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domenica 12 aprile 2015

ARMENI: Il dramma di un popolo...

ARMENI:
Il dramma di un popolo cui Don Orione ha voluto bene.
Papa Francesco celebra in San Pietro nel centenario del genocidio del popolo martire.
Definisce genocidio il massacro degli armeni, ma anche quanto avvenuto col nazismo, lo stalinismo e più recentemente in altre regioni del mondo.
È ancora un tema “caldo” perché quel genocidio del popolo armeno non viene ancora riconosciuto come un fatto storico. Dalla Turchia attuale innanzitutto, ché è l’erede dell’Impero ottomano che quell’eccidio realizzò.
La Chiesa da sempre si è schierata in favore del popolo armeno, nel 1915 e ancora oggi.
Papa Francesco, nella domenica della misercordia, ha concelebrato la Messa in San Pietro proprio per questo popolo.
La nostra Congregazione orionina si unisce in questo ricordo centenario, perché in anni lontani, San Luigi Orione ha scritto qualche pagina di carità per salvare un gruppo di orfani di quel genocidio , accogliendo, nel 1924, nel suo Istituto di Rodi un gruppo di orfanelli della terribile persecuzione turca contro gli armeni-cristiani.  Due di essi, Pietro Chamlian e Giovanni Dellalian, divennero nostri confratelli.

INNANZITUTTO LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO
Prima della Santa Messa, stamattina, nella Basilica di San Pietro, per il centenario del “martirio” armeno con il rito di proclamazione a “dottore della Chiesa” di San Gregorio di Narek, Papa Francesco ha salutato i fedeli armeni. Papa Francesco ha fatto subito una attualizzazione di quanto vissuto dal popolo armeno 100 anni fa.
“In diverse occasioni ho definito questo tempo come un tempo di guerra, una terza guerra mondiale ‘a pezzi’, in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. Purtroppo ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi –, oppure costretti ad abbandonare la loro terra. Anche oggi stiamo vivendo una sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: “A me che importa?”; «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9; Omelia a Redipuglia, 13 settembre 2014)".
C'era grande attesa per vedere se Papa Francesco avrebbe pronunciato la parola "genocidio", rifiutata e anche punita legalmente dalla Turchia. Papa Francesco l'ha pronuciata due volte attribuendola a quanto sta avvenendo oggi "causato dall'indifferenza generale e collettiva" e riferendola a "tre grandi tragedie inaudite"cioè quella degli armeni nell'impero ottomano, quella degli ebrei durante il nazismo, e quella di vari popoli sotto lo stalinismo. Inoltre ha fatto riferimento ad  "altri stermini di massa più recenti, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia". Leggiamo il discorso.
La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione Comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001); essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo. E più recentemente altri stermini di massa, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia.
Eppure sembra che l’umanità non riesca a cessare di versare sangue innocente. Sembra che l’entusiasmo sorto alla fine della seconda guerra mondiale stia scomparendo e dissolvendosi. Pare che la famiglia umana rifiuti di imparare dai propri errori causati dalla legge del terrore; e così ancora oggi c’è chi cerca di eliminare i propri simili, con l’aiuto di alcuni e con il silenzio complice di altri che rimangono spettatori. Non abbiamo ancora imparato che “la guerra è una follia, una inutile strage” (cfr Omelia a Redipuglia, 13 settembre 2014).
Cari fedeli armeni, oggi ricordiamo con cuore trafitto dal dolore, ma colmo della speranza nel Signore Risorto, il centenario di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito. Ricordarli è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla! Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra testimonianza.

