valgono più di molti che vedono chiaramente. Nessuno li guidava, e non potevano vedere Gesù mentre si stava avvicinando ; eppure, si sforzavano di giungere a lui. Si misero a gridare ad alta voce ; la gente cercava di farli tacere : ma essi gridavano ancora più forte. Lo stesso accade all'anima risoluta ; coloro che vogliono fermarla, al contrario raddoppiano il suo slancio.

Cristo permette che si cerchi di farli tacere, affinché il loro fervore sia più evidente e ti insegni quanto erano degni di essere guariti. Perciò egli non domanda loro, come faceva spesso, se avessero la fede : le loro grida e i loro sforzi per avvicinarsi a lui bastavano a mostrare la loro fede. Impara da loro, carissimo amico mio, poiché malgrado la nostra bassezza e la nostra miseria, se andremo a Dio di tutto cuore, potremo ottenere con i nostri sforzi ciò che chiederemo. In ogni caso, guarda questi due ciechi ; avevano soltanto un discepolo che li proteggeva, mentre tanti imponevano loro il silenzio ; eppure sono riusciti a superare gli impedimenti e giungere a Gesù. L'evangelista non segnala in loro nessuna qualità eccezionale della loro vita : il loro fervore ha dato una svolta a tutto.

Imitiamoli, anche noi. Anche se Dio non ci concede subito ciò che chiediamo, anche se la gente cerca di dissuaderci a pregare, non cessiamo di implorarlo. Perché così, attireremo maggiormente i favori di Dio.


San José María Escrivá de Balaguer (1902-1975), presbítero, fundador.
Homilía en «Amigos de Dios»
«Los que iban delante le regañaban para que se callara, pero él gritaba más fuerte»
Al oír el gran ruido de la gente, el ciego preguntó: «¿Qué es lo que pasa?» Le contestaron: «Es que pasa Jesús de Nazaret». Inmediatamente su alma se llenó de una fe tan viva en Cristo que su puso a gritar: «¡Jesús, hijo de David, ten compasión de mí!». ¿Tú, que estás sentado al borde del camino de la vida, tan corta como es, no deseas también tú gritar? A ti que te falta luz, que tienes necesidad de nuevas gracias para decidirte ir en busca de la santidad, ¿no sientes en tu corazón una necesidad irresistible de gritar: «¡Jesús, hijo de David, ten compasión de mí!»? ¡Una bella, corta y fervorosa oración para repetir a menudo!

Os aconsejo meditar lentamente los instantes que preceden a este milagro a fin de gravar en vuestro espíritu esta idea tan clara: ¡qué diferencia entre el Corazón misericordioso de Jesús y nuestros pobres corazones! Este pensamiento os ayudará siempre, y más particularmente en la hora de la prueba, de la tentación, en la hora en que es preciso responder generosamente a las humildes exigencias de la vida cotidiana, en la hora del heroísmo. Porque «los que iban delante regañaban a este ciego para que se callara». También tú, cuando has sentido que Jesús pasaba cerca de ti, tu corazón ha latido más fuerte y te has puesto a gritar, preso de una agitación profunda. Pero entonces, tus amigos, tus costumbres, tu confort, tu ambiente te han aconsejado que te callaras, que no gritaras, diciéndote: «¿Por qué llamas a Jesús? ¡No le molestes!»

Pero este desdichado ciego no les escucha. Grita todavía con más fuerza: «¡Hijo de David, ten compasión de mí!». El Señor, que lo había escuchado desde el comienzo, le deja que persevere en su oración. Eso sirve igualmente para ti. Jesús percibe instantáneamente la llamada de nuestra alma, pero espera. Quiere que estemos del todo convencidos de la absoluta necesidad que tenemos de él. Quiere que le supliquemos, obstinadamente, como este ciego del borde del camino. Como dice san Juan Crisóstomo: «Imitémosle. Incluso si Dios no nos concede al instante lo que le pedimos, incluso aunque la multitud intente alejarnos de nuestra oración, no dejemos de implorarle».








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