Santa Maria,

Santa Maria,
...donna del primo sguardo, donaci la grazia dello stupore.

martedì 1 ottobre 2013

Santa Teresa di Gesù Bambino " Teresa di Lisieux"





Appena do un’occhiata al Santo Vangelo,
subito respiro i profumi della vita di Gesù
e so da che parte correre… Non è al primo
posto, ma all’ultimo che mi slancio…
Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza
tutti i peccati che si possono commettere,
andrei, con il cuore spezzato dal pentimento,
a gettarmi tra le braccia di Gesù,
perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui.

Teresa di Lisieux



Mt. 18, 1-4


In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.

Il commento


L’ambizione è sempre figlia dell’insoddisfazione, dell’esigenza insopprimibile di colmare il vuoto che sperimentiamo. Tutto appare sfuggevole e precario, incapace di saziarci. Così si fa strada in noi l’illusione che in una certa grandezza vi sia la possibilità di dare consistenza e certezze alla nostra vita. Essere il più grande, la stessa tentazione che ha sedotto Adamo ed Eva, diventare come Dio, salire più in alto di tutti per decidere in tutta "libertà", dirigere e proteggere la propria vita senza nessuno che la contesti e frustri i nostri desideri. Il più grande in un affetto, al lavoro, nello studio, tra fratelli e amici, nel matrimonio, nella Chiesa. Il più grande per non scomparire e avere spazio nel cuore degli altri. Grandi, per essere cercati, accolti, compresi, apprezzati, ricordati, amati… Anche chi si nasconde nella timidezza cerca la stessa grandezza; spesso ci si sottomette all’evidenza della realtà covando risentimento, e l’apparente umiltà è solo un soprabito indossato per vestire le frustrazioni.

Ma la felicità, la beatitudine, la pace sono regali preparati per i bambini; non importa se capricciosi o irritanti, perché un bambino è amato proprio per la sua piccolezza. Più è debole, goffo e insicuro, più è oggetto di tenerezze e attenzioni. Non si può non amarlo, anche quando sbaglia, cade, urla e strepita o si chiude nel silenzio dei sogni infranti. Santa Teresa di Lisieux lo aveva compreso: Dio cerca, predilige e ama la piccolezza, la nostra realtà senza ipocrisie. Per questo una porta “porta stretta” schiude il passo al Regno dei Cieli. Per entrarvi non sono necessari sforzi e fantasie, le dimensioni di quell’uscio coincidono esattamente con le nostre, quelle “originali” con le quali Dio ci ha creati. Convertirci è, semplicemente, ritornare a quelle misure, al pensiero di Dio su ciascuno di noi; quello che avanza non ci appartiene, è falso, fonte di sofferenza e frustrazione. Diventare come bambini, significa dunque aprire senza paura gli occhi su noi stessi e amare la nostra piccolezza, accogliere la storia che con la Croce pota il superfluo. Anche oggi infatti, Gesù ci “chiama a sé”, piccoli “in mezzo” ai tanti grandi secondo la carne, ma i “più grandi” nel suo cuore, il Regno dei cieli così vicino a noi.





Giambattista Tiepolo, Abramo e i tre angeli




Cari amici, siate veramente "angeli custodi"! 
Aiutate il Popolo di Dio, 
che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, 
a trovare la gioia nella fede 
e ad imparare il discernimento degli spiriti: 
ad accogliere il bene e rifiutare il male, 
a rimanere e diventare sempre di più, 
in virtù della speranza della fede, 
persone che amano in comunione col Dio-Amore.
Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, 
per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, 
che gli donano la materia del mondo e della loro vita, 
servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, 
alla riconciliazione dell’universo. 
Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. 
Entrando voi stessi in unione con Cristo, 
portare la chiamata di Cristo agli uomini.


Benedetto XVI





Dal Vangelo secondo Luca 9,51-56.

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.


Il commento

La vera libertà implica l'accettare di non essere accettati. Il rimprovero di Gesù è oggi diretto a ciascuno di noi. Siamo così presi dalle nostre cose, dai progetti e dai programmi da non tollerare inciampi, fastidi e trappole. Il rifiuto poi è il boccone più indigeribile. Il Vangelo di oggi ci aiuta, attraverso le dure parole del Signore, a guardare bene alla nostra vita e alla nostra vocazione. Da essa dipendono il cammino e la meta. Chiamati a seguire il Signore non possiamo non condividerne le sorti. La vita di Gesù era orientata decisamente a Gerusalemme. L'urgenza dell'amore lo spingeva al compimento della missione. Non aveva tempo per guardarsi indietro, per compiangersi, per ripensare e dubitare.