COSA AVVENNE IN ARMENIA?
Il massacro degli Armeni (Metz Yeghern, il “Grande Male”) che vivevano entro i confini dell’Impero ottomano (attuale Turchia) iniziò un secolo fa, esattamente il 24 aprile 1915. Le stime parlano di 1.500.000 morti, praticamente l'intero popolo armeno presente nel territorio dominato dall’impero ottomano. Le atrocità con cui è stato realizzato questo piano di eliminazione sono ormai bene documentate. Non fu solamente un'azione di guerra. Si volle eliminare, riuscendovi, l'intero popolo armeno dalla Turchia. Soppravvissero quanti riuscirono a scappare e qualla parte del popolo armeno che viveva fuori del confine turco.
Il gesto di Papa Francesco per ricordare questo evento - la Messa con il discorso a San Pietro - si innesta in un percorso storico di attenzione e solidarietà concreta della Chiesa cattolica verso questa tragedia e le sue vittime. Per molto tempo fu voce quasi solitaria. La Turchia, a tutt’oggi, non riconosce storicamente questo genocidio, anzi lo riduce a una normale operazione politica militare. Sulla Turchia e sull’intero Occidente grava una colpevole rimozione o negazione della tragedia armena che, passata quasi inosservata, preparò le condizioni per quella successiva degli ebrei, ad opera del nazismo.
Papa Benedetto XV, il 10 settembre 1915, inviò una lettera al Sultano dicendo: “Ci strazia l’animo, Ci giunge pure dolorosissimo l’eco dei gemiti di tutto un popolo, il quale nei vasti domini ottomani è sottoposto ad inenarrabili sofferenze”. La risposta del Sultano arrivò solo due mesi dopo, giustificando quanto avveniva“non per ambizioni di conquista” ma “unicamente per difendere l’integrità del mio Impero contro i suoi nemici”. Questo fu il pretesto per perpetrare l’eccidio verso il popolo armeno, compresi vecchi, bambini, decrepiti, sacerdoti, suore… in proporzioni che non hanno alcuna giustificazione di tipo politico o militare. Questa è ancora la valutazione della Turchia attuale - e di chi è vincolato ad essa - che ancora oggi continua a negare il genocidio.
Papa Benedetto XV si adoperò per la pace e la salvezza del popolo armeno. Fu l’unico sovrano e l’unico capo religioso a protestare pubblicamente presso il Sultano contro questo massacro. Gli altri capi di Stato, che pur sapevano quanto stava accadendo poiché tutti i giornali internazionali ne parlavano, non intervennero. Il genocidio passò quasi del tutto sotto silenzio, tanto che Hitler, quando nel 1939, lanciò il progetto di sterminio del popolo ebraico disse: "Chi si ricorda oggi dello sterminio del popolo armeno?":
La ferita di quell’evento è ancora viva nella coscienza del popolo armeno di grande maggioranza cattolica.
Papa Giovanni Paolo II durante il suo viaggio in Armenia, dal 25 al 27 settembre 2001, ha riproposto all’attenzione mondiale il problema dell’Armenia e in particolare quello dello sterminio di un milione e mezzo di Armeni, attuato dal Governo turcho (1908-18). Questo è generalmente considerato il primo genocidio del XX secolo, come affermava il Comunicato congiunto firmato a Roma da Giovanni Paolo II e dal Catholicos degli Armeni Karekin II il 9 novembre del 2000.
Papa Francesco è molto sensibile alla questione ed ha scelto di celebrare il centenario dell’eccidio con una Messa solenne a San Pietro il 12 aprile. Già durante un’udienza privata al Patriarca armeno-cattolico del giugno 2013, Papa Francesco aveva riconosciuto il massacro degli armeni come il primo genocidio del ventesimo secolo. Inoltre è stato avviato il processo di beatificazione di mons. Mikael Khatchadourian, Vescovo di Malatya, uno dei cinque vescovi martiri del Genocidio Armeno, strangolato con la catena della sua croce pettorale. Una morte in odium fidei.

