Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

sabato 23 novembre 2013

"Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui"


"Colui che accetta di essere trapassato dalla stessa nostra pena"
Commento al vangelo della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo. Anno C







Takamatsu, 22 Novembre 2013 (Zenit.org) Don Antonello Iapicca


C'è un Regno nel quale il Re, per amore dei suoi sudditi, si fa condannare, ingiustamente, alla loro stessa pena. La salvezza e la felicità dei sudditi allora dipende da una sola cosa: …leggi tutto



"Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui"



L'ANNUNCIO

La risurrezione è certa perché esiste un "altro mondo" che si rivela in coloro che "ne sono giudicati degni": la vita soprannaturale che in loro si manifesta ne è la garanzia; un uomo il cui corpo non è più schiavo della concupiscenza, ad esempio, è come una primizia della resurrezione: quel corpo ha già conosciuto qui sulla terra una forza capace di strapparlo alla corruzione. Gesù risponde alla questione posta dai sadducei, immagine di tutti quelli che negano la risurrezione, "parlando bene" del "Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe"; essi sono "vivi" nella storia di salvezza e amore che Dio ha inaugurato con loro e nella quale si è affacciato divenendo l"Emmanuele", il Dio vivo con loro, sino a farsi carne in suo Figlio. Così Gesù per annunciare la resurrezione insegna storia perché è in essa che Dio si rivela e depone i semi della risurrezione: Egli ricorda i memoriali legati ai Patriarchi, e, in modo particolare riconduce i sadducei all'alba della Pasqua, profezia di quella che Lui avrebbe vissuto nella sua morte e risurrezione. E giunge al mistero del roveto ardente, immagine della sua vita che non ha subito la corruzione nelle fiamme degli inferi. E qui vi trova la risposta per i sadducei, perché "non osino più" metter in dubbio il destino di resurrezione che attende ogni uomo. La resurrezione non è un'ipotesi o un mito, ma è Dio che si rivela a Mosè, ardendo in un amore che non si consuma e brucia la morte e il peccato. Quel roveto è la vita divina che brucia senza consumare la carne di Cristo: Gesù è stato "giudicato degno dell'altro mondo" per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso e aver offerto la propria vita. E' "Signore", il kyrios perché ha amato sino alla fine. I figli di Dio, tu ed io, siamo "figli della risurrezione" nel Figlio che ha vinto la morte: partecipiamo ormai della natura e della vita divina, e siamo già in questo tempo e in questo mondo "giudicati degni di un altro mondo e della risurrezione dai morti". Possiamo vivere ogni relazione in modo diverso, celeste, perché siamo "uguali agli angeli", anche se profeticamente e non ancora in pienezza: "hanno moglie come se non l'avessero... possiedono come se non possedessero, usano del mondo senza usarne appieno" (cfr. 1 Cor.). Per questo Gesù dice che "non prendono moglie né marito": nei peccati abbiamo visto già "passare la scena di questo mondo", e sappiamo che "il tempo si è fatto breve" come la distanza che ormai ci separa dal Cielo. "Non possono più morire" e per questo non si difendono più come i figli di questo mondo, che afferrano cose e persone per stordire la paura della morte, tentando così di allungare il tempo nell'illusione di allontanare la tomba. In noi è vivo il "Dio dei vivi" che vuole trasfigurare la nostra carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato, come la donna data in sposa a sette mariti. Sette, come i peccati capitali, come gli sposi di Sara morti nella prima notte di nozze. Ma Gesù ha vinto il peccato e la morte e viene oggi ad unirsi a ciascuno di noi come Tobia: è Lui il Marito al quale siamo stati promessi sin dall'eternità. Egli ha inaugurato per noi l'"ottavo" giorno, del quale con i sadducei di ogni tempo anche tutti noi, schiacciati nel dubbio di fronte al dolore e alla morte, non potevamo sospettarne l'esistenza. In esso siamo chiamati a vivere già da ora attraverso una vita feconda di frutti che rimangano per l'eternità, in un amore che, tra le fiamme della storia, non si consuma, capace di perdonare e donarsi oltre i limiti della carne. Esiste la risurrezione perché proprio noi "esistiamo per Lui"; in tutto si vede che il Dio dei vivi che è sempre con noi, come è stato nella storia della salvezza con Abramo, Isacco e Giacobbe, come ha soccorso e risuscitato il suo Figlio per fare della nostra storia un frammento dell'eternità.

Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



Il fuoco ineffabile e prodigioso nascosto nell’essenza delle cose,
come nel roveto ardente di Mosè,
è il fuoco dell’amore divino
e lo splendore fulgido della sua bellezza presente in tutte le cose.


San Massimo il Confessore




Dal Vangelo secondo Luca 20,27-40.


Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene».
E non osavano più fargli alcuna domanda.


Il commento


Esiste la risurrezione perchè esiste un altro mondo. Ed esistono coloro i quali ne sono giudicati degni. La resurrezione è vincolata ad un giudizio e la vita sulla terra non può prescinderne. Gesù risponde alla questione posta dai sadducei, che negavano la risurrezione, rivelando il destino dell'uomo. Gesù risponde come sempre, chiamando, mettendo in movimento. Annuncia la risurrezione illuminando profeticamente la storia. Il nucleo del kerygma, dell'annuncio della Chiesa, è infatti:Gesù Cristo è il Signore! Nella traduzione greca dell´Antico Testamento, kyrios è presente circa novemila volte, e traduce quasi sempre il nome ebraico di Dio. Anche nel Nuovo Testamento kyrios è un termine frequentissimo, si trova in settecentodiciotto passi. Vi è un uso profano che indica, ad esempio, il padrone, il proprietario di uno schiavo, il datore di lavoro, il marito. Un altro uso riferisce kyrios a Dio. Un altro ancora, il più frequente, fa riferimento a Gesù Cristo, e attesta la sua divinità e la sua signoria. Dio è kyrios e si è rivelato nel suo Figlio vittorioso sulla morte. Il suo suo svuotamento, la sua umiliazione, il suo cammino sino agli abissi della morte gli ha spalancato il Regno eterno: "Per questo Dio l´ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Gesù è stato giudicato degno dell'altro mondo per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso, per aver offerto la propria vita. E' kyrios perchè ha amato sino alla fine. 