Gerusalemme è la Città santa, ma è anche quella che uccide i profeti. La Città della Pace è anche quella del rifiuto. Tre volte all'anno ogni israelita doveva presentarsi davanti a Yahwè facendo di Gerusalemme la Città del pellegrinaggio. Città del culto segnata spesso da ministri del culto corrotti, nella sua storia si è assistito tante volte alla profanazione delle cose sante da parte di quanti erano stati scelti, in campo religioso e politico, ad esserne guardiani e amministratori. La Santa diviene la Prostituta. Gerusalemme è immagine della contraddizione inestricabile che, a causa del peccato originale, caratterizza ogni uomo. "Esiste una contraddizione nel nostro essere. Da una parte ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l'altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell'egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo: "C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rom. 7, 18-19). Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà. Basta pensare alle notizie quotidiane su ingiustizie, violenza, menzogna, lussuria. Ogni giorno lo vediamo: è un fatto. Come conseguenza di questo potere del male nelle nostre anime, si è sviluppato nella storia un fiume sporco, che avvelena la geografia della storia umana. Il grande pensatore francese Blaise Pascal ha parlato di una "seconda natura" che si sovrappone alla nostra natura originaria, buona. Questa seconda natura fa apparire il male come normale per l'uomo. Così anche l'espressione solita: "questo è umano" ha un duplice significato. "Questo è umano" può voler dire: quest'uomo è buono, realmente agisce come dovrebbe agire un uomo. Ma "questo è umano" può anche voler dire la falsità: il male è normale, è umano.Questa contraddizione dell'essere umano, della nostra storia deve provocare, e provoca anche oggi, il desiderio di redenzione. E, in realtà, il desiderio che il mondo sia cambiato e la promessa che sarà creato un mondo di giustizia, di pace, di bene, è presente dappertutto: in politica, ad esempio, tutti parlano di questa necessità di cambiare il mondo, di creare un mondo più giusto. E proprio questo è espressione del desiderio che ci sia una liberazione dalla contraddizione che sperimentiamo in noi stessi. La questione è: come si spiega questo male? La fede ci dice: esistono due misteri di luce e un mistero di notte, che è però avvolto dai misteri di luce. Il primo mistero di luce è questo: la fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l'essere non è un misto di bene e male; l'essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere. Questo è il lieto annuncio della fede: c'è solo una fonte buona, il Creatore. E perciò vivere è un bene, è buona cosa essere un uomo, una donna, è buona la vita. Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell'essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso... neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all'altro, perché è una realtà più profonda. Rimane un mistero di buio, di notte. Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l'uomo, è sanabile. Se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l'uomo è sanabile. E il libro della Sapienza dice: “Hai creato sanabili le nazioni” (1, 14 nella Vulgata). E finalmente, ultimo punto, l’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte" (Benedetto XVI, Catechesi del 3 dicembre 2008). 

Gerusalemme riassume in sé questo mistero di luce e tenebre. Il profeta Ezechiele ebbe questa visione: "Vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente... che scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare... Ne misurò altri mille: era un torrente che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute; erano acque navigabili, un torrente che non si poteva passare a guado. Allora egli mi disse: «Hai visto, figlio dell'uomo?». Poi mi fece ritornare sulla sponda del torrente; voltandomi, vidi che sulla sponda del torrente vi era una grandissima quantità di alberi da una parte e dall'altra. Mi disse: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell'Araba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina" (Ez. 47, 1-12). Dal Tempio, da Gerusalemme Dio ha fatto scaturire la guarigione; da quella Gerusalemme che aveva tradito, che aveva pervertito e adulterato, dall'abbondanza del peccato Dio ha fatto realmente sovrabbondare la Grazia. Nella contraddizione ha fatto scaturire la sorgente di puro bene che risolve ogni contraddizione; purificando il cuore dall'idolatria lo ha sanato conferendogli quell'unità, quel principio capace di orientare la vita secondo giustizia e verità. 