LA PICCOLA OPERA IN FAVORE DEGLI ORFANI ARMENI
La Chiesa si adoperò come poté per la salvezza degli Armeni.  Un gruppo di circa 50 orfani fu ospitato nell'Istituto della Piccola Opera della Divina Provvidenza di Don Orione a Rodi. Fu Mons. Fr. Cirillo J. Zohrabian, su consiglio del senatore E. Schiaparelli, ad affidare nel 1924 all’Istituto orionino di Rodi un gruppo di orfanelli della terribile persecuzione turca contro gli armeni-cristiani.
Otto di quegli orfanelli, in seguito, manifestarono vocazione al sacerdozio. Su desiderio di Don Orione, quegli otto giovani giunsero in Italia, il 3 luglio 1928. Li accolse, a Via delle Sette Sale 22, Don Orione stesso.
“Ci espresse la sua contentezza di avere nella sua Congregazione degli orientali nella persona di noi armeni, ci parlò dell’Armenia martire e della recente persecuzione. A pranzo ci fece cantare nella nostra lingua”, ricordò poi uno di quei giovani, don Pietro Sciamlian.
Poi diede loro l’abito di chierici, il 4 aprile del 1929. “L’abito sacro era secondo il costume armeno, con fascia rossa. Ci disse tutta la sua gioia – questa volta è don Giovanni Dellalian a ricordare - per un gruppo di chierici armeni che iniziavano a realizzare la sua brama di riportare in Congregazione l’universalità dei riti della Chiesa Romana e quel senso di cattolicità, di cui aveva pieno lo spirito”.
LE PAROLE DI DON ORIONE alla vestizione dei chierici armeni
"La Provvidenza che ha preso  giovani e li ha portati dall’Armenia attraverso la Turchia e poi a Rodi fino a Roma, basta  farci riflettere e commuovere; molto più ci fa lieti questo evento che nella nostra Piccola Congregazione trova uniti qui in questo luogo, davanti al SS.mo  Sacramento, orientali, latini. Di questa unione già si parla nel primo decreto di approvazione della Congregazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza.
Questi stessi giovani che voi vedete qui sono quasi tutti figli di martiri, alcuni hanno martiri dei fratelli, altri hanno avuto uccisi i genitori, chi il padre e chi la madre, tutti insomma hanno un congiunto, un amico che hanno dato il sangue per la fede. E io dico sempre a questi cari figlioli: Pregate per la vostra Patria affinché cessi la persecuzione, preghiamo davvero anche noi per l’Armenia insanguinata affinché per le nostre preghiere e molto più per quelle numerose legioni di martiri voglia Iddio concedere la pace non solo ma faccia sì che il sangue non sia stato sparso invano e anche gli infedeli e musulmani vengano in grembo alla vera Chiesa.
L’Armenia, unica Nazione cristiana in mezzo al mondo Maomettano, vide più volte scorrere il sangue dei suoi figli per suggellare la fede in Gesù Cristo ed è per questo che, cari miei figlioli, anch’io cingo di una fascia rossa affinché vi ricordiate della vostra Patria martire, dei vostri antenati che diedero il loro sangue a difesa della fede di Roma e siate pronti a servirla anche voi mostrando di essere figli non indegni dei vostri padri".
Anch'io, quest'oggi, 12 aprile 2015, ho potuto porre un gesto di affetto e di preghiera per questo popolo, caro a Don Orione e alla Congrgeazione, telefonando alla signora Katerina Benliyan, figlia di Berg Benliyan, uno di quegli otto giovani armeni cui Don Orione diede l'abito clericale, presente nella famosa foto del 4 aprile 1929. E' stato un momento di grande commozione per lei e per me e di devozione di entrambi verso la Divina Provvidenza e Don Orione.
Don Flavio Peloso

BIBLIOGRAFIA:
Clerici Paolo, Don Orione padre degli orfani del genocidio armeno"Messaggi di Don Orione", n.122 (1/2007), p.5-43.
Luca Pignataro, La presenza orionina a Rodi, "Messaggi di Don Orione", n.133, (42)2010, p.79-93.
I noti registi Fratelli Taviani hanno dedicato all'eccidio dell'Armenia un loro film dal titolo La masseria delle allodole (2007), tratto dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan, vincitore del Premio Stresa di Narrativa nel 2004. Narra le vicende di una famiglia armena dell'Anatolia all'epoca del genocidio armeno (1915).

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