Santa Maria,

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lunedì 17 marzo 2014

L'ANNUNCIO - Gesù nel Discorso della Montagna: "siate misericordiosi, non giudicate, perdonate, non condannate, date"


"Una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo"



L'ANNUNCIO

Il cammino quaresimale è il ritorno a casa, la prima, là dove abbiamo avuto origine. In noi sono impresse sin dall'eternità immagine e somiglianza di Dio, l'attitudine descritta dai verbi annunciati da Gesù nel Discorso della Montagna: "siate misericordiosi, non giudicate, perdonate, non condannate, date". Non sono ordini e neanche consigli; non tratteggiano il codice etico dei cristiani. Sono, invece, una rivelazione: ci dicono chi siamo, da dove veniamo, e dove andiamo. A casa nostra si vive così, è naturale amare perché il Padre è amore infinito e i figli assomigliano a Lui. Ma il demonio ci ha ingannato dicendoci che tutti questi verbi, resi nell'immagine dei frutti dei vari alberi del Giardino, non valgono per farci felici, anzi. Mentendoci, il serpente ci ha insinuato che, non potendo mangiare del frutto della conoscenza del bene e del male, anche tutto il resto sarebbe diventato impossibile. Il demonio ha sovvertito l'ordine e la qualità della vita, trasformando la Grazia e la gioia dell'amore nello sforzo dell'egoismo. Il perdono e la misericordia sono divenuti un'altra cosa, e devono essere mitigati dal giudizio e dalla condanna. Così, ci siamo convinti che sia impossibile "perdonare", se prima non diventiamo come Dio, ovvero i sovrani assoluti, secondo la sua caricatura offertaci dal demonio; solo allora potremo stabilire noi i casi in cui sia un bene perdonare. Pensiamo che sia assurdo "non giudicare", se prima non diventiamo i giudici supremi della famiglia e del parentado, così da poter discernere quando e chi è bene non condannare, e i momenti e quelli con cui è male avere misericordia. Siamo ormai fuori di casa, nel Paese lontano dove è andato a perdersi il figlio prodigo. Quando siamo usciti abbiamo obbligato il Padre a "misurare" ciò che non ha "misura", la nostra parte di eredità. Come Adamo ed Eva siamo caduti nel tranello del demonio di "misurare" l'amore per arraffarlo tutta senza averne la capacità. E' infinito, si può ricevere solo essendo uniti al Padre che ci rende capaci di accoglierlo. Tagliando con Lui ci siamo ritrovati in un Paese dove, invece, tutto ha la sua misura: abbiamo cominciato a misurare anche l'amore di Dio, e ne abbiamo fatto una cosa povera, piccola, invidiabile, oggetto di gelosie e concupiscenze, incapace di saziarci e realizzarci. Non era più l'amore che ci aveva creato; era scaduto a carne e affetto, sentimento e passione, quello che abbiamo sperimentato con i nostri genitori che ci hanno generato nel peccato, e poi in ogni altra relazione da cui vorremmo ottenere l'amore che solo Dio può darci. Un amore così non si può coniugare in perdono e misericordia. Sconfitti e delusi, ci siamo chiusi senza più poter "dare" nulla: prestiamo, non doniamo. Neanche un minuto, una parola, un po' di pazienza; puoi perdere un pomeriggio per tua moglie? Puoi "dare" qualcosa, che so?, quel convincimento fermo e chiaro che hai su come fare per aiutare tuo figlio schiavo dei videogames, che tuo marito non condivide e per il quale sono tre mesi che litigate? Puoi "darlo" e lasciare che decida lui come fare? No, perché in fondo non lo hai perdonato quando ti ha umiliata davanti ai figli, lo hai giudicato come un egoista e vigliacco, e condannato a due mesi di astinenza; non ti concedi a lui neanche sotto tortura. Non puoi perché, come ciascuno di noi, non sei più a casa, non vivi immersa nella misericordia, hai solo la "misura" meschina e limitata della tua povera carne incapace di soffrire. Impauriti di morire per l'altro misuriamo tutto con avarizia. Ecco allora questa Quaresima aiutarci a scendere sin dentro le viscere materne della Chiesa nostra madre, dove istante dopo istante, è gestato in noi l'uomo nuovo. Questo significa, semplicemente, tornare nel seno di nostra madre per immergerci nella misericordia di Dio; il termine misericordia, infatti, traduce il greco oiktirmon che a sua volta traduce l'ebraico rahamin, che indica le viscere materne, l'utero. Allora, andiamo a confessarci di giudicare tutti, anche nostro figlio, sì, proprio il tesoro bello de mamma, che non è come tu vuoi. Anneghiamo nel perdono le condanne, la superbia, l'avarizia, la lussuria, le menzogne, tutti i peccati con cui abbiamo provato inutilmente a sopravvivere lontano da casa. Lasciamoci abbracciare da nostro Padre per sperimentare il suo perdono; allora ritroveremo la gioia di vivere ogni relazione come un banchetto di riconciliazione, rivestiti della natura nuova che ci ridona la dignità di figli. In esso si gusta la ricompensa dell'amore che è l'amore stesso: "non condannate e non sarete condannati" significa, infatti, che il frutto squisito della misericordia si diffonde e ci sazia. Non si tratta di una ricompensa dovuta, come pensava malvagiamente il figlio maggiore della parabola, schiavo dell'avarizia con cui aveva misurato ogni istante di intimità con il Padre, ma di un moltiplicarsi miracoloso. Di fronte alla folla affamata e stanca, chiedendo "quanti pani avessero", il Signore metteva alla prova il cuore dei discepoli, come il nostro oggi. Ogni situazione che siamo chiamati a vivere è eccezionale e necessita un amore smisurato, che, come il Nilo, tracimi dal letto abituale, dalle "misure" ragionevoli dell'affetto in attesa di contraccambio, per fecondare e donare la vita. Una folla di persone ci cerca per essere sfamata: di fronte alla loro storia ferita dal peccato, possiamo davvero "misurare" quello che abbiamo tra le mani? "Che cos'è questo nulla sfamare tanta gente?": è il nostro fallimento in attesa di misericordia, il peccato in attesa di perdono. Proprio quello che siamo dopo aver girovagato lontani da casa, accolto dall'amore del Padre rivelato in Cristo, perché sia trasformato e moltiplicato: "una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo"; "in cambio" della generosità con la quale avremo consegnato tutto noi stessi a Gesù, compresi tutti i peccati, ci sarà data la sua pienezza, con cui amare chi ci è accanto. Per questo il Signore usa i verbi all'imperativo: è nascosto in essi tutto il suo potere di compiere quello che annunciano, di risuscitare il figlio che era morto. Come il Padre ha detto e a ha creato, così il Figlio oggi, mentre ci sta ri-creando ci dice: "non condannate", e non condanneremo; "non giudicate", e non giudicheremo; "date" e daremo; "perdonate", e perdoneremo. Basta solo ascoltare e accogliere la sua Parola.

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