Immerso in questa ed altre profezie simili, Israele viveva Gerusalemme come il luogo della Presenza di Dio, della sua fedeltà più forte di ogni peccato. In Gerusalemme si scontravano l'altissima vocazione dell'uomo e la sua reale capacità di distruggersi nel modo più abietto; l'esilio, la lontananza e la nostalgia struggente di Gerusalemme sono immagine di ogni cuore esiliato dalla Verità. Dimenticare Gerusalemme, la presenza di Dio, era peggiore che vedersi seccare la mano, paralizzarsi la lingua: "Se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia!" (Sal. 137). La comunione con Dio nella contraddizione dell'esistenza, la speranza di un amore che varchi i confini della carne, tutto questo era, in fondo Gerusalemme. I pellegrinaggi annuali per le grandi feste non erano altro che un rientrare, attraverso la memoria liturgica, in questo fiume di guarigione che scaturiva dalla Città santa. Per questo Gerusalemme era, soprattutto, profezia dell'incarnazione, l'evento più imprevedibile, lo sgorgare improvviso e stupefacente, del fiume di salvezza che avrebbe risolto, per sempre, le contraddizioni: Dio stesso entrava, con una carne simile a quella di ogni uomo, nella storia, sino al fondo delle sue contraddizioni. 

Così in Gerusalemme emerge lo stesso contrasto che provoca la persona di Gesù: vero uomo e vero Dio. L'Altissimo, che nessuno spazio - neanche il Cielo - può contenere, fattosi tanto piccolo da abitare in una Città concreta, nello spazio angusto di un Tempio, e, in esso, in un'Arca di dimensioni ridottissime. Gesù, Tempio nuovo e definitivo, presenza di Dio tra gli uomini, che non cessa d'essere un uomo, capace di segni prodigiosi, ma pur sempre, agli occhi carnali, un semplice uomo, di cui si conoscono le origini e la storia. 

In questa luce si comprende il Vangelo di oggi: il pellegrinaggio di Gesù è già il compimento del disegno di Dio; Gesù ne aveva conversato con Mosè ed Elia nella trasfigurazione, erano i giorni della sua elevazione. Non si tratta solo della Croce e della risurrezione: l'elevazione-esodo di Gesù inizia a compiersi proprio nel viaggio a Gerusalemme, il viaggio del profeta che doveva morire a Gerusalemme. L'elevazione di Gesù, il cuore della sua missione è una profezia, l'ultima, la decisiva e definitiva. Le sue parole e gli avvenimenti che lo attendono sono tutti parte della profezia di Dio sulla storia e sull'uomo, una profezia di misericordia e di amore. Per questo Gesù rende saldo il volto, con lo sguardo puntato irrevocabilmente al compimento dell'opera del Padre, come il profeta ed il servo incamminati sul sentiero dell'obbedienza. Uno sguardo di pietra pronto a ricevere insulti e rifiuti, sputi e bestemmie; uno sguardo colmo di una misericordia illimitata, decisa a salvare ogni uomo. 

Gerusalemme è il luogo dove la profezia troverà il suo compimento. Per questo la Presenza di Dio consiste nella sua stessa opera, le meraviglie compiute nella storia, frammenti divini spalmati sullo scorrere dei giorni; eventi inafferrabili, sempre sfuggenti e profetici, parole vive che chiamano e mettono in cammino verso un altro luogo, misterioso ma reale, come è stato per Abramo, per Mosè, per Elia, per Gesù. La presenza di Dio è deposta nell'esperienza, l'autentico luogo dell'incontro. Gerusalemme è dunque essenzialmente un'esperienza, un avvenimento che si ripete, identico nella sostanza ma diverso nella forma, che muta a seconda delle vicende della storia.Gerusalemme è una porta dischiusa sul Cielo, sulla Gerusalemme celeste patria definitiva di ogni uomo. Secondo la tradizione ebraica erano legati a Gerusalemme la creazione di Adamo e il sacrificio di Isacco al Monte Moria: profezie che si sarebbero compiute nel nuovo Adamo tentato in un giardino e, come Isacco, legato ad un legno. A Gerusalemme la stessa tradizione fissava il luogo del sogno di Giacobbe, quando, "addormentato sulle pietre riconciliate e riunite" (Gen R 68), aveva visto "la scala dalla terra fino al cielo" (Gen. 28,10-22), la croce che avrebbe dischiuso il Regno al Figlio di Dio. 