In Lui si compie la storia della salvezza. In Lui il Dio dei vivi autentica la sua signoria sulla morte. In Lui si comprende il mistero del roveto ardente, la rivelazione di Dio attraverso il suo Nome. "Chi sei?, Chi mi manda?": nella domanda di Mosè Gesù trova la risposta per i sadducei. E' nel dialogo tra Dio e Mosè, un dialogo di elezione e missione, che bisogna cercare la risposta sula risurrezione. In quel roveto che non si consuma appare Dio, Colui che è bruciando d'amore. Un amore che consuma la morte e il peccato, che perdona al di là di ogni ragionevolezza; Colui che, per amore, invia Mosè, e poi Giosuè, e poi i Giudici, e poi i Profeti, e poi il suo Figlio. La domanda dei sadducei è una traduzione della domanda di Mosè. Di fronte all'inestricabilità della schiavitù chi può avere tanto potere da liberare un manipolo di poveri uomini dal giogo di ferro del più potente dei re della terra, e per di più attraverso un pover'uomo che balbetta? Nella resurrezione, - ammesso che ci sia.. - chi sarà lo sposo di una donna che, in virtù della legge del levirato che doveva garantire una discendenza, ha avuto sette mariti?Io sono colui che sono! Come il roveto pur bruciando non si consuma, così non esiste fuoco di schiavitù e di morte capace di estinguere il mio amore. La vita di Dio plana sulla terra e stravolge l'equilibrio precario dettato dalla corruzione figlia del peccato. La vita di dio scende nella vita dell'uomo e la libera dagli angusti confini della carne. Dio è kyrios perchè manifesta il suo potere in un amore così grande da attirare l'uomo e farlo partecipare della sua vita. E' il Dio di Baramo, Isacco e Giacobbe, il Dio dei vivi, perchè ciò che ha iniziato in loro è portato a compimento nel suo Figlio. E' il Dio della storia che, pur essendo un roveto che brucia ogni vita nell'ineluttabilità della morte, è redenta e trasfigurata nel suo amore che nulla può consumare. L'amore rivelato in Cristo.


In Lui si inaugura il compimento della storia della salvezza. L'elezione, le promesse di libertà e pace, il Regno che non avrà fine, il roveto che non si consuma è, in Cristo, accessibile ad ogni uomo. Accogliere Gesù significa accogliere il Nome stesso di Dio, al di sopra di ogni altro potere; accogliere Lui è accogliere il suo amore capace di trasfigurare la nostra vita, i tentativi di dare senso e continuità a quello che siamo e facciamo. Siamo schiavi di una carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato. Siamo noi questa sposa data in sposa a sette mariti. Sette mariti, e nessun figlio. Siamo sterili, le tentiamo tutte, ma la vita ci scappa di mano. Come il Popolo di Israele schiavo in Egitto. Il lavoro, il matrimonio, le amicizie, sono mariti incapaci di darci una discendenza, il sigillo dell'eternità, l'amore che sfugga alla corruzione. Ma siamo chiamati a ben altro! A vivere una vita feconda, a fare frutti che rimangano, a un amore che, tra le fiamme della storia, non si consumi. Siamo chiamati ad essere figli di Dio, figli nel Figlio che ha vinto la morte. In Lui, e solo in Lui, possiamo essere giudicati degni di un altro mondo, quello dove la corruzione non infetti le relazioni, i pensieri, le opere. Il mondo di Dio, dove regna un amore che ha varcato le porte della morte. Siamo chiamati ad accogliere Gesù, il kyrios, il marito che ci attende per farci sua sposa per l'eternità, nella fedeltà e nell'amore, da oggi, nella storia concreta che stiamo vivendo. Esiste la risurrezione perchè Dio è il Dio dei vivi, dei chiamati e amati, di Abramo, di Isacco e Giacobbe; di Gesù Cristo e di ciascuno di noi. Ascoltiamo la sua Parola che esce proprio dal fuoco che sembra volerci distruggere. E' dalle fiamme che ci avvolgono che giunge oggi a noi la Parola capace di salvarci, di farci felici, il perdono e l'amore che ci donano la certezza della risurrezione, già oggi, quì, nella nostra vita.

"Mosè, mentre pascola il gregge, vede un roveto in fiamme, che non si consuma. Si avvicina per osservare questo prodigio, quando una voce lo chiama per nome e, invitandolo a prendere coscienza della sua indegnità, gli comanda di togliersi i sandali, perché quel luogo è santo. "Io sono il Dio di tuo padre – gli dice la voce – il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe"; e aggiunge: "Io sono Colui che sono!" (Es 3,6a.14). Dio si manifesta in diversi modi anche nella vita di ciascuno di noi. Per poter riconoscere la sua presenza è però necessario che ci accostiamo a lui consapevoli della nostra miseria e con profondo rispetto. Diversamente ci rendiamo incapaci di incontrarlo e di entrare in comunione con Lui" (Benedetto XVI,Angelus del 7 marzo 2010).

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