La scala che conduce al Cielo affonda le sue radici anche nel villaggio di Samaritani del Vangelo di oggi, ebrei eretici che guardavano Gerusalemme e il suo tempio come lo scandalo più grande. Mistero Pasquale di Cristo non è avvenimento di un istante circoscritto, è un pellegrinaggio, una salita-elevazione verso e attraverso Gerusalemme, ha una storia, passa per villaggi e incontri, relazioni; laPasqua, come prescritto nella tradizione ebraica, esige dei preparativi, profetizzati anch'essi nella lunga storia di Salvezza inaugurata, non a caso, da un pellegrino, Abramo partito in obbedienza alla parola di Dio. 

Ma la Pasqua di Cristo, affinchè sia un'opera che raggiunga concretamente ogni uomo, esige anche uomini scelti per annunciarla e realizzarne la preparazione. Angeli inviati davanti al volto di Gesù, come recita l'originale greco. "Nell’antica Chiesa – già nell’Apocalisse – i Vescovi venivano qualificati "angeli" della loro Chiesa... Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso Dio. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli finiscono con la parola "El", che significa "Dio". Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui. Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli Angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che ci distolgono da vie sbagliate e ci orientano sempre di nuovo verso Dio... L'amore di Cristo, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. Come all'Arcangelo Raffaele, al sacerdote è affidato il compito di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere "l’angelo" risanatore" (Benedetto XVI, Cappella papale per l'Ordinazione di nuovi Vescovi, 29 settembre 2007).

Non solo i Vescovi e i presbiteri è riservata questa missione. In virtù del battesimo ciascun cristiano è un angelo chiamato a vivere nell'intimità con Dio per annunciarla ad ogni uomo. Come Santo Stefano, il cui volto appariva ai suoi assassini trasfigurato come quello di un angelo, anche il nostro volto è modellato perchè in esso sia impresso lo stesso volto di Cristo, rivolto decisamente verso Gerusalemme. Ciascuno di noi è un messaggero inviato dinanzi al Signore a fare i preparativi per lui. La nostra vita è un po' come quella di chi appartiene allo staff di un Presidente. Inviati prima di una sua visita ufficiale, i membri dello staff hanno il compito di "bonificare" l'area - setacciare ogni angolo alla ricerca di eventuali pericoli -; organizzare la visita preoccupandosi della logistica, degli orari, di ogni particolare. Per realizzare il compito è necessaria una profonda conoscenza del Presidente, delle sue abitudini, del suo modo di fare, dei suoi obiettivi. Così anche la vita dei messaggeri del Signore presuppone una sua profonda conoscenza, unita ad una totale condivisione della sua missione. Occorre immergersi nella realtà alla quale si è inviati, bonificando l'area annunciando la Verità senza ipocrisie e compromessi; soprattutto, non si possono nascondere identità e missione del Signore. Lui va a Gerusalemme.

La missione di Gesù consiste essenzialmente nell'essere rifiutato e nel prendere su di sé il rigetto. Per salvare ciò che è perduto deve perdere se stesso. E' esattamente ciò che appare nel Vangelo di oggi. Chi è diretto a Gerusalemme, al Tempio ma anche alla Croce, è rifiutato. Questo il destino di Cristo e di chi ne prepara la Pasqua, come è stato per Giovanni Battista. La Croce è lo scandalo e l'idiozia indigeribile al mondo e alla nostra povera carne. Spesso ci ribelliamo come i discepoli, e mostriamo di non aver compreso a cosa siamo stati chiamati. Vorremmo bruciare ogni ostacolo, ogni eretico, ogni male; mistifichiamo, come gli apostoli, la profezia di Elia che distrusse l'idolatria per mostrarne la menzogna, mentre noi vorremmo solo la scomparsa del male e dei malfattori, dimenticando le ferite originali che porta ogni uomo. "Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza... Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini" (Benedetto XVI, Omelia di inizio pontificato). 

E Gesù si volta anche oggi, ci fissa, e, con amore, orienta nuovamente il nostro cammino sulle sue stesse orme luminose di libertà. Essere angeli del Signore è infatti annunziare con libertà la libertà. Messaggeri della Buona Notizia presente nella loro vita. Angeli che incarnano Dio stesso, come quelli apparsi a Mambre annunciando ad Abramo la vittoria della vita sulla morte. Siamo gli angeli che cercano ognihametz, ogni lievito vecchio nascosto nella vita degli uomini, perchè si compia la Pasqua del risanamento di ogni contraddizione. Angeliche, con libertà, passano attraverso gli episodi di rifiuto di ogni giorno, bonificando, sanando e salvando ogni luogo e ogni uomo, nell'attesa che Cristo compia l'opera donando a tutti la sua stessa Vita.